giovedì 23 luglio 2026

COMUNITA', UNA RISORSA

 


“Cosa vuol dire


 comunità oggi?”


Il ternine comunità deriva dal latino communitas, formata da cum (con) e munus (dono o compito)

Il farsi dono, con spirito di servizio

-di Giovanni Petrini

Comunità è una parola misteriosa, ambigua, complessa ma anche molto affascinante, intrigante, rassicurante.

Proverò a sollecitare alcune riflessioni proprio a partire da questa lettura e tesi che condivido.

C’è una forte riemersione nel dibattito pubblico contemporaneo della parola comunità, un bisogno sempre più urgente di riconsiderarla.

È possibile notarlo in diversi ambiti, a partire da Facebook e dai Social Media User Generated che hanno preso la parola comunità e l’hanno messa al centro nel rapporto con il proprio cliente-utente, ma anche nel dibattito economico attorno ai beni comuni o ai beni relazionali, sul quale c’è un grande fermento di riflessioni e pratiche (come dimostra il Premio Nobel per l’Economia del 2019).

 Nuovo umanesimo

Il tema della comunità negli ultimi anni si è rivelato molto forte anche in alcune riflessioni filosofico-politiche.

La parola “Nuovo Umanesimo” è stata usata – più o meno consapevolmente – proprio per cercare di contrapporre a un mondo tecnologico e un’avanzata post-umana, le relazioni umane e il ruolo che l’uomo può svolgere nel mettersi alla guida della tecnologia senza rimanerne succube.

La comunità è poi espressione di molte pratiche dal basso, di organizzazioni che nascono tra cittadini: le Social Street sono una di queste esperienze diffuse anche in Italia, ad esempio, e nascono proprio dalla volontà di alcuni soggetti di mettersi insieme all’interno di una via e iniziare a scambiarsi informazioni, relazioni, progetti e ad aiutarsi.

È chiaro, dunque, che queste riflessioni tengono conto dei luoghi, come gli Oratori, come le Case Salesiane, come in generale le Parrocchie, in cui la parola è da sempre utilizzata e da sempre tenuta viva.

Perché questa parola sta emergendo sempre di più nel dibattito pubblico?
Perché sostanzialmente è una risposta, umana, naturale e comprensibile al fatto che nell’Ultimo secolo tutto si è accelerato, frammentato, complessificato ed espanso. L’accelerazione del tempo è legata alla spinta che il capitalismo ha dato allo sviluppo tecnologico per cercare di perseguire quello che da sempre lo muove: la produzione di ricchezza.

La frammentazione dell’esistenza deriva dal fatto che le grandi narrazioni del ‘900, in cui le persone si riconoscevano all’interno di una serie di categorie collettive – i lavoratori, gli impiegati ecc. – sono andate mano a mano frammentandosi.


Oggi noi siamo ciò che facciamo, ciò che vediamo, le frequentazioni che abbiamo on line e off line, i consumi e le cose che compriamo, gli spettacoli o prodotti culturali che consumiamo.

La nostra esistenza stata letteralmente frammentata e spesso questo – la convivenza con le molte sollecitazioni e anime – porta anche a delle difficoltà dentro di noi.

Spazio

Infine, l’espansione dello spazio.

Prima la globalizzazione ha aperto il mondo (con la possibilità di volare lowcost) e poi l’arrivo del digitale ha creato un mondo “fisico” parallelo a quello che invece viviamo nella realtà analogica.

Tutti questi fenomeni hanno impattato su di noi, soprattutto per una questione di scollamento tra la capacità dell’uomo di evolvere biologicamente e la tecnologia che invece accelera esponenzialmente.
Tutto questo non può non creare dei disagi e delle difficoltà, in alcuni casi dei veri e propri “mostri”, come quelli rappresentati nel bellissimo trittico di Francis Bacon.
Spesso sono difficoltà con cui tutti noi conviviamo e penso sia importante iniziare adirsi che oggi siamo tutti un po’ fragili, un po’precari, un po’ isolati, abbiamo tutti un po’ di ansie e proviamo tutti un po’ di rabbia in alcune circostanze.
Se da un lato si assiste quindi a un fenomeno di isolamento e allontanamento delle persone, dall’altro può iniziare invece un interessantissimo percorso attraverso il quale trovare una risposta a questo disagio.

A partire dal riconoscimento che non è più possibile parlare di “fragili” e “non fragili “ma piuttosto dell’esistenza di diverse fragilità e smettendo di rapportarsi uno a uno ma considerandoci tutti insieme, aiutandoci comunitariamente, questa risposta può avvenire.

Al di là delle patologie che necessitano di cure da parte di specialisti – perché la rabbia, la precarietà, l’ansia e l’isolamento possono sviluppare anche patologie per cui ci vogliono competenze specifiche – se rimaniamo in una dimensione più di percezione di vissuto quotidiano, noi pensiamo che il tema principale sia la solitudine o “privazione relazionale”.

Il vero problema che affrontato aiuterebbe a risolvere molto del brusio e delle fatiche quotidiane e consentirebbe di dedicare le giuste energie e il giusto tempo alle reali patologie e difficoltà, è proprio la solitudine.

 Solitudine

E questa solitudine richiama, in alcuni casi, una prospettiva di ricordo “dei bei tempi andati”, un racconto di quel mondo ideale antico in cui c’era una comunità, il paese, il villaggio in cui si viveva tutti insieme, le porte delle case rimanevano aperte, ci si conosceva tutti e ci si salutava per strada.
Questo è stato un modo di vivere della maggior parte della popolazione mondiale per secoli, se non millenni.

Dall’altra parte c’è invece una nuova dimensione che non è solo un ricordo dei bei tempi andati ma è invece una reale voglia di ricostruire e rilanciare la dimensione comunitaria, dimensione che è stata evidenziata in maniera chiarissima dal Covid.

La pandemia ha esacerbato e fatto esplodere delle difficoltà sia negli anziani che negli adolescenti e nei giovani, che sono i soggetti che più hanno sofferto e stanno soffrendo dell’isolamento sociale, ma ha anche fatto venir fuori una straordinaria voglia, ricchezza e capacità di rispondere all’emergenza e alla tragedia con un grandissimo fiorire di esperienze di solidarietà, condivisione scambio intergenerazionali.

È stato un grande movimento in cui tanti di noi si sono messi insieme e hanno cercato di capire come potevano aiutare gli altri, anche solo con una telefonata, un sorriso o un pacco consegnato.

Per rimettere al centro la comunità, quindi, non dobbiamo scivolare in queste dinamiche della memoria, ma cercare di recuperare ciò che c’era di buono nella dimensione comunitaria e diffonderla, praticarla, raccontarla e discuterla, soprattutto.
Non solo un tema di “azione” ma anche di “racconto”.
È necessario non solo comunicare con il fuori ma anche ridiscutere e dare un proprio significato a questa parola affinché venga vissuta concretamente.

Comunità è una “parola trappola” molto complicata, spesso usata come sinonimo di altro, ad esempio di “società”.

In realtà, se ci addentrassimo nello studio dell’evoluzione del modo in cui gli uomini stanno insieme, ci accorgiamo che la comunità è qualcosa che esiste “prima della società” e “dopo la famiglia”.

Questa riflessione la prendo dal libro “Comunità” di Marco Aime, antropologo insegnante all’università di Genova, che riporta i 5 elementi che storicamente, antropologicamente e sociologicamente riscontriamo nelle comunità.
Prima di tutto una comunità nasce con una dimensione spirituale, rappresentata da un SIMBOLO che, a prescindere dalla civiltà e dal tempo, riunisce le persone che ne fanno parte.

 Confine

La comunità ha sempre un CONFINE.

La prima immagine che viene in mente è il filo spinato, il muro.

Invece il confine semplicemente una linea che crea un “di qua” e un “di là”, una separazione quindi che si può anche varcare.

Il confine della comunità è quindi una linea, è un varco aperto poroso da cui io posso uscire, per andare a scoprire cosa c’è al di fuori della mia comunità e nel mondo, e in cui altri possono entrare.

Alla comunità serve un confine perché possa riconoscere e dire: “Noi siamo questi e gli altri sono fuori”.

Il tema è preservare la dimensione di identità, di stile, di uguaglianza, di modalità con cui agisce, senza però chiudersi, creare dei muri e quindi da Communitas, diventare Immunitas.

Il concetto dell’Immunitas è ben comprensibile se pensiamo al nostro corpo: i nostri anticorpi sono funzionali a rispondere a un attacco all’esterno, quando qualcosa entra nel nostro organismo si scatena una reazione immunitaria, dei meccanismi biologici che permettono al corpo di difendersi.
A volte accade che questo meccanismo vada fuori giri, perda il proprio controllo e inizi a rispondere anche quando non c’è nessuna aggressione: difendendosi contro qualsiasi cosa inizia a uccidere anche se stesso.
Le malattie immunitarie quindi portano anche alla morte della persona stessa per eccesso di autodifesa.

La trovo una bellissima similitudine con un rischio che corrono quelle comunità che si rifiutano di aprirsi a chi la pensa diversamente e portando all’estinzione del gruppo e alla morte della comunità stessa.

Riassumendo: la comunità ha un confine che resta sempre aperto ma che consente di dire: “Io sono dentro, tu sei fuori” e poi ci confrontiamo, parliamo, ne discutiamo.

Vuoi entrare? Ci sono delle regole. Vuoi uscirne? Perderò qualcosa ma otterrò della libertà.

Memoria

C’è poi un tema di MEMORIA, la comunità sì alimenta e si costruisce attraverso il racconto di chi c’era a chi verrà.

È un tramandare, ma una tradizione è anche “tradimento” (la radice latina è unica infatti, deriva dal verbo latino Tradĕre, che vuol dire “attraversare” ma anche “portare da una parte all’altra”).

La memoria passa ma questo passare non è congelare, conservare; qui c’è tutto il tema dell’inter-generazionalità: le persone più anziane raccontano e passano la loro esperienza e il loro punto di vista ma contemporaneamente devono accettare che i giovani, oltre a prendere e riconoscere questa memoria, allo stesso tempo la facciano loro attraverso una loro interpretazione.
La comunità quindi non è qualcosa che esiste e rimane sempre uguale a se stessa, ma che viene riletta e ridiscussa con il passare delle generazioni.

Generatività

Immagine


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