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mercoledì 19 agosto 2026

LASCIATECI PREGARE

 


Alla Samaritana, che gli domanda quale sia il luogo giusto per adorare Dio — il monte Garizìm oppure Gerusalemme — Gesù risponde: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre»; perché «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4,21-24)


--di Paolo Gamberini 

L’immagine di un uomo che, all’interno della basilica di San Pietro, avrebbe pregato secondo il rito islamico, probabilmente rivolto verso la Mecca ha suscitato scalpore e scandalo. Non si può permettere un gesto di culto islamico nel cuore della cristianità perché ciò significherebbe indebolire l’identità cristiana e rinunciare a difendere le tradizioni religiose e culturali dell’Occidente.

Tuttavia, deve essere affermato che proprio il cristianesimo – nella sua essenza – ha introdotto nell’identità religiosa un elemento “kénotico” di dis-identificazione rispetto all’assolutizzazione dei luoghi, delle appartenenze, dei costumi e delle identità collettive religiose. Ciò non comporta la negazione delle differenze né l’indifferenza verso il significato specificamente cristiano di una chiesa. Significa, piuttosto, riconoscere che nessun luogo sacro può pretendere di circoscrivere la presenza di Dio. La santità di Dio non viene profanata dalla preghiera sincera di chi appartiene a un’altra tradizione religiosa. 

Alla Samaritana, che gli domanda quale sia il luogo giusto per adorare Dio — il monte Garizìm oppure Gerusalemme — Gesù risponde: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre»; perché «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4,21-24). Gesù non nega ogni valore ai luoghi, ai riti e alle tradizioni, ma ne relativizza la pretesa di possedere Dio. Il luogo sacro rimane importante come espressione visibile della fede di una comunità, ma non diventa un confine capace di separare Dio dall’essere umano che lo cerca. 

Tommaso d’Aquino è altrettanto netto: «in omnibus actibus latriae id quod est exterius refertur ad id quod est interius sicut ad principalius» (Summa theologiae, II-II, q. 84, a. 2). In ogni atto di culto ciò che è esteriore è subordinato, come a ciò che è principale, alla disposizione interiore. L’adorazione consiste principalmente «in interiori Dei reverentia», nella riverenza interiore verso Dio, mentre i gesti del corpo hanno un valore secondario e simbolico. Il luogo e la postura possono essere convenienti e significativi, ma non possono racchiudere Dio né stabilire definitivamente chi abbia il diritto di rivolgersi a lui. 

Non si può criticare un uomo semplicemente perché si prostra pregando Dio dentro una chiesa. La prostrazione, peraltro, non è affatto estranea alla tradizione cristiana: ricorre nella Scrittura, nella liturgia e nella spiritualità monastica; nella celebrazione del Venerdì Santo, lo stesso sacerdote si prostra davanti all’altare. Il problema non può essere, quindi, il gesto corporeo in quanto tale. Occorre piuttosto domandarsi se una persona che si rivolge sinceramente a Dio debba essere considerata una minaccia soltanto perché lo fa secondo una forma religiosa diversa dalla nostra. 

Anche il magistero cattolico invita a una valutazione teologicamente più profonda. La dichiarazione conciliare Nostra aetate afferma che i musulmani «adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente», mentre il Catechismo della Chiesa cattolica dichiara che essi «adorano con noi un Dio unico, misericordioso» (§ 841). Ciò non significa che cristianesimo e islam siano equivalenti o che le loro rispettive confessioni di fede possano essere sovrapposte. Rimangono differenze decisive, soprattutto riguardo alla Trinità, all’incarnazione e all’identità di Gesù Cristo. Significa però che il cristiano può riconoscere nella preghiera del musulmano un’autentica intenzione di rivolgersi all’unico Dio. 

A illuminare ulteriormente l’episodio di San Pietro può contribuire una narrazione conservata nell’antica tradizione islamica. Intorno al 630, una delegazione di cristiani proveniente da Najran, nell’Arabia meridionale, si recò a Medina per incontrare Maometto e discutere con lui di questioni religiose, in particolare dell’identità di Gesù. I membri della delegazione furono accolti nella Moschea del Profeta, la Masjid al-Nabawi, indossando i propri abiti religiosi. Quando giunse l’ora della loro preghiera, si prepararono a celebrare il culto rivolgendosi verso oriente. Alcuni musulmani avrebbero voluto impedirglielo, ma Maometto intervenne dicendo: «Lasciateli pregare». 

Il racconto non si trova nelle maggiori raccolte canoniche degli hadith, come il Sahih al-Bukhari o il Sahih Muslim, ma è trasmesso dalla letteratura biografica antica, in particolare dalla Sīra attribuita a Ibn Isḥāq e giunta attraverso la redazione di Ibn Hishām, nonché da successive opere storiche ed esegetiche. Il suo significato normativo è stato discusso dai giuristi musulmani: alcuni vi riconoscono un precedente per l’ospitalità interreligiosa e per l’ingresso dei non musulmani nelle moschee; altri lo considerano una concessione eccezionale, legata a una circostanza diplomatica particolare. Rimane comunque altamente significativo che la tradizione islamica abbia conservato la memoria di cristiani autorizzati a celebrare la propria preghiera nel luogo centrale della comunità musulmana. 

Il racconto della delegazione di Najran propone allora una provocazione salutare: se Maometto, secondo l’antica tradizione islamica, poté dire dei cristiani presenti nella sua moschea «Lasciateli pregare», perché i cristiani dovrebbero sentirsi necessariamente minacciati da un musulmano che si prostra davanti a Dio in una basilica? L’ospitalità non cancella l’identità del luogo: la manifesta nella forma più alta, quando l’identità è abbastanza solida da non percepire ogni differenza come una profanazione. Una chiesa non perde la propria sacralità perché qualcuno vi invoca Dio in modo diverso; potrebbe, al contrario, mostrare che la santità di un luogo si esprime anche nella capacità di accogliere la ricerca religiosa dell’altro. 

Il punto, però, è ancora più profondo. Il cristianesimo introduce una tensione permanente tra particolare e universale. La fede cristiana possiede un’identità determinata, fondata sulla confessione di Gesù Cristo morto e risorto, ma nessuna identità storica, culturale o nazionale può pretendere di esaurirne la verità: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). L’universalità cristiana non elimina le differenze, ma impedisce che una di esse venga trasformata in assoluto. 

Questa struttura non è rimasta confinata alla teologia. Attraverso una storia tutt’altro che lineare e spesso contraddittoria, il cristianesimo l’ha consegnata anche alla cultura occidentale. L’universalismo inclusivo moderno può essere considerato, almeno in parte, uno degli esiti secolarizzati e trasformati dell’universalismo cristiano. Sul piano teologico, Dio non è proprietà esclusiva di un luogo, di un gesto o di un popolo; sul piano politico e culturale, l’universale non è proprietà di una cultura, di un costume o di un’identità storicamente determinata. 

La particolarità rimane e deve essere custodita: una basilica cristiana non è una moschea, così come una moschea non è una chiesa. Il dialogo autentico non nasce dalla confusione delle identità, ma dal loro reciproco riconoscimento. Tuttavia, la particolarità non può trasformarsi in assoluto. Una delle acquisizioni più profonde della tradizione informata dal cristianesimo consiste non soltanto nel possedere un’identità, ma anche nell’aver prodotto gli strumenti per disidentificarsi criticamente da essa, sottoporla a giudizio e aprirla all’universale. 

Inclusività e contaminazione, dunque, non sono necessariamente il sintomo di una civiltà che non crede più in se stessa. Possono significare il contrario: la fedeltà a una civiltà la cui più profonda vocazione consiste, paradossalmente, nel non assolutizzare alcuna identità particolare, nemmeno la propria. La basilica di San Pietro conserva intatta la propria identità cristiana non quando respinge automaticamente chi prega in modo diverso, ma quando testimonia che il Dio annunciato dal cristianesimo è più grande dei confini entro i quali vorremmo racchiuderlo. 

Piuttosto che irrigidirsi nella difesa di una presunta identità — peraltro assai difficile da determinare nella sua presunta purezza — la civiltà ispirata dal cristianesimo ha prodotto una domanda più radicale: con quale diritto di fronte a un uomo prostrato in preghiera, la prima reazione cristiana dovrebbe essere quella di espellerlo, invece di riconoscere, pur nella differenza delle fedi, il desiderio umano di rivolgersi all’Assoluto? In tal senso, le parole attribuite a Maometto potrebbero risuonare anche sotto le volte di San Pietro: «Lasciatelo pregare».

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sabato 8 febbraio 2025

IL CONCILIO DI NICEA

 


Anniversario del Concilio di Nicea (325-2025)

 

In occasione dell’anniversario del primo Concilio ecumenico cristiano, tenutosi esattamente 17 secoli fa, nel 325, a Nicea, p. Giuseppe Oddone ha preparato un ampio articolo indirizzato agli insegnanti dell’AIMC e dell’UCIIM, associazioni professionali di cui è assistente ecclesiastico.

- di p. Giuseppe Oddone 

Notizie storiche

n questo anno giubilare del 2025 ricorre l’anniversario del primo Concilio ecumenico cristiano, tenutosi esattamente 17 secoli fa, nel 325, a Nicea, in Bitinia, nella parte asiatica dell’attuale Turchia, a circa 130 chilometri da Costantinopoli. Con l’avvento al potere di Costantino, l’imperatore favorevole ai cristiani, che aveva riunito nella sua persona tutto il potere politico, anche i pastori della Chiesa, che dopo il decreto di Milano del 313 avevano ottenuto libertà di culto e di visibilità, sentirono il bisogno di definire la dottrina tradizionale della Chiesa, sia per condividere la medesima fede in contesti culturali e politici diversi, sia per costruire, in un momento di grande espansione missionaria e di fermento culturale e teologico, nuove comunità che si riconoscessero come chiese sorelle nel rispetto delle legittime diversità di linguaggio e di costumi. 

Fin dalle origini il caposaldo della fede cristiana è la professione di un solo Dio in tre Persone distinte: Padre, Figlio o Logos fatto uomo, Spirito Santo. Quando si veniva battezzati, si dichiarava la fede nelle Tre Persone divine. Ma il rapporto tra il Padre e il Figlio risultava, nei dibattiti teologici del tempo, espresso ancora in modo indeterminato ed aveva dato luogo a varie interpretazioni. Un presbitero della Chiesa di Alessandria, Ario, seguendo uno schema concettuale di origine platonica, affermava non solo la dipendenza di natura del Figlio dal Padre, ma negava anche la sua divinità e la sua eternità. Per Ario il Figlio è creazione del Padre, è una specie di demiurgo, è creato dal nulla, come strumento della creazione di altri esseri. Lo si può chiamare Dio come lo chiama la Chiesa, ma lo è solo in senso morale ed improprio.

Il Concilio di Nicea

La dottrina di Ario ebbe una notevole diffusione, suscitò vivaci contrasti e dibattiti che minarono l’unità della Chiesa e la pace religiosa, creando divisioni, tanto da compromettere anche una serena convivenza civile. Fu lo stesso imperatore Costantino che sentì la necessità di convocare il Concilio di Nicea. Si era riservato il titolo di pontifex maximus, proprio degli imperatori pagani e si considerava come “il vescovo dell’esterno” della Chiesa.

Egli mise a disposizione dei convocati al Concilio il cursus publicus, l’utilizzo di quel sistema di comunicazioni e di viaggi, organizzati dallo stato.   Si riunirono a Nicea secondo la tradizione più di trecento vescovi, in maggioranza dalle Chiese d’Oriente. Dei partecipanti solo sette provenivano dalle Chiese dell’Occidente, tra cui il vescovo spagnolo Osio, molto stimato da Costantino, e due presbiteri romani, Vittore e Vincenzo, come delegati del Papa Silvestro ormai in età avanzata. 

Secondo le testimonianze di storici antichi la prima sessione del Concilio avvenne il 20 maggio del 325. I vescovi si radunarono nella grande sala del palazzo imperiale e presero posto nei loro seggi a destra e a sinistra del luogo riservato all’imperatore. Attesero in silenzio la sua venuta. Al segno convenuto tutti si alzarono: Costantino entrò nella sala vestito di porpora e tutto risplendente d’oro, “simile a un angelo celeste di Dio”, accompagnato da alcuni famigliari cristiani della sua corte. Quando giunse al suo posto gli fu portato un seggio tutto d’oro. Si sedette solo dopo aver invitato i vescovi a fare altrettanto. Il vescovo più vicino all’imperatore gli rivolse un breve discorso di saluto. Poi Costantino prese la parola e si espresse in latino, ringraziando Dio ed affermando che la pace della Chiesa era per lui la cosa più importante, più importante persino delle guerre esterne contro coloro che minacciavano i confini dell’Impero. 

 Il primo problema affrontato dai padri conciliari fu la discussione della dottrina ariana. Si sentì il bisogno di definire in termini precisi la fede tradizionale a riguardo della natura di Cristo-Figlio in relazione a quella di Dio-Padre. Il termine più discusso fu la parola “consostanziale”, della stessa sostanza del Padre (homoousios). Esso venne accettato e la dottrina ariana fu condannata. Si trattarono nel Concilio di Nicea anche altre questioni riguardanti la data della Pasqua da celebrarsi la prima domenica dopo il plenilunio di primavera; inoltre si cercò di definire l’organizzazione giuridica della Chiesa con quattro sedi patriarcali (Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria d’Egitto), e furono stabilite norme disciplinari che riguardavano la condotta dei chierici. Il 19 giugno 325, probabile data della chiusura del Concilio, venne promulgata la breve redazione finale del simbolo niceno. Tutti lo sottoscrissero ad eccezione di due vescovi.

Il simbolo niceno

 È utile conoscere il simbolo niceno nella redazione integrale, tradotta in italiano, senza le aggiunte fatte poi dal Concilio di Costantinopoli.  “Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili ed invisibili.   Ed in un solo Signore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, nato dal Padre, unigenito, cioè dalla essenza del Padre, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso, si è incarnato e si è fatto uomo. Ha patito, è risuscitato il terzo giorno, è salito al cielo, e verrà a giudicare i vivi e i morti.  E nello Spirito Santo”.

 Seguiva una formula di scomunica e di condanna delle dottrine di Ario. “Coloro poi che dicono: "che vi fu un tempo in cui Egli non era; e che prima di essere generato non era; e: che è stato fatto da ciò che non era o da un'altra persona o sostanza; o: che il Figlio di Dio è creato, variabile, mutevole, costoro la Chiesa cattolica li anatematizza (condanna)”. 

L’imperatore Costantino congedò poi al termine del Concilio i vescovi con un sontuoso banchetto, con donativi per ognuno di loro e con un discorso conclusivo li esortò a vivere nella concordia e nella pace.

Nonostante il Concilio di Nicea, l’arianesimo, che aveva anche numerosi simpatizzanti nella corte imperiale e tra i vescovi dell’impero, continuò ancora per alcuni decenni; divenne oltre che una dottrina eretica una specie di partito politico, e fu considerato con simpatia da alcuni successori di Costantino, in particolare dall’imperatore Costanzo, probabilmente perché la dottrina di Ario poteva giustificare meglio la volontà di potere assoluto nell’immenso dominio romano.

 L’eresia ariana fu debellata nella Chiesa solo nel Concilio di Costantinopoli, nel 381, che riprese e perfezionò, dopo la speculazione teologica dei tre grandi Padri Cappadoci, S. Basilio Magno, S. Gregorio di Nazianzo e S. Gregorio di Nissa, il credo proposto nel Concilio di Nicea. Il simbolo niceno, rivisto ed ampliato, chiamato simbolo niceno-costantinopolitano o semplicemente credo niceno è in uso nella liturgia della Chiesa.

Importanza storica ed ecclesiale

Il Concilio di Nicea fu sempre considerato dai cristiani come un evento fondamentale e avvolto, soprattutto nelle chiese orientali, da una venerazione religiosa. Esso rimane anche oggi uno stimolo all’unità della Chiesa. Continua infatti ad accomunare i cristiani di tutte le Chiese: i cattolici, gli ortodossi, i luterani, i calvinisti, gli anglicani, gli evangelici, i pentecostali.

 È significativo che il simbolo niceno cominci con la parola “Crediamo” al plurale per evidenziare tra varie Chiese un’appartenenza comune. Il credo niceno nella sua formulazione originale è normalmente utilizzato nelle assemblee generali del Concilio ecumenico delle Chiese.

Ricordare oggi il Concilio di Nicea comporta inoltre, oltre all’impegno per l’ecumenismo e per l’unità della Chiesa, l’approfondimento e il rinnovamento della fede in Gesù Cristo, nel mistero trinitario, nella celebrazione dell’Eucaristia. “Il Verbo si fece carne e dimorò tra noi…. Dio nessuno lo ha mai visto. L’Unigenito Dio, che è nel seno del Padre, egli lo ha rivelato” (Gv 1, 14.18). Gesù Cristo è pertanto vero uomo, e vero Dio, non in senso derivato, ma Dio vero da Dio vero, coeterno col Padre, generato prima di tutti i tempi, non creato: è una Persona trinitaria che possiede in modo perfetto la natura divina e la natura umana. Proclamando la divinità di Cristo e il mistero dell’incarnazione, della morte e della risurrezione di Gesù, il Concilio di Nicea ha precisato e riaffermato anche il monoteismo trinitario, l’unico Dio in tre persone eguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo, mistero dalla Chiesa sempre professato nell’amministrare il sacramento del battesimo. 

Se non si accetta la divinità di Cristo, svanisce anche il mistero trinitario e si snatura tutto il cristianesimo. Il Padre possiede l’unica natura divina come colui che dona tutto, il Figlio possiede l’unica natura divina come colui che tutto riceve, lo Spirito possiede l’unica natura divina come vincolo d’ amore tra il Padre ed il Figlio. Tre Persone (si è persona quando si è in relazione con un tu) sussistenti in un’unica natura o sostanza, posseduta da ciascuna persona divina con una relazione diversa. Il cristianesimo professa quindi l’unità di Dio, che non è unità numerica, ma di natura, di sostanza, perché Dio è comunione, Dio è amore. Egli è venuto a noi nel tempo con il mistero del suo Figlio che si fa uomo, muore e risorge per noi per comunicarci la sua stessa vita divina, rendendoci suoi figli: una realtà d’amore che avvolge anche tutta la nostra esistenza terrena.

 Testimonianze poetiche e mistiche

Il mistero trinitario ha affascinato anche tanti poeti, antichi e moderni. Il nostro poeta Dante, poeta della fede cristiana tanto da desiderare di ricevere la corona poetica sul fonte del suo battesimo, prova un brivido nella sua intelligenza prima e poi nel suo cuore contemplando il mistero di Dio uno e trino e il mistero dell’incarnazione di Cristo, termine ultimo del suo e del nostro cammino spirituale.

“O luce etterna che sola in te sidi, Sola t’intendi, e da te intelletta E intendente te ami e arridi. (Par. XXXIII, 124-126)” Ossia: Dio è Uno (luce che sola sussisti in te stessa) sola ti intendi (Padre) e da te compresa, e comprendente te (Figlio), ami e riempi di gioia (Spirito Santo): in sintesi ciascuna delle tre persone divine è soggetto ed oggetto di intelligenza e di amore.  Per intercessione di Maria, Dante ha potuto prima fissare lo sguardo dentro questa luce eterna, ha intuito il mistero della unità di Dio, vi ha visto legato con amore nel suo profondo tutto ciò che per l’universo si squaderna, ossia tutta la vicenda umana e tutta la sua storia personale e ha provato per questo una gioia indescrivibile.   Poi nella profonda e chiara essenza divina vede tre cerchi di colori diversi ma con la stessa superficie, il secondo riflesso dal primo e il terzo come un fuoco prodotto egualmente dall’uno e dall’altro. Ed aggiunge: Oh come è inadeguato il nostro linguaggio davanti a tanto mistero!

Infine, nel cerchio riflesso del Figlio, proprio dentro di esso, del colore stesso divino, gli appaiono le sembianze di un uomo, di Cristo, e gli occhi del poeta si fissano completamente su di lui: si sforza di capire come la natura umana possa unirsi e collocarsi nel secondo cerchio della natura divina. La sua intelligenza non è capace di tanto: ma una folgorazione di grazia, dell’“amor che muove il sole e l’altre stelle”, soddisfa il suo desiderio, placa la sua volontà con senso di serenità e di pace, mette in movimento la sua vita, che ora si volge senza aver più sobbalzi o strappi, come una ruota che gira con un moto circolare uniforme. San Giovanni della Croce intitola una sua poesia sul mistero trinitario “La fonte”.

La Trinità è una sorgente di vita che scorre e zampilla anche se fonda è la notte della fede. Io so bene – dice il poeta - dove essa ha in suo nascondiglio. Questa fonte non ha origine, anzi ha dato origine a tutte le cose; in essa non si trova fondo e nessuno può guadarla; la sua luce non si oscura mai e ogni luce è uscita da lei. Non esiste realtà più bella e cielo e terra bevono della sua bellezza. La corrente (il Figlio) che fluisce da tale fonte è altrettanto vasta e onnipotente; la corrente (lo Spirito) che procede dalle prime due (dal Padre e dal Figlio) non è preceduta da nessuna delle altre due, è coeterna con loro. Questa eterna fontana è nascosta nel pane vivo dell’Eucaristia per donarci la vita. La vivente fonte trinitaria, che io desidero - dice San Giovanni della Croce - io la vedo in questo mistero! Siamo chiamati a dissetarci di quest’acqua viva, del mistero trinitario, celebrando l’Eucaristia nella notte della fede. Il mistero dell’incarnazione, inseparabile dal mistero trinitario, è particolarmente presente in tutta la spiritualità cristiana e in ogni esperienza mistica. Ognuno di noi, durante il suo pellegrinaggio terreno, nella propria interiorità può sperimentare in modo unico e personale di vivere fra le braccia e nella mente di Dio Padre, nel cuore e col cuore di Cristo, avvolto e permeato dallo Spirito. Sentire la presenza trinitaria è una realtà che trasforma profondamente la vita quotidiana. È in sintesi quanto viene proclamato al termine di ogni preghiera eucaristica: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria! Amen”. 

CEI - Educazione

mercoledì 9 ottobre 2024

RIPENSARE L'ORA DI RELIGIONE


 Vale la pena di prendere sul serio le riflessioni del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, presidente della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della CEI, riportate in un articolo che compare sul n. 7/8 di Rivista del Clero Italiano, storica testata di Vita e Pensiero.

 Il titolo è già un programma: Insegnamento, religioni, spazio laico. Verso un nuovo statuto dell’ora di religione nella scuola pubblica.

 

di: Brunetto Salvarani

 Tra i motivi che, a suo parere, spingono a pensare a un nuovo statuto dell’ora di religione c’è la consapevolezza di vivere un pluralismo religioso del tutto inedito, nel quadro di quello che papa Francesco insiste a definire un cambiamento d’epoca: «uno statuto che contribuisca alla creazione di una civitas ecumenica, capace di riconoscere e apprezzare le differenze. In questa luce la Chiesa cattolica potrà fare un passo indietro, rinunciando a uno spazio che le spetta di diritto in nome del Concordato, per aiutare la società a fare un passo avanti».

 Oggi – sostiene il vescovo – è necessario un insegnamento che riconosca e includa le altre confessioni e religioni, senza trascurare quanti, in ricerca, non sono legati ad alcuna religione: «In questa prospettiva si può immaginare l’insegnamento della religione in chiave interreligiosa. Anzi, di più: se la cultura religiosa è chiamata a essere parte delle conoscenze e delle competenze dello studente in formazione, possiamo ipotizzare un insegnamento della religione per tutti, superando l’equivoco della facoltatività».

 Si aprono, ora, diversi interrogativi, ma l’autorevolezza della firma e le ragioni della proposta non possono essere facilmente accantonati. «Come essere Chiesa in uscita nello spazio pubblico?», si domanda – e ci domanda – don Derio. Si aprirà un dibattito al riguardo? Me l’auguro vivamente. Qui scelgo di toccare appena alcuni punti, per contribuire a rilanciare la questione. Chiaramente delicata, ma insieme strategica.

 Le ragioni di una reticenza

È impressionante la reticenza con cui, in ciò che resta del mondo cattolico, si riflette sulla situazione dell’ora di religione cattolica (tecnicamente, IRC) nelle scuole italiane. Meglio, potremmo dire non si riflette, per più di un motivo: paura di perdere un privilegio acquisito da tempo, scarsa volontà di aprire un possibile contenzioso con lo Stato, sottovalutazione del calo progressivo di quanti aderiscono all’IRC, e si potrebbe continuare.

 Una questione che, peraltro, s’intreccia con altre delle quali, pure, ben poco (e male) si ragiona: dal dramma cronico dell’analfabetismo religioso all’amara constatazione di quanto pesi sulla fragile identità cattolica dei nostri connazionali l’assenza della conoscenza della Bibbia nei circuiti culturali, e non solo in quelli. Fino al relativo interesse con cui pensiamo al ruolo della scuola, conclusasi la stagione gloriosa dell’associazionismo cattolico di impegno pedagogico e didattico, di cui fa fede la morìa delle riviste specializzate e dell’editoria storica non meno che delle figure di riferimento. Quella scuola che, del resto, permane l’unico ambito sociale in cui sono destinati a transitare prima o poi tutti gli italiani, in veste di discenti, docenti o genitori…

 Post-secolarizzazione

Per cogliere la necessità di uno sguardo nuovo sulla religione a scuola, basterebbe partire da un dato oggettivo. La revisione del Concordato fra Santa Sede e Repubblica italiana del 1984, quella che ha rifiutato l’ipotesi sul tappeto, detta «doppio binario» (un insegnamento curriculare per tutti e uno facoltativo gestito dalle singole confessioni religiose) e che ha sancito l’attuale situazione dell’IRC, fu pensata e firmata in un contesto storico e culturale abissalmente distante da quello odierno, in cui – per dire – erano ancora in piedi il Muro di Berlino e le Twin Towers a New York, la secolarizzazione sembrava aver trionfato sul bisogno di sacro e con essa la sensazione che più modernità equivalesse a meno religione.

 Ora, al crollo simbolico e reale di quei muri si accompagna ciò che chiamiamo post-secolarizzazione, e la convinzione diffusa che con le religioni (al plurale) non si possa non fare i conti sul piano sociale e culturale, in un quadro di religiosità fluide, porose, post-moderne. A partire proprio da quel plurale – le religioni –che rappresenta lo scenario con cui è necessario confrontarsi per quanti intendano cogliere gli attuali segni dei tempi.

 Materia incandescente e spinosissima, ovvio, soprattutto in stagioni, quali la nostra, ricca di identitarismi e di sordità reciproche fra nuovi clericalismi e laicismi impenitenti, molto più che di dialogo e di ospitalità. Proprio per questo, peraltro, l’ambito scolastico sarebbe chiamato a un supplemento di responsabilità, pena il divenire lo spazio principe per strumentalizzazioni e banalizzazioni varie.

 Pensiamo, ad esempio, ad annose querelle che si ripresentano stancamente, e puntualmente, ogni anno, come presepe sì – presepe no e velo sì – velo no…

 L’ignoranza della Bibbia

L’inatteso pluralismo delle confessioni di fede che ci sta attraversando e ha ormai messo radici è infatti destinato a porre a dura prova la tradizionale ignoranza italiana in campo religioso, invitando l’universo della scuola e della formazione permanente a un impegno più serio e approfondito al riguardo.

 Sarà impossibile, in ogni caso, continuare a considerare il fatto religioso come un elemento puramente individualistico o folkloristico, privo d’influssi culturali, economici e sociali.

 Come ogni novità, un panorama simile potrà provocare paure e indurre a chiusure intellettuali, e lo sta facendo, ma altresì stimolare a un autentico salto di qualità, se sarà vissuta con la necessaria laicità (dato che una laicità aperta è il presupposto di ogni sano pluralismo).

 Ecco, dunque, in Italia e in Europa, in negativo, i preoccupanti indizi di un risorgente antisemitismo, di un’islamofobia e di un antiziganismo montanti, di un’intolleranza crescente nei confronti dell’immigrazione dalle nazioni più povere, di un razzismo più o meno strisciante, e così via. Ma anche segni di speranza e buone pratiche…

 Quasi vent’anni fa, nell’ottobre 2007, il Ministero dell’Istruzione metteva a punto un documento dal titolo emblematico – La via italiana alla scuola interculturale – in cui si poteva leggere: «A titolo esemplificativo, in attesa di ulteriori approfondimenti collegati alle nuove indicazioni e alla revisione dei curricoli della scuola, si segnala la necessità di superare le proposte marcatamente identitarie e eurocentriche nel campo dell’insegnamento della storia, concettualizzando il nesso storia-cittadinanza; di considerare la geografia un’occasione quanto mai privilegiata per la formazione di una coscienza mondialistica; o l’opportunità di allargare lo sguardo degli alunni stessi in chiave multireligiosa, consapevoli del pluralismo religioso che caratterizza le nostre società e le nostre istituzioni educative e della rilevanza della dimensione religiosa in ambito interculturale» (corsivo mio).

 Si trattava, direi, di un buon punto di partenza… rimasto, di fatto, lettera morta. Di fronte a tale scenario, in costante trasformazione, il sistema ipotizzato all’epoca dal Concordato Craxi-Casaroli appare oggi giocoforza inadeguato, complice de facto non solo dell’odierno stato di analfabetismo religioso ma anche dell’ignoranza quasi assoluta della Bibbia, Grande codice dell’immaginario occidentale.

 Cose sotto gli occhi di tutti, volendo essere intellettualmente onesti: peraltro, visto che mi capita spesso di avere a che fare con docenti di IRC in genere preparati, dotati di buona professionalità e disponibili al confronto con il cambiamento, ma anche consapevoli del disagio che essi stessi vivono quotidianamente, credo si tratti di una questione di sistema, non di persone né di programmi. Inevitabilmente, la loro è una materia dimezzata… ben al di là delle statistiche sugli avvalentisi.

 Inoltre, il prima possibile, sarebbe importante sanare quell’increscioso vuoto culturale o insulto pedagogico, come è stato definito, creato dalla pressoché totale assenza di una qualche materia alternativa, che, per esclusiva competenza statale, dovrebbe comunque essere assicurata, nel curricolo degli alunni che non si avvalgono dell’offerta confessionale.

 Il Fattore R

Compete al sistema scolastico il ruolo di alfabetizzare la totalità degli alunni sulle grandi aree dell’esperienza umana, compresa l’area dell’universale esperienza simbolico-religiosa, alla cui lettura critica si dedicano, con serietà di metodi e plausibilità di risultati, non poche scienze storiche, filologiche, ermeneutiche, teologiche, e così via.

 Mi pare evidente, in tale prospettiva, che l’aspetto della confessionalità dell’insegnamento religioso in Italia risulti anacronistico, a cominciare dalla stessa sua dizione, Insegnamento della religione cattolica, come se quella cattolica fosse una religione e non una confessione cristiana accanto alle altre. Così come il meccanismo attuale di scelta dei docenti, che registra il protagonismo dei vescovi ma sovente mette a disagio chi è coinvolto (per più di un motivo, essendo una gabbia insieme dorata e precaria).

 Sarebbe un segnale importante se la Conferenza episcopale, sulla linea dell’analisi del vescovo Olivero, accettasse di avviare una ridiscussione con le autorità competenti, in un dibattito franco e aperto: ne guadagnerebbero i docenti di IRC, condannati a percepirsi e a essere percepiti necessariamente di serie B rispetto agli altri a dispetto dell’avvenuta messa in ruolo di diversi fra loro, ma anche gli studenti tutti (certo, si potrebbe rispondere, ma l’attuale Parlamento avrebbe interesse ad affrontare una questione così spinosa? non c’è che da verificarlo…). Per non parlare – e si dovrebbe farlo – del regime di facoltatività dell’insegnamento religioso, che fa acqua da ogni parte e non fa giustizia del legittimo diritto degli studenti italiani di ricevere dalla scuola, tutti nessuno escluso, una seria competenza sul Fattore R (come Religione), elemento decisivo per capire le dinamiche storiche del mondo ma anche la condizione geopolitica odierna. Come è apparso evidente negli ultimi anni, cercando di cogliere le ragioni profonde dei conflitti fra Russia e Ucraina e di quello israelopalestinese, ad esempio.

 Il Libro sacro degli altri bambini

«La Chiesa desidera entrare nella scuola» – scrive don Derio – «per contribuire non tanto a educare dei credenti, ma dei cittadini. Cittadini capaci di abitare questo tempo, plurale e post-secolare. Capaci di capire questo tempo e di impegnarsi a costruire una società in dialogo nelle differenze, in pace».

 In tale prospettiva, credo occorra muoversi nell’ottica di un sistema multireligioso in cui sia lo Stato, attraverso i suoi docenti, a educare alla cultura religiosa delle diverse fedi, ovviamente tenendo anche conto dell’incidenza preponderante della cultura cristiano cattolica nel nostro Paese, sul piano storico, sociale e antropologico. Un insegnamento di tutte le religioni, aconfessionale e destinato a tutte/i, senza alcuna facoltatività.

 Realisticamente, esso potrebbe essere tenuto dagli attuali docenti di IRC, in attesa che si formino e crescano anche insegnanti provenienti dalle università, sottoposti allo stesso regime degli altri docenti, con regolari concorsi (da qualche anno, fra l’altro, c’è stato il ritorno degli insegnamenti di teologia nel sistema universitario italiano, a centocinquant’anni dalla soppressione nelle università italiane di quelle facoltà di teologia che ci sono da sempre in Germania, Svizzera, Belgio, Inghilterra, e perfino in Francia). Sarebbe la fine di un’anomalia tutta italica, figlia di una stagione superata e, ritengo, non più destinata a riproporsi.

 Da parte mia (sono per formazione docente di lettere nei licei), penso sia opportuno che, per evitare di essere inserita in un quadro di multiculturalismo separatista – con relativo rischio di balcanizzazione delle diverse ore delle singole religioni –, un’ipotesi del genere debba trovare la sua collocazione all’interno di una prospettiva pedagogica interculturale e dialogica (pena il rischio di trovarsi di fronte, in un prossimo futuro, all’ora di islam, quella di buddhismo, e così via). Perché solo una scuola che favorisca e promuova il dialogo interreligioso e interculturale sarà in grado di contribuire a rafforzare il fondamento della civiltà e della convivenza sociale.

 Con ragione Amos Luzzatto, il grande intellettuale ebreo scomparso alcuni anni fa, sosteneva che ogni bambino ha il diritto di leggere il Libro sacro degli altri bambini, «poiché fino a quando i cattolici leggeranno solo il vangelo, gli ebrei solo la Torà e i musulmani solo il Corano sarà impossibile realizzare una vera integrazione a scuola e nella società».

 Possiamo parlarne, finalmente?

Settimana News

martedì 19 gennaio 2021

CRISTIANI UNITI NELLA COMUNE PREGHIERA

 


“Viviamo e celebriamo la nostra unità nella preghiera comune”

Pubblichiamo la Lettera Ecumenica firmata da Mons. Ambrogio Spreafico, Presidente della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, Mons. Polykarpos Stavropoulos, Vicario Patriarcale della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta, e dal Pastore Luca Maria Negro, Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2021).

 

Care sorelle e cari fratelli,

mai come in questo tempo abbiamo sentito il desiderio di farci vicini gli uni gli altri, insieme alle nostre comunità che sono in Italia. La sofferenza, la malattia, la morte, le difficoltà economiche di tanti, la distanza che ci separa, non vogliamo nascondano né diminuiscano la forza di essere uniti in Cristo Gesù, soprattutto dopo aver celebrato il Natale. La sua luce, infatti, è venuta ad illuminare la vita delle nostre comunità e del mondo intero: è luce di speranza, di pace, luce che indica un nuovo inizio. Sì, non possiamo solo aspettare che dopo questa pandemia “tutto torni come prima”, come abitualmente si dice. Noi, invece, sogniamo e vogliamo che tutto torni meglio di prima, perché il mondo è segnato ancora troppo dalla violenza e dall’ingiustizia, dall’arroganza e dall’indifferenza. Il male che assume queste forme vorrebbe toglierci la fede e la speranza che tutto può essere rinnovato dalla presenza del Signore e della sua Parola di vita, custodita e annunciata nelle nostre comunità.

In questi mesi di dolore e di grande bisogno abbiamo visto moltiplicarsi la solidarietà. Molti si sono uniti alle nostre comunità per dare una mano, per farsi vicino a chi aveva bisogno di cibo, di amicizia, di nuovi gesti di vicinanza, pur nel rispetto delle giuste regole di distanziamento. Sentiamo il bisogno di ringraziare il Signore per questa solidarietà moltiplicata, ma vogliamo dire anche grazie a tanti, perché davvero scopriamo quanto sia vero che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (cfr. Atti 20,35). La gratuità del dono ci ha aiutato a riscoprire la continua ricchezza e bellezza della vita cristiana, inondata dalla grazia di Dio, che siamo chiamati a comunicare con maggiore generosità a tutti. Così, non ci siamo lasciati vincere dalla paura, ma, sostenuti dalla presenza benevola del Signore, abbiamo continuato ad uscire per sostenere i poveri, i piccoli, gli anziani, privati spesso della vicinanza di familiari e amici. Le nostre Chiese e comunità hanno trovato unità in quella carità, che è la più grande delle virtù e che, unica, rimarrà come sigillo della nostra comunione fondata nel Signore Gesù.

Desideriamo, infine, intensificare la preghiera gli uni per gli altri, per i malati, per coloro che li curano, per gli anziani soli o in istituto, per i profughi, per tutti coloro che soffrono in questo tempo. Come abbiamo scritto nella presentazione del sussidio per la Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani, oggi la nostra preghiera sale intensa, perché il Signore guarisca l’umanità dalla forza del male e della pandemia, dall’ingiustizia e dalla violenza, e ci doni l’unità tra noi. Ci uniamo con la nostra preghiera anche nella memoria del Metropolita Zervos Gennadios, che per diversi anni ha condiviso con noi il cammino verso la piena unità e ci ha lasciato il 16 ottobre dello scorso anno. La preghiera stessa infatti diventi a sua volta fonte di unità. Ignazio di Antiochia ricorda ai cristiani di Efeso nei suoi scritti: “Quando infatti vi riunite crollano le forze di Satana e i suoi flagelli si dissolvono nella concordia che vi insegna la fede”. Rimanere in Gesù vuol dire rimanere nel suo amore. Quell’amore che ci spinge ad incontrare senza timore gli altri, specialmente i più deboli, i periferici, i poveri ed i sofferenti, come Gesù stesso ci ha insegnato, percorrendo senza sosta le strade del suo tempo.

Viviamo e celebriamo la nostra unità nella preghiera comune, che vedrà riunite le nostre comunità soprattutto in questa settimana.

Un fraterno saluto a tutti nell’amicizia e nella stima che ci uniscono.

 

mercoledì 26 ottobre 2011

PELLEGRINI DI PACE - LO SPIRITO DI ASSISI


Venticinque anni fa, il 27 ottobre 1986, fu convocata da Giovanni Paolo II una Giornata mondiale di preghiera per la pace, ad Assisi, a cui presero parte i rappresentanti di tutte le grandi religioni mondiali. Vi parteciparono 50 rappresentanti delle Chiese cristiane (oltre ai cattolici) e 60 rappresentanti delle altre religioni mondiali. Per la prima volta nella storia si realizzava un incontro come questo.

L'intuizione del Papa fu semplice e profonda: riunire i credenti di tutte le religioni mondiali nella città di San Francesco, ponendo l'accento sulla preghiera per la pace, l'uno accanto all'altro, di fronte all'orrore della guerra.

Disse il Papa in quell’occasione: "E' in sé un invito fatto al mondo per prendere coscienza che esiste un'altra dimensione della pace e un altro modo di promuoverla, che non sono il risultato di trattative, di compromessi politici, economici". La convinzione era che "la preghiera e la testimonianza dei credenti, a qualunque tradizione appartengano, può molto per la pace nel mondo". L'appello fu ascoltato, tra l'altro, anche dal "mondo": per un giorno intero tacquero le armi.

Nel suo discorso conclusivo, Giovanni Paolo II esortava: “Continuate a vivere il messaggio della pace, continuate a vivere lo spirito di Assisi!”.



Vedi: 


Il Papa ad Assisi


Comunità di Sant'Egidio

UMEC