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sabato 10 agosto 2024

IL PANE DELLA VITA


UNA FOCACCIA E UN ORCIO DI ACQUA

Il simbolo del deserto è polisemico e, nella Bibbia, rimane pregno di evocazioni diverse che, di volta in volta, conducono il credente ad approfondire la propria fede e il proprio posto nella storia. Le letture odierne richiamano il deserto come luogo di provvisorietà e di pericolo mortale, ma anche come spazio in cui Dio manifesta la sua vicinanza e la sua fedeltà. Una terra assetata e senz’acqua, infestata da pericoli e bestie feroci, è in grado di fiorire e dare frutti, grazie alla fecondità che proviene da Dio, capace di trasfigurare l’estrema indigenza in germoglio di vita.

 Commento di Don Massimo Grilli*

 Prima lettura: 1 Re 19,4-8

La fuga di Elia nel deserto avviene subito dopo la sfida del Carmelo, che aveva visto il profeta di Dio vincitore contro i falsi profeti di Baal. Una lotta in cui Elia aveva mostrato mirabilmente la sua audacia e la sua forza, la sua sprezzante ironia e la sua ardita baldanza, espressioni della fiducia nell’unico Signore, oltre il quale non se ne danno altri. Di fronte alla moltitudine dei profeti di Baal, tanto invasati quanto inetti, Elia aveva mostrato la padronanza di sé che hanno i vincitori: la sua preghiera era stata esaudita, il fuoco era disceso dal cielo e aveva bruciato l’olocausto. Il popolo, conquistato dal miracolo, era tornato all’autentica fede nel Dio dei padri.

 È strano che un uomo tanto intrepido si dia alla fuga per paura della reazione della regina Gezabele. Della paura di Elia parla direttamente solo la versione greca della LXX, mentre il Testo masoretico lascia che sia il lettore a intuirla. In ogni caso, subito dopo una vittoria tanto schiacciante, meraviglia non poco che Elia sia in fuga dal Regno del Nord verso Bersabea, che si trova all’estremità meridionale del Regno di Giuda. Il deserto è un luogo dove è possibile nascondersi ed Elia si inoltrò nel deserto, a una giornata di cammino. L’invocazione della morte come liberazione richiama altre celebri grida, messe sulla bocca di uomini di Dio, disfatti dalla fatica della fedeltà alla propria missione. Geremia, in un momento di crisi estrema, si rivolge a Dio, maledicendo persino il giorno della sua nascita: «Perché non mi fece morire nel grembo materno? Mia madre sarebbe stata la mia tomba…Perché mai sono uscito dal seno per vedere tormenti e dolore…?» (Ger 20,14-18). In un altro contesto, Giobbe si augura lo stesso destino con parole analoghe: «Volesse Dio schiacciarmi, stendere la mano e sopprimermi! … Preferirei la morte, piuttosto che questi dolori» (6,9; 7,15). Si tratta sempre della morte vista come liberazione da una situazione insostenibile. Siamo impastati di fragilità: la fedeltà alla missione affidataci significa benessere e pienezza, ma anche tormento e persecuzione. Annunciare la Parola senza orpelli e senza illusioni demagogiche, smentita frequentemente dagli eventi della vita non è facile: la solitudine, la derisione, la persecuzione e, come se non bastasse, il mistero di un Dio vicino e lontano, mettono a dura prova la resistenza dell’uomo che crede. «Non sono migliore dei miei padri» esclama Elia, esprimendo così la delusione non solo per un Dio che immaginava diverso, ma anche di sé e della sua opera.

 Eppure, proprio nel momento dell’estremo smarrimento, il profeta si trova accanto una focaccia e un orcio d’acqua! Come Israele nel deserto, anch’egli sperimenta la Presenza di Dio in un mondo di assenze. La focaccia non è un pasto succulento: è sbrigativo, frugale e senza pretese. Ma l’efficacia dei doni di Dio non è direttamente proporzionata alla loro imponenza. La forza di Dio si dispiega nella debolezza dei mezzi. Basta una focaccia, se è Dio che la dona. I quaranta giorni e quaranta notti di cammino, insieme con il monte Horeb richiamano la figura di Mosè e la rivelazione del nome di Dio: YHWH. In fondo la potenza di Dio, nascosta in una focaccia e in un orcio d’acqua, è proprio qui: nel permettere ad Elia – e ad ogni uomo che crede – di arrivare al monte santo, dove Dio attende la sua creatura, per rivelarle il suo mistero.

 Il Vangelo: Gv 6,41-51

Il tema del pane e della presenza di Dio ritorna nel passo evangelico tratto da Giovanni. Dopo la moltiplicazione dei pani, che aveva entusiasmato le folle della Galilea, Gesù arriva al discorso che gli stava a cuore, urtando, questa volta, la sensibilità degli ascoltatori: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna…» (6,26-27). E ancora: «Io sono il pane della vita…disceso dal cielo» (6,35.38). È a questa situazione che si aggancia il mormorio scandalizzato dei Giudei. La mormorazione è l’atteggiamento tipico di un popolo miscredente. Il libro dell’Esodo ne parla al momento della traversata nel deserto (Es 15,24) e la motivazione è sempre la stessa: la pretesa satanica di voler imporre a Dio la propria logica, imprigionandolo in schemi a portata d’uomo. I Giudei pensano di conoscere Gesù perché conoscono i suoi dati anagrafici: come può il figlio di Giuseppe dire «Io sono il pane della vita, disceso dal cielo»? Non si rendono conto – o volontariamente rifiutano di accettare – che la filosofia dell’uomo è quella del perimetro. Pensano di conoscere le strade di Dio, senza voler riconoscere che Dio non si esaurisce in ciò che pensiamo di lui, e tanto meno in quello che di lui diciamo. A questa presunzione umana (che spesso appartiene anche ai credenti), Gesù contrappone un’altra verità: solo il Padre può far conoscere il Figlio e solo chi si lascia ammaestrare da Dio può entrare in rapporto con Gesù. Per entrare nel mistero di Dio, bisogna anzitutto disporsi ad accettare una relazione che ci supera. Dio non si lascia comprendere sulla base di schemi elaborati da una sapienza tanto arrogante quanto sterile, dettata solo dalla paura di perdere il potere sulle coscienze: Dio è novità e viene sempre in modo nuovo. Questo avevano dimenticato i padri del deserto; questo disconoscono i credenti che discutono con Gesù.

 La novità di Dio è il pane di vita. Per la seconda volta, in pochi versi, Gesù ripete: «In verità in verità vi dico, io sono il pane della vita…». E lo dirà più tardi, per la terza volta: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo…». Gli uomini fanno del tutto per circoscrivere le cose di Dio dentro i propri perimetri, e Gesù, invece, indica un’ulteriorità che supera la saggezza umana: il dono del pane di vita è la sua carne per la vita del mondo. È la prima volta che nel discorso ricorre il termine carne, così pregnante nella teologia giovannea.

 Il simbolo del deserto è polisemico e, nella Bibbia, rimane pregno di evocazioni diverse che, di volta in volta, conducono il credente ad approfondire la propria fede e il proprio posto nella storia. Le letture odierne richiamano il deserto come luogo di provvisorietà e di pericolo mortale, ma anche come spazio in cui Dio manifesta la sua vicinanza e la sua fedeltà. Una terra assetata e senz’acqua, infestata da pericoli e bestie feroci, è in grado di fiorire e dare frutti, grazie alla fecondità che proviene da Dio, capace di trasfigurare l’estrema indigenza in germoglio di vita.

 

Commento di Don Massimo Grilli*

 

Prima lettura: 1 Re 19,4-8

La fuga di Elia nel deserto avviene subito dopo la sfida del Carmelo, che aveva visto il profeta di Dio vincitore contro i falsi profeti di Baal. Una lotta in cui Elia aveva mostrato mirabilmente la sua audacia e la sua forza, la sua sprezzante ironia e la sua ardita baldanza, espressioni della fiducia nell’unico Signore, oltre il quale non se ne danno altri. Di fronte alla moltitudine dei profeti di Baal, tanto invasati quanto inetti, Elia aveva mostrato la padronanza di sé che hanno i vincitori: la sua preghiera era stata esaudita, il fuoco era disceso dal cielo e aveva bruciato l’olocausto. Il popolo, conquistato dal miracolo, era tornato all’autentica fede nel Dio dei padri.

 È strano che un uomo tanto intrepido si dia alla fuga per paura della reazione della regina Gezabele. Della paura di Elia parla direttamente solo la versione greca della LXX, mentre il Testo masoretico lascia che sia il lettore a intuirla. In ogni caso, subito dopo una vittoria tanto schiacciante, meraviglia non poco che Elia sia in fuga dal Regno del Nord verso Bersabea, che si trova all’estremità meridionale del Regno di Giuda. Il deserto è un luogo dove è possibile nascondersi ed Elia si inoltrò nel deserto, a una giornata di cammino. L’invocazione della morte come liberazione richiama altre celebri grida, messe sulla bocca di uomini di Dio, disfatti dalla fatica della fedeltà alla propria missione. Geremia, in un momento di crisi estrema, si rivolge a Dio, maledicendo persino il giorno della sua nascita: «Perché non mi fece morire nel grembo materno? Mia madre sarebbe stata la mia tomba…Perché mai sono uscito dal seno per vedere tormenti e dolore…?» (Ger 20,14-18). In un altro contesto, Giobbe si augura lo stesso destino con parole analoghe: «Volesse Dio schiacciarmi, stendere la mano e sopprimermi! … Preferirei la morte, piuttosto che questi dolori» (6,9; 7,15). Si tratta sempre della morte vista come liberazione da una situazione insostenibile. Siamo impastati di fragilità: la fedeltà alla missione affidataci significa benessere e pienezza, ma anche tormento e persecuzione. Annunciare la Parola senza orpelli e senza illusioni demagogiche, smentita frequentemente dagli eventi della vita non è facile: la solitudine, la derisione, la persecuzione e, come se non bastasse, il mistero di un Dio vicino e lontano, mettono a dura prova la resistenza dell’uomo che crede. «Non sono migliore dei miei padri» esclama Elia, esprimendo così la delusione non solo per un Dio che immaginava diverso, ma anche di sé e della sua opera.

 Eppure, proprio nel momento dell’estremo smarrimento, il profeta si trova accanto una focaccia e un orcio d’acqua! Come Israele nel deserto, anch’egli sperimenta la Presenza di Dio in un mondo di assenze. La focaccia non è un pasto succulento: è sbrigativo, frugale e senza pretese. Ma l’efficacia dei doni di Dio non è direttamente proporzionata alla loro imponenza. La forza di Dio si dispiega nella debolezza dei mezzi. Basta una focaccia, se è Dio che la dona. I quaranta giorni e quaranta notti di cammino, insieme con il monte Horeb richiamano la figura di Mosè e la rivelazione del nome di Dio: YHWH. In fondo la potenza di Dio, nascosta in una focaccia e in un orcio d’acqua, è proprio qui: nel permettere ad Elia – e ad ogni uomo che crede – di arrivare al monte santo, dove Dio attende la sua creatura, per rivelarle il suo mistero.

 Il Vangelo: Gv 6,41-51

Il tema del pane e della presenza di Dio ritorna nel passo evangelico tratto da Giovanni. Dopo la moltiplicazione dei pani, che aveva entusiasmato le folle della Galilea, Gesù arriva al discorso che gli stava a cuore, urtando, questa volta, la sensibilità degli ascoltatori: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna…» (6,26-27). E ancora: «Io sono il pane della vita…disceso dal cielo» (6,35.38). È a questa situazione che si aggancia il mormorio scandalizzato dei Giudei. La mormorazione è l’atteggiamento tipico di un popolo miscredente. Il libro dell’Esodo ne parla al momento della traversata nel deserto (Es 15,24) e la motivazione è sempre la stessa: la pretesa satanica di voler imporre a Dio la propria logica, imprigionandolo in schemi a portata d’uomo. I Giudei pensano di conoscere Gesù perché conoscono i suoi dati anagrafici: come può il figlio di Giuseppe dire «Io sono il pane della vita, disceso dal cielo»? Non si rendono conto – o volontariamente rifiutano di accettare – che la filosofia dell’uomo è quella del perimetro. Pensano di conoscere le strade di Dio, senza voler riconoscere che Dio non si esaurisce in ciò che pensiamo di lui, e tanto meno in quello che di lui diciamo. A questa presunzione umana (che spesso appartiene anche ai credenti), Gesù contrappone un’altra verità: solo il Padre può far conoscere il Figlio e solo chi si lascia ammaestrare da Dio può entrare in rapporto con Gesù. Per entrare nel mistero di Dio, bisogna anzitutto disporsi ad accettare una relazione che ci supera. Dio non si lascia comprendere sulla base di schemi elaborati da una sapienza tanto arrogante quanto sterile, dettata solo dalla paura di perdere il potere sulle coscienze: Dio è novità e viene sempre in modo nuovo. Questo avevano dimenticato i padri del deserto; questo disconoscono i credenti che discutono con Gesù.

 La novità di Dio è il pane di vita. Per la seconda volta, in pochi versi, Gesù ripete: «In verità in verità vi dico, io sono il pane della vita…». E lo dirà più tardi, per la terza volta: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo…». Gli uomini fanno del tutto per circoscrivere le cose di Dio dentro i propri perimetri, e Gesù, invece, indica un’ulteriorità che supera la saggezza umana: il dono del pane di vita è la sua carne per la vita del mondo. È la prima volta che nel discorso ricorre il termine carne, così pregnante nella teologia giovannea.

 Donare la propria carne per la vita del mondo fa riferimento al dono che Gesù farà della sua umanità sulla croce. E, con questo, si sottolineano due profonde verità. La prima è che avere fede significa andare ben oltre una percezione di Dio inteso come colui che viene a dare risposta agli istinti fondamentali dell’uomo. Più volte la Parola ci ha permesso di sottolineare l’importanza dell’incarnazione della fede nei problemi e nelle ansie quotidiane dell’uomo. Ora però la stessa Parola ci dice che l’uomo non si esaurisce nei suoi istinti primari, nei suoi appetiti sensitivi. Il pane è necessario, ma non basta: i padri hanno mangiato pane nel deserto e sono morti.  La fede è la ricerca di un senso della vita che non si esaurisce nel pane. La seconda verità è che bisogna recuperare in ogni campo l’oblazione, che contesta la voracità dell’«io». Il pane che Gesù dona è … per la vita del mondo. In fondo il mistero eucaristico è anche questo: il volto che incontriamo, le lacrime che asciughiamo, il grido che ascoltiamo… Chi lotta perché ogni essere umano sia accolto e rispettato, chi dimentica se stesso per testimoniare che non c’è un «io» senza un «tu», chi fa della gratuità un programma di vita… costui genera lievito per la vita del mondo.

 *Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano




lunedì 27 maggio 2024

UN PANE DA CONDIVIDERE

 Un dramma cristiano è il pane senza la solidarietà.

Nelle fedi è da sempre simbolo di solidarietà. Mangiarne insieme significa condividere. Non averne nega, spesso, anche il diritto al nome e alla parola: evidenze di vuoto umano e spirituale


- di Andrea Ricciardi

 Mangiare insieme

Prendiamo il tema della tavola in comune che tocca i primi secoli del cristianesimo. La tavola unisce, nella memoria della cena, ma anche nell’agape condivisa, gente che si dice cristiana, di provenienza sociale e religiosa differente. Ebrei e non ebrei, gente di ceto diverso: le diversità, però, si fanno evidenti alla tavola comune, non solo per gli interdetti alimentari, ma per gli usi delle varie classi sociali e anche della qualità del cibo. A Corinto la comunanza di tavola suscita problemi gravi: si fatica a mangiare insieme.

Mangiare insieme vuol dire riconoscersi dello stesso mondo e solidali nella stessa famiglia. Ha avuto successo nei decenni dopo il Vaticano II un versetto della Didaché, testo tra la fine del I secolo e l’inizio del II, perduto e ritrovato a fine Ottocento: «Se condividiamo il pane del cielo, come non condivideremo quello della terra?». Il pane evidenzia distanze e divisioni, come pure la volontà di fraternità.

Condividere il pane della terra non è facile e spontaneo, come si vede anche in antiche comunità entusiaste come quella dei corinti. Paolo scrive, ammonendoli: «Ciascuno, infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame e l’altro è ubriaco. Non avete le vostre case per mangiare e per bere?» (I Cor 11, 21-22). Ci sono quelli che consumano il proprio cibo senza condividerlo con gli altri, nota l’esegeta Richard Hays. Per Paolo è un’umiliazione dei fratelli poveri e un oltraggio all’unità della Chiesa. La tavola, luogo d’intimità e di gusti e abitudini di gruppo, mette in luce il classismo dei vari gruppi sociali. Paolo lotta perché la comunanza alla tavola esprima l’uguaglianza e la fraternità dei cristiani.

La tavola è una prova per la fraternità.

 Plinio il Giovane, morto circa nel 114, illustra il classismo a tavola, quando parla di un ospite raffinato che esalta: «Per sé e per pochi imbandiva cibi ricercati, per tutti gli altri cibi di poco valore e dozzinali. Anche il vino in piccole bottiglie aveva suddiviso in tre categorie… l’una era per lui e per noi, un’altra per gli amici meno importanti (perché egli gradua le amicizie), l’ultima per i liberti suoi e nostri».

Le religioni, nella loro storia, con tutte le diversità dei tempi e delle situazioni, hanno dato il pane a chi aveva fame o hanno spinto i loro fedeli a darlo. Ma sono state sfidate dalla distanza, dal senso di superiorità, dal disprezzo, quando - lo dice Gregorio - non basta dare il pane ma bisogna dare la parola, che sola costruisce fraternità. Anche perché il povero ha bisogno di parlare e di essere chiamato per nome come ognuno, perché la povertà si accompagna alla solitudine.

Le vicende dei senza fissa dimora che popolano le nostre città e che hanno storie tanto diverse, sono quasi marcate da solitudine profonda. Senza fissa dimora e senza parole. Chi ha esperienza di questo mondo che popola le nostre città -a Roma ce ne sono circa 8.000 con storie e motivazioni diverse - sa bene come la deprivazione di quasi tutto (anche se talvolta si dorme all’aperto anche per motivi personali) sia accompagnata da un grande silenzio, mancanza di parole, dialogo, senza mai essere chiamati per nome.

Chi ha esperienza di questo mondo conosce la fame di parole e di conversazione che taluni hanno, espressa anche nella volontà di raccontare storie.

Universalità del pane.

Il pane, nel sentire comune, ha conservato per secoli un valore simbolico e sacro, con l’idea, viva fino a ieri in varie famiglie, che il pane non debba andare buttato. Ricordo della sacramentalità dell’Eucarestia, coscienza legata al fatto che è un alimento prezioso. C’è, rispetto al pane, così basilare nella dieta di molti, l’idea di una sua destinazione universale. David Maria Turoldo, in una raccolta di poesie, Il sapore del pane, scrive: «l’ultimo pane è per chi ha fame». È la tradizione che biso-gna lasciare qualcosa, un po’ di pane, per chi verrà. Il mio pane non è tutto mio. Una ribellione all’appropriazione totale del pane.

Pablo Neruda ne canta l’universalità: «Il pane… / di ogni uomo, / ogni giorno / arriverà perché andammo a seminarlo / …non per un uomo / ma per tutti, /…per tutti i popoli / e con esso ciò che ha / forma e sapore di pane / divideremo: / la terra, / la bellezza, / l’amore, / tutto questo ha sapore di pane». Pane non per uno solo, ma per ogni uomo, per tutti. Il sapore del pane è quello di una terra condivisa assieme all’amore e alla bellezza. Sembra quasi che il pane si trascenda. D’altra parte, pane significa anche intimità familiare. Edith Bruck, ragazza ebrea, ungherese e contadina, strappata dalla sua povera casa, mentre i gendarmi ungheresi irridevano il padre che aveva sul petto le medaglie di guerra, e stanno per portare gli ebrei nel ghetto e poi allo sterminio… sente la madre che, nell’istante della deportazione, grida: «Il pane, il pane!». Il ricordo della madre e della vita familiare del villaggio ungherese, discriminati tra i poveri, diventa il pane perduto, un romanzo-memoria.

Il sapore del pane.

Il sapore del pane è anche quello dell’intimità, ma allo stesso tempo il pane chiama a essere condiviso oltre, in solidarietà. Questo è il dramma che ha spaccato il cristianesimo. Il quale ha colto, in taluni momenti e personaggi, il valore di solidarietà che promana dal pane. Ma anche vissuto il divorzio tra pane e parola e ha generato un’elemosina univoca, che non crea solidarietà, incapace di cogliere la voglia di riscatto del mondo povero.

Il cristianesimo orientale, meno organizzato dei cattolici in opere caritative, ne ha colto il dramma. Olivier Clément, occidentale ma ortodosso, ha parlato di divorzio tra le aspirazioni di riscatto del mondo dei poveri e la Chiesa: un divorzio all’origine del conflitto tra movimento socialista e comunista, che proponeva una redenzione sociale e la Chiesa stessa.

Il filosofo russo Berdjaev, che ha vissuto la rivoluzione bolscevica, critica il prometeismo marxista, ma anche l’individualismo che separa fede e giustizia sociale. Tocca il tema del pane e della solidarietà con una profondità straordinaria: «Quella del pane per me è una questione materiale; ma la questione del pane per il mio prossimo, per gli uomini di tutto il mondo, è una questione spirituale e religiosa. La società dev’essere organizzata in modo tale che vi sia pane per tutti; soltanto allora la questione spirituale si porrà davanti all’uomo in tutta la sua profonda essenza».

Alzogliocchiversoilcielo

 

sabato 10 giugno 2023

IL PANE DELLA VITA

Vangelo  Gv 6,51-58 – Corpus Domini -

Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 11 giugno 2023.

 Questo brano costituisce la parte conclusiva del cosiddetto Discorso sul pane della vita, tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci.

 Il prodigio ha suscitato grande meraviglia, sfociata in incontenibile entusiasmo e in pericolosa esaltazione collettiva: la gente, visto il segno, decide di catturarlo per farlo re (Gv 6,14-15).

 Come mai queste folle, stupite e ammirate, cercano Gesù? Verrebbe da rispondere: perché hanno capito che in lui agisce il potere di Dio, dunque credono in lui. In realtà sono vittime di un pericoloso equivoco, sono mosse da una fede immatura: si interessano a Gesù solo perché lo ritengono capace di soddisfare, mediante i miracoli, i loro bisogni materiali.

 La fede matura è tutt’altra cosa: è quella di chi capisce che Gesù non compie prodigi per stupire, ma per introdurre in una realtà più profonda. Nella guarigione del cieco nato, il vero credente intuisce che Gesù si presenta come la luce del mondo; nell’acqua tramutata in vino scopre il dono dello Spirito, fonte di gioia; nella rianimazione di Lazzaro comprende che Gesù è il Signore della vita; nel pane distribuito alla gente affamata scorge Gesù, l’alimento che sazia.

 A Cafarnao invece la folla non capisce, si ferma all’aspetto esteriore, superficiale dell’avvenimento. Ha bisogno di essere aiutata a passare dalla ricerca del “cibo che perisce” a quello che “dura per la vita eterna” (Gv 6,27). Un’impresa difficile, ma Gesù la tenta.

 Comincia presentandosi come il pane della vita disceso dal cielo (Gv 6,33-35). Dichiara che chi ascolta lui, chi assimila il suo messaggio, il suo vangelo, si nutre delle parole di vita. Chi invece si alimenta di altre parole – anche se piacevoli e accattivanti – ingerisce veleni di morte.

 La sua affermazione è inaudita. Per i giudei il pane disceso dal cielo è la manna (Sal 78,24) e il cibo che nutre è la parola di Dio (Is 55,1-3). Come può “il figlio di Giuseppe” arrogarsi simili prerogative? – si chiedono indignati – Chi pretende di essere? (Gv 6,42). Anche la samaritana aveva reagito in modo simile: “Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe?” (Gv 4,12).

 Invece di mitigare la sua pretesa, Gesù fa una dichiarazione ancora più sorprendente. Il pane da mangiare non è soltanto la sua dottrina, ma la sua stessa carne: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Sono le parole con cui inizia il brano di oggi (v. 51).

 Per non equivocarne il significato (per non essere indotti a immaginare un atto cannibalesco), va precisato che, quando nella Bibbia si afferma che “l’uomo è carne” (Gn 6,3), non ci si riferisce al fatto che è rivestito di muscoli, ma che è debole, fragile, precario, soggetto alla morte. Per esempio, di fronte alle miserie morali degli israeliti, Dio – dichiara il salmista con un audace antropomorfismo – placa la sua ira e trattiene il suo furore perché “si ricorda che essi sono carne, un soffio che scompare e più non ritorna” (Sal 78,39). Quando, nel prologo del suo vangelo, Giovanni dice che “il verbo si è fatto carne” (Gv 1,14) si riferisce all’abbassamento del Figlio di Dio, alla sua discesa al livello infimo, sottolinea la sua accettazione degli aspetti più caduchi della condizione umana.

 Mangiare questo Dio fatto carne significa riconoscere che la rivelazione di Dio giunge nel mondo attraverso “il figlio del falegname” e accogliere questa sapienza venuta dal cielo.

 Anche dopo questa precisazione, tuttavia, l’aspetto scandaloso della proposta di Gesù rimane. Come si può “mangiare la sua persona”? La reazione scandalizzata degli ascoltatori è comprensibile e giustificata: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” (v. 52). Capiscono che egli non si riferisce solo all’assimilazione spirituale della rivelazione di Dio, ma anche ad un “mangiare” reale. Cosa intende dire?

 Gesù non si preoccupa del loro imbarazzo e riafferma quanto ha già detto, aggiungendovi una richiesta ancora più provocatoria: è necessario bere anche il suo sangue (vv. 52-56). Molti testi biblici proibiscono severamente la pratica di bere sangue “perché la vita della carne è nel sangue” (Lv 17,10-11) e la vita non appartiene all’uomo, ma a Dio. Si tratta dunque di assimilare la sua vita.

 È a questo punto che si inserisce il discorso sull’Eucaristia.

 Prima di spiegare il significato che, nel suo discorso, Gesù attribuisce a questo sacramento “fonte e apice di tutta la vita cristiana”, vorrei mettere in guardia da alcune interpretazioni riduttive e anche fuorvianti, derivate da una certa catechesi devozionale e intimistica, non supportata da fondamenti biblici. Mi riferisco a quella spiritualità eucaristica che parlava del “divin prigioniero”, che esortava ad andare in chiesa a “fare compagnia, a consolare Gesù”. L’Eucaristia non ha lo scopo di catturare Gesù per tenerlo più vicino, per avere un’opportunità maggiore di convincerlo a concedere grazie, approfittando del fatto che “è venuto a visitarci”, che “è venuto nel nostro cuore”. È stata istituita come alimento da mangiare e anche quando viene esposta all’adorazione (meglio nella pisside in cui è stata consacrata che nell’ostensorio) è per essere consumata come cibo. Solo così mantiene il suo autentico significato.

 Se partiamo dalla constatazione che, per raggiungere l’unione di vita con Cristo, basta la fede nella sua parola, giustamente ci chiediamo: perché è necessario accostarsi a ricevere anche il sacramento? Perché Gesù ha aggiunto una richiesta tanto difficile da comprendere: mangiare la sua carne e bere il suo sangue nei segni del pane e del vino?

 Sappiamo che, per mancanza di presbiteri, la domenica la maggioranza delle comunità cristiane non si raduna attorno alla mensa del pane eucaristico, ma attorno alla parola di Dio e siamo certi che, da quest’unico cibo per loro disponibile, esse ricevono abbondanza di vita.

 È significativo che, al v. 54, Gesù dica che chi mangia la sua carne e beve il suo sangue ha la vita eterna, esattamente come al v. 47 afferma che lo stesso risultato è conseguito da coloro che credono nella sua parola. Perché allora l’eucaristia?

 Anzitutto bisogna sottolineare che questo sacramento – che rende realmente presente il Risorto – non sostituisce la fede nella parola di Cristo. Accostarsi a ricevere la comunione non equivale a compiere un rito magico e l’ostia non è una specie di pillola che agisce automaticamente e guarisce il malato, anche se dorme o ha perso conoscenza.

 Non basta fare molte comunioni per ricevere la grazia del Signore. Gesù non ha detto di fare molte comunioni, ma di “mangiare la sua carne e bere il suo sangue”.

 Ecco la ragione per cui, prima di ricevere il pane eucaristico, è necessario ascoltare e meditare un brano evangelico. La lettura della parola di Dio è la premessa imprescindibile.

Quando si firma un contratto, quando si stipula un’alleanza, si devono prima conoscere e valutare attentamente tutte le clausole. Chi accetta di divenire una sola persona con Cristo nel sacramento, deve essere cosciente della proposta che gli viene fatta e prendere la ferma decisione di accoglierla. È il senso dell’accorata raccomandazione di Paolo: “Ciascuno esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice”, per non mangiare e bere la propria condanna (1 Cor 11,28-29).

 Il gesto di stendere la mano per ricevere il pane consacrato è il segno della disposizione interiore ad accogliere Cristo e a far sì che i suoi pensieri divengano i nostri pensieri, le sue parole le nostre parole, le sue scelte le nostre scelte. Nel segno dell’eucaristia, la sua persona viene assimilata, come accade con il pane.

 Il cambiamento, la metamorfosi avverranno molto lentamente, il processo sarà segnato da successi e fallimenti, ma l’umile ascolto della Parola e la comunione con il corpo di Cristo compiranno il miracolo. Un giorno, il discepolo gioirà della trasformazione attuata in lui dallo Spirito che opera nel sacramento e giungerà ad esclamare, come Paolo: Ora “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20) .

Cercoiltuovolto




domenica 1 agosto 2021

UN CIBO CHE NON MARCISCE

 

+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 6,24-35

 

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

 -          Commento di Paolo Morocutti

 Il tema centrale di questa diciottesima domenica del tempo ordinario è la fede. Gesù istruisce i suoi discepoli circa la necessità di vivere la fede come un atto di totale affidamento e di fiduciosa sottomissione a Dio. La fede in Dio, infatti, non si esprime nel “fare” una determinata serie di opere ma piuttosto nel “credere” nel suo amore provvidente.

 Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. Gesù rispose loro: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”. Il tema centrale di questa diciottesima domenica del tempo ordinario è la fede. Gesù istruisce i suoi discepoli circa la necessità di vivere la fede come un atto di totale affidamento e di fiduciosa sottomissione a Dio. La fede in Dio, infatti, non si esprime nel “fare” una determinata serie di opere ma piuttosto nel “credere” nel suo amore provvidente.

Nel racconto di oggi appare chiaro che ai discepoli non sono bastati i segni che finora Gesù aveva compiuto, essi affermano: “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto”.

Ancora una volta la fede dei discepoli è legata ad un’opera da fare. Il richiamo alla manna ricevuta in dono da Dio durante il cammino verso la terra promessa è però riconosciuta come un‘opera della fede, come segno divino, perciò obiettano a Gesù; Tu cosa fai per far credere e suscitare la fede dei suoi interlocutori? Gesù risponde con queste parole: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Di fronte ad una affermazione del genere, la reazione della gente è immediata, il popolo riconosce in questa affermazione, come era avvenuto per la manna, la grande opera di Dio: “Signore, dacci sempre questo pane”.

Ecco la grandezza del nostro Dio: Egli è la piena soddisfazione dei bisogni veri dell’uomo, perché Dio riempie il nostro cuore, al punto tale che ci sentiamo in obbligo di rispondere a questo amore generoso con una vita degna di essere definita cristiana, come ci ricorda San Paolo nel brano della Lettera agli Efesini di oggi: “Fratelli, vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri, come pure di abbandonare la condotta di prima, quella l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli. Bisogna invece rinnovarsi nello spirito e nel modo di pensare, al fine di rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”.

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