Visualizzazione post con etichetta profezia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta profezia. Mostra tutti i post

martedì 21 aprile 2026

IL CORAGGIO DI SOGNARE



Il 21 apile ricorre il primo anniversario della morte di Bergoglio. 

 

Avvenire pubblica un contributo del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, che funge da prefazione al volume a firma di papa Francesco “Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana” (Libreria Editrice Vaticana, 336 pagine, 20 euro, in libreria nei prossimi giorni). Un testo che raccoglie tutti gli interventi di papa Bergoglio alle Assemblee generali della Cei così come i messaggi, i discorsi, gli interventi fatti nelle varie occasioni nelle quali il Pontefice argentino, di cui martedì si ricorda il primo anniversario della morte, ha incontrato i cattolici e la società italiana. Tra i vari interventi fondamentale quello al Convegno ecclesiale di Firenze nel novembre 2015, dal quale è stato tratto il titolo del volume. Proprio sulla figura di papa Francesco, e il suo legame con il santo di Assisi, si svolgerà il dialogo tra il cardinale Zuppi e il giornalista Aldo Cazzullo previsto al Salone Internazionale del Libro di Torino sabato 16 maggio alle 11.30, dal titolo «Da Francesco a Francesco: un nome, due svolte». 

Il primo sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio della Chiesa a papa Francesco, per le numerose occasioni di incontro che ci ha concesso durante il suo Pontificato; ai miei predecessori alla guida della Conferenza episcopale italiana, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti, per aver favorito e promosso le diverse iniziative coronate con le parole del Santo Padre; all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per l’impegno profuso nel raccogliere, in un unico volume, i vari discorsi pronunciati da papa Francesco alla Cei; a quanti leggeranno o sfoglieranno queste pagine, per i ricordi o le ispirazioni che ne ricaveranno... Di tutto, rendiamo lode al Signore! 

Il secondo sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore. Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta. 

 

Le pagine che seguono ci portano davanti al Signore, che guarda il nostro presente e ci aiuta a contemplare e a scegliere il futuro. È ciò che papa Francesco ha fatto con noi, con la Chiesa in Italia, in anni così intensi e difficili. Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza e, invece, è paura. 

I discorsi sono quelli rivolti alle Assemblee generali della Cei, in occasione di eventi nazionali e di udienze concesse agli Uffici e Servizi della Segreteria generale. A fare da filo rosso c’è l’imperativo «Non lasciatevi rubare la speranza!» (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra le tante, quando la Chiesa finisce per difendere sé stessa invece di donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che impara a pensarsi insieme. 

Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non fermarci. «Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve fare» (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a camminare «lasciandovi guidare dallo Spirito», non dalle abitudini; non dalle strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché «una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia, dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito, rimarrà lì». È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri, i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia. 

A Firenze, ci ha consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha affidato una responsabilità che non ammette alibi: «Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Non è romanticismo. 

È Vangelo. È la scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la verità non ha bisogno di gridare per essere vera. 

Per questo i testi qui raccolti non sono semplicemente “parole dette”. Sono parole che chiedono una traduzione. Chiedono decisioni. Chiedono un cammino sinodale reale, comunità per comunità, diocesi per diocesi, perché il “noi” non si proclama: si costruisce. E lo si costruisce mettendo al centro l’essenziale, senza glosse che lo rendono inefficace. Lo si costruisce scegliendo l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine: quei tratti che papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa quando è davvero libera, quando non è in difensiva «per timore di perdere qualcosa», quando non si chiude «nelle strutture che ci danno una falsa protezione» (Discorso, 10 novembre 2015). 

C’è una parola che attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare. 

Mi piace pensare che questo volume sia come un mosaico. Se lasciato nel disordine non mostra la bellezza; se, invece, i pezzi trovano il loro posto, la luce si riflette e diventa promessa. Ecco: queste parole ci aiutano a rimettere i pezzi al loro posto. Non per comporre un’immagine perfetta, ma per tornare a vedere la direzione. Perché la pace, la fraternità, la comunione, la missione non sono accessori: sono il cuore del Vangelo. E il Vangelo, quando lo prendiamo sul serio, cambia la vita. Lasciamoci cambiare e cambiamo insieme! Papa Francesco, nei suoi interventi, ha sottolineato più volte la necessità di metterci in cammino. «Andate avanti con gioia e sapienza!» (Messaggio, 31 marzo 2025). Non vogliamo fermarci! 

Alzogliocchiversoilcielo

venerdì 13 marzo 2026

PROFETI NEL DESERTO

 


COME PROFETI


 IN UN DESERTO



-         di MAURIZIO PATRICIELLO

Le guerre fratricide mettono in crisi la fede di chi crede in Dio. 

Il pensiero di chiunque, anche del più acerrimo ateo o agnostico, nel sentire pronunciare il nome di Dio va alla pace, alla giustizia, alla tolleranza, al perdono, alla solidarietà, alla pietà, alla misericordia. Le bombe assassine sono un inno alla violenza e alla morte. Che possiamo fare, noi poveri esseri umani, davanti a uno scempio di queste dimensioni? Chi sono io, prete di periferia, di fronte a coloro che con un solo, cinico pollice alzato possono decretare la mia fine e quella di milioni di uomini e donne?

Non pochi, in questi mesi, sono caduti nella disperazione, aggiungendo sofferenza a sofferenza.

La Chiesa oggi prega, digiuna, condivide, soffre e offre. Perché la preghiera? Siamo, dunque, più misericordiosi del Padre della misericordia, da pensare di impietosirlo con le nostre suppliche? Qualcuno davvero crede che, come un grande vecchio, Lui se ne stia assiso su un trono d’oro, aspettando che i suoi figli, impauriti e depressi, lo implorino? Perché pregare, dunque?

Innanzitutto, perché ce lo ha chiesto Gesù.

Che cosa accade quando un’anima, o meglio, una comunità parrocchiale, o un’intera nazione prega, nessuno, nemmeno il più santo dei mistici, potrà mai dirlo con assoluta certezza. Obbediamo ed entriamo nell’alone del mistero. Godendo noi per primi del frutto della nostra obbedienza. Il muratore che aggiunge mattone a mattone non conosce il progetto del fabbricato come l’architetto. Solo alla fine si accorgerà di aver contribuito a innalzare una cattedrale nella quale risuoneranno le melodie liturgiche. Per adesso deve solo obbedire al mastro. Ecco, oggi, ci viene chiesto di fare proprio così.

Bussare con la certezza che la porta sbarrata sarà aperta. 

Come pellegrini, continuare a cercare; come pezzenti, insistere nel tendere la mano. Pregare è un atto di fiducia immenso. Non è facile credere che il deserto, arido e assolato, verrà ricoperto di fiori profumati. Eppure, davanti a una bara con dentro la salma di Raffaele, mio nipote, la settimana scorsa, con le lacrime agli occhi e il cuore a lutto, ho cantato: « Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore». La fede è questo: sperare contro ogni speranza. Chi prega sta mettendo in atto una rivoluzione. In un mondo dove tutto ha un prezzo, dove si è tentati di non credere più a nessuno, dove poche decine di persone possono – se vogliono – decretare la fine della vita su questa meravigliosa pallina chiamata Terra, un popolo che sa prostrarsi davanti a Dio sta mettendo un cuneo nel cuore del male. La preghiera è gettare a piene mani chicchi di grano senza la pretesa di voler sentire il profumo del pane cotto al forno. Prego perché ha pregato Gesù; prego perché hanno pregato i santi; prego perché, nei secoli, hanno pregato milioni di credenti. Prego perché ogni volta che lo faccio sento dentro di me il desiderio di donarmi totalmente a Dio e ai fratelli; perché avverto il terrore di fare male al prossimo, fosse anche solo per una sola parola cattiva pronunciata.

E il digiuno? Mi sovviene il ricordo di una pagina letta anni fa. Cito a memoria. Il giovane frate Davide Maria Turoldo, durante la Seconda guerra mondiale, era convalescente in ospedale. Un soldato, suo vicino di letto, aveva la febbre altissima. Si lamentò tutta la notte. Delirava. La mattina seguente, un giovane prete, riposato, sbarbato, pulito, profumato, entrò nella stanza. Si chinò amorevolmente sul paziente che non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Gli disse parole belle, di conforto. Gli parlò della croce e del Crocifisso. L’uomo ascoltava, poi, con un fil di voce gli rispose: «Reverendo, lei ha mai sofferto quel che sto soffrendo io? No? Allora, se ne vada». «Da quel giorno – dirà l’ormai famoso padre Turoldo – non mi sono mai più permesso di aprire la bocca davanti a un ammalato grave o a un moribondo». Confesso che accade anche a me. Nella vita delle persone si entra in punta di piedi, in silenzio, con rispetto, come in un reparto di rianimazione.

Oggi non mangiamo, o ci accontenteremo solo di un pasto frugale. Perché? Che cosa potrà ottenere il nostro piccolo sacrificio? Lo facciamo per sentirci Chiesa, casa, famiglia. Per condividere, almeno per poche ore, la sorte dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, che desidererebbero gustare anche solo una zuppa di patate calde, con serenità, senza il terrore che la casa gli crolli in testa. Digiuniamo per meglio assaporare e apprezzare tutto quel ben di Dio che, sovente, dalle tavole finisce nella spazzatura.

Preghiamo e digiuniamo per gridare ai fratelli e alle sorelle sotto le bombe: non siete soli. Siamo con voi. Perdonateci. 

Il vostro dolore è il nostro dolore. La vostra gioia è la nostra gioia. La vostra speranza è la speranza della Chiesa e di tutte le persone di buona volontà. Digiuniamo perché digiunò Gesù; perché lo hanno fatto i santi; perché lo faceva la mia mamma in Quaresima. Preghiera e digiuno. Insieme.

Per spalancare il nostro animo alla misericordia. Per rimanere umili e obbedienti. Per essere profeti di pace in un mondo che non sa più vivere e sognare.

www.avvenire.it

Immagine

giovedì 4 settembre 2025

SEGNI PROFETICI IN TEMPI DI GUERRA

 

Al punto in cui siamo, non tratta più di stabilire chi abbia torto e chi abbia ragione. Il problema è che ogni soglia viene superata. Non c’è più distinzione tra combattenti e innocenti, obiettivi militari e popolazioni civili, adulti e bambini. La crudeltà è praticata alla luce del sole, quasi esibita

- di Mauro Magatti 

I tempi sono violenti. Non è solo il numero insopportabile di guerre che insanguinano il mondo. È la sensazione che la sopraffazione sia diventata la regola dei rapporti sociali. La politica parla con il linguaggio delle armi. Le relazioni internazionali si determinano con missili e droni. Mentre un po’ ovunque crescono polarizzazione, rabbia, aggressività. Nella seconda metà del secolo scorso avevamo creduto che il mondo potesse essere governato da istituzioni comuni, dal diritto internazionale, dal fragile equilibrio della diplomazia. Oggi quella speranza sembra svanita. 

 Lo ha di recente messo nero su bianco, senza tanti giri di parole, il politologo russo Aleksandr Barishov, che in una recente intervista ha dichiarato: «Ormai bisogna riconoscere che il diritto internazionale è smantellato: quello che funziona è solo il diritto della forza». Quasi fosse la cosa più naturale del mondo. 

I trattati, le convenzioni, le risoluzioni delle Nazioni Unite, la diplomazia: tutto sembra destinato a impallidire di fronte al discorso crudo della forza. Per decidere non servono più le regole condivise, ma la determinazione di imporre la propria potenza: militare, economica, tecnologica. In barba a tutti i progressi tecnologici e culturali, l’umanità sembra così regredire ad un tempo primitivo. 

Ogni giorno sembra andare peggio. Putin che, mentre discute di pace con Trump, continua a mandare missili sulle città ucraine. Netanyahu che, senza dare ascolto ai tanti appelli, prosegue l’orrenda opera di distruzione di Gaza ridotta a un ammasso di macerie. 

 Al punto in cui siamo, non tratta più di stabilire chi abbia torto e chi abbia ragione. Il problema è che ogni soglia viene superata. Non c’è più distinzione tra combattenti e innocenti, obiettivi militari e popolazioni civili, adulti e bambini. La crudeltà è praticata alla luce del sole, quasi esibita. E a trionfare è il superamento di ogni limite. Tutto sembra permesso. Il codice bellico ormai diventato parte del linguaggio di tutti i giorni. 

Con evidenti effetti di disumanizzazione: il nemico è sempre ridotto a meno-di-uomo. 

In mezzo a tutta questa oscurità, uno squarcio di luce arriva da Gerusalemme. La decisione del patriarca latino, Pierbattista Pizzaballa, e di quello greco ortodosso, Teofilo, di non lasciare Gaza nonostante Israele abbia annunciato di occupare l’intera Striscia introduce un elemento dirompente rispetto alla logica bellica. 

Rifiutando di abbandonare le loro comunità, i due patriarchi lanciano una provocazione profetica: restare là dove la vita è ferita. Non per alimentare lo scontro, ma per custodire una presenza diversa. Restare, quando tutto spinge a fuggire. Restare, quando il calcolo suggerirebbe di proteggersi. 

 Restare, per dire che non tutto è riducibile alla logica delle armi. Si tratta di scelta che ha un grande valore politico e umano perché dice che, al di là di quello che viene ripetuto all’infinito dai tamburi della propaganda, c’è sempre un’altra possibilità. Non siamo condannati a vivere solo sotto la legge della forza. 

Mettersi in mezzo. Non per restare neutrali, per non vedere o non scegliere. Ma per rifiutare di essere catturati dalla spirale violenza-contro-violenza. 

Mettersi in mezzo è affermare che, al di là delle ragioni e dei torti, c’è qualcosa che viene prima. Qualcosa di comune all’umano: la dignità di ogni vita. La possibilità del dialogo e la necessità dell’ascolto richiamate dal potente Appello interreligioso rivolto ieri alle Istituzioni italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia «per favorire qualsiasi iniziativa di incontro per arginare l’odio». 

 Questa logica opposta alla violenza non è una fuga dalla realtà. È la sola alternativa realistica al disastro. Perché la forza può vincere una battaglia, ma non costruisce mai la pace. 

Solo il riconoscimento dell’altro, delle sue ragioni, può aprire un futuro diverso. La logica del mettersi in mezzo indica una via concreta. Invece di alimentare odio e aggressività, c’è sempre la possibilità di creare luoghi di incontro, ricostruire la fiducia reciproca, educare a riconoscere che la vita dell’altro vale quanto la nostra. 

Se la violenza ci trascina verso la chiusura, il sospetto, la contrapposizione, la scelta di mettersi in mezzo ci ricorda che esiste ancora un terreno comune. Fragile, certo. Ma reale. Siamo in un tempo di violenza, e sarebbe ingenuo negarlo. Ma proprio per questo, ogni gesto che rompe la logica della forza va valorizzato e moltiplicato. 

La decisione dei due patriarchi ‒ grande segno interconfessionale che dice di quello che i cristiani possono fare insieme ‒ è un atto concreto che dimostra che un altro modo di stare nel conflitto è possibile. 

 Mettersi in mezzo oggi è una sfida urgente. Non per nascondere le differenze, ma per affermare che prima di esse c’è la comune appartenenza all’umano. Solo da qui può ripartire la politica. Solo da qui si può sperare in un futuro che non sia consegnato alla barbarie.

 Avvenire 

Immagine




venerdì 25 aprile 2025

UN PROFETA INASCOLTATO

 L’impressionante  

risonanza mondiale  

di una morte


-         di Giuseppe Savagnone

-          Impressiona la risonanza che sta avendo, a livello mondiale, la morte di papa Francesco. Era prevedibile in Italia, dove il Consiglio dei ministri ha deliberato cinque giorni di lutto nazionale e, segnale ancora più significativo, è stato sospeso perfino il campionato di calcio.

Ma lo era assai meno nella Spagna laicista del socialista Pedro Sanchez, che anch’essa ha indetto un lutto nazionale di tre giorni e in cui le bandiere sono a mezz’asta a Madrid e in tutto il paese.

Ma il lutto si è esteso a tutta l’Europa. A Parigi la Tour Eiffel è stata oscurata in omaggio a Bergoglio. E il presidente Macron lo ha definito come un portatore di «gioia e speranza ai più poveri».

In onore del pontefice, le bandiere sono state esposte a mezz’asta nelle residenze reali del Regno Unito. Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz ha sottolineato che la sua azione è stata guidata «dall’umiltà e dalla fede». E il premier olandese Dick Schoof lo ha definito «un modello per molti, cattolici e non cattolici».

Secondo la presidente della Commission europea Ursula von der Leyen, «ha ispirato milioni di persone, ben oltre la Chiesa cattolica, con la sua umiltà e il suo amore così puro per i meno fortunati».

Colpisce particolarmente l’omaggio del presidente russo Vladimir Putin: «Il Papa ha fatto molto, non solo per i suoi fedeli, ma anche per il mondo intero», ha affermato, ricordando che il pontefice romano ha promosso attivamente lo sviluppo del dialogo tra la Chiesa ortodossa russa e quella cattolica. E ha osservato che «secondo la tradizione ortodossa, se il Signore chiama a Sé una persona durante i giorni di Pasqua, è un segno speciale che questa persona non ha vissuto la sua vita invano e ha fatto molto bene alle persone, e quindi il Signore la chiama durante questi giorni festivi di Pasqua».

Ma anche fuori dell’Europa l’eco della morte di Francesco è stata grande. «Ho appena firmato un ordine esecutivo che mette le bandiere del nostro Paese a mezz’asta in onore di Papa Francesco», ha detto il presidente americano Donald Trump. «Era un brav’uomo. Lavorava sodo. Amava il mondo. Ed è un onore per me farlo».

È arrivato, inatteso, anche un messaggio di cordoglio ufficiale di Pechino. È una novità che ha un suo grande valore politico. In occasione dei funerali di Giovanni Paolo II, nel 2005, non vi era stato alcun comunicato ufficiale.

Anche Hamas si è unito al lutto: «Papa Francesco era un fermo difensore dei diritti legittimi del popolo palestinese, in particolare nella sua ferma posizione contro la guerra e gli atti di genocidio perpetrati contro il nostro popolo a Gaza nel corso degli ultimi mesi», ha dichiarato un suo portavoce.

Reazioni contrastanti

Contraddittorie le reazioni provenienti da Israele. Secondo il presidente Isaac Herzog «Francesco era un uomo di immensa fede e grande misericordia, che ha dedicato la vita al progresso dei poveri del mondo e alla richiesta di pace in un’epoca complessa e turbolenta». Assordante invece il silenzio del premer israeliano Netanyahu, il cui significato ostile è stato evidenziato dall’ordine, dato a tutte le ambasciate israeliane del mondo, di cancellare i post di condoglianze che avevano pubblicato.

Riflette questa ambivalenza la reazione del mondo ebraico della diaspora, in Italia. Il rabbino capo di Roma, Rav Riccardo Di Segni, ha dichiarato: «Il suo pontificato è stato un importante nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra ebraismo e cattolicesimo, con aperture a un dialogo talvolta difficile ma sempre rispettoso. Ricordo le numerose occasioni in cui l’ho incontrato, segnate sempre da simpatia, attenzione e confidenza».

Ma secondo il rabbino capo di Trieste, Alexander Meloni, Francesco «è stato un Papa estremamente problematico per il mondo ebraico (…) e ne abbiamo risentito molto, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, nelle sue prese di posizione».

In realtà anche le reazioni della destra italiana sono state molto articolate. All’annuncio della morte del papa Giorgia Meloni ha pronunciato parole commosse: «Torna alla casa del Padre un grande uomo, un grande pontefice che penso tutto il mondo ricorderà per essere il Papa della gente, il Papa degli ultimi”. E ha aggiunto: «Mancherà anche a me, avevamo uno straordinario rapporto personale, era un pontefice con cui si poteva parlare di tutto, con cui ho avuto il privilegio di potermi confrontare su tutto».

La premier ha addirittura parlato di una «quotidianità dei rapporti, più assidui di quanto si vedesse», nei quali ella ha avuto «il privilegio di godere della sua amicizia, dei suoi consigli e dei suoi insegnamenti, che non sono mai venuti meno neanche nei momenti di prova e sofferenza».  E Ignazio La Russa ha definito il Pontefice «una guida spirituale di immenso carisma».

Ma i giornali della destra non hanno mancato di ribadire le critiche rivolte a Francesco durante tutto il suo pontificato. «Un papato ondivago che lascia una Chiesa confusa», è il titolo dell’editoriale de «La Verità» del 23 aprile. E «Libero», nello stesso giorno, dà grande risalto in prima pagina a una statistica sulla progressiva scristianizzazione del nostro paese, intitolandola: «Quei numeri che provano il fallimento del pontificato».

Sono voci dissidenti, che però hanno il merito di evidenziare una realtà che la corale esaltazione della figura di Francesco rischia di nascondere: le richieste di questo papa, soprattutto negli ultimi anni del suo pontificato, sono state in netto contrasto con la tendenza della politica mondiale e il suoi appelli sono stati totalmente disattesi dagli stessi potenti che hanno fatto a gara nel lodarne l’opera e che saranno raccolti intorno al suo feretro per il suo funerale, il 26 aprile.

Le richieste disattese di Francesco

Pur senza dimenticare altri aspetti importanti della visione cattolica del mondo e della vita, come le questioni bioetiche – durissima la sua condanna dell’aborto –  , Francesco ha dato il massimo risalto ad alcuni temi, a suo avviso fondamentali.

Incessante il suo richiamo alla necessità che la ricerca della pace – a parole  condivisa da tutti – fosse resa effettiva con la rinunzia ad alimentare la produzione e il mercato delle armi, fattori decisivi del divampare di sempre nuove guerre e del prolungarsi di quelle in atto.

Un altro punto su cui non si è stancato di insistere è stato quello dell’accoglienza dei migranti, sia pure con la gradualità e le cautele necessarie. Emblematico il suo grido a Lampedusa contro la cultura dello scarto e dell’indifferenza, per cui le società ricche respingono i poveri che vengono a cercare da noi una vita migliore. In questa direzione andava anche l’enciclica «Fratelli tutti» (2020), volta ad abbattere le barriere tra i popoli.

Un’enciclica – la «Laudato si’» (2025) – Francesco ha dedicato anche al problema di un’ecologia integrale, capace di rispettare al tempo stesso la terra e gli esseri umani che la abitano, rinunciando alle logiche predatorie che scaturiscono da una politica manovrata dall’economia e da un’economia a a sua volta dominata dalla finanza.

E poi ha preso posizione a difesa di tutte le vittime della violenza, con particolare riferimento alle stragi di civili nella Striscia di Gaza. Il 17 novembre 2024 aveva chiesto un’indagine internazionale per verificare se le operazioni israeliane configurassero un genocidio. «Mitragliate sui bambini, bombardamenti su scuole e ospedali… quanta crudeltà!», aveva detto.

Su ognuno di questi punti il mondo è andato e continua ad andare in direzione opposta. La guerra in Ucraina si è giocata finora escludendo ogni tentativo di dialogo e puntando esclusivamente  sul braccio di ferro militare. 

Significativi da un lato il cinico accanirsi di Putin sui civili ucraini e dall’altro il divieto da parte di Zelenskyy di qualunque trattativa con la Russia, unita all’ossessiva richiesta di avere più armi dalla NATO, in vista della «vittoria totale».

Ed ora che viene meno l’ombrello americano, la sola prospettiva che sembra avere l’Europa è di sostituirlo restando sul terreno degli armamenti. Non si prende in considerazione l’idea di usare quelli attuali, già più che ingenti, in modo più razionale, superando il frazionamento attuale e muovendosi nella prospettiva di una difesa veramente comune.

Il problema sembra solo quello di assicurare più armi ai singoli paesi. Va in questa direzione il piano proposto dalla Von der Leyen nel marzo scorso al Consiglio europeo, e da questo poi approvato, intitolato significativamente «ReArmEurope». La presidente della Commissione europea, nel presentarlo ha sottolineato che l’Europa è entrata «nell’era del riarmo» e che è necessario incrementare le spese dedicate alla difesa. Recentemente l’Italia si è allineata, annunciando l’innalzamento delle sue spese militari al 2% del PIL.

Quanto al tema dell’accoglienza, è eloquente un articolo de «Il Giornale» del 7 febbraio scorso, che parla della nuova politica europea su questo tema e del ruolo avuto in questa svolta dall’Italia: «A Bruxelles, il vento è cambiato(…) L’Italia, da quando Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi, ha fatto sentire la sua voce a livello internazionale, dimostrando che la lotta all’immigrazione irregolare dev’essere nei primi posti dell’agenda politica europea e sta dettando la linea ai suoi omologhi.

Il patto Italia-Albania per la delocalizzazione dei migranti non piace alla magistratura italiana, ma piace ai governi europei, che hanno chiesto alla Commissione europea di studiare un piano comunitario simile. Nel frattempo, però, Ursula von der Leyen conferma la teoria italiana sulla necessità di accelerare le procedure per chi non ha di diritto di restare in Europa».

Per ciò che riguarda la custodia della terra, il 20 gennaio scorso il presidente Trump ha firmato l’uscita degli Stati uniti dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. E anche su questo terreno l’Italia sembra in sintonia col Tycoon americano, per l’appiattimento della posizione del nostro governo su quella di Confindustria, che ritiene troppo costoso il progetto europeo di transizione ecologica e la progressiva rinunzia ai combustibili fossili.

Non maggiore successo hanno avuto gli appelli di papa Francesco per la guerra a Gaza. Anzi l’avvento del nuovo presidente americano ha dato il via libera a un parossismo di violenza contro i civili, denunziato anche dagli organi di informazione israeliani.

Senza contare il progetto di Trump  di deportare i due milioni di palestinesi della Striscia per costruire là un resort. Da parte sua, il governo italiano ha continuato a dare allo Stato ebraico la sua piena solidarietà, rifiutando perfino di firmare un lettera in difesa della Corte Penale Internazionale, quando  il presidente americano l’ha sanzionata per aver condannato Netanyahu per «crimini contro l’umanità».

Alla luce del mistero pasquale

La grande emozione e le lodi incondizionate a papa Francesco in questi giorni attestano certamente, per un verso, il grande fascino di questa figura, ma, per un altro verso, mascherano la reale direzione della politica mondiale, sempre più lontana da ogni prospettiva cristiana e anche semplicemente umana.

Questo vale anche nei confronti del nostro governo. «Avevamo uno straordinario rapporto personale, era un pontefice con cui ho avuto il privilegio di potermi confrontare su tutto», ha detto Giorgia Meloni, rallegrandosi di avere sempre potuto «godere dei suoi consigli e dei suoi insegnamenti». 

Forse si potrebbe chiedere se in questo confronto lei e il papa abbiano mai parlato dei campi di concentramento finanziati dall’Italia in Libia e in Tunisia, del progetto di deportazione in Albania, del silenzio italiano sulle stragi a Gaza.

E come mai il suo «straordinario rapporto personale» con Francesco abbia potuto coesistere con quello «privilegiato» con Trump di cui si è detta «orgogliosa».

La verità è che Francesco, al di là delle celebrazioni ufficiali, è stato un profeta inascoltato e sconfitto. Ma in questo non ha avuto sorte diversa dal suo Maestro. Ce lo ricorda la coincidenza della sua morte con la Pasqua, festa del Signore che ha  vinto il mondo lasciandosi inchiodare sulla croce.

 www.tuttavia.eu


sabato 25 gennaio 2025

IL LIETO ANNUNCIO

 


 -DOMENICA 

26 GENNAIO 2025-


- Vangelo Lc 1, 1-4; 4, 14-21





-  Commento delle Clarisse di Sant'Agata -

Il cuore della liturgia di questa terza domenica del Tempo Ordinario è senza dubbio la Parola di Dio; come ci testimonia la Prima lettura, il Vangelo e anche la sapienza della Chiesa che proprio oggi ci fa celebrare la domenica della Parola.

 Questo tempo ordinario è cominciato domenica scorsa con il racconto tratto dal Vangelo di Giovanni del primo segno che Gesù ha compiuto a Cana di Galilea.  Da oggi il nostro percorso assume lo sguardo dell’evangelista Luca.  L’anno liturgico però va sempre compreso come un itinerario che la Chiesa ci fa fare, perciò, anche se con uno sguardo diverso e attraverso la voce di due differenti evangelisti, è importante leggere il brano del Vangelo di oggi in continuità con quello di domenica scorsa.  Anche nel racconto di Cana abbiamo visto come il vero segno compiuto da Gesù fosse la sua Parola, accolta e attuata dai servitori. Abbiamo inoltre compreso che c’è un’“Ora” nella vita di Gesù, nella quale tutto giungerà a compimento. 

Luca ci fa fare un passo ulteriore, dice che quell’ora non riguarda il passato (quel giorno in cui Gesù è morto e risorto), ma il presente: ‹‹Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato›› (Lc 4, 21).   La Parola di Dio, ci dice l’evangelista Luca, non si è compiuta solamente duemila anni fa. La Parola, che è la vita di Gesù, si sta compiendo anche in questo momento nella nostra storia. Come a Cana, il punto sta nel riconoscere nella storia questo compimento.  Se guardiamo a ciò che sta avvenendo nel mondo con guerre, divisioni e sopraffazione, ci sembra impossibile credere nella ‹‹solidità degli insegnamenti›› di Gesù (Lc 1, 4), tutto ci sembra, al contrario, estremamente fragile e privo di senso. 

Davanti al Vangelo di oggi si ha un’impressione analoga.  Gesù parla del compimento di una parola, quella del Profeta Isaia: ‹‹Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l'anno di grazia del Signore››. Siamo all’inizio del Vangelo di Luca, Gesù ha già ricevuto lo Spirito (nel Battesimo al Giordano) per questo può dire che lo Spirito del Signore è sopra di lui.  Questo è solido, ci crediamo, ma c’è qualcosa che non torna nella lettura di questa profezia di Isaia... perché nella narrazione di Luca Gesù ancora non ha portato nessun annuncio ai poveri, non ha proclamato la liberazione di prigionieri, non ha ridato la vista ai ciechi, non ha liberato gli oppressi. Ma allora in che senso dice che questa Parola si è compiuta?  Proprio come abbiamo fatto a Cana di Galilea, dobbiamo prendere coscienza di qualcosa che non è immediatamente visibile, dobbiamo capire in che modo la Parola si compie quando Gesù la pronuncia. 

Un’immagine che dice bene questo e che, non a caso, viene adottata dagli Evangelisti per parlare della Parola è quella del seme: un seme contiene già in sé stesso ciò che diventerà.  Questo ci dice molto della nostra relazione con il Signore, ci fa comprendere cos’è la Parola di Dio nella vita di un cristiano. Il Vangelo ci dice che nel momento in cui accogliamo la Parola di Dio, riconosciamo il suo valore performativo, riconosciamo cioè che la Parola stessa darà forma alla nostra vita impegnandoci a prendere quella forma, che poi è la vita stessa di Gesù.  Accogliere la Parola dunque è lasciarsi formare da essa, prima ancora di aderivi pienamente con la fede. Gesù può dire che quella Parola è compiuta perché, con il suo ministero, ha iniziato ad aderirvi. La Parola è un seme nascosto, germoglia e cresce in noi, tante volte senza che noi ce ne accorgiamo (Mc 4,27). Anche per Gesù è stato lo stesso: scegliendo di aderire alla volontà del Padre, questa ha plasmato in Lui ciò che sarebbe diventato. Per questo può dire che la parola di Isaia si è compiuta, non perché si sia verificata materialmente in quell’occasione, ma perché Gesù, con il dono dello Spirito sta aderendo a quella Parola, sta scegliendo di farsi formare da essa. 

Questo vale per ogni parola profetica: la profezia non immagina una realtà che non esiste, ma crede in ciò che non si vede, convinta che ciò che è nascosto, come il seme nella terra, ha il potere di dare una nuova forma alla realtà.  Gesù nella Sinagoga non solo legge cosa sarà di lui, ma crede a quello che il Padre ha pensato per Lui e lo diventa prima ancora che la sua ora si compia. C’è poi un altro particolare molto interessante nel Vangelo di oggi: il suo incipit.  È un caso unico che l’Evangelista renda esplicito l’intento del suo Vangelo.  Non ci viene detto il nome di chi scrive, sappiamo solo che è un cristiano come noi.  Non è un discepolo della prima ora, non ha conosciuto Gesù personalmente, ci dice addirittura che non è stato tra i testimoni oculari. Come noi ha conosciuto Gesù grazie alla testimonianza di altri. 

Solitamente ci si sofferma sulla seconda parte del brano di oggi, come abbiamo fatto fin ora, ma credo che questi primi versetti siano oltremodo importanti per comprendere il modo in cui la Parola può coinvolgere la nostra vita. Questo incipit ci dice, come quello che seguirà, che la Parola di Gesù non è attuale solo nel contenuto, ma anche nella scelta dei destinatari.  La Parola non ha trasformato solo la vita di quei dodici uomini che hanno vissuto con lui duemila anni fa. Coinvolge l’Evangelista che si fa erede della testimonianza di altri, coinvolge noi se ci lasciamo cambiare da questa Parola, se diventiamo “Teofili”, amanti di Dio.

Credo che qui sia il messaggio centrale della vita cristiana: Dio è amore (1Gv 4,8) e la nostra conoscenza di Lui non può che percorrere questa sua stessa strada. Eh sì, perché aderire alla sua Parola, lasciarsi plasmare da essa, credere nella sua potenza nascosta è come innamorarsi, è cogliere quello che gli altri non vedono, è scorgere dentro ogni cosa il mistero di Dio. 

Clarisse di Sant’Agata

Immagine

sabato 6 luglio 2024

LA PROFEZIA, DONO DELLO SPIRITO


 Ma Gesù disse loro:

 «Un profeta non è disprezzato 

se non nella sua patria,

tra i suoi parenti e in casa sua». 

E lì non poteva 

compiere nessun prodigio, 

ma solo impose le mani

 a pochi malati e li guarì.


 Vangelo: Marco 6,4-5

 Commento di Laura Padalino

 La chiamata a essere profeti è assegnata fin dal principio, nella Bibbia, a ogni credente, uomo o donna, in quanto immagine e manifestazione di Dio nel mondo: se la regalità è esercitata solo dagli uomini della famiglia di Davide e il sacerdozio è assunto solo dagli uomini della famiglia di Levi, la profezia è invece caratteristica di donne e uomini discendenti dalle diverse tribù. L’antica regalità di Giuda e l’originario sacerdozio israelitico hanno conosciuto un inizio e una fine nell’esercizio di compiti e funzioni; la profezia, invece, ha attraversato i tempi e l’intera Scrittura, è attribuita a tutti i credenti, ad Abramo, a Sara, ai patriarchi e alle matriarche, a Mosè, a Davide, ed è assegnata a figure imponenti, maschili e femminili, nella Torah e nei “libri storici”: Miriam, Debora, Elia, Eliseo, Natan, Hulda. Personaggi capitali, senza cui diversa sarebbe stata la storia del popolo di Dio.

 Nella Scrittura la profezia non si estingue, ma cammina con il popolo per aiutarlo a riconoscere i momenti in cui è visitato dal suo Signore: è l’anziana profetessa Anna, insieme al vecchio Simeone, ad accogliere nel Tempio il Cristo Messia, insieme a Maria e a Giuseppe, il giorno della presentazione (cfr. Luca 2,22-38); sono i veri profeti, in ogni tempo, a rendere manifesta la volontà di Dio, «ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto» (Romani 12,2). Per loro, come per Gesù, è in agguato il rifiuto di quanti non vogliono accogliere la vita che Egli è e dà, la via che Egli addita, la verità che Egli rivela: può accadere anche «in patria», nei luoghi in cui si condivide il pane, l’ideale, la fede. È «lo scherno dei gaudenti, il disprezzo dei superbi» (Salmo 122, Responsorio) che si fa forza della presunta conoscenza di una persona per rifiutarne lo specifico dono di grazia: tutti corriamo il rischio di giudicare senza ascoltare, pensando che da quanti conosciamo non possa venire nulla di buono e finendo per vivere il carisma degli altri come «motivo di scandalo» (Vangelo, Marco 6).

 Il rifiuto ha effetti devastanti, perché impedisce l’azione della grazia: per la mormorazione dei molti, Gesù «non poté compiere nessun prodigio». «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua»: è l’esperienza di Ezechiele, (I Lettura) inviato «ai figli di Israele, una razza di ribelli che si sono rivoltati contro il Signore» perché essi «ascoltino o non ascoltino, sappiano che un profeta è in mezzo a loro»; è quella di Pietro e dei successori, che adempiono nelle traversie della storia al mandato di Cristo, a guida della Chiesa; è l’esperienza di Paolo e di quanti, come lui, sono inviati alle “genti” perché tutti possano giungere nella casa del Padre; è l’esperienza di ogni apostolo in ogni tempo. Portare Colui che è Parola viva «non è un vanto, ma un dovere» (1Corinzi 9,17): di fronte alle persecuzioni «si manifesta pienamente, nella debolezza, la forza» del Signore, perché sempre «basta la sua grazia» (II lettura, 2Corinzi 12,7-10). Offriamo dunque con coraggio la testimonianza di essere, per il Battesimo, sacerdoti, re e profeti in Gesù!

Famiglia Cristiana

sabato 11 luglio 2020

LE DUE FACCE DEL POST LOCK-DOWN


La decisione del governo italiano di bloccare gli arrivi da ben 13 Stati, per limitare i rischi di contagio da coronavirus, è un indizio eloquente del capovolgimento che ha portato il nostro Paese ad essere, da focolaio di contagio, ad area relativamente sicura, rispetto a quasi tutto il resto del mondo. 
Al tempo stesso, il nuovo, preoccupante aumento dei casi di contagio sta portando a ventilare il prolungamento dello stato di emergenza fino alla fine dell’anno.

- di Giuseppe Savagnone

L’Italia, la prima nazione dell’Occidente ad essere colpita – e con estrema virulenza, almeno in alcune regioni del nord –, ha pagato un caro prezzo alla pandemia, non solo in termini di vite umane perdute (35.000), ma anche di sacrifici imposti alla popolazione e di danni subiti dall’economia per un lockdown particolarmente rigido. Oggi però si trova nelle condizioni di poter tirare un sospiro di sollevo – anche se relativo (e sempre condizionato dal mantenimento di alcune misure elementari di sicurezza) – e può fare un bilancio complessivamente positivo, pur con tutte le dovute riserve, della linea di politica sanitaria seguita per fronteggiare il coronavirus.
Lo schiaffo ai negazionisti
Ad attaccarla come insensata o accusandola di essere liberticida sono stati in tanti. All’estero essa era stata addirittura oggetto di derisione. Finché la pandemia non ha colpito con estrema violenza proprio i Paesi i cui governanti avevano ostentato il loro scetticismo e la loro noncuranza verso i segnali di allarme che venivano dall’Italia. Il primo a pagare le conseguenze di questo atteggiamento è stato il Regno Unito, il cui premier, Boris Johnson, ha vissuto sulla propria pelle, ammalandosi e rischiando la vita, la più sonora smentita del suo negazionismo, e che attualmente, con quasi 45.000 morti, è la nazione europea con un maggior numero di vittime.
Non meno clamoroso lo schiaffo dato dal coronavirus alla sicumera con cui il presidente Trump aveva assicurato che gli Stati Uniti non correvano alcun pericolo, continuando a ripetere che gli scienziati sono troppo allarmisti e che non bisognava paralizzare l’America con eccessivi timori. Da qui anche il suo appoggio ai manifestanti che in diversi Stati hanno aspramente contestato il lockdown, rivendicando il diritto alla propria “libertà”. Anche in questo caso il rifiuto ostentato di adottare le più elementari cautele – Trump ha sempre evitato di portare la mascherina e fino a pochi giorni fa ha presenziato a un raduno oceanico dei suoi sostenitori (anche loro senza mascherina) – ha dato i effetti prevedibili: più di tre milioni di contagi – con un ritmo che tocca sempre nuovi record (siamo a più di sessantamila al giorno) – con 133.000 morti.
Il terzo Paese più colpito al mondo è stato il Brasile. Il presidente Bolsonaro è stato un negazionista convinto e instancabile, e lo rimane anche ora che il virus ha colpito anche lui, insistendo sulla inutilità del lockdown e sulla necessità di continuare a condure la vita ordinaria. Risultato: un milione e ottocentomila contagi e quasi 70.000 decessi.
I “complottisti” e don Ferrante

Questi dati dovrebbero fare riflettere anche coloro che tenacemente, nel nostro Paese, hanno accusato il governo di avere abusivamente limitato la libertà e i diritti. Non parlo qui dei “complottisti”, che hanno addirittura negato non solo la pericolosità reale della pandemia, ma la sua stessa esistenza, attribuendone l’“invenzione” a scienziati corrotti, al soldo delle grandi case farmaceutiche. Davanti a più di dodici milioni di persone contagiate in tutto il mondo e a più di mezzo milione di morti, la loro posizione assomiglia sempre di più a quella dei “terrapiattisti”, che attribuiscono a una congiura la tesi secondo cui la terra sarebbe rotonda.
Nemmeno mi riferisco ai sopracitati leader mondiali che, senza arrivare a questi estremi, hanno creduto però di poter contestare la gravità della pandemia e alcuni dei quali, come si è visto, hanno fatto la fine del don Ferrante dei Promessi sposi, il quale, in piena pestilenza, era arrivato alla conclusione che la peste non poteva esistere perché non rientrava nella categorie della logica aristotelica, non essendo né una sostanza né un accidente, salvo poi a ad ammalarsi e a morire lui stesso appestato.
Diritti negati?
Penso, piuttosto, alle diffuse recriminazioni di chi, a proposito del lockdown, ha con insistenza parlato di “diritti negati”, e quindi anche a quella parte del mondo cattolico che ha vivacemente protestato, finché sono rimasti in vigore, per i divieti alle celebrazione di messe, matrimoni e funerali.
Davanti al disastro provocato altrove da strategie meno severe, questi difensori della “libertà” hanno rimproverato al governo di non avere voluto seguire una linea “mediana”, che evitasse lockdown, imposizioni poliziesche e gravi danni all’economia, puntando piuttosto sul senso di responsabilità dei cittadini, senza cadere però nel lassismo provocato altrove dai governanti “negazionisti”.
Chi ha seguito i miei “chiaroscuri” di questi ultimi mesi sa che ho più volte rilevato gli errori, le incertezze, le contraddizioni che hanno contraddistinto, a livello tattico, l’azione di Conte. Mi sembra difficile, però, alla prova dei fatti, negargli il merito di avere seguito una strategia che alla fine ha limitato i danni in termini di vite umane.
Il prezzo economico: mal comune mezzo gaudio
Si potrà dire che il prezzo è stato troppo alto. In particolare, impressionano i dati dell’economia: in base alle stime del Fondo monetario internazionale, il nostro Paese avrà nel 2020 una caduta del Pil del 12,8%.
Ma a chi imputa questo prezzo agli errori di gestione da parte del governo, è facile far notare che il Fondo, sempre per il 2020, prevede anche per la Spagna un calo del Pil della stessa portata – 12,8% – e uno di poco inferiore – del 12,5% – per la Francia. Crisi a due cifre anche per il Pil britannico, che nel 2020 calerà del 10,2%. E che per la stessa “locomotiva” tedesca si preveda una contrazione del 7,8% è significativo della difficoltà incontrata da tutti i grandi Stati europei nel conciliare tutela della salute e difesa dell’economia.
Bastano i “consigli”?
Quanto all’accusa di avere violato i diritti umani, costringendo d’autorità a un confinamento che avrebbe dovuto essere se mai consigliato, c’è solo da far notare che, dei Paesi con cui il confronto è possibile (ce ne sono, come la Svezia, le cui condizioni sono troppo diverse), che hanno registrato un numero minore di morti sono quelli che hanno adottato forme di severo confinamento, mentre in altri, come l’Inghilterra, i “consigli” non sono mancati, ma si sono rivelati insufficienti.
Anche in Italia, del resto, dove la fine del lockdown è accompagnata, in questi giorni, da pressanti raccomandazioni di non abbassare la guardia, le foto pubblicate dai giornali, ma anche la nostra quotidiana esperienza, ci dicono la vanità di questi appelli. Da qui il timore di una “seconda ondata” della pandemia e le ipotesi di prolungare lo stato di emergenza.
La verità è che il dopo-lockdown sta dimostrando quanto sia carente il senso di responsabilità dei cittadini, quando non è sostenuto da norme rigorose. È un fatto che può dispiacere, ma che è difficile negare.
Il dualismo perverso tra Stato e individuo
La verità è che il coronavirus ha messo in luce una debolezza di fondo insita nella logica liberale che, indebolendo, fino a volte ad eliminarlo, il senso comunitario dei singoli e favorendo una cultura individualista, affida solo allo Stato “gendarme” (l’espressione è dei pensatori che hanno fondato il liberalismo) e alle sue leggi impositive il compito di garantire la convivenza civile. L’antica idea che l’essere umano sia “sociale” per sua natura, e strutturalmente legato agli altri da una reciproca responsabilità, ha lasciato così il posto a una visione in cui l’individuo si ritiene veramente libero quanto meno è vincolato  ad essi e al rispetto delle loro esigenze.
Diritti senza doveri
Perciò, l’esaltazione dei diritti non è stata controbilanciata da una analoga percezione dei doveri. A porre questi ultimi si è dovuto e si deve provvedere con la coercizione esterna delle leggi, che, in questo modo, diventano non la garanzia, ma il limite della libertà e vengono subite con insofferenza.
Lo abbiamo visto e lo vediamo non solo di fronte alla pandemia, ma, purtroppo, nella crisi complessiva del senso di cittadinanza che dovrebbe essere alla base della nostra democrazia. Il bene comune, per la grande maggioranza, è solo uno slogan vuoto. E ai governi si chiede non di perseguire questo ideale utopico ma, molto più realisticamente, di cercare di bilanciare nei limiti del possibile i diversi e talvolta opposti interessi particolari, ovviamente appagando in primo luogo quelli più forti.
Di questa fragilità costitutiva – che mina le basi della nostra società – sentiremo tutte le conseguenze quanto più usciremo dall’emergenza. Già ora l’allentarsi del pericolo e, conseguentemente, delle regole esteriori, ha favorito il ritorno agli individualismi e ai particolarismi, anche all’interno del governo, come evidenzia la permanente paralisi che rende lentissime le sue decisioni.
“Minoranze profetiche da shock” per un mondo diverso
Esistono soluzioni? A breve scadenza, no. Una cultura diffusa non si cambia con un colpo di bacchetta magica. Ma possono incidere su di essa, per trasformarla, quelle che Jacques Maritain chiamava «minoranze profetiche da shock», gruppi capaci di esercitare una critica in profondità dell’esistente, spingendo a riflettere su prospettive diverse. Magari, come nel caso del coronavirus, partendo dalle esperienze più negative per aprire alla speranza di un mondo diverso.



martedì 30 giugno 2020

UNITA' E PROFEZIA PER VIVERE DA CRISTIANI E FARE CRESCERE LA COMUNITÀ

Unità e profezia: sono le due parole che Papa Francesco pone al centro della sua omelia, con numerose aggiunte a braccio, nella Messa le cui Letture hanno ricordato i due apostoli celebrati oggi dalla Chiesa. Subito sottolinea la diversità tra Pietro e Paolo, il primo un semplice pescatore, l’altro un colto fariseo. E fra loro, osserva, non mancarono le discussioni animate tuttavia “ si sentivano fratelli, come in una famiglia unita, dove spesso si discute ma sempre ci si ama”. “Egli non ci ha comandato di piacerci, ma di amarci. È Lui che ci unisce, senza uniformarci, ci unisce nelle differenze”. Ma da dove nasce questa unità. Il Papa dice che la prima Lettura ce lo svela: mentre sulla Chiesa infuriava la persecuzione, ci dice che la comunità pregava. Questo assicurava l’unità perché permetteva allo Spirito Santo di intervenire e di “accorciare le distanze”
La comunità sembra decapitata, ciascuno teme per la propria vita. Eppure, in questo momento tragico nessuno si dà alla fuga, nessuno pensa a salvarsi la pelle, nessuno abbandona gli altri, ma tutti pregano insieme. Dalla preghiera attingono coraggio, dalla preghiera viene un’unità più forte di qualsiasi minaccia.
L'inutilità delle lamentele
E c’è un altro elemento importante: in quella prima comunità “nessuno si lamenta del male (...) nessuno insulta Erode. E noi siamo tanto abituati a insultare i responsabili... ”. Tempo sprecato e inutile per i cristiani, fa notare Francesco, quello passato a lamentarsi di quello che non va e prosegue:
Le lamentele non cambiano nulla. Ricordiamoci che le lamentele è la seconda porta chiusa allo Spirito Santo, come vi ho detto il giorno di Pentecoste: la prima è il narcisismo, la seconda lo scoraggiamento, la terza, il pessimismo. Il narcisismo ti porta allo specchio, a guardarti continuamente; lo scoraggiamento, alle lamentele. Il pessimismo, al buio, all’oscuro. Questi tre atteggiamenti chiudono la porta allo Spirito Santo. Quei cristiani non incolpavano, ma pregavano. In quella comunità nessuno diceva: “Se Pietro fosse stato più cauto, non saremmo in questa situazione”. Nessuno. Pietro umanamente, aveva motivi di essere criticato, ma nessuno lo criticava. Non sparlavano di lui, ma pregavano per lui. Non parlavano alle spalle, ma parlavano a Dio. E noi oggi possiamo chiederci: “Custodiamo la nostra unità con la preghiera, la nostra unità nella Chiesa? Preghiamo gli uni per gli altri?”
Pregare per chi ci governa
Preghiera e non insulto: Francesco a braccio si sofferma anche sui governanti, esortando a percorrere la strada del bene, dell'unità e non quella del parlare contro: 
Chiediamo la grazia di saper pregare gli uni per gli altri. San Paolo esortava i cristiani a pregare per tutti e prima di tutto per chi governa. “Ma questo governante è…”, e i qualificativi sono tanti; io non li dirò, perché questo non è il momento né il posto per dire i qualificativi che si sentono contro i governanti. Che li giudichi Dio, ma preghiamo per i governanti! Preghiamo: hanno bisogno della preghiera. È un compito che il Signore ci affida. Lo facciamo? Oppure parliamo, insultiamo, e basta?".
La preghiera spiana la strada dell'unità
Papa Francesco si domanda “che cosa accadrebbe se si pregasse di più e si mormorasse di meno”. Anche oggi, come per Pietro quando si trovava in carcere, “tante porte che separano si aprirebbero, tante catene che paralizzano cadrebbero”. E il Papa invita a chiedere al Signore la grazia di saperlo fare e precisa:
Dio si attende che quando preghiamo ci ricordiamo anche di chi non la pensa come noi, di chi ci ha chiuso la porta in faccia, di chi fatichiamo a perdonare. Solo la preghiera scioglie le catene, solo la preghiera spiana la via all'unità….
La profezia nasce quando ci si lascia provocare da Dio: non quando si gestisce la propria tranquillità e si tiene tutto sotto controllo. Non nasce dai miei pensieri, non nasce dal mio cuore chiuso. Nasce se noi ci lasciamo provocare da Dio. Quando il Vangelo ribalta le certezze, scaturisce la profezia. Solo chi si apre alle sorprese di Dio diventa profeta.
Abbiamo bisogno della profezia, ma di quella vera
Francesco guarda all’oggi e afferma che anche in questi tempi c’è bisogno di profezia e “non di parolai”, c’è bisogno di testimoniare “che il Vangelo è possibile”.
Non servono manifestazioni miracolose, ma vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Tu vuoi una Chiesa profetica? Comincia a servire, stai zitto. Non teoria, ma testimonianza. Non abbiamo bisogno di essere ricchi, ma di amare i poveri; non di guadagnare per noi, ma di spenderci per gli altri; non del consenso del mondo, quello è stare bene con tutti: da noi si dice:"stare bene con Dio e con il diavolo"... stare bene con tutti. Non questo non è profezia. Ma abbiamo bisogno della gioia per il mondo che verrà; non di progetti pastorali, questi progetti che sembrano avere la propria efficienza, come se fosSero dei sacramenti, progetti pastorali efficienti: no, ma abbiamo bisogno di pastori che offrono la vita: di innamorati di Dio.
Avere il coraggio di essere costruttori di unità
Così sono stati Pietro e Paolo che hanno annunciato Gesù fino a dare la vita. E’ questa la profezia che cambia la storia. E Papa Francesco ricorda che tutti i fedeli sono chiamati a diventare “pietre vive con cui costruire una Chiesa e un’umanità rinnovate” e conclude: 
C’è sempre chi distrugge l’unità e chi spegne la profezia, ma il Signore crede in noi e chiede a te: “Tu, tu, tu, vuoi essere costruttore di unità? Vuoi essere profeta del mio cielo sulla terra?”. Fratelli e sorelle lasciamoci provocare da Gesù e troviamo il coraggio di dirgli: “Sì, lo voglio!”.