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giovedì 29 maggio 2025

GENIALE !!!

 “Sì… Geniale!”

 Innovazione e scienza 

per formare i cittadini 

di domani


Si è conclusa l'ottava edizione del "Giardino delle Invenzioni" nell’ambito del progetto Sì… Geniale!, promosso da Fondazione Caript.

 Il protagonismo, la curiosità e l'entusiasmo degli studenti che hanno partecipato raccontati in un video.

 

di Diletta Grella

 C’è un futuro positivo che ci aspetta. Fatto di creatività, di innovazione e di desiderio di rendere il mondo un posto migliore. È questo il pensiero che ha avuto chiunque abbia visitato il “Giardino delle Invenzioni“, la grande mostra dei prodotti di ingegno, realizzati dai bambini e dai ragazzi di Pistoia, per il concorso Sì… Geniale! di Fondazione Caript.

Il progetto, arrivato alla sua ottava edizione, si è concluso pochi giorni fa e ha visto la partecipazione di 51 scuole, per un totale di 200 classi e di oltre 2.000 alunni, dall’infanzia alle superiori. Una moltitudine di studenti e studentesse appassionati, che hanno progettato un’invenzione, sulla base delle quattro categorie del concorso (libera fantasia e scienze, arte, natura, robotica e intelligenza artificiale). Diversi i premi consegnati, per un valore dai mille ai cinquemila euro l’uno.

Spazio espositivo dei Prodotti d’ Ingegno delle scuole pistoiesi

Entrando nello spazio espositivo della Cattedrale di via Pertini, si veniva catturati dalla bellezza degli stand. E dagli alunni e dalle alunne che facevano a gara per raccontare la loro invenzione. Due ragazzine di quinta elementare, (“ci chiamiamo tutte e due Azzurra!”), raccontano con entusiasmo che loro hanno lavorato sulla sequenza di Fibonacci e mostrano dove si può ritrovare questa successione numerica nell’arte e nella natura. Alcuni ragazzi dell’Istituto Comprensivo Martin Luther King spiegano che loro hanno approfondito la vita e le opere di Giacomo Puccini. E mostrano la loro bellissima riproduzione del teatro regio di Torino dove, nel 1896, andò in scena la prima della Bohème.
All’improvviso la musica sale, alcuni studenti si scatenano a ballare e a cantare, e trascinano tutti con loro. “Ballano canzoni scritte con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, sulla vita di alcuni scienziati, da Galileo a Torricelli”, racconta Duccio Tognini, prof. di matematica e scienza all’ICS Martin Luther King di Bottegone. E intanto mostra un cd e un disco in vinile, con la copertina progettata graficamente dai ragazzi.

Lavorare insieme agli alunni

“Per noi il Sì… Geniale!” è un progetto importante, perché permette a docenti di materie diverse di lavorare insieme agli studenti, abbattendo le barriere dei saperi, e questo è fondamentale per creare i cittadini del domani”. “Partecipazione, protagonismo dei giovani e condivisione per noi sono le parole chiave di Sì… Geniale!” prosegue Luca Gori, presidente di Fondazione Caript, che nel 2018 ha dato vita al concorso. “Lavorando insieme, i ragazzi possono esprimere i loro talenti e provare a cambiare la realtà”.

Questo desiderio di modificare la realtà lo si ritrova in molti dei progetti proposti. Dall’impastatrice intelligente, perfettamente funzionante, che ha toccato il tema della sicurezza sul lavoro, proposta dall’Istituto Professionale De Franceschi Pacinotti.

Alla scuola in Kenya, realmente progettata dagli studenti dell’Istituto comprensivo Statale Nannini Quarrata. Allo studio su come arginare le frane del terreno, portato avanti dalla Scuola Secondaria di Primo Grado Giuseppe Giusti di Monsummano Terme.

L’intelligenza artificiale

Molti dei progetti vedono l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, con un approccio però mai astratto e teorico, ma sempre calato nella realtà, ancorato a bisogni reali e concreti.

“Per noi il Sì… Geniale!” è un progetto importante, perché permette a docenti di materie diverse di lavorare insieme agli studenti, abbattendo le barriere dei saperi, e questo è fondamentale per creare i cittadini del domani”.

 “Io qui ho visto davvero la genialità” spiega Marco Martinelli, ricercatore in biotecnologie vegetali alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, divulgatore scientifico e presidente della giuria di Sì… Geniale!”. Mi capita di girare in tutta Italia, però una manifestazione di questo tipo, così strutturata, non l’ho mai incontrata. E poi a colpire è l’entusiasmo non solo dei bambini, ma anche degli insegnanti, che lavorano su un progetto per mesi, in alcuni casi per anni”.

Una didattica attiva

Entusiasmo che ha contagiato anche Amalia Ercoli Finzi, scienziata tra le maggiori esperte di missioni spaziali a livello internazionale, intervenuta come ospite d’eccezione per la premiazione dei progetti. “Sono felice di essere qui: il Sì… Geniale! favorisce una forma di didattica che dovrebbe essere presente in tutte le scuole” chiarisce. “Una didattica attiva, nella quale i ragazzi sono chiamati a partecipare con le loro idee”. Un consiglio per svilupparle, queste idee? “Prima di tutto ci vuole una grande preparazione. Le idee non nascono dal nulla, ma da una competenza che viene assorbita e fatta propria, e sulla quale poi si costruisce. Quindi, ragazzi, preparatevi, costruite la vostra competenza, fatelo con umiltà.

E poi, sì, sperate anche di avere un pizzico di fortuna,
perché quella non guasta mai”!

 Per un’immersione nel Giardino delle Invenzioni, guardate il video.

 Foto di Lorenzo Marianeschi

VITA

Immagine


 

giovedì 27 luglio 2023

RAGAZZI PROTAGONISTI

 

 I ragazzi “invisibili”

 protagonisti
 della rinascita della città

- 


Vittorio, Becher e i giovani dell’associazione “Cappuccini” di Catania minoranza attiva per rilanciare i loro quartieri. Ecco cosa chiedono.


 (foto Associazione Cappuccini, Catania)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    - di Giuseppe Di Fazio


Vittorio e Becher, 19 anni il primo e 17 il secondo, sono al lavoro sotto un tendone. Con loro ci sono anche Michael, Antonio, Tommaso e altri loro amici dell’Associazione “Cappuccini” di Catania e di un’altra associazione che opera al rione Tondicello Plaia. Sotto la guida di due architetti, di due progettiste di un’impresa sociale, venute apposta da Milano, e dei loro storici educatori Johnny e Graziella, che li seguono da dieci anni,  i giovani stanno realizzando manufatti in legno (librerie, panchine, tavoli) per l’inizio della nuova stagione del doposcuola gratuito. “Con l’aiuto del maestro–architetto Marco abbiamo imparato – racconta Vittorio – a renderci utili, lavorando il legno. E le opere che abbiamo realizzato serviranno ad abbellire  la sede di Portofranco e dell’Associazione Cappuccini”. “Questa – aggiunge Becher, riferendosi alla storica sede del doposcuola gratuito che frequenta da dieci anni – è la nostra casa, il luogo in cui molti di noi abbiamo imparato a studiare e siamo stati accolti”.

Siamo nel centro storico degradato di Catania, in un quartiere dove non esiste alcun luogo di incontro o di gioco per i giovani. Il cortile in cui si sta tenendo il laboratorio fa parte di un edificio della Curia adibito a opere sociali. I ragazzi dell’Associazione Cappuccini quest’anno, grazie al progetto “Di Bellezza si vive” (patrocinato dall’impresa sociale ON srl di Milano e da Con i Bambini), hanno vissuto tante attività in comune con i minori della comunità dell’Istituto Suore della Divina Provvidenza al Tondicello Plaia (un’altra zona della città con problemi sociali gravi).

Dopo essere stati accompagnati e guidati per mesi a visitare luoghi belli (dal Castello di Federico II al Monastero dei Benedettini; dal Museo diocesano al rifugio antiaereo della Seconda guerra mondiale) i ragazzi hanno cominciato a diventare, nei rispettivi quartieri, una minoranza attiva. E la settimana che, a fine giugno, hanno dedicato a restituire bellezza ai luoghi in cui vivono rappresenta la documentazione di un cammino personale di crescita. Alcuni esempi. Tommaso e Becher, dall’abisso della dispersione scolastica a cui il contesto ambientale sembrava destinarli, sono stati promossi rispettivamente al quarto e al quinto anno di un istituto tecnico di istruzione superiore. Vittorio, che a settembre scorso era ancora impegnato a seguire corsi della Formazione professionale, non solo ha conseguito il diploma ma sta cominciando a lavorare nel mondo della ristorazione.

Stop smartphone a scuola/ UNESCO: “Connessioni online non sostituiscono interazione umana”

Adesso Tommaso, Becher, Vittorio, Simone e tanti ragazzi dei quartieri a rischio di Catania non sono più per l’opinione pubblica e le amministrazioni locali i giovani “invisibili”. Anche i mezzi di comunicazione nazionali si sono accorti di loro. Ma per le amministrazioni pubbliche rischiano adesso di essere ridotti soltanto a un “problema”. Ecco allora il pullulare di progetti, di osservatori, di convegni.

Ma questi ragazzi chiedono di essere guardati come portatori di un valore, non come un problema. Chiedono di poter avere l’opportunità di mostrare chi sono e cosa possono fare. E se si sentono trattati come una risorsa riescono a dare risultati sorprendenti. Spesso nell’essere e nel lavorare insieme in un’opera educativa o sociale si crea una relazione che produce rapporti di reciproca fiducia, e alimenta in ciascuno la capacità di rischiare e di guardare al bene comune. E’ questa la richiesta di tanti giovani, al Sud e non solo: vogliono poter essere trattati da persone per divenire protagonisti nella vita del loro territorio. Chiedono l’ impossibile?

Il Sussidiario

 

giovedì 20 luglio 2023

UMILTA' NEL TEMPO DEL SELFIE

È attuale l’umiltà 

nell’era del selfie?

Il vero pericolo è credere

 di essere umili senza esserlo

 Anche quando domina il narcisismo è sempre possibile una crisi che ci obbliga a guardare con lucidità alla nostra natura di esseri imperfetti e vulnerabili.

-         di GIOVANNI SCARAFILE

 Viviamo in un’epoca dominata da una cultura dell’ego in cui la vera essenza della persona si distorce in un’ostentazione di autosufficienza quasi cinica. Un tale fenomeno riecheggia come un ritmo persistente attraverso vari strati della nostra realtà. Nel mondo digitalmente connesso, la personalità autentica viene spesso ridotta all’immagine luccicante di un profilo social. Lo scenario professionale non fa eccezione, con la figura del leader che avanza solo, trascurando le voci di coloro che potrebbero offrire preziosi spunti di crescita. 

In parallelo, osserviamo come la frenetica corsa verso l’indipendenza venga imposta sui giovani e come l’ossessione per il successo personale e la perfezione fisica spesso eclissi l’importanza del lavoro di squadra e dell’accettazione di sé. All’interno di tale scenario, l’umiltà è più che altro uno stratagemma, un modo per manipolare gli altri, non farli sentire minacciati, carpendo in tal modo la loro fiducia. Si tratta di un espediente, nemmeno tanto originale, opportunamente segnalato in molta letteratura. Si pensi, ad esempio, al personaggio di Tartufo nella omonima commedia di Molière. Questo astuto ipocrita si maschera di falsa pietà e umiltà per infiltrarsi nel cuore e nella casa di Orgon, l’ingenuo protagonista, con l’unico obiettivo di ottenere ricchezze e potere. Un altro esempio si trova in Uriah Heep, uno dei protagonisti del romanzo David Copperfield di Dickens, che usa la sua apparente sottomissione come strumento di controllo degli altri. In entrambi i casi, l’umiltà viene distorta e sfruttata, diventando un mezzo per l’inganno piuttosto che un valore da coltivare e condividere.

 E allora, come possiamo ricatturare l’essenza autentica dell’umiltà in un mondo che appare distorto dalle sue stesse alterazioni? Una risposta può venire dal filosofo e teologo Francesc Torralba Roselló che nel suo recente libro, Umiltà (Qiqajon, pagine 172, 20,00), introduce il concetto di «frontiera ontica». Anche in situazioni dominate da un eccessivo narcisismo, il sempre possibile insorgere di una crisi o di una malattia ci obbliga a guardare con lucidità alla nostra vera natura di esseri finiti, imperfetti e vulnerabili. In queste momenti cruciali, siamo portati indietro all’humus, alla terra, alla nostra intima connessione con il suolo, una potente metafora del nostro legame con le nostre radici più profonde. Questo ritorno, tuttavia, non è privo di avvertimenti critici. La terra, infatti, può radicarci alla nostra autenticità, ma può anche diventare un ostacolo quando ci impedisce di andare oltre noi stessi e di apprezzare ciò che trascende il materiale. È questo il motivo per cui umiltà e consapevolezza di sé devono essere congiunti, dal momento che senza una vera conoscenza di noi stessi e dei nostri limiti qualsiasi tentativo di miglioramento cadrebbe nel vuoto.

 In questo contesto, l’umiltà assume un ruolo purificatore, messo bene in evidenza nel dipinto Gesù lava i piedi a Pietro di Ford Madox Brown, realizzato intorno alla metà dell’Ottocento. Nell’atto di rappresentare il soggetto religioso generalmente considerato icona per eccellenza dell’umiltà, l’artista inglese decise di far coincidere il fulcro visivo dell’opera, cioè il punto verso cui l’osservatore è naturalmente portato a guardare, con il catino dell’acqua. Non Gesù, né Pietro, ma l’acqua. Lavare i piedi diviene così il simbolo di purificazione perché ci libera dagli eccessi di protagonismo del soggetto, dando corpo al decentramento dell’io, al cambiamento di prospettiva che apre alla vita invece di ridurla entro i confini ristretti della identità.

 Questo era esattamente il percorso delineato dalle massime della tradizione cristiana antica. Nelle opere dei Padri della Chiesa, l’umiltà trovava realizzazione in quattro pratiche principali: la sottomissione, la resilienza nel dolore fisico, la paziente tolleranza delle ingiustizie, e l’auto-negazione. Come Kent Dunnington ha sottolineato nel suo libro Humi-lity, Pride, and Christian Virtue Theory, nelle prime comunità cristiane, «la giusta opposizione a se stessi è al servizio di un sé più integrato», raggiungibile attraverso risorse che provengono da una dimensione trascendente. Detto in altro modo, si può arrivare all’umiltà attraverso due percorsi, uno laico e l’altro religioso nel senso più ampio del termine.

 Nel suo volume, Torralba Roselló, coglie bene questi due aspetti, ma ci lascia nell’incertezza quando si tratta di specificare i criteri che permettono il passaggio dall’uno all’altro. Inoltre, nonostante il testo del filosofo spagnolo sia accessibile anche quando sviluppa argomenti complessi, ci sono momenti in cui egli sembra troppo generoso con le citazioni. Ci si può ritrovare a navigare tra i pensieri di diversi autori in rapida successione, prima ancora di aver avuto la possibilità di assimilare appieno i concetti espressi da ciascuno di essi. Questa abbondanza di voci ed idee, se da un lato amplia la prospettiva di interpretazione del tema, dall’altro può rischiare di generare un’eccessiva complessità. « L’umiltà – assicura Torralba Roselló – non consiste nel pensare meno se stessi, ma nel pensare meno a se stessi». Si tratta di una definizione efficace, in grado di mettere d’accordo le generazioni. Non a caso, con identica formulazione, essa è originariamente rinvenibile in The Purpose-Driven Life, scritto nel 1954 da Rick Warren, uno dei libri più venduti di tutti i tempi, elogiato per il suo approccio accessibile e pratico alla spiritualità. 

L’umiltà è più che mai attuale. È senz’altro vero che la tendenza moderna di mettere l’individuo al centro, valorizzando la sua autosufficienza e il suo protagonismo, ha messo in ombra questa virtù così fondamentale. Tuttavia, l’umiltà non è un segno di debolezza o di inferiorità, ma piuttosto una manifestazione di forza interiore e di saggezza. Come ci ricorda C.S. Lewis ne Il cristianesimo così com’è, il pericolo risiede nel credere di essere umili senza esserlo veramente, poiché «se pensi di non essere presuntuoso, vuol dire che lo sei moltissimo».

 

www.avvenire.it

venerdì 20 dicembre 2019

LA MANUALITÀ' PER APPRENDERE MEGLIO

Viviamo in un’epoca in cui i bambini sono particolarmente desti nel pensiero, ma le loro mani dormono e quando c’è da dipanare una matassa o attaccare un bottone, incapacità e malavoglia si intrecciano e ingarbugliano matassa e filo. Certo, non si deve più tagliare la legna per riscaldarsi o accendere una candela per farsi luce, basta schiacciare un bottone; ma i bottoni sono diventati sempre più numerosi e le dita sono diventate abilissime nel trovare il tasto giusto!
Le comodità ci circondano, i nostri pensieri sono quotidianamente stimolati , ammiriamo volentieri opere d’arte, ma quella spinta all’agire, quell’impulso ad intraprendere, la nostra volontà insomma si è comodamente appisolata davanti al fascino della tecnologia e alla esorbitante ricchezza di prodotti finiti. La necessità di usare le mani pare cosa d’altri tempi!
Eppure, proprio poiché i pensieri si risvegliano vitali, ricchi di immaginazione, chiari e liberi sarà bene che prima i bambini imparino a pensare con le mani. Possiamo portare loro il lavoro a maglia già in prima classe ;allora, intrecciando il filo sui ferri, l’attenzione sarà tesa a non perdere un punto. Così una maglia unita all’altra con movimento ritmico, formerà un “tessuto”;tessuto che può essere considerato come  l’immagine fisica del processo del pensiero, non a caso si parla del “filo del pensiero”.
La meraviglia dei bambini si legge nel loro sguardo ogni volta che sperimentano, ogni volta che iniziano o finiscono un lavoro. Più avanti, quando la freschezza di un pensiero autonomo verrà sviluppata dai ragazzi, se ne potranno trovare le radici proprio là, nel lavoro con le mani, che possiede anche il dono di rafforzare la capacità di giudizio.”
                                                                                         Adriana Todeschini ne “Il Quadernone 2018”

Queste parole ricordano molto quelle di Maria Montessori, per la quale lo sviluppo delle capacità manuali equivaleva allo sviluppo dell’intelligenza. La tecnologia ha sicuramente apportato delle migliorie nella vita di ognuno di noi, ma ha tolto anche molto rispetto alla capacità di interazione con gli altri, di utilizzare le proprie mani per creare ciò che si è pensato, immaginato, disegnato.
Bisognerebbe riappropriarsi del sano desiderio di soddisfazione del “L’ho fatto io!”.
La società della fretta, del “tutto e subito”,in cui viviamo ormai da tempo, non permette ai bambini di avere degli spazi di noia, tempo in cui stimolare la propria fantasia. Il pensiero divergente, ovvero la capacità di produrre una serie di soluzioni alternative ad un dato problema, in particolare nei problemi che non prevedono un’unica soluzione, si sta perdendo sempre più velocemente. Ai bambini vengono offerte soluzioni predefinite, create da una mente adulta, dove la fantasia lascia spesso spazio alla logica, perciò non è concesso uno spazio di discussione: “Si fa così.”
Il bambino il più delle volte si adegua, segue quello che l’adulto dice, soprattutto se è l’insegnante, e perde così la possibilità di sviluppo non solo del pensiero divergente, ma anche del pensiero critico. Ciò che viene stabilito non si può cambiare, l’unica soluzione giusta è questa, tanto vale che ti sforzi a trovarne altre. Un danno permanente di cui vedremo gli effetti tra qualche anno, quando quei bambini saranno a loro volta adulti e non saranno in grado di vedere soluzioni alternative a problemi che gli si presenteranno davanti, che non saranno abituati a pensare con la loro testa e che si affideranno al famigerato “si è sempre fatto così!”. Il loro cervello non avrà la plasticità necessaria a porsi domande, formulare nuove ipotesi, andare a cercare altre risposte a quelle preconfezionate. E adulti non pensanti non sono sinonimo di evoluzione. E’, non solo importante, ma fondamentale dare stimoli ai bambini affinchè sviluppino un loro pensiero critico, la capacità di non accontentarsi di idee altrui, ma di osservare, pensare, valutare e, solo dopo, scegliere quale strada intraprendere.
La libertà di pensiero e di parola è un diritto che non possiamo permetterci di perdere. 
In riferimento dunque a quanto scritto, è necessaria una riflessione anche sui materiali offerti ai bambini. Lavori di vita pratica, di manualità fine aiuteranno il bambino ad esercitare la concentrazione, la coordinazione oculo-manuale, la raffinatezza e l’economia dei movimenti; materiali destrutturati (loose parts) e uno spazio pittorico lasciano al bambino la possibilità di creare ed esprimere una parte di sè, di ritrovare il proprio equilibrio; il materiale sensoriale studiato e creato da Maria Montessori aiuta il bambino a veder materializzati dei concetti che altrimenti sarebbero astratti, nonchè all’autocorrezione.  E’ un materiale assolutamente stupefacente, che arricchisce l’autostima, stimola la conoscenza,la curiosità, ci si confronta con l’errore e si impara a superarlo.

Da non dimenticare il contatto quotidiano con la natura. Montagna, collina, pianura o mare, la cosa importante è USCIRE. Stare all’aperto, giocare liberamente, sperimentare, toccare, fare esperienze. La natura è una grande maestra, non si può privare i bambini di un’ insegnante così spettacolare. Le stagioni non si imparano sulle schede, anche perchè, come disse un altro grande insegnante, Paolo Mai: “Ad Ostia l’inverno non è con la neve!”  Perciò le stagioni bisogna viverle sulla pelle, uscendo ogni giorno, con la pioggia o con il sole, perchè non esiste cattivo tempo, ma solo un abbigliamento inadeguato!
Se poi ci fosse un contatto quotidiano con gli animali, abbiamo fatto bingo! Essi insegnano ai bambini come comunicare senza bisogno di parole, la cura verso un altro essere vivente, la diversità come arricchimento, come conoscenza del mondo.
Le mani sono uno strumento potentissimo di conoscenza di sè e del mondo! I bambini devono poterle utilizzare fin da piccolissimi e per tutta la loro vita. L’esperienza porta alla conoscenza! Diamo al bambino motivo di lavoro ed egli ci stupirà con la dedizione, la curiosità, la concentrazione. Sarà un meraviglioso spettacolo! Lo vedrete lì, così piccolo ma così instancabile, che sarà per voi un esempio di come andrebbe svolto un lavoro: con passione, dedizione, gioia, concentrazione … per uscirne poi felici, soddisfatti e rilassati.
“La mano è quell’organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma di entrare in rapporti speciali coll’ambiente: l’uomo, si può dire, “prende possesso dell’ambiente con la sua mano” e lo trasforma sulla guida dell’intelligenza, compiendo così la sua missione nel gran quadro dell’universo.” M.Montessori  
 Manuela Griso


lunedì 29 dicembre 2014

L'ARTE DELLA MANUTENZIONE

Si cerca sempre il manutentore di turno, ma non si trova. Similmente succede per la pulizia e il decoro pubblico: interessa maggiormente la pulizia straordinaria e non l’arte del tenere sempre pulito e di rimettere subito a posto ciò che è in disordine o danneggiato. 
La stessa manutenzione personale spesso è carente..........


L’ARTE DELLA MANUTENZIONE

Giovanni Perrone

Una vecchia bicicletta stava per essere rottamata, era mal ridotta. Un giovane la vide: “Perché non ridarle nuova vita?” si disse. La chiese in dono al meravigliato proprietario, la portò nel suo laboratorio e con pazienza e competenza le diede nuova vita. Quel giovane era un artista!
Ricordi d’infanzia: C’erano delle consuetudini che  mio padre aveva a cuore, quali la periodica manutenzione e riparazione di arredi od oggetti domestici. Erano dei “riti” ai quali – sin dall’infanzia – ero abituato, non solo io. Era un’abitudine diffusa anche in casa dei miei compagni. Dapprima, ancora bambino, ero un curioso osservatore e semplice aiutante, più avanti divenni protagonista. Occorreva, con pazienza ed attenzione, montare e rimontare, cambiare qualche pezzo usurato, pulire, ingrassare, verniciare ecc.. “Bisogna avere occhi aperti e provvedere alle riparazioni per evitare di intervenire quando è troppo tardi -  amava dire mio padre - In tal modo tutto funziona bene e si risparmia denaro che potremo utilizzare per altre necessità”. Parimenti avveniva a scuola. C’erano qualche vite da avvitare nei banchi, qualche carta geografica da riparare, le cerniere delle porte cigolanti da lubrificare. La maestra ci invitava a darci da fare e ci orientava, quando necessario con l’aiuto del bidello che, per noi piccoli scolari, era “maestro d’arte”, capace di far tutto. In classe tenevamo una scatola di attrezzi, portati da noi stessi, per curare le piccole manutenzioni. E lo facevamo con gioia!
Pian piano apprendevamo l’arte della manutenzione. 

Ora i tempi son cambiati ...... 

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