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venerdì 13 marzo 2026

PROFETI NEL DESERTO

 


COME PROFETI


 IN UN DESERTO



-         di MAURIZIO PATRICIELLO

Le guerre fratricide mettono in crisi la fede di chi crede in Dio. 

Il pensiero di chiunque, anche del più acerrimo ateo o agnostico, nel sentire pronunciare il nome di Dio va alla pace, alla giustizia, alla tolleranza, al perdono, alla solidarietà, alla pietà, alla misericordia. Le bombe assassine sono un inno alla violenza e alla morte. Che possiamo fare, noi poveri esseri umani, davanti a uno scempio di queste dimensioni? Chi sono io, prete di periferia, di fronte a coloro che con un solo, cinico pollice alzato possono decretare la mia fine e quella di milioni di uomini e donne?

Non pochi, in questi mesi, sono caduti nella disperazione, aggiungendo sofferenza a sofferenza.

La Chiesa oggi prega, digiuna, condivide, soffre e offre. Perché la preghiera? Siamo, dunque, più misericordiosi del Padre della misericordia, da pensare di impietosirlo con le nostre suppliche? Qualcuno davvero crede che, come un grande vecchio, Lui se ne stia assiso su un trono d’oro, aspettando che i suoi figli, impauriti e depressi, lo implorino? Perché pregare, dunque?

Innanzitutto, perché ce lo ha chiesto Gesù.

Che cosa accade quando un’anima, o meglio, una comunità parrocchiale, o un’intera nazione prega, nessuno, nemmeno il più santo dei mistici, potrà mai dirlo con assoluta certezza. Obbediamo ed entriamo nell’alone del mistero. Godendo noi per primi del frutto della nostra obbedienza. Il muratore che aggiunge mattone a mattone non conosce il progetto del fabbricato come l’architetto. Solo alla fine si accorgerà di aver contribuito a innalzare una cattedrale nella quale risuoneranno le melodie liturgiche. Per adesso deve solo obbedire al mastro. Ecco, oggi, ci viene chiesto di fare proprio così.

Bussare con la certezza che la porta sbarrata sarà aperta. 

Come pellegrini, continuare a cercare; come pezzenti, insistere nel tendere la mano. Pregare è un atto di fiducia immenso. Non è facile credere che il deserto, arido e assolato, verrà ricoperto di fiori profumati. Eppure, davanti a una bara con dentro la salma di Raffaele, mio nipote, la settimana scorsa, con le lacrime agli occhi e il cuore a lutto, ho cantato: « Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore». La fede è questo: sperare contro ogni speranza. Chi prega sta mettendo in atto una rivoluzione. In un mondo dove tutto ha un prezzo, dove si è tentati di non credere più a nessuno, dove poche decine di persone possono – se vogliono – decretare la fine della vita su questa meravigliosa pallina chiamata Terra, un popolo che sa prostrarsi davanti a Dio sta mettendo un cuneo nel cuore del male. La preghiera è gettare a piene mani chicchi di grano senza la pretesa di voler sentire il profumo del pane cotto al forno. Prego perché ha pregato Gesù; prego perché hanno pregato i santi; prego perché, nei secoli, hanno pregato milioni di credenti. Prego perché ogni volta che lo faccio sento dentro di me il desiderio di donarmi totalmente a Dio e ai fratelli; perché avverto il terrore di fare male al prossimo, fosse anche solo per una sola parola cattiva pronunciata.

E il digiuno? Mi sovviene il ricordo di una pagina letta anni fa. Cito a memoria. Il giovane frate Davide Maria Turoldo, durante la Seconda guerra mondiale, era convalescente in ospedale. Un soldato, suo vicino di letto, aveva la febbre altissima. Si lamentò tutta la notte. Delirava. La mattina seguente, un giovane prete, riposato, sbarbato, pulito, profumato, entrò nella stanza. Si chinò amorevolmente sul paziente che non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Gli disse parole belle, di conforto. Gli parlò della croce e del Crocifisso. L’uomo ascoltava, poi, con un fil di voce gli rispose: «Reverendo, lei ha mai sofferto quel che sto soffrendo io? No? Allora, se ne vada». «Da quel giorno – dirà l’ormai famoso padre Turoldo – non mi sono mai più permesso di aprire la bocca davanti a un ammalato grave o a un moribondo». Confesso che accade anche a me. Nella vita delle persone si entra in punta di piedi, in silenzio, con rispetto, come in un reparto di rianimazione.

Oggi non mangiamo, o ci accontenteremo solo di un pasto frugale. Perché? Che cosa potrà ottenere il nostro piccolo sacrificio? Lo facciamo per sentirci Chiesa, casa, famiglia. Per condividere, almeno per poche ore, la sorte dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, che desidererebbero gustare anche solo una zuppa di patate calde, con serenità, senza il terrore che la casa gli crolli in testa. Digiuniamo per meglio assaporare e apprezzare tutto quel ben di Dio che, sovente, dalle tavole finisce nella spazzatura.

Preghiamo e digiuniamo per gridare ai fratelli e alle sorelle sotto le bombe: non siete soli. Siamo con voi. Perdonateci. 

Il vostro dolore è il nostro dolore. La vostra gioia è la nostra gioia. La vostra speranza è la speranza della Chiesa e di tutte le persone di buona volontà. Digiuniamo perché digiunò Gesù; perché lo hanno fatto i santi; perché lo faceva la mia mamma in Quaresima. Preghiera e digiuno. Insieme.

Per spalancare il nostro animo alla misericordia. Per rimanere umili e obbedienti. Per essere profeti di pace in un mondo che non sa più vivere e sognare.

www.avvenire.it

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sabato 21 aprile 2018

RISCOPRIRE IL SACERDOZIO COMUNE PER RINNOVARE LA CHIESA

Il termine “sacerdote” ha assunto nei secoli una tale forza di identificazione col “prete” (o col presbitero) da diventarne semplicemente un “sinonimo”. Le domande come: «è in casa il sacerdote?» o le esclamazioni come «benvenuto al novello sacerdote» hanno costellato le nostre esperienze da secoli. In questa cultura comune, alimentata anche da una teologia compiacente, parlare di “sacerdozio comune” diventa molto difficile e profondamente equivoco.

Per capire bene questa locuzione, dobbiamo soffermarci su un altro fatto singolare. Nel NT il termine “sacerdote” è attribuito o a Cristo, o al “popolo di Dio”. Cristo è l’unico sacerdote e, mediante il battesimo, tutti i battezzati diventano, in Cristo, sacerdoti, profeti e re. Parliamo quindi di “sacerdozio comune” perché il sacerdozio di Cristo è comunicato, con il battesimo, a tutti gli uomini e le donne che diventano “figli di Dio”.

Perciò il “sacerdozio comune” non ha nulla a che fare con una “estensione” del potere gerarchico al popolo di Dio. Semmai significa il contrario: che la sede originaria del sacerdozio non è nella gerarchia, ma in Cristo e nella Chiesa. Quello che chiamiamo “sacerdote” - ossia il presbitero e il vescovo - sono “ministeri al servizio del sacerdozio di Cristo e della Chiesa”.  

Per meglio comprendere il senso ecclesiale e cristologico di questa espressione, andiamo a ritrovarla nei due testi che ne hanno autorevolmente determinato la nuova scoperta, ossia in Lumen Gentium 10 e 11. LG 10 dice così: «Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo “un regno e sacerdoti per il Dio e il Padre suo” (Ap 1,6; cfr. 5,9-10).
 
Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt 2,4-10).
 
Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna (cfr. 1 Pt 3,15). Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo.
 
Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’eucaristia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa».
 
LG 11 afferma: «Il carattere sacro e organico della comunità sacerdotale viene attuato per mezzo dei sacramenti e delle virtù. I fedeli, incorporati nella Chiesa col battesimo, sono destinati al culto della religione cristiana dal carattere sacramentale; rigenerati quali figli di Dio, sono tenuti a professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa. Col sacramento della confermazione vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l'opera, come veri testimoni di Cristo.
 
Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa; così tutti, sia con l'offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell'azione liturgica, non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa comunione, mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente effettuata».
 
Questi due testi aprono uno sguardo nuovo sul “sacerdozio”, restituendo al termine i suoi due significati fondamentali: sacerdote è Cristo e sacerdotale è la comunità dei discepoli. Il ministero dei presbiteri e dei vescovi “serve” il sacerdozio di Cristo e quello della Chiesa. Nel percorso che abbiamo tracciato, abbiamo notato come il grande testo di LG chiede alla generazione dei cristiani di oggi una intelligenza ermeneutica delle sue intenzioni in cui la relazione tra continuità e discontinuità delle tradizioni trovi nuovo coraggio e audacia.

Qualificare la lettura che LG propone della Chiesa non è così facile come poteva apparire fino a qualche anno fa. Tale lettura certamente non è “classica” - se per classica si intende la visione medievale e tridentina della Chiesa. Tuttavia essa non è neppure assimilabile semplicisticamente ad una interpretazione “liberale”, costruita dal pensiero moderno e dal suo arrischiato metodo dell’immanenza, come vorrebbero sostenere tutti i nemici - dichiarati o clandestini - del concilio Vaticano II. 
 
LG 11 è un testo che rassicura la tradizione uscendo sia dalle secche del modello “classico” sia dai rischi del modello liberale. Potremmo dire, in modo forse anche azzardato, che LG 11 ci propone una lettura “post-liberale”: può annunciare la Chiesa come “communitas”  anche e forse soprattutto in un mondo “non più semplicemente moderno”.
 
Parafrasando un famoso titolo di J. Bossy, LG permette alla Chiesa di passare dall’individuo alla comunità, così reagendo alla tendenza dominante che viene non già dal modernismo, o dall’illuminismo, ma dalla sintesi tra visione tridentina e reazione antimoderna nella visione della Chiesa. Il nome di questa svolta è “sacerdozio comune”, o, meglio ancora, “comunità sacerdotale”.
 
Andrea Grillo
 

(articolo tratto da www.messaggerocappuccino.it)