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mercoledì 18 marzo 2026

I TALENTI E LA VITA

  COME POSSO SCOPRIRE 
I MIEI TALENTI?

Che domande devo farmi per capire che studi scegliere?», così mi ha chiesto un ragazzo dell’ultimo anno in un incontro organizzato da Fondazione Rui sulla scelta universitaria, «Che cosa vuoi fare DI grande?»


- -di Alessandro D’Avenia

Di fronte a queste domande sono in imbarazzo perché non posso dire a chi non conosco, per di più da remoto, chi è, ma oggi i ragazzi è questo che chiedono: «chi sono?», facendo coincidere la risposta con l’eventuale professione. È la conseguenza di una parola tradita: «talento». Pensiamo ai talenti come capacità innate distribuite in modo ingiusto da un destino cieco: chi troppo e chi troppo poco. Un misto di determinismo e predestinazione, rappresentati dal format più diffuso: il «talent show», in cui il talento coincide con la persona e la sua approvazione. Dalla cucina al canto la vita è una gara: vinci! 

Eppure nell’italiano delle origini talento significava «desiderio», «passione», «voglia»: «vivere in un talento» è per Dante, nella famosa poesia per gli amici Guido e Lapo, «avere gli stessi desideri», e nella Commedia i lussuriosi (Paolo e Francesca) sono coloro che sottomettono «la ragione al talento». Dal 18° secolo in poi la parola scivola nel significato di «spiccata attitudine», perdendo gradualmente la componente «erotica» che è necessario recuperare, soprattutto per il diffuso senso di «impotenza» di fronte alla realtà che spesso tutti, ma i ragazzi in particolare, proviamo. 

 Il talento (talanton in greco era la bilancia) era un’antica unità di peso e di prezzo molto consistente, divenuta parola d’uso comune grazie alla storia con cui Cristo descrive la vita («il regno dei cieli», che è sinonimo di «questione di vita o di morte»): «Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità e partì» (Mt 25). 

Non si può negarlo: la vita è una dote, qualcosa che nessuno di noi si è dato da solo. La «partenza» del padrone segnala che siamo tanto liberi quanto responsabili, l’iniziativa è realmente nelle nostre mani (i talenti). Siamo chiamati alla vita e una chiamata esige risposta, ciascuno la sua, infatti i talenti (al plurale) vengono dati con una logica che rispetta l’unicità e la diversità: «la capacità» (al singolare). Quindi i talenti non sono «le» capacità ma vengono dati in base «alla» capacità. 

Questo spostamento è fondamentale perché «i talenti» non indicano le cose che sai fare (a cui oggi è ridotto chi sei e chi ha difetti è poco «titolato» a vivere: basta guardare una gara della Paralimpiadi per ricredersi ed essere ispirati) ma la vita che puoi contenere alla tua maniera, perché sia «piena», come si dice della «capacità» di un recipiente. Bicchieri, bottiglie, botti hanno capacità/funzioni diverse, non sono in competizione, e ognuno è pieno se riceve tutto il liquido di cui è capace. 

Trovare la forma

Il primo passo è allora conoscere la propria capacità, liberandosi dalle illusioni e imitazioni: che forma ho? «Formazione» è sinonimo di educazione non perché ricevo la forma, ma perché trovo la mia («diventa ciò che sei» dicevano i Greci). E la capacità è la forma che delimita lo spazio da riempire, riceviamo la vita in base ai «limiti» (non in senso privativo ma di unicità, come quando si disegna qualcosa tracciandone i bordi). Capacità dice quindi come io mi posso aprire alla vita nella mia modalità e quanta ne posso contenere. Come mai i Norvegesi, neanche sei milioni di abitanti (la Campania), alla fine degli Anni ‘80 vinsero cinque medaglie nelle Olimpiadi invernali e dai ‘90 in poi hanno cominciato una scalata che li vede dominare da due decenni? Perché è diventato ministro dello Sport un professionista che ha rivoluzionato il sistema: tutti i ragazzini fino ai 14 anni provano gratuitamente molti sport, a scuola e in strutture adatte, senza competizione, come puro gioco, salute e socialità. In questo modo la vita (talenti) va a riempire ciascuno secondo la sua forma (capacità): fioriscono se messi in condizione e non in competizione. Non è quindi solo questione di neve e ghiaccio ma di far incontrare neve e ghiaccio a ciascuno nel modo suo. Infatti nel testo evangelico la parola tradotta con «capacità» nell’originale è «dynamis» (da cui dinamico, dinamite...), «potenza», che nel linguaggio biblico identifica l’essere «a immagine e somiglianza» di Dio: essendo un Dio che crea perché ama, allora questa dynamis (potenza) umana è «energia creativa», «energia erotica». Tradotto all’oggi: noi riceviamo tanta vita quanta ne pro-creiamo, perché la vita ci viene incontro esattamente nella misura in cui le andiamo incontro (il viaggio infatti ne è la metafora per eccellenza). 

Il segno della gioia

Il numero di talenti è quindi la quantità di vita che ricevi e sei capace di moltiplicare, perché la logica della vita (la biologia parla chiaro) è moltiplicarsi. Per questo quando il padrone torna dal viaggio «fa i conti» con i servi. Chiedere «conto dei talenti» è chiedere il «racconto della vita»: contare e raccontare (ri-contare) sono lo stesso verbo (in spagnolo è uno solo: «contar»). Chiedere (rac-)conto è dire: come ti è andata? Sei stato felice? Due su tre hanno raddoppiato i talenti ricevuti. 

Che sia il doppio mostra che i singoli non sono stati né sopravvalutati né sottovalutati, a scanso di ogni illusione o umiliazione: la vita è cresciuta in loro, grazie a loro, attorno a loro, secondo la loro portata. Hanno usato al meglio il loro dinamismo, la loro energia pro-creativa, la loro potenza erotica: sono stati vivi, se la sono goduta. E infatti il padrone ratifica il dato: «Prendi parte alla mia gioia». 

La gioia, non il successo, è il segno della vita riuscita come spiega il filosofo Henry Bergson in un testo nel cui titolo c’è la dynamis creativa ed erotica (L’energia spirituale): «I pensatori che hanno speculato sul significato della vita e sul destino dell’uomo non hanno notato a sufficienza che la stessa natura si è curata d’informarci al riguardo. Essa ci avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la gioia. Dico la gioia e non il piacere. Il piacere non è nient’altro che un artificio immaginato dalla natura per ottenere dall’essere vivente la conservazione della vita; esso non indica la direzione in cui è lanciata la vita... Dove c’è gioia, c’è creazione; più ricca è la creazione, più profonda è la gioia». 

Partecipare alla gioia del padrone è partecipare alla creazione, agire come lui: amando e moltiplicando la vita. Ma che ne è di chi non ha messo in gioco questa energia (la capacità) e ha rinunciato a vivere (i talenti)? Sotterrando il talento ha sotterrato la vita, ha rinunciato a se stesso: «Per paura andai a nasconderlo sotterra». A quell’uomo non era stato dato poco, era stato dato tutto il necessario (secondo la sua capacità) per essere felice, ma la paura di vivere è stata la sua tomba. 

Aprirsi alla vita

Allora a quel ragazzo e a tutti gli altri in formazione vorrei dire che i talenti non sono destini prestabiliti, ma doni che la vita può farti tutte le volte che la moltiplichi, che ti metti in gioco (per i bambini norvegesi gli sport sono un gioco, un’esplorazione di sé e del mondo, che diverrà anche una professione per tutti quelli che facendo così creano/gioiscono di più): dove e quando la vita si moltiplica con la tua presenza? 

Domandarsi «che talento ho?» è chiedersi «in quale forma unica la vita entra in me e trabocca come un bicchiere pieno?». Per scoprirlo serve andare oltre una formazione restrittiva come quella della scuola nostrana, basata su prove competitive e quantificabili (imposizione della forma dall’esterno), per cui capita spesso che un ragazzo di 18 anni, che ne ha passati 13 a scuola, chiede a uno sconosciuto: che talenti ho? Come scelgo? 

Abbiamo bisogno di una formazione che apra alla vita, e aiuti a scoprire, con l’aiuto di chi ti guida, dove/quando fiorisci di più, ricevi vita e la moltiplichi, sei vivo e fai vivere, gioisci e fai gioire. Per questo ho detto a quel ragazzo di cominciare da un foglio: dividilo a metà, nella colonna di sinistra scrivi le dieci cose che ti riescono meglio, in quella di destra le dieci che ami fare di più. Se ci sono corrispondenze quello è un ambito di vita in cui mettersi in gioco, perché lì la vita incontra la capacità, a prescindere che diventi una professione.

Useremo mai la gioia per educare?"

Alzogliocchiversoilcielo



domenica 2 marzo 2025

LA GUIDA DI UN MAESTRO


 Crepet: un buon maestro consente ai bambini e agli adolescenti di fare cose difficili, mettendoli nelle condizioni di sbagliare e di riprovarci, avendo il coraggio di credere nelle loro potenzialità



 La Redazione

 "La mancanza del padre può implicare carenza di regole morali e comportamentali; la mancanza di un maestro induce nei bambini e negli adolescenti una perdita di..."

 Nonostante la precocità nel bruciare le tappe, nonostante tutto scorra veloce senza un attimo di sosta, occorre però trovare del tempo da dedicare alle nuove generazioni, troppo spesso prive di figure magistrali che possano fungere da esempio, indicando loro la strada giusta da percorrere.

A tal fine il sociologo e psichiatra Paolo Crepet pone l'accento su tale aspetto, sottolineando l'importanza di un maestro nel processo educativo e di crescita di un giovane ragazzo.

"La mancanza del padre può implicare carenza di regole morali e comportamentali; la mancanza di un maestro induce nei bambini e negli adolescenti una perdita di progettualità, induce miopia", queste le significative parole dello psichiatra.

 "Educazione è esempio, in particolare esempio silenzioso nei mille piccoli e apparentemente insignificanti gesti della quotidianità; compone un lessico familiare che ognuno di noi riconosce come segno distintivo della propria identità", continua così Paolo Crepet attraverso una disamina chiara e dettagliata.

Ecco allora l'importanza di un bravo maestro capace di comprendere fino in fondo le qualità intrinseche del suo allievo, riscoprendo quel talento che possiedono tutti e non solo i primi della classe, ma anche quelli su cui nessuno scommetterebbe un soldo. 

"L'idea di far fare ai bambini e agli adolescenti cose difficili, di metterli nelle condizioni di sbagliare e di riprovarci implica il coraggio di credere nelle loro potenzialità: ecco perché è un'idea poco popolare tra gli educatori. Con quale lodevole eccezione", in tal modo prosegue la sua riflessione lo psichiatra.

Maria Montessori ha avuto il coraggio di affermare che ogni bambino possiede un proprio talento (che è cosa diversa dalla genialità: il primo s'accompagna alla consapevolezza, la seconda è un frutto del tutto misterioso e involontario, quindi inconsapevole). Tutti, dunque, possiedono un talento e gli insegnanti non devono puntare esclusivamente sui "bravi", perché talento e rendimento scolastico non sono sinonimi.

Con il passare del tempo si è verificato un vero e proprio sovvertimento dei valori, dei ruoli: gli educatori, infatti, sembrano aver perso quell'autorevolezza e considerazione che dovrebbero, invece, contraddistinguerli, favorendo una crescita basata su un legame di reciproca dipendenza.

"Osserviamo la gente che gremisce una pizzeria la sera del sabato: quanti padri si affrettano a tagliare la pizza a un figlio che ha già dieci o dodici anni? Pensiamo a ciò che succede ogni mattina in tantissime case: quante mamme continuano a rifare il letto a figli che magari studiano già all'università", questi i vari interrogativi che lo psichiatra si pone in maniera chiara e dettagliata.

 Ciò determina, però, la tessitura di un pesante legame di reciproca dipendenza. Mettere le mani nel piatto o nel letto di un figlio è rassicurante quanto mantenere integro un cordone ombelicale.

Bisogna, pertanto, andare oltre, recuperando la propria fondamentale ed imprescindibile funzione educativa, senza scendere a compromessi, rivalutando l'importanza di crescere giovani autonomi e forti e non vulnerabili e manipolabili, capaci di mettersi alla prova giorno dopo giorno, sperimentando le proprie passioni ed ambizioni, senza avere paura, ma anzi ritrovando quell'equilibrio che permette di vivere serenamente, agendo responsabilmente, riscoprendo la tenacia e la determinazione nel raggiungere i risultati predeterminati e nel credere nei propri sogni, lasciandosi guidare dalla fiducia in se stessi, grazie a quell'esperienza che permette loro di cadere ma anche di rialzarsi, perché solo così impareranno davvero a vivere.

 A scuola

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lunedì 5 giugno 2023

NON OMOLOGATE I TALENTI

Riconoscere i talenti senza omologarli: la lezione delle Fiandre

Ci sono studenti con Bisogni educativi speciali (Bes) che solo recentemente stanno ricevendo l’attenzione di una parte crescente di insegnanti, decisori politici e ricercatori.

A causa del duo deleterio egualitarismo omologante, la scuola italiana tratta i talenti come studenti con disabilità cognitive. Occorre voltare pagina

 

- di Brunella Fiore

 

In Italia gli studenti gifted (o di talento o con plusdotazione) rientrano all’interno della categoria Bes (Students with Special Needs). Fin qui nulla di male, anche in molti altri Paesi gli studenti di talento vengono considerati studenti Bes. In Italia, però, quando si parla di studenti con bisogni educativi speciali frequentemente si sottende un approccio inclusivo ma “livellante”. Il talento è trattato al pari di una disabilità: obiettivo è omologare per non far sentire “diversi”.

In questo modo, però, l’adeguamento può solo avvenire andando incontro a quegli studenti che non ce la fanno; ciò distoglie l’attenzione dall’offrire volani di sviluppo per questi studenti speciali. Eppure, saper riconoscere e valorizzare i talenti è sia una questione di giustizia ed equità verso il pieno sviluppo delle identità personali, sia un’importante occasione di potenziamento con ricadute sul benessere complessivo dei sistemi sociali, economici e culturali di ciascun territorio.

Non è così semplice identificare la plusdotazione tra ragazze e ragazzi. Non si tratta sempre di studentesse e studenti eccellenti sotto il profilo delle valutazioni scolastiche. Anzi. Soprattutto in un sistema come il nostro che, per approccio e/o mancanza di strumenti, fatica a riconoscerli, questi studenti sono in sofferenza. Tra i segnali principali vi sono la noia in classe (ma al contempo la capacità di afferrare anche quando si sembra distratti), il mancato riconoscimento – se non vera e propria ostilità – di compagni e insegnanti per i comportamenti devianti, la demotivazione. Proprio perché le ragazze gifted sono capaci di adattarsi di più al contesto, sono meno riconoscibili rispetto alla controparte maschile; lo stesso accade agli studenti gifted con background migratorio e ai cosiddetti 2E (double exeptional) ossia quegli studenti che sono al contempo gifted e con, in più, qualche forma di disturbo dell’apprendimento. Vi è quindi una quota di potenziali talenti che non viene riconosciuta e che è a rischio di demotivazione e, non infrequentemente, dispersione.

Attualmente l’individuazione dei gifted (soprattutto in Europa) passa attraverso test di natura psicologica e di rilevanza cognitiva. Tra i testi più noti e utilizzati vi sono i test di Renzulli ma sono anche utilizzati test home-made a livello scuola o di sistema regionale/nazionale. Ricordiamo la necessità di distinguere tra eccellenza e talento: a questo proposito, l’esperienza di una scuola secondaria delle Fiandre insegna che un modello più articolato è possibile. Dopo una prima scrematura sulle eccellenze sulla base dalle valutazioni scolastiche e che avviene nella prima parte dell’anno scolastico, si prosegue con un approfondimento dello stato dello studente che comporta un colloquio personalizzato con lo/la studente/essa, con i genitori, con il collegio dei docenti. Come si procede poi? Si decide se e dove “compattare” il programma per quello studente/studentessa offrendogli la possibilità di saltare le lezioni di una materia di studio per il rimanente anno scolastico.

A questo punto, lo studente può gestire il suo tempo per svolgere approfondimenti su altri contenuti concordati con il referente per la plusdotazione, a cui dovrà far seguire la compilazione di diari nei quali deve indicare cosa ha fatto in ciascuna ora, cosa ha imparato e come intende procedere. Alla fine dell’anno scolastico c’è un piccolo esame per monitorare l’acquisizione dei contenuti della materia lasciata indietro. Per gli studenti outstanding, la legge del sistema scolastico delle Fiandre consente (da qualche mese) un percorso di accelerazione anche su più anni.

Dieci anni fa il Belgio era al punto zero che oggi constatiamo sulla questione gifted in Italia, ma in realtà la nostra legge sull’autonomia consentirebbe ampi margini di manovra in questo senso, se il cambiamento culturale sulla percezione dei gifted e la preparazione degli insegnanti facessero la loro parte.

A proposito di insegnanti: quali strumenti? Ancora il modello delle Fiandre offre indicazioni. È necessario essere capaci di identificare in classe i segnali anche oltre le valutazioni cognitive: i gifted sono quegli studenti che fanno non solo più domande ma anche interventi out of the box; i talented sembrano distratti ma poi colgono più facilmente il senso di quello che si sta facendo.

Infine, è necessario fare un lavoro di demolizione dei miti. La letteratura sta iniziando ad evidenziare come questi studenti siano spesso emotivamente più sensibili: un percorso che differenzia, compatta, arricchisce e/o accelera non solo non rende disadattati rispetto ai pari ma, al contrario, fa sentire riconosciuti, valorizzati o, in parole più semplici, fa stare bene.

 Il Sussidiario

giovedì 23 marzo 2023

TUTOR A CACCIA DI TALENTI

    Scuola, la “carica” 

dei 40mila tutor 

«Così faranno emergere i talenti»

La nuova figura, insieme a quella del docente orientatore, entrerà nelle classi l’anno prossimo. Obiettivo: personalizzare i percorsi didattici e aiutare i ragazzi. 

Stanziati 150 milioni. Il ministro Valditara: «Una rivoluzione»

  

- di GIULIO ISOLA

 Nelle intenzioni del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, è il primo passo verso «la grande rivoluzione del merito». E che l’orientamento sia alla base di questa rivoluzione lo stesso ministro lo ha ribadito più volte, fin dall’inizio del suo mandato. Ebbene dall’anno prossimo, se i tempi immaginati al Miur saranno rispettati, a costruire concretamente orientamento nelle scuole ci saranno due nuove figure, per la cui formazione è stato previsto lo stanziamento di 150 milioni di euro e un decreto dedicato: il tutor e, appunto, il docente orientatore.

 Intanto, chi sono? Che cosa faranno? ll docente tutor dovrà occuparsi della personalizzazione degli insegnamenti: avrà, cioè, il compito di coordinare e sviluppare le attività didattiche favorendo il recupero per i ragazzi che manifestano maggiori difficoltà e consentendo a quelli che hanno particolari talenti di potenziarli. Questa figura sarà introdotta nelle classi terze, quarte e quinte delle secondarie di secondo grado: il ministero comunicherà a ogni istituto quanti docenti tutor formare attraverso un percorso definito sull’apposita piattaforma in collaborazione con Indire (l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa), che avrà la durata di 20 ore e che si concluderà con un esame. Si parte, in ogni caso, dal numero di 40mila. Il docente orientatore, invece, si occuperà più propriamente di orientamento: aiuterà i ragazzi a fare scelte in linea con le loro aspirazioni e potenzialità, conoscendo il loro profilo, i diversi percorsi di studio e di lavoro possibili, la varietà di offerte sui territori, nel mondo produttivo e universitario. Un approccio, questo, che deve avvenire nel rispetto dell’autonomia dei singoli istituti, degli studenti e delle loro famiglie. Ogni scuola conterà su un docente orientatore anche se ancora non è chiaro come sarà scelto o eventualmente formato per questo incarico. Valditara ha presentato la novità dopo l’incontro di martedì sera con i sindacati di categoria, in cui è stato presentato lo schema di decreto che sarà sottoposto al parere del Consiglio superiore della Pubblica istruzione e che prevede, come si diceva, uno stanziamento di 150 milioni di euro nel 2023. Fondi che saranno distribuiti nelle scuole in maniera proporzionale al numero degli studenti: toccherà poi proprio alle scuole organizzare il servizio nella loro autonomia. «Questo decreto va nella direzione di una scuola che faccia emergere i talenti di ogni studente innescando un percorso virtuoso, volto anche al superamento delle difficoltà frutto di diseguaglianze di natura sociale e territoriale e favorendo le scelte consapevoli per il percorso di studi e di lavoro» ha spiegato il ministero. Un modello di scuola «virtuoso – ha poi proseguito – deve mettere in luce i talenti di ogni singolo studente. Per questo con un significativo stanziamento di risorse come ministero abbiamo deciso di puntare su figure professionali specializzate che saranno formate, selezionate e pagate. Il tutto in un confronto costante con le parti sindacali». Non è tutto: le istituzioni scolastiche potranno accedere ai finanziamenti derivanti dal Pnrr e dal Pon per remunerare le attività didattiche di potenziamento sulle discipline e attività innovative per l'orientamento. Le azioni già previste nel Pnrr ammontano a 600 milioni, con particolare riferimento all’orientamento alle discipline Stem e con metodologie innovative, alle quali si aggiungono le attività che riguardano l'orientamento come misura di contrasto alla dispersione scolastica, per un importo di ulteriori 1,5 miliardi di euro. Quanto alle risorse del Pon, la nuova programmazione 20212027 prevede altri 300 milioni per remunerare attività extracurricolari sull’orientamento didattico.

 Fin qui le buone notizie, o meglio i buoni auspici. Sulla strada dell’istituzione delle due nuove figure si affacciano però già una serie di ostacoli, a cominciare da quello che quei 40mila tutor si trovino. La ripartizione dei fondi stanziati per singolo docente sarà effettuata infatti dalla contrattazione di istituto, prevedendo una assegno annuo da 2.850 euro a 4.750 euro lordo stato. Che, hanno fatto notare i sindacati, comunque si ridurrà della metà al netto: « Abbiamo subito espresso la nostra contrarietà, poi, sull’esclusione del personale a tempo determinato e sulla mancata previsione di un organico aggiuntivo – hanno fatto notare da Anief –. Inoltre con il dimensionamento scolastico dei prossimi due anni, avremo scuole con un numero elevato di plessi. Il lavoro dei tutor in tali scuole deve essere valorizzato con incentivi ulteriori altrimenti rischiamo di non riuscire a trovarli». In settimana ci sarà un nuovo incontro per raccogliere le osservazioni da parte delle organizzazioni sindacali. Poi il decreto.

 

www.avvenire.it

 

sabato 14 novembre 2020

NON APPARTENIAMO ALLA NOTTE !

 
Dal Vangelo di Matteo (Mt 25, 14-15.19-21)

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

 

COMMENTO DI P. PAOLO CURTAZ

Noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre.

Perciò vegliamo e restiamo sobri. Perciò non ci lasciamo travolgere dalla generale ubriacatura di paura e di rabbia cui stiamo assistendo. Perciò non ci lasciamo scoraggiare dalla situazione che si trascina e di cui non si vede una fine.

Noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Perché siamo stati tratti alla luce dall’infinita tenerezza di Dio.  Perché le nostre tenebre sono state illuminate dallo sguardo di Cristo che ci ha raggiunto. O che ancora attendiamo, dopo averne sentito parlare.

Perché siamo rinati. O stiamo rinascendo. Noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre, come ci ha ricordato l’apostolo Paolo. Come ricorda Matteo alla sua comunità divorata dall’inquietudine, dopo avere assistito, impotente, alla totale distruzione del tempio e alla catastrofica rovina di Gerusalemme.

E questa Parola, come un mantra, vogliamo ripeterla giorno dopo giorno, passo dopo passo, senza morire di paura davanti agli eventi ma, come ci suggerisce il Maestro, alzando lo sguardo. In attesa del ritorno di colui che ci ha consegnato un tesoro infinto da custodire a da far fruttificare.

Talenti

Diversamente dal significato comune, la parabola di oggi non considera i talenti come delle capacità innate ricevute da Dio, ma come i doni che i discepoli devono custodire e vivificare in attesa del ritorno del Signore nella pienezza dei tempi. La parabola è molto chiara, al riguardo, i talenti vengono dati «a ciascuno secondo la sua capacità» (Mt 25,15). Nel tempo dell’attesa i servi, cioè noi, sono chiamati a custodire e a far fruttare i talenti, le mine, che il Signore ha loro consegnato: il vangelo, lo Spirito, la comunità, il potere di curare, consolare, perdonare, riconciliare…

Non sono cose da poco, quelle che il Signore ci affida, ma molto preziose! Una mina vale cento denari e un denaro, ricordate?, è la paga di un operaio per una giornata di lavoro. Un talento equivale alla paga di vent’anni. Quindi il servo che ne riceve cinque, di talenti, ha un capitale da gestire di oltre due milioni degli attuali euro. Mica noccioline! È preziosissimo ciò che ci viene consegnato, in questo tempo di attesa fra la resurrezione del Signore e il suo ritorno nella pienezza dei tempi, abbiamo gli strumenti per rendere presente il regno di Dio, per farlo crescere. Non siamo qui a guardare il cielo col naso per aria (At 1,11) ma ad annunciare il vangelo ad ogni vivente (Mc 16,15). Anche in questo tempo indecifrabile.

Noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre.

Abbiamo i talenti necessari per farlo. E con gioia. Ma ad una condizione: darci da fare. Il cuore della parabola è proprio il contrasto fra operosità e pigrizia, fra intraprendenza e passività. I due servi che restituiscono il capitale dei talenti raddoppiato e ricevono l’elogio da parte del mercante, nuovi incarichi e responsabilità e, soprattutto, la partecipazione alla gioia del padrone (che bello credere in un Dio che gioisce del successo dei propri figli!) sono quasi un espediente letterario che Matteo usa per soffermarsi sull’azione del servo pigro, sul dialogo che ne segue e sul drammatico epilogo della vicenda. Il servo che ha ricevuto un talento, invece di impegnarlo, di farlo fruttare, lo seppellisce. Ma quel che più sconcerta è la ragione di tale azione: ha paura della reazione del padrone. La sua idea di Dio è tragica: è un duro che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso. E quel volto temuto, si concretizza, come un incubo.

Il volto di Dio

Ognuno, alla fine, incontra il Dio che si rappresenta.  Il Dio che ama. O di cui ha paura. Se si ostina nel credere in un Dio duro e severo, incontrerà un dio duro e severo, perché il suo cuore gli impedisce di andare oltre al suo pregiudizio distruttivo e cupo. Gesù ci tiene a farci sapere che non possiamo piacere a Dio e condividere la gioia di far fruttare i talenti del padrone se dimoriamo nella paura. L’affermazione finale del padrone che toglie il talento al servo pauroso per darlo a quello talentuoso appare come un’ingiustizia, un’inutile azione di forza. La misteriosa frase conclusiva, forse aggiunta da Matteo, ne svela il senso: il ricco diventa sempre più ricco perché sa far fruttare i suoi denari. Il povero, il pavido, in questo caso, perde anche quel poco che ha perché paralizzato. Non una punizione, quindi, ma la constatazione che ci vuole spirito d’iniziativa e determinazione per far crescere i guadagni. Quanta più iniziativa ci dovrebbe essere, allora, per far crescere una cosa preziosa come il regno di Dio!

La paura

Possiamo rovinarci la vita a causa della paura. Paura di sbagliare, di essere giudicati. Ci sentiamo incapaci di fare qualcosa. A volte questa paura ci viene instillata sin da piccoli, è figlia della nostra disistima, non sappiamo valutare correttamente cosa siamo e quanto valiamo. Altre volte sono le vicende della vita che ci asfaltano, ci rendono sospettosi, prudenti fino alla paralisi. Altre volte, come quanto stiamo sperimentando, è la paura della malattia e della morte, dell’impoverimento e della perdita di quanto pensavamo essere definitivamente acquisito, a dominarci. Anche rispetto a Dio possiamo avere un’idea sbagliata di lui e di noi: egli è colui che ci giudica, che ci definisce, che ci pesa. Dio è buono e bravo, certo, ma sempre pronto a sottolineare cosa in me non funziona. Perciò non osiamo spendere la vita per lui: non ne vale la pena, non si accontenterà mai o, peggio, sono io ad essere sbagliato. Invece ....

Dio si fida talmente di te da affidarti il Regno.

Forse è troppo ottimista, forse dovrebbe essere più prudente ma non se ne cura, lo fa e basta. E affida i talenti, in proporzione, ai servi, in proporzione alle loro capacità. Non tutti nasciamo imparati, non tutti siamo costanti e capaci, né dei geni della finanza spirituale. Sappiamo bene quanti danni, come comunità e come singoli, siamo stati capaci di fare tradendo il vangelo! Diventando ostacolo e non trasparenza che fa vedere Dio! E come si vede la differenza fra le comunità cristiane in cui gli appartenenti si danno da fare, collaborano, agiscono, sono presenti con idee e con tempo a disposizione rispetto a quelle che si lasciano vivere, che avanzano per inerzia, che delegano tutto al parroco o al pastore…

Che bello poter dire: oggi do una mano a Dio alla costruzione del Regno! Senza compiere gesti straordinari ma orientando la vita al progetto di Dio. Che onore ricevere da Dio il compito, in questo momento, di diventare portatori di speranza, di vivere nella quotidianità l’esperienza di essere figli della luce. Siamo drammaticamente liberi. Anche di ricevere un talento (ribadisco: vent’anni di stipendio!) e di seppellirlo. Siamo liberi di scegliere di non scegliere, paralizzati dalla paura. Esiste la paura, fa parte della nostra natura umana. Passare il tempo a lamentarci, a vivere da vittime, ad accusare gli altri. Oppure accogliere il dono del vangelo, della comunità, della partecipazione all’azione di evangelizzazione, per diventare testimoni di un mondo altro, fa uscire da noi stessi il meglio, ci rende capaci, ci rende persone nuove.

Noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre.

Cerco il tuo volto

 

giovedì 12 luglio 2018

I TALENTI A SCUOLA

Essere giudicati perché altri hanno fatto meglio

Talenti. Parola desueta e incomprensibile anche in un liceo classico. Messa lì sullo sfondo di un concetto innominabile e innominato: la vocazione. Provo perciò a partire da quello che potrebbero conoscere. "Che cosa vuol dire talent scout?" "Ah, chi va alla ricerca di campioni dello sport o di potenziali promesse del mondo dello spettacolo". Non ho ancora ben capito se Lucia sia istintiva o abbia voglia di mettersi in mostra, ma quasi sempre è la prima a rispondermi.
               "Quindi, per voi, - ribatto - avere un talento significa eccellere, o almeno provarci, in una settore della vita? E chi non ha capacità di eccellere non ha talenti?". Stefano tenta di precisare: "Eh, beh, avere talento per qualcosa vuol dire essere portati, avere delle capacità che tutti non hanno". "Quindi, per voi, il talento è solo di qualcuno?". "Si, di solito si. - quasi in coro".
               "Allora - gli dico - forse bisogna precisare che cosa vuol dire avere un talento. Potremmo provare a prendere il testo del vangelo da cui questa parola è entrata nel nostro linguaggio". E ho letto per loro Mt 25,14-30. Verso la fine della lettura Pierpaolo salta su e dice: "Ma scusi prof. perché chi ne ha ricevuto uno solo viene giudicato male per averlo riportato senza nessun interesse? Il padrone non glielo chiede di guadagnare qualcosa con ciò che distribuisce. Perché allora gli viene imputato come un atto sbagliato?"
               "Ottima domanda Pierpaolo". In effetti non avevo fatto caso nemmeno io a questo dettaglio del testo. Perciò apprezzo sul serio la sua provocazione. Gli rimando: "Qualcuno ha un'idea per rispondere a Pierpaolo?", anche per prendermi il tempo di ragionare sulla sua provocazione. Sempre Lucia: "Beh, gli altri due hanno ognuno guadagnato qualcosa e perciò lui viene giudicato male per questo".
               Ma alla classe questa idea non piace. Enrica lo traduce per tutti: "Ma non è mica giusto essere giudicati solo perché altri hanno fatto meglio di noi". "Sono d'accordo - rispondo - e infatti non credo che questa sia la risposta sensata. Forse il testo stesso, più in basso, ci da una indicazione, quando dice: dalle tue stesse parole ti giudico".
               E Pierpaolo si accende: "Ah, prof. cioè, il terzo servo è stato condannato perché non è stato coerente con sé stesso. Questo mi torna già di più". "Esatto Pierpaolo - rispondo -. Credo che il senso sia questo. Visto che la sua aspettativa era che il padrone gli avrebbe chiesto di più di ciò che aveva avuto in consegna, avrebbe dovuto almeno procurare a lui gli interessi bancari. Ma perché non lo ha fatto, secondo voi?"
               C'è un po' di silenzio e nei volti appare la perplessità o lo stupore, sulla mia domanda. Poi Enrica ci prova: "Io credo per paura, paura di perdere quell'unico talento che aveva". "Ci può stare, ma allora gli altri due hanno agito bene solo perché avevano avuto più talenti in sorte?". "No, non mi piace - ancora Pierpaolo. Non so perché ma non mi sembra giusto".
               "E hai ragione - gli dico -. Infatti credo che la differenza non stia qui, ma nell'immagine che i tre servi hanno del loro padrone. La paura del terzo non è forse tanto, o solo di perdere l'unico talento che ha, ma di non essere all'altezza dell'idea che lui ha del suo padrone. Ho l'impressione che forse voi stessi, spesso vi sentiate un po' così davanti al mondo degli adulti: inadeguati, impauriti, con la voglia di mettervi al riparo, al sicuro, più che di rischiare ed esporvi".
               Enrica allora chiede la parola: "Forse un po' siamo così, è vero, ma se ci pensiamo bene non è che si arriva molto lontano in questo modo, e alla fine, come il terzo servo, si resta senza nulla. Ad esempio credo che i primi due servi avessero una idea molto diversa del loro padrone, probabilmente di una persona che si fida di loro, che non pretende nulla e che sa apprezzare ciò che loro hanno guadagnato anche senza che lui glielo avesse chiesto. Cioè, loro due lo hanno fatto per loro, liberamente, di rischiare, non tanto per il padrone".
               "Ottimo Enrica - le dico - credo tu abbia colto nel segno. Tiro tre conclusioni per voi.
               Primo. Il "talento" era un'unità di misura, non un determinato bene in sé. Tradotto vuol dire: è il nostro metro con cui giudichiamo la realtà e il nostro rapporto con essa che definisce la nostra possibilità, più o meno alta, di realizzare quel che siamo, non tanto quello che abbiamo come capacità effettive. Ecco perché un "talento" si realizza solo se è "speso", cioè rischiato per qualcosa di più grande, perché se facciamo questo significa che noi crediamo nelle nostre possibilità di "incidere" sulla realtà, di lasciare un segno, per quanto piccolo, affinché le cose non siano perfettamente identiche a prima. 
            Secondo. Tenere per sé il proprio talento lo fa morire perché ci condanniamo da soli a pensare di essere incapaci di incidere sulla realtà, mostriamo la paura di un mondo attorno a noi che ci sembra ostile, difficile, esigente.
        Terzo. Allora tutti abbiamo talenti, perche tutti diamo una certa lettura del mondo che ci circonda. La differenza vera è tra chi li spende e chi no".
  
Gilberto Borghi


(articolo tratto da www.vinonuovo.it)