Visualizzazione post con etichetta mani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mani. Mostra tutti i post

giovedì 7 luglio 2022

PENSARE CON LE MANI


Un fenomeno che caratterizza il nostro Paese è lo “skill mismatch”, il divario esistente tra le competenze richieste dalle imprese e quelle di cui sono in possesso i lavoratori

 

-         di  Giorgio Vittadini

 

Tra i tanti profondi cambiamenti di questa epoca c’è senz’altro un diverso rapporto tra lavori manuali e lavori intellettuali. Nella società industriale del Novecento la distinzione tra i due era netta. Studio, remunerazione, potere erano associati ai secondi; fatica, subordinazione, basso salario riguardavano i primi, che ancora oggi sono considerati lavori “di serie B”, o comunque, un ripiego quando non si riesce a trovare un lavoro intellettuale di qualità.

In realtà, oggi tante mansioni considerate intellettuali sono sostituite dalla tecnologia o automatizzate, riducendo l’apporto cognitivo del lavoratore che pure ha studiato anni. E d’altra parte emerge con sempre maggior chiarezza che creatività, capacità decisionale e relazione, oltre che fantasia e conoscenza, sono necessarie a una serie crescente di lavori manuali. Pensiamo a un artigiano, a un disegnatore, a un cuoco, a un sarto, ma anche a tutte quelle mansioni che richiedono un rapporto e un feed-back costante con un cliente, un partner o un fornitore.

Un fenomeno che caratterizza il nostro Paese è lo “skill mismatch”, il divario esistente tra le competenze richieste dalle imprese e quelle di cui sono in possesso i lavoratori. Si tratta di posti di lavoro che non si riescono a riempire o che si coprono con persone inadeguate e quindi in breve tempo portano a probabili licenziamenti o comunque a bassa produttività. Il fenomeno è di tipo mondiale (1miliardo e 300 milioni di casi), ma in Italia è particolarmente rilevante, giungendo al 38,2 per cento, con 10 milioni di lavoratori che non corrispondono ai profili professionali ricercati dalle imprese. Il fatto è che tutte le professioni stanno evolvendo sulla base dell’aggiunta di “nuove” skill e maggiore rilevanza delle skill di base.

In Italia il tasso di occupazione dei giovani 15-39 anni è decisamente sotto la media Ue (nel 2019 in Italia 54,3 per cento e Ue 70,3 per cento); il tasso di occupazione femminile è nettamente più basso della media Ue per tutte le fasce di età (nel 2019 in Italia 52,2 per cento, 14 punti in meno della media Ue); il tasso di occupazione fra 15 e 74 anni oscilla intorno al 58 per cento e pone il nostro Paese al penultimo posto nell’Unione europea a 27, ben lontano dai Paesi Bassi (77,8 per cento).

Nel convegno “Pensare con le mani” svoltosi alla sala Zuccari del Senato il 21 giugno promosso da Elis, il centro di formazione professionale fondato da san Paolo VI e san Juan de Balaguer è stato presentato il manifesto del “lavorobuono”. Tale documento sviluppa una roadmap virtuosa di policy sulla promozione del lavoro manuale. I temi trattati: come cambia il lavoro manuale, qual è il lavoro che mi corrisponde, rapporto tra lavoro umano e lavoro artificiale, la svolta del lavoro sostenibile, il lavoro per l’uomo.

Si potrebbe pensare che sia almeno facile risolvere i problemi per i lavori manuali meno complessi: ma allora come giustificare che nel nostro Paese i Neet, quota di popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni non occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione, sono in Italia oltre 2 milioni (22,1 per cento del totale dei giovani di quell’età) a fronte di una media del 15,3 per cento dell’Unione europea (solo Bulgaria e Lettonia sono peggio di noi)?

Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, i lavori più umili devono essere pagati in modo decente come non avviene nel nostro Paese: come fa a lamentarsi un ristoratore di non trovare un lavapiatti se lo paga 800 euro per 40 (pesanti) ore settimanali con un contratto totalmente precario?

Inoltre, anche le professioni manuali cambiano: tra i 40 lavori a più alto indice di cambiamento ci sono il disegnatore elettrico, il capocuoco, l’elettricista navale, persino il cassiere che deve sapere usare gli strumenti di comunicazione online, i nuovi strumenti digitali per l’ufficio, intendersi di customer service, lavorare in team, adattarsi al cambiamento continuo.

Ma le ragioni del crollo dei lavori manuali non sono solo legate a bassi salari e a difficoltà di formazione: vi sono anche questioni di tipo culturale.

Il boom industriale in Italia è stato reso possibile dal fatto che il nostro Paese disponeva di istituti tecnici e professionali tra i migliori al mondo. Insegnarono a tanti giovani un “mestiere”, fatto di conoscenze e abilità manuali e permise loro di diventare anche piccoli e grandi imprenditori. Molto dipendeva da una tradizione cristiana per cui la dignità del lavoro non dipende dal tipo di mansione, ma dalla coscienza di partecipare all’azione di Dio “eterno lavoratore”.

Continuare a pensare che lavoro dignitoso sia solo quello intellettuale, e trattare gli istituti tecnici e professionali come una scelta di “serie B”, significa anche non avere rispetto della diversità dei ragazzi, del fatto che tanti crescono e imparano meglio attraverso attività pratiche. E così si contribuisce al degrado e alla marginalizzazione degli istituti tecnici e professionali e al mostruoso conseguente aumento di abbandoni scolastici (13,1 per cento degli studenti, vale a dire 543.000 all’anno!).

Ma c’è un ultimo aspetto che riguarda il tipo di formazione professionale che deve colmare questi enormi gap. Di fronte alla Chernobyl dell’umano che vive nel cuore di molti giovani, come ebbe a dire Luigi Giussani, non bastano investimenti e progetti europei. Ci vogliono realtà come Elis che hanno il coraggio di tener presente la ferita dei ragazzi facendo la fatica di ascoltarli a uno a uno, guardando in faccia lo scetticismo e il cinismo che li dominano, ridando voglia di studiare a chi pensava di essere perduto.

Per tanti di fronte alla proposta dell’avventura di un mestiere (fare il parrucchiere, l’idraulico, l’elettricista, il perito nautico) a un certo punto è riscattata, come una scintilla, il desiderio di essere se stessi, la riscoperta del desiderio di costruire, generare, darsi un futuro. Deve avvenire molto di più: è l’auspicio che lancia questo importante manifesto.

 

Il Sussidiario

venerdì 20 dicembre 2019

LA MANUALITÀ' PER APPRENDERE MEGLIO

Viviamo in un’epoca in cui i bambini sono particolarmente desti nel pensiero, ma le loro mani dormono e quando c’è da dipanare una matassa o attaccare un bottone, incapacità e malavoglia si intrecciano e ingarbugliano matassa e filo. Certo, non si deve più tagliare la legna per riscaldarsi o accendere una candela per farsi luce, basta schiacciare un bottone; ma i bottoni sono diventati sempre più numerosi e le dita sono diventate abilissime nel trovare il tasto giusto!
Le comodità ci circondano, i nostri pensieri sono quotidianamente stimolati , ammiriamo volentieri opere d’arte, ma quella spinta all’agire, quell’impulso ad intraprendere, la nostra volontà insomma si è comodamente appisolata davanti al fascino della tecnologia e alla esorbitante ricchezza di prodotti finiti. La necessità di usare le mani pare cosa d’altri tempi!
Eppure, proprio poiché i pensieri si risvegliano vitali, ricchi di immaginazione, chiari e liberi sarà bene che prima i bambini imparino a pensare con le mani. Possiamo portare loro il lavoro a maglia già in prima classe ;allora, intrecciando il filo sui ferri, l’attenzione sarà tesa a non perdere un punto. Così una maglia unita all’altra con movimento ritmico, formerà un “tessuto”;tessuto che può essere considerato come  l’immagine fisica del processo del pensiero, non a caso si parla del “filo del pensiero”.
La meraviglia dei bambini si legge nel loro sguardo ogni volta che sperimentano, ogni volta che iniziano o finiscono un lavoro. Più avanti, quando la freschezza di un pensiero autonomo verrà sviluppata dai ragazzi, se ne potranno trovare le radici proprio là, nel lavoro con le mani, che possiede anche il dono di rafforzare la capacità di giudizio.”
                                                                                         Adriana Todeschini ne “Il Quadernone 2018”

Queste parole ricordano molto quelle di Maria Montessori, per la quale lo sviluppo delle capacità manuali equivaleva allo sviluppo dell’intelligenza. La tecnologia ha sicuramente apportato delle migliorie nella vita di ognuno di noi, ma ha tolto anche molto rispetto alla capacità di interazione con gli altri, di utilizzare le proprie mani per creare ciò che si è pensato, immaginato, disegnato.
Bisognerebbe riappropriarsi del sano desiderio di soddisfazione del “L’ho fatto io!”.
La società della fretta, del “tutto e subito”,in cui viviamo ormai da tempo, non permette ai bambini di avere degli spazi di noia, tempo in cui stimolare la propria fantasia. Il pensiero divergente, ovvero la capacità di produrre una serie di soluzioni alternative ad un dato problema, in particolare nei problemi che non prevedono un’unica soluzione, si sta perdendo sempre più velocemente. Ai bambini vengono offerte soluzioni predefinite, create da una mente adulta, dove la fantasia lascia spesso spazio alla logica, perciò non è concesso uno spazio di discussione: “Si fa così.”
Il bambino il più delle volte si adegua, segue quello che l’adulto dice, soprattutto se è l’insegnante, e perde così la possibilità di sviluppo non solo del pensiero divergente, ma anche del pensiero critico. Ciò che viene stabilito non si può cambiare, l’unica soluzione giusta è questa, tanto vale che ti sforzi a trovarne altre. Un danno permanente di cui vedremo gli effetti tra qualche anno, quando quei bambini saranno a loro volta adulti e non saranno in grado di vedere soluzioni alternative a problemi che gli si presenteranno davanti, che non saranno abituati a pensare con la loro testa e che si affideranno al famigerato “si è sempre fatto così!”. Il loro cervello non avrà la plasticità necessaria a porsi domande, formulare nuove ipotesi, andare a cercare altre risposte a quelle preconfezionate. E adulti non pensanti non sono sinonimo di evoluzione. E’, non solo importante, ma fondamentale dare stimoli ai bambini affinchè sviluppino un loro pensiero critico, la capacità di non accontentarsi di idee altrui, ma di osservare, pensare, valutare e, solo dopo, scegliere quale strada intraprendere.
La libertà di pensiero e di parola è un diritto che non possiamo permetterci di perdere. 
In riferimento dunque a quanto scritto, è necessaria una riflessione anche sui materiali offerti ai bambini. Lavori di vita pratica, di manualità fine aiuteranno il bambino ad esercitare la concentrazione, la coordinazione oculo-manuale, la raffinatezza e l’economia dei movimenti; materiali destrutturati (loose parts) e uno spazio pittorico lasciano al bambino la possibilità di creare ed esprimere una parte di sè, di ritrovare il proprio equilibrio; il materiale sensoriale studiato e creato da Maria Montessori aiuta il bambino a veder materializzati dei concetti che altrimenti sarebbero astratti, nonchè all’autocorrezione.  E’ un materiale assolutamente stupefacente, che arricchisce l’autostima, stimola la conoscenza,la curiosità, ci si confronta con l’errore e si impara a superarlo.

Da non dimenticare il contatto quotidiano con la natura. Montagna, collina, pianura o mare, la cosa importante è USCIRE. Stare all’aperto, giocare liberamente, sperimentare, toccare, fare esperienze. La natura è una grande maestra, non si può privare i bambini di un’ insegnante così spettacolare. Le stagioni non si imparano sulle schede, anche perchè, come disse un altro grande insegnante, Paolo Mai: “Ad Ostia l’inverno non è con la neve!”  Perciò le stagioni bisogna viverle sulla pelle, uscendo ogni giorno, con la pioggia o con il sole, perchè non esiste cattivo tempo, ma solo un abbigliamento inadeguato!
Se poi ci fosse un contatto quotidiano con gli animali, abbiamo fatto bingo! Essi insegnano ai bambini come comunicare senza bisogno di parole, la cura verso un altro essere vivente, la diversità come arricchimento, come conoscenza del mondo.
Le mani sono uno strumento potentissimo di conoscenza di sè e del mondo! I bambini devono poterle utilizzare fin da piccolissimi e per tutta la loro vita. L’esperienza porta alla conoscenza! Diamo al bambino motivo di lavoro ed egli ci stupirà con la dedizione, la curiosità, la concentrazione. Sarà un meraviglioso spettacolo! Lo vedrete lì, così piccolo ma così instancabile, che sarà per voi un esempio di come andrebbe svolto un lavoro: con passione, dedizione, gioia, concentrazione … per uscirne poi felici, soddisfatti e rilassati.
“La mano è quell’organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma di entrare in rapporti speciali coll’ambiente: l’uomo, si può dire, “prende possesso dell’ambiente con la sua mano” e lo trasforma sulla guida dell’intelligenza, compiendo così la sua missione nel gran quadro dell’universo.” M.Montessori  
 Manuela Griso