Che domande devo farmi per capire che studi scegliere?», così mi ha chiesto un ragazzo dell’ultimo anno in un incontro organizzato da Fondazione Rui sulla scelta universitaria, «Che cosa vuoi fare DI grande?»
Di fronte a queste
domande sono in imbarazzo perché non posso dire a chi non conosco, per di più
da remoto, chi è, ma oggi i ragazzi è questo che chiedono: «chi sono?», facendo
coincidere la risposta con l’eventuale professione. È la conseguenza di una parola
tradita: «talento». Pensiamo ai talenti come capacità innate distribuite in
modo ingiusto da un destino cieco: chi troppo e chi troppo poco. Un misto di
determinismo e predestinazione, rappresentati dal format più diffuso: il «talent show», in cui il talento coincide con la
persona e la sua approvazione. Dalla cucina al canto la vita è una gara:
vinci!
Eppure nell’italiano delle origini talento significava
«desiderio», «passione», «voglia»: «vivere in un talento» è per Dante, nella famosa poesia per gli amici Guido e
Lapo, «avere gli stessi desideri», e nella Commedia i lussuriosi (Paolo e Francesca) sono
coloro che sottomettono «la ragione al talento». Dal 18° secolo in poi la
parola scivola nel significato di «spiccata attitudine», perdendo gradualmente
la componente «erotica» che è necessario recuperare, soprattutto per il diffuso
senso di «impotenza» di fronte alla realtà che spesso tutti, ma i ragazzi in
particolare, proviamo.
Non si può
negarlo: la vita è una dote, qualcosa che nessuno di noi si è dato da solo. La
«partenza» del padrone segnala che siamo tanto liberi quanto responsabili,
l’iniziativa è realmente nelle nostre mani (i talenti). Siamo chiamati alla
vita e una chiamata esige risposta, ciascuno la sua, infatti i talenti (al
plurale) vengono dati con una logica che rispetta l’unicità e la diversità: «la
capacità» (al singolare). Quindi i talenti non sono «le» capacità ma vengono
dati in base «alla» capacità.
Questo spostamento
è fondamentale perché «i talenti» non indicano le cose che sai fare (a cui oggi
è ridotto chi sei e chi ha difetti è poco «titolato» a vivere: basta guardare
una gara della Paralimpiadi per ricredersi ed essere ispirati)
ma la vita che puoi contenere alla tua maniera, perché sia «piena», come si
dice della «capacità» di un recipiente. Bicchieri, bottiglie, botti hanno
capacità/funzioni diverse, non sono in competizione, e ognuno è pieno se riceve
tutto il liquido di cui è capace.
Trovare la forma
Il primo passo è
allora conoscere la propria capacità, liberandosi dalle illusioni e imitazioni:
che forma ho? «Formazione» è sinonimo di educazione non perché ricevo la forma,
ma perché trovo la mia («diventa ciò che sei» dicevano i Greci). E la capacità
è la forma che delimita lo spazio da riempire, riceviamo la vita in base ai
«limiti» (non in senso privativo ma di unicità, come quando si disegna qualcosa
tracciandone i bordi). Capacità dice quindi come io mi posso aprire alla vita
nella mia modalità e quanta ne posso contenere. Come mai i Norvegesi, neanche sei milioni di abitanti (la
Campania), alla fine degli Anni ‘80 vinsero cinque medaglie nelle Olimpiadi invernali e dai ‘90 in poi hanno
cominciato una scalata che li vede dominare da due decenni? Perché è diventato
ministro dello Sport un professionista che ha rivoluzionato il sistema: tutti i
ragazzini fino ai 14 anni provano gratuitamente molti sport, a scuola e in
strutture adatte, senza competizione, come puro gioco, salute e socialità. In
questo modo la vita (talenti) va a riempire ciascuno secondo la sua forma
(capacità): fioriscono se messi in condizione e non in competizione. Non è
quindi solo questione di neve e ghiaccio ma di far incontrare neve e ghiaccio a
ciascuno nel modo suo. Infatti nel testo evangelico la parola tradotta con
«capacità» nell’originale è «dynamis» (da cui dinamico, dinamite...), «potenza»,
che nel linguaggio biblico identifica l’essere «a immagine e somiglianza» di
Dio: essendo un Dio che crea perché ama, allora questa dynamis (potenza) umana
è «energia creativa», «energia erotica». Tradotto all’oggi: noi riceviamo tanta
vita quanta ne pro-creiamo, perché la vita ci viene incontro esattamente nella
misura in cui le andiamo incontro (il viaggio infatti ne è la metafora per
eccellenza).
Il segno della
gioia
Il numero di
talenti è quindi la quantità di vita che ricevi e sei capace di moltiplicare,
perché la logica della vita (la biologia parla chiaro) è moltiplicarsi. Per
questo quando il padrone torna dal viaggio «fa i conti» con i servi. Chiedere
«conto dei talenti» è chiedere il «racconto della vita»: contare e raccontare
(ri-contare) sono lo stesso verbo (in spagnolo è uno solo: «contar»). Chiedere
(rac-)conto è dire: come ti è andata? Sei stato felice? Due su tre hanno
raddoppiato i talenti ricevuti.
Che sia il doppio
mostra che i singoli non sono stati né sopravvalutati né sottovalutati, a
scanso di ogni illusione o umiliazione: la vita è cresciuta in loro, grazie a
loro, attorno a loro, secondo la loro portata. Hanno usato al meglio il loro
dinamismo, la loro energia pro-creativa, la loro potenza erotica: sono stati
vivi, se la sono goduta. E infatti il padrone ratifica il dato: «Prendi parte
alla mia gioia».
La gioia, non il
successo, è il segno della vita riuscita come spiega il filosofo Henry Bergson in un testo nel cui titolo c’è la
dynamis creativa ed erotica (L’energia spirituale): «I pensatori che hanno
speculato sul significato della vita e sul destino dell’uomo non hanno notato a
sufficienza che la stessa natura si è curata d’informarci al riguardo. Essa ci
avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la
gioia. Dico la gioia e non il piacere. Il piacere non è nient’altro che un
artificio immaginato dalla natura per ottenere dall’essere vivente la
conservazione della vita; esso non indica la direzione in cui è lanciata la
vita... Dove c’è gioia, c’è creazione; più ricca è la creazione, più profonda è
la gioia».
Partecipare alla
gioia del padrone è partecipare alla creazione, agire come lui: amando e
moltiplicando la vita. Ma che ne è di chi non ha messo in gioco questa energia
(la capacità) e ha rinunciato a vivere (i talenti)? Sotterrando il talento ha
sotterrato la vita, ha rinunciato a se stesso: «Per paura andai a nasconderlo
sotterra». A quell’uomo non era stato dato poco, era stato dato tutto il
necessario (secondo la sua capacità) per essere felice, ma la paura di vivere è
stata la sua tomba.
Aprirsi alla vita
Allora a quel
ragazzo e a tutti gli altri in formazione vorrei dire che i talenti non sono
destini prestabiliti, ma doni che la vita può farti tutte le volte che la
moltiplichi, che ti metti in gioco (per i bambini norvegesi gli sport sono un
gioco, un’esplorazione di sé e del mondo, che diverrà anche una professione per
tutti quelli che facendo così creano/gioiscono di più): dove e quando la vita
si moltiplica con la tua presenza?
Domandarsi «che
talento ho?» è chiedersi «in quale forma unica la vita entra in me e trabocca
come un bicchiere pieno?». Per scoprirlo serve andare oltre una formazione
restrittiva come quella della scuola nostrana, basata su prove competitive e
quantificabili (imposizione della forma dall’esterno), per cui capita spesso
che un ragazzo di 18 anni, che ne ha passati 13 a scuola, chiede a uno
sconosciuto: che talenti ho? Come scelgo?
Abbiamo bisogno di
una formazione che apra alla vita, e aiuti a scoprire, con l’aiuto di chi ti
guida, dove/quando fiorisci di più, ricevi vita e la moltiplichi, sei vivo e
fai vivere, gioisci e fai gioire. Per questo ho detto a quel ragazzo di
cominciare da un foglio: dividilo a metà, nella colonna di sinistra scrivi le
dieci cose che ti riescono meglio, in quella di destra le dieci che ami fare di
più. Se ci sono corrispondenze quello è un ambito di vita in cui mettersi in
gioco, perché lì la vita incontra la capacità, a prescindere che diventi una
professione.
Useremo mai la
gioia per educare?"

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