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sabato 6 giugno 2026

CORPUS DOMINI

 

Cibarsi 
del “corpo e sangue” 
di Cristo Gesù,

per condividerne

la vicenda pasquale

 


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella solennità del Corpus Domini (anno A)

 

Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

Gli antichi sapevano che per chiarire il senso autentico di un discorso oscuro, se ne devono preliminarmente spiegare le parole-chiave: explicatio terminorum, dicevano in latino. Ai nostri giorni, l’intelligenza artificiale ci aiuta a fare qualcosa del genere quando consultiamo Google per conoscere il significato di qualche termine che in un contesto può voler dire una cosa e in un altro contesto può voler dire tutt’altra cosa: disambiguare, leggiamo in tal caso sullo schermo del nostro computer o del nostro telefonino. È proprio ciò che occorre fare anche nel discorso di Gesù riferito nell’odierna pagina evangelica: disambiguare, chiarire il senso autentico dei termini che con insistenza vi ricorrono.

«Pane», «cibo», «bevanda», «mangiare»: fanno pensare a ciò che è necessario per sostentarsi quotidianamente, per poter «vivere». E, difatti, la «vita» è la dimensione che anche Gesù rimarca, quale esito del mangiare: ci si alimenta per mantenersi in vita. Sembra chiaro. Alimentare, del resto, fa rima con elementare, avrebbe detto Sherlock Holmes al dottor Watson.

Tuttavia, gli interlocutori di Gesù – a un certo punto – hanno l’impressione che egli cominci a complicare i termini nel suo insegnamento. Il giorno prima aveva compiuto la moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci per sfamare una folla immensa. E ora presenta quella sua azione prodigiosa come un «segno» analogo a quello offerto da Yhwh Adonai – che egli chiama sempre in causa dicendo “il Padre mio” – allorché fece piovere nel deserto fiocchi di manna tra le mani degli israeliti: «Diede loro da mangiare un pane dal cielo», narrano le Scritture antiche. Ma la folla dei cinquemila, non lontano dal lago di Tiberiade, s’era sfamata con i pani d’orzo e i pesci senza chiedersi da dove venissero o, probabilmente, presumendo che il Maestro li avesse fatto acquistare dai suoi discepoli, sborsando non meno – semmai anche più – di 200 denari. Un’impresa magnanima, degna di un vero capo, che non spreme il popolo a colpi di tasse ma, al contrario, spende i propri soldi in favore della sua gente. Quei pani e quei pesci distribuiti a iosa non erano stati, perciò, percepiti come un «segno», bensì come un segnale di tipo politico, una dimostrazione di potere più che di compassione. Non per niente lo cercavano tutt’attorno «per farlo re», annotano gli altri evangelisti nel rievocare questo medesimo episodio narrato qui da Giovanni. Gesù non si rassegna a un tale madornale fraintendimento. E per spiegare come stanno davvero le cose, ne complica la descrizione: complicare, stavolta, fa rima baciata con esplicare. Giacché – come intuiva il salmista nell’Antico Testamento – l’unica Parola di Dio è dotata di una tale sovreccedenza di senso da dover essere detta e ribadita, al fine di essere pure udita e riudita, interpretata non solo secondo la lettera ma anche e soprattutto secondo lo spirito custodito nella lettera.

Dunque, spiega Gesù, la manna di Mosè non è vero pane. E, fin qui, è facile: gli ebrei erano consapevoli che la manna non si ricava dalle spighe, non è fatta di farina di grano. Ma più precisamente, per il Maestro di Nazareth, la manna non è “il” vero pane, quello che sfama una volta per tutte, pur essendo il segno dell’attenzione e della cura di Adonai nei confronti del suo popolo, ramingo nel deserto durante i quarant’anni dell’esodo. Un simile significato avrebbero dovuto cogliere coloro che s’erano sfamati con i pani moltiplicati da Gesù, per giungere finalmente a comprendere che è lui stesso a impersonare l’attenzione e la cura del Padre suo verso il popolo. Gesù si professa il vero pane, «il pane vivo, disceso dal cielo». Vale a dire non semplicemente piovuto dalle nuvole come un qualsivoglia fenomeno meteorologico, quasi brina mattutina al gusto di miele. Piuttosto donato da Dio, da Colui – cioè – che è il Cielo. Gesù si dichiara come la cura di Dio, la compassione del Signore per gli esseri umani: un modo suggestivo per dire che è il messia. La qual cosa indispettisce scribi e dottori della Legge.

Come se non bastasse, il Maestro incalza: il pane, che egli è in persona sua, garantisce la vita eterna. Ed è – pertanto – un alimento del tutto nuovo rispetto a ogni altro alimento, persino rispetto alla manna dei tempi di Mosè: il pane vero, il pane del cielo, è la sua «carne» (sárx), destinata ad assicurare al mondo intero la vita, quella vera, quella stabile e sicura, quella per sempre, quella eterna, quella divina, la «zōḗ» nel greco del Quarto Vangelo, non semplicemente quella che scorre come acqua di ruscello e passa con la velocità di un soffio o appassisce alla sera come un filo d’erba. La carne del Cristo è «vero cibo», il suo sangue è «vera bevanda». Linguaggio figurato, questo, che ha la pretesa di annunciare la verità, facendo del pane qualcosa che è ormai un di più rispetto al segno profetico: il pane diventa “simbolo”, cioè legame reale ancorché invisibile tra due dimensioni differenti ma non incompatibili. Paolo, lo chiarirà scrivendo ai Corinzi, nel brano della seconda lettura di oggi: il pane e il vino eucaristici – condivisi in ogni celebrazione del memoriale pasquale – sono la nostra «comunione» (in senso forte, stretto, profondo, radicale: «koinōnía») col corpo e col sangue del Cristo.

La carne irrorata di sangue – il corpo nel suo insieme –, indica la vicenda personale di Gesù: la sua missione messianica, la sua Pasqua, alla quale egli è vocato dal Padre suo. Anche quest’espressione risulta ambigua agli orecchi dei capi del popolo: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Non capiscono il significato di «carne» e di «sangue». E non afferrano il senso più pieno di «mangiare». Mangiare la sua carne e bere il suo sangue – lascia intendere Gesù – equivalgono a sperimentare un’intima e reciproca compresenza: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Sperimenta, insomma, una comunione. E significa, altresì, «vivere per»: come Gesù vive «per il Padre», grazie a Lui, stando in rapporto con Lui, ugualmente chi mangia della sua carne e beve del suo sangue potrà vivere «per» Gesù, in virtù del rapporto instaurato con il Cristo.

A questo punto emerge dalla liturgia della Parola, proclamata nella solennità del Corpus Domini, un dato fondamentale: l’eucaristia non è una “cosa”, bensì un’azione. E non un’azione individuale, bensì personale e perciò interrelazionale: una relazione comunitaria e, più a monte, comunionale. Nell’azione eucaristica si celebra tutti insieme il memoriale della Pasqua del Cristo e si partecipa della comunione d’amore che da sempre e per sempre sussiste pneumaticamente tra il Padre e il Figlio suo.

Riconoscere che l’eucaristia non è una cosa ma un atto, un’azione, e più precisamente un’interrelazione (cioè una relazione di qualità agapica, connotata dal carattere della reciprocità), vuol dire inoltre smarcarsi da quello che potremmo chiamare il consumismo eucaristico: il culto eucaristico è inautentico se ci si limita a viverlo come mera ingestione della particola consacrata (dentro la messa e, ancor peggio, fuori della messa); e non è meno compromesso nella sua autenticità se ci si limita a portare, pur solennemente – com’è giusto che avvenga – l’ostia santa dentro ostensori d’oro e d’argento per le strade principali della città con al seguito i notabili locali schierati in bell’ordine a prescindere dal fatto essenziale se essi credano o meno nell’Esserci effettivo di Cristo tramite l’eucaristia. Resta irrimediabilmente ambiguo – come faceva notare a suo tempo don Lorenzo Milani in un paragrafo severo del suo libro Esperienze pastorali – portare in processione il Santissimo Corpo del Signore schivando i sobborghi più periferici e i vicoli più umili o malfamati e fors’anche più pericolosi delle nostre città e dei nostri paesi. È il motivo per cui don Pino Puglisi faceva snodare le processioni da lui guidate per strade “difficili” di Palermo, come via Hazon, accompagnando così il Cristo eucaristico nel cuore di un quartiere vessato dalla mafia, qual era Brancaccio, senza fare soste ossequiose sotto i balconi dei boss del posto e, in tal modo, evidenziando il senso vero della sovrana presenza redentrice del Signore in mezzo a noi.

www.tuttavia.eu

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sabato 21 giugno 2025

IL PANE DA SPEZZARE E CONDIVIDERE


CORPUS DOMINI 2025

 

CORPO E SPIRITO

 ABBRACCIATI

 

Commento di p. Ermes Ronchi al brano del Vangelo di: Lc 9,11b-17

 Per i discepoli, quella sera, Gesù aveva finito il suo lavoro. Aveva predicato e nutrito il loro spirito, ed era sufficiente così. Per Gesù no.

Lui non riusciva ad amare l’anima senza amare i corpi. Corpo e Spirito abbracciati.

Oggi non è la festa degli ostensori dorati, portati in processione, con l’ostia da venerare. Oggi celebriamo Cristo che viene a fare comunione con noi.

E’ Lui in cammino, Lui che percorre i cieli, Lui che mi chiede di mangiare quel Pane, e dice: ‘io voglio stare nelle tue mani come dono, nella tua bocca come pane, nella tua mente come sogno’.

 La vita vive di vita donata.

Vorrei essere uno dei cinquemila, quella sera, sul lago. Li invidio. E non per il pane e il pesce che non finiscono, ma per quel fascino che li ha presi e li tiene lì, che gli fa dimenticare l’ora, la distanza, la fame, la stanchezza.

Invidio quei cinquemila affascinati da qualcosa che solo Gesù ha, e nessun altro sa dare: lo ascoltano, brucia loro il cuore, riparte il motore della vita. Quel pane è fuoco gettato in mezzo a loro, è il cuore di Dio che si moltiplica in frammenti, come già il Fuoco di Pentecoste.

In quella sera infinita, il dialogo tra Gesù e gli apostoli è spiazzante: Mandali a comprare, dicono gli apostoli. Mentalità che è la nostra, razionale, logica.

Niente di scandaloso, ma niente che voli alto.

Mandali via! Aggiungono. Ma Gesù non ha mai mandato via nessuno, e oppone un imperativo che scardina la loro logica: Date voi il pane. Fatelo voi! Come se la potenza di Dio fosse messa nelle nostre mani.

I cinque pani passano dalle mani di un anonimo a quelle di Gesù, da quelle di Gesù a quelle dei dodici, e dalle mani dei dodici a quelle di tutti i cinquemila. Un pesciolino ogni duemilacinquecento persone, quasi niente. Ma il vangelo è il racconto di epiche sproporzioni.

La fame inizia quando io tengo il mio pane solo per me, quando l’Occidente ricco tiene stretto il proprio pane per paura.

Non è solo spirituale o liturgica questa festa del Pane per tutti, perché “una religione che non si occupi anche della fame, delle topaie dove vivono i poveri, dei veleni che avvelenano la terra, una religione così è sterile come la polvere” (M. L. King).

Quella sera tutti sono sfamati, tutti. Buoni e meno buoni, meritevoli e no, donne e bambini, peccatori pentiti e quelli che ancora non lo sono; tutti.

Ne sono degni? Ma che triste domanda! Non è da Gesù. Certo che no! Chi è degno di Dio?

Dio non si merita, si accoglie, in un passo di danza a due.

Festa del corpo e del sangue di un Dio da mangiare, da esserne vivi. Che si dirama in me e mi trasforma, che diventa una cosa sola con me. E ci chiede: ‘fate questo in memoria di me’. Fatevi pane buono, spezzato per la fame e la pace del mondo.

Allora saremo come Lui: “io non sono ancora e mai il Cristo…ma io sono questa infinita possibilità” (D.M. Turoldo).

Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.

 LEGGI LA PREGHIERA DELLA DOMENICA

 

sabato 1 giugno 2024

CORPUS DOMINI

 «Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?»



Es 24,3-8; Sal 115 (116); Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

 -         Commento di Ester Abbattista*

          L’ultimo momento d’incontro con tutti i suoi discepoli Gesù sceglie di passarlo attorno a una tavola, celebrando insieme a loro la Pasqua ebraica. Tale decisione e tale gesto è in coerenza con tutto il suo ministero messianico, un ministero all’insegna della commensalità.

          Se si fa caso, infatti, in tutti i Vangeli «la tavola» è un luogo privilegiato, che Gesù utilizza non solo per incontrare le persone, ma per intavolare con loro discorsi, offrire insegnamenti, comunicare vita. E le persone attorno a quel «tavolo» sono le più diverse e diversificate: si va dai pubblicani, alle prostitute, ai peccatori, ai farisei ecc. Tutti sempre riuniti intorno a una mensa, invitati a condividere pensieri, parole, speranze e soprattutto cibo.

          Perché una tavola, perché del cibo costituiscono un elemento così ricorrente nella predicazione di Gesù? Che cos’è il cibo nell’esperienza dell’esistenza umana, e che cosa ha a che fare con il divino?

          La creazione, nel primo racconto di Genesi, si conclude con il dono del cibo: Dio dona a ogni essere vivente, animali e esseri umani, del cibo, nella fattispecie solo di tipo vegetariano, proprio perché ogni essere vivente possa rimanere in vita. Il cibo, infatti, e soprattutto l’azione del mangiare, è ciò che ricorda a ogni creatura il proprio limite, la propria creaturalità: senza cibo non si vive.

          Allo stesso tempo, il cibo rappresenta la condivisione di vita: mangiare insieme significa condividere la vita, significa riconoscersi legati da una relazione e, anzi, celebrare quella stessa relazione. Non ci sono feste in cui il cibo non abbia la sua parte, né eventi che non si concludano con un ritrovarsi tutti insieme a tavola. E questo vale anche in relazione a Dio: l’alleanza sul Sinai si conclude con un banchetto finale: «Mosè salì con Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani d’Israele. Essi videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffìro, limpido come il cielo. Contro i privilegiati degli Israeliti non stese la mano: essi videro Dio e poi mangiarono e bevvero» (Es 24,9-11).

          Ma da sempre, e in tutte le manifestazioni e forme religiose, l’offerta del cibo esprime anche il desiderio di comunione di vita con la divinità, manifestando così l’idea che se anche la divinità «mangia» lo stesso cibo dell’offerente, ciò permette d’instaurare un legame più forte e, soprattutto, vitale.

          Nella Bibbia troviamo proprio tutte queste dimensioni, ma non solo. Come si è detto, Dio dona del cibo; a sua volta anche il credente offre del cibo a Dio, in particolare attraverso i cosiddetti sacrifici di comunione (cf. in particolar modo Lv 7); ma la novità assoluta e unica, rispetto a qualsiasi altra forma religiosa, è che nel Nuovo Testamento è Dio stesso che si offre come cibo.

          Siamo partiti dal fatto che Gesù predilige la commensalità come luogo d’incontro, di predicazione e di comunione e, come ci narra il Vangelo di oggi, il suo ultimo gesto è attorno a una tavola, dove non solo condivide il cibo con i suoi, ma offre se stesso come «cibo» perché tutti i suoi discepoli, ieri, oggi e domani, possano vivere per sempre la comunione con lui, in attesa, come lui stesso dice, di ritrovarsi tutti insieme nel «banchetto finale», con cui si chiude peraltro l’Apocalisse (Ap 19,9), nella pienezza del tempo, nel regno di Dio.

          Certo, se guardiamo oggi alle nostre «eucaristie» è difficile rintracciarvi l’idea della mensa e ancora di più lo stile della commensalità. Le persone, sempre meno numerose, che partecipano all’eucaristia per la maggior parte nemmeno si conoscono e soprattutto, finito il «rito», difficilmente condividono la vita, vivono nella comunione reciproca.

          Siamo ancora ben distanti da ciò che Paolo scriveva ai Corinzi: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1Cor 10,16-17). Nel testo di Paolo si dice qualcosa circa il rapporto con il Cristo e il rapporto reciproco, l’uno con l’altro: Cristo è l’unico pane e, allo stesso tempo, tutti i credenti riuniti nel suo nome «sono» l’«unico pane»; attraverso la comunione originata da colui che si è fatto «pane» tutti coloro che partecipano alla sua mensa possono divenire quel «pane di vita» gli uni per gli altri.

          Stando al racconto degli Atti il memoriale della «cena del Signore» avveniva nelle case, intorno a una tavola, dove il mangiare insieme costituiva, fondava e alimentava il senso di comunione, non solo con Dio, nel rinnovo dell’alleanza, ma anche gli uni con gli altri, nel divenire quell’«unico corpo» alimentato da quell’«unico pane». E direi che su tutto questo c’è ancora tanto da riflettere.

 * Docente di Sacra Scrittura presso Pontificio Ateneo Sant'Anselmo

 Il Regno

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sabato 10 giugno 2023

IL PANE DELLA VITA

Vangelo  Gv 6,51-58 – Corpus Domini -

Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 11 giugno 2023.

 Questo brano costituisce la parte conclusiva del cosiddetto Discorso sul pane della vita, tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci.

 Il prodigio ha suscitato grande meraviglia, sfociata in incontenibile entusiasmo e in pericolosa esaltazione collettiva: la gente, visto il segno, decide di catturarlo per farlo re (Gv 6,14-15).

 Come mai queste folle, stupite e ammirate, cercano Gesù? Verrebbe da rispondere: perché hanno capito che in lui agisce il potere di Dio, dunque credono in lui. In realtà sono vittime di un pericoloso equivoco, sono mosse da una fede immatura: si interessano a Gesù solo perché lo ritengono capace di soddisfare, mediante i miracoli, i loro bisogni materiali.

 La fede matura è tutt’altra cosa: è quella di chi capisce che Gesù non compie prodigi per stupire, ma per introdurre in una realtà più profonda. Nella guarigione del cieco nato, il vero credente intuisce che Gesù si presenta come la luce del mondo; nell’acqua tramutata in vino scopre il dono dello Spirito, fonte di gioia; nella rianimazione di Lazzaro comprende che Gesù è il Signore della vita; nel pane distribuito alla gente affamata scorge Gesù, l’alimento che sazia.

 A Cafarnao invece la folla non capisce, si ferma all’aspetto esteriore, superficiale dell’avvenimento. Ha bisogno di essere aiutata a passare dalla ricerca del “cibo che perisce” a quello che “dura per la vita eterna” (Gv 6,27). Un’impresa difficile, ma Gesù la tenta.

 Comincia presentandosi come il pane della vita disceso dal cielo (Gv 6,33-35). Dichiara che chi ascolta lui, chi assimila il suo messaggio, il suo vangelo, si nutre delle parole di vita. Chi invece si alimenta di altre parole – anche se piacevoli e accattivanti – ingerisce veleni di morte.

 La sua affermazione è inaudita. Per i giudei il pane disceso dal cielo è la manna (Sal 78,24) e il cibo che nutre è la parola di Dio (Is 55,1-3). Come può “il figlio di Giuseppe” arrogarsi simili prerogative? – si chiedono indignati – Chi pretende di essere? (Gv 6,42). Anche la samaritana aveva reagito in modo simile: “Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe?” (Gv 4,12).

 Invece di mitigare la sua pretesa, Gesù fa una dichiarazione ancora più sorprendente. Il pane da mangiare non è soltanto la sua dottrina, ma la sua stessa carne: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Sono le parole con cui inizia il brano di oggi (v. 51).

 Per non equivocarne il significato (per non essere indotti a immaginare un atto cannibalesco), va precisato che, quando nella Bibbia si afferma che “l’uomo è carne” (Gn 6,3), non ci si riferisce al fatto che è rivestito di muscoli, ma che è debole, fragile, precario, soggetto alla morte. Per esempio, di fronte alle miserie morali degli israeliti, Dio – dichiara il salmista con un audace antropomorfismo – placa la sua ira e trattiene il suo furore perché “si ricorda che essi sono carne, un soffio che scompare e più non ritorna” (Sal 78,39). Quando, nel prologo del suo vangelo, Giovanni dice che “il verbo si è fatto carne” (Gv 1,14) si riferisce all’abbassamento del Figlio di Dio, alla sua discesa al livello infimo, sottolinea la sua accettazione degli aspetti più caduchi della condizione umana.

 Mangiare questo Dio fatto carne significa riconoscere che la rivelazione di Dio giunge nel mondo attraverso “il figlio del falegname” e accogliere questa sapienza venuta dal cielo.

 Anche dopo questa precisazione, tuttavia, l’aspetto scandaloso della proposta di Gesù rimane. Come si può “mangiare la sua persona”? La reazione scandalizzata degli ascoltatori è comprensibile e giustificata: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” (v. 52). Capiscono che egli non si riferisce solo all’assimilazione spirituale della rivelazione di Dio, ma anche ad un “mangiare” reale. Cosa intende dire?

 Gesù non si preoccupa del loro imbarazzo e riafferma quanto ha già detto, aggiungendovi una richiesta ancora più provocatoria: è necessario bere anche il suo sangue (vv. 52-56). Molti testi biblici proibiscono severamente la pratica di bere sangue “perché la vita della carne è nel sangue” (Lv 17,10-11) e la vita non appartiene all’uomo, ma a Dio. Si tratta dunque di assimilare la sua vita.

 È a questo punto che si inserisce il discorso sull’Eucaristia.

 Prima di spiegare il significato che, nel suo discorso, Gesù attribuisce a questo sacramento “fonte e apice di tutta la vita cristiana”, vorrei mettere in guardia da alcune interpretazioni riduttive e anche fuorvianti, derivate da una certa catechesi devozionale e intimistica, non supportata da fondamenti biblici. Mi riferisco a quella spiritualità eucaristica che parlava del “divin prigioniero”, che esortava ad andare in chiesa a “fare compagnia, a consolare Gesù”. L’Eucaristia non ha lo scopo di catturare Gesù per tenerlo più vicino, per avere un’opportunità maggiore di convincerlo a concedere grazie, approfittando del fatto che “è venuto a visitarci”, che “è venuto nel nostro cuore”. È stata istituita come alimento da mangiare e anche quando viene esposta all’adorazione (meglio nella pisside in cui è stata consacrata che nell’ostensorio) è per essere consumata come cibo. Solo così mantiene il suo autentico significato.

 Se partiamo dalla constatazione che, per raggiungere l’unione di vita con Cristo, basta la fede nella sua parola, giustamente ci chiediamo: perché è necessario accostarsi a ricevere anche il sacramento? Perché Gesù ha aggiunto una richiesta tanto difficile da comprendere: mangiare la sua carne e bere il suo sangue nei segni del pane e del vino?

 Sappiamo che, per mancanza di presbiteri, la domenica la maggioranza delle comunità cristiane non si raduna attorno alla mensa del pane eucaristico, ma attorno alla parola di Dio e siamo certi che, da quest’unico cibo per loro disponibile, esse ricevono abbondanza di vita.

 È significativo che, al v. 54, Gesù dica che chi mangia la sua carne e beve il suo sangue ha la vita eterna, esattamente come al v. 47 afferma che lo stesso risultato è conseguito da coloro che credono nella sua parola. Perché allora l’eucaristia?

 Anzitutto bisogna sottolineare che questo sacramento – che rende realmente presente il Risorto – non sostituisce la fede nella parola di Cristo. Accostarsi a ricevere la comunione non equivale a compiere un rito magico e l’ostia non è una specie di pillola che agisce automaticamente e guarisce il malato, anche se dorme o ha perso conoscenza.

 Non basta fare molte comunioni per ricevere la grazia del Signore. Gesù non ha detto di fare molte comunioni, ma di “mangiare la sua carne e bere il suo sangue”.

 Ecco la ragione per cui, prima di ricevere il pane eucaristico, è necessario ascoltare e meditare un brano evangelico. La lettura della parola di Dio è la premessa imprescindibile.

Quando si firma un contratto, quando si stipula un’alleanza, si devono prima conoscere e valutare attentamente tutte le clausole. Chi accetta di divenire una sola persona con Cristo nel sacramento, deve essere cosciente della proposta che gli viene fatta e prendere la ferma decisione di accoglierla. È il senso dell’accorata raccomandazione di Paolo: “Ciascuno esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice”, per non mangiare e bere la propria condanna (1 Cor 11,28-29).

 Il gesto di stendere la mano per ricevere il pane consacrato è il segno della disposizione interiore ad accogliere Cristo e a far sì che i suoi pensieri divengano i nostri pensieri, le sue parole le nostre parole, le sue scelte le nostre scelte. Nel segno dell’eucaristia, la sua persona viene assimilata, come accade con il pane.

 Il cambiamento, la metamorfosi avverranno molto lentamente, il processo sarà segnato da successi e fallimenti, ma l’umile ascolto della Parola e la comunione con il corpo di Cristo compiranno il miracolo. Un giorno, il discepolo gioirà della trasformazione attuata in lui dallo Spirito che opera nel sacramento e giungerà ad esclamare, come Paolo: Ora “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20) .

Cercoiltuovolto




sabato 18 giugno 2022

DATE LORO DA MANGIARE

SOLENNITA' 

del

CORPUS DOMINI

- Commento di p. Ermes Ronchi


(...) Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà (...)

Mandali via, è sera ormai, e siamo in un luogo deserto. Gli apostoli si preoccupano per la folla, ne condividono la fame, ma non vedono soluzioni: «lascia che ciascuno vada a risolversi i suoi problemi, come può, dove può». Ma Gesù non ha mai mandato via nessuno. Anzi vuole fare di quel luogo deserto una casa calda di pane e di affetto. E condividendo la fame dell'uomo, condivide il volto del Padre: “alcuni uomini hanno così tanta fame, che per loro Dio non può avere che la forma di un pane” (Gandhi). E allora imprime un improvviso cambio di direzione al racconto, attraverso una richiesta illogica ai suoi: Date loro voi stessi da mangiare. Un verbo semplice, asciutto, concreto: date. Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo, fattivo, di mani: dare (Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (Gv 3,16), non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15,13).

Ma è una richiesta impossibile: non abbiamo che cinque pani e due pesci. Un pane per ogni mille persone e due pesciolini: è poco, quasi niente, non basta neppure per la nostra cena. Ma il Signore vuole che nei suoi discepoli metta radici il suo coraggio e il miracolo del dono. C'è pane sulla terra a sufficienza per la fame di tutti, ma non è sufficiente per l'avidità di pochi. Eppure, chi dona non diventa mai povero. La vita vive di vita donata.

Fateli sedere a gruppi. Nessuno da solo, tutti dentro un cerchio, tutti dentro un legame; seduti, come si fa per una cena importante; fianco a fianco, come per una cena in famiglia: primo passo per entrare nel gioco divino del dono. Fuori, non c'è altro che una tavola d'erba, primo altare del vangelo, e il lago sullo sfondo con la sua abside azzurra. La sorpresa di quella sera è che poco pane condiviso tra tutti, che passa di mano in mano e ne rimane in ogni mano, diventa sufficiente, si moltiplica in pane in-finito. La sorpresa è vedere che la fine della fame non consiste nel mangiare da solo, a sazietà, il mio pane, ma nello spartire il poco che ho, e non importa cosa: due pesci, un bicchiere d'acqua fresca, olio e vino sulle ferite, un po' di tempo e un po' di cuore, una carezza amorevole.

Sento che questa è la grande parola del pane, che il nostro compito nella vita sa di pane: non andarcene da questa terra senza essere prima diventati pezzo di pane buono per la vita e la pace di qualcuno. Tutti mangiarono a sazietà. Quel “tutti” è importante. Sono bambini, donne, uomini. Sono santi e peccatori, sinceri o bugiardi, nessuno escluso, donne di Samaria con cinque mariti e altrettanti fallimenti, nessuno escluso. Prodigiosa moltiplicazione: non del pane ma del cuore.


(Letture: Genesi 14,18-20; Salmo 109; Prima Lettera ai Corinzi 11,23-26; Luca 9,11b-17)

sabato 5 giugno 2021

UN MISTERO D'AMORE


 Questo è il mio corpo. 

Questo è il mio sangue.

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 14,12-16.22-26

 Il primo giorno degli àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: "Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?". Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.


 Oggi celebriamo la solennità del Corpus Domini ovverosia del “dono dei doni”: l’Eucaristia, presenza reale del Signore Risorto in mezzo a noi. L’amore è la chiave per comprendere questo dono. Quando si ama qualcuno si desidera stare accanto alla persona amata e donarsi perché sia felice. L’amore spinge a farsi piccoli per elevare gli altri. Tutto ciò lo contempliamo in sommo grado in questo sacramento d’amore: Dio che si nasconde in poco pane, che si rende presente in un frammento di pane azzimo, pur di stare con noi e in noi. Dio si fa piccolo per farci come Lui.

Che grande mistero d’amore, che siamo chiamati a contemplare e ad adorare in questo sacramento meraviglioso. Il testo del Vangelo di oggi ci fa ripercorrere l’istituzione dell’Eucaristia che avviene nel momento della Pasqua ebraica. Gesti e parole di Gesù aiutano i discepoli (e noi) a capire che ha preparato ben di più della cena pasquale ebraica: ha preparato “la Cena del Signore”. L’agnello immolato, sacrificato dagli ebrei la notte dell’Esodo, il cui sangue salvò i primogeniti di Israele dall’angelo della morte, era “pallida figura” del Cristo, il cui sangue versato è capace di salvare dalla morte quanti credono in Lui.

Dal Vangelo possiamo cogliere le due dimensioni ed effetti “principali” dell’Eucaristia. Anzitutto ci unisce più profondamente al Signore. Nell’Eucaristia, infatti, incontriamo Lui e ci nutriamo di Lui: «prendete e mangiate, questo è il mio corpo (= questo sono io)». Ricevuta con fede, l’Eucaristia opera una sorta di “trasfusione”, non di sangue ma di sentimenti e pensieri. Il cibo mangiato, infatti, viene assimilato dal corpo e trasformato in energia e sostanze vitali; mediante l’Eucaristia Cristo ci assimila a sé e infonde in noi se stesso, i suoi sentimenti, i suoi pensieri:

«Mentre dunque il cibo corporale viene assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé [divinizzandoci], così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui» (Benedetto XVI). È qualcosa di meraviglioso, di immenso. Ovviamente il sacramento sarà efficace in noi nella misura in cui lo accogliamo con fede, volendo e cercando di vivere una vera e profonda unione con Cristo. L’Eucaristia non è un amuleto, ma è una persona con la quale si vuol fare comunione e vivere in comunione. Ecco perché per accostarvisi è necessario essere in uno stato di grazia e amicizia con Dio. Avrebbe poco senso ricevere l’Eucaristia se non si è e non si vive in comunione con Lui.

Inoltre l’Eucaristia ci unisce tra noi. Facciamo caso a un dettaglio: «Gesù ha corretto il modo di esprimersi dei discepoli. Gli avevano chiesto: Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu mangi la pasqua?”. Gesù si dare al padrone: “Dov’è la sala dove io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. E ai due dice: “Là preparate per noi”. L’Eucaristia è un pasto comunitario» che ci unisce tra noi, facendo di noi un corpo solo. Diceva san Giovanni Crisostomo: «Che cos’è il pane consacrato? Corpo di Cristo. E che cosa diventano coloro che si comunicano? Corpo di Cristo. Non molti corpi: un Corpo solo, quello di Cristo».

E san Giovanni Paolo II: «L’Eucaristia è istituita perché diventiamo fratelli; viene celebrata perché da estranei e indifferenti gli uni gli altri, diventiamo uniti, uguali ed amici; è data perché, da massa apatica e fra sé divisa, se non avversaria, diventiamo un popolo che ha un cuore solo e un’anima sola». Quando riceviamo l’Eucaristia e rispondiamo “Amen” è come se dicessimo: così sia Signore, ti accolgo e, accogliendo te, accolgo tutti. Posso dire che è davvero così? Con quanto amore ricevo Cristo? Con quanto amore lo riconosco negli altri? Ci farà bene chiederci con quanto amore (per Cristo e per i fratelli e sorelle) ci accostiamo all’Eucaristia; e, soprattutto, chiediamogli la grazia che ravvivi in noi l’amore per Lui, che pur di stare con noi e in noi continua a rendersi presente in poco pane!

 Signore, nutrìti ogni giorno del tuo Corpo e del tuo Sangue, sapremo riconoscerti e ti serviremo nei nostri fratelli e sorelle (San Giovanni Paolo II)

 Cerco il tuo volto


 

sabato 13 giugno 2020

IO SONO IL PANE VIVO !

Il Corpus Domini nel magistero dei Papi: 
via di salvezza che viene da lontano

Un miracolo commovente indusse un Papa del XIII secolo a istituire la solennità del Corpus Domini, alla luce del dogma della transustanziazione. Ecco come questa Solennità è stata sviluppata nel magistero dei pontefici degli ultimi decenni

Laura De Luca – Città del Vaticano

1263. Un sacerdote boemo in pellegrinaggio verso Roma si ferma a dire Messa a Bolsena. Mentre spezza l’ostia viene colto dal dubbio sulla presenza reale di Cristo in quel dischetto di farina. Improvvisamente, dall’ostia escono alcune gocce di sangue che macchiano il corporale di lino e alcune pietre dell’altare. Già nel 1215, nel IV Concilio Laterano, la transustanziazione era diventata dogma della fede. Ma dopo il miracolo del corporale, papa Urbano IV decide di estendere a tutta la Chiesa la Solennità del Corpus Domini, con la bolla Transiturus del 1264, collocando la festa il giovedì successivo alla prima domenica dopo Pentecoste.
Tutto parte, si potrebbe dire, dal cuore di Cristo, che nell’Ultima Cena, alla vigilia della sua passione, ha ringraziato e lodato Dio e, così facendo, con la potenza del suo amore, ha trasformato il senso della morte alla quale andava incontro. Il fatto che il Sacramento dell’altare abbia assunto il nome “Eucaristia” – “rendimento di grazie” – esprime proprio questo: che il mutamento della sostanza del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo è frutto del dono che Cristo ha fatto di se stesso, dono di un Amore più forte della morte, Amore divino che lo ha fatto risuscitare dai morti. Ecco perché l’Eucaristia è cibo di vita eterna, Pane della vita.
Così papa Benedetto XVI nella Messa del Corpus Domini del 23 giugno 2011: nel secondo decennio del secolo che è iniziato con l’eclatante atto terroristico contro le Torri Gemelle e con una miriade di guerre dimenticate, la presenza reale del corpo e del sangue diventa conferma paradossale di un amore più forte della morte, di un amore che vince il peccato, ogni peccato. Ma nel disegno di Dio questa storia inizia prima della storia, inizia con l’uomo stesso…
L'odierna solennità del "Corpus Domini" invita a meditare sul singolare cammino che è l'itinerarium salvificum di Cristo attraverso la storia, una storia scritta sin dalle origini, in modo contestuale, da Dio e dall'uomo. Attraverso le vicende umane, la mano divina traccia la storia della salvezza.
E' un cammino che inizia nell'Eden, quando, a seguito del peccato del primo uomo, Adamo, Dio interviene per orientare la storia verso la venuta del "secondo" Adamo. Nel Libro della Genesi è presente il primitivo annunzio del Messia e da allora, lungo il susseguirsi delle generazioni, come viene narrato nelle pagine dell'Antico Testamento, si snoda il cammino degli uomini verso Cristo.
Quando poi, nella pienezza dei tempi, il Figlio di Dio incarnato versa sulla croce il sangue per la nostra salvezza e risuscita dai morti, la storia entra, per così dire, in una dimensione nuova e definitiva: si realizza allora la nuova ed eterna alleanza, di cui Cristo crocifisso e risorto è principio e compimento. Sul Calvario il cammino dell'umanità, secondo i disegni divini, conosce la sua svolta decisiva: Cristo si pone a capo del nuovo Popolo per guidarlo verso la meta definitiva. L'Eucaristia, sacramento della morte e della risurrezione del Signore, costituisce il cuore di questo itinerarium spirituale escatologico.
Cosi si esprimeva Giovanni Paolo II nella Solennità del Corpus Domini del 1998, 11 giugno. Meno due anni al Duemila. Già si parla di globalizzazione e l’eucaristia, il dono per eccellenza, è già promessa dall’inizio della storia umana e include tutti i popoli, tutte le genti, tutti i tempi. Una globalizzazione dell’amore. Questo respiro universale della Solennità odierna permea però anche le parole di Giovanni XXIII già alla vigilia del Concilio, nel Corpus Domini del 21 giugno 1962…
O Gesù, cibo soprasostanziale delle anime, a te accorre questo popolo immenso. Esso si volge a penetrare la sua umana e cristiana vocazione di nuovo slancio, di interiore virtù, con prontezza al sacrificio, di cui Tu desti saggio inimitabile verbo et exemplo, con la parola e con l'esempio.
Fratello nostro primogenito, Tu hai preceduto, o Cristo Gesù, i passi di ciascun uomo, Tu hai perdonate le colpe di ciascuno; tutti e ciascuno tu sollevi a più nobile, più convinta, più operosa testimonianza di vita.
— O Gesù, panis vere, unico e solo cibo sostanzioso delle anime, raccogli tutti i popoli attorno alla mensa tua: essa è divina realtà sulla terra, è pegno di favori celesti, è sicurezza di giuste intese tra le genti, e di pacifiche competizioni per il vero progresso della civiltà.
— Nutrìti da Te e di Te, o Gesù, gli uomini saranno forti nella fede, gioiosi nella speranza, operosi nelle molteplici applicazioni della carità.
La carità.
Se con il dono del suo corpo e del suo sangue Dio ci ha amati fino a cancellare i nostri peccati, questo amore si estende anche in orizzontale, tra tutti gli uomini. Il sesto decennio del XX secolo sembra particolarmente recettivo all’ideale della pace e dell’amore universali, soprattutto tra le giovani generazioni. 1969, l’anno di Woodstock, delle contestazioni, della conquista della Luna che per un attimo fa sentire tutti gli uomini fratelli nel nome della scienza…
Comunione con Cristo, dunque, l’Eucaristia, come sacramento e come sacrificio: ma anche comunione tra di noi fratelli, con la comunità, con la Chiesa: ed è ancora la Rivelazione a dircelo, con le parole di Paolo: «Dal momento che vi è un solo pane, noi, che siamo molti, formiamo un solo corpo; poiché noi tutti partecipiamo di questo unico pane» (1 Cor. 10, m). Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha messo profondamente in luce questa realtà, quando ha chiamato l’Eucaristia «convito di comunione fraterna» (Gaudium et spes, 38); quando ha detto che i cristiani, «cibandosi del corpo di Cristo nella santa Comunione, mostrano concretamente l’unità del Popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente effettuata».
La vera presenza del corpo di Cristo nell’ostia consacrata, intorno a cui ruotavano i dubbi del sacerdote boemo testimone del miracolo di Bolsena è confermata dalla vitalità dell’amore cristiano, dalle opere di carità ispirate dall’eucaristia. In questo senso le parole di papa Pio XII nel suo radiomessaggio al termine del Congresso eucaristico di Assisi, 9 settembre 1951. A metà del secolo scorso c’è ansia di ripresa dopo la tragedia della guerra:
Se negli angusti termini di questo Congresso eucaristico la fede e la scienza, la coltura, l'eloquenza, l'arte, la storia hanno portato in fraterna concordia, gradito dono a Gesù eucaristico, il tributo riconoscente dell'ingegno umano, pur tanto adeguato all'oggetto delle sue speculazioni e del suo culto dalle multiformi manifestazioni; assai più e meglio fanno questa sera la dotta teologia, la profonda filosofia, l'arte del pensiero, della parola, del canto, prostrandosi in tacita adorazione innanzi al Dio nascosto per esaltare nella fede dell'umile credente il dono inestimabile dell'Eucaristia.
Il dono è Egli stesso — Gesù Cristo — personalmente presente per operare in noi, se secondiamo il suo amore, le meraviglie della vita cristiana, di una vita cioè, che, ordinata secondo il Vangelo, mantiene fervida nei suoi, anche più tiepidi figli, la stima della virtù, la coscienza del bene e del male e impedisce loro di essere definitivamente travolti dalla valanga di errori e di corruzione, che dominano nel mondo.


sabato 22 giugno 2019

GESU', ENERGIA DELLA VITA











Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Anno C) (23/06/2019)


 Visualizza Lc 9,11-17

Commento di don Domenico Bruno  


Gesù parla e chi lo ascolta non avverte altro bisogno che stare con Lui.
Nel Vangelo è Gesù ad avere premura che i suoi ascoltatori si rifocillino. Gesù non vuole che si viva in modo disincarnato e non ci si curi del proprio corpo, del cibo per la sussistenza.
Molta gente invece crede di fare cosa buona e gradita a Dio mortificando il cibo per pregare soltanto. Ma Dio lo sa: “a stomaco pieno si prega meglio” (potremmo dire!).
Il Signore ci insegna anche che la sua Parola deve incontrare l'umanità: senza pane terreno, non possiamo arrivare al Pane del cielo. Senza sperimentare la nostra umanità, non possiamo conoscere a quale santità siamo chiamati.
Gesù si è fatto pane, si è incarnato, e sperimentando la carne umana ha potuto aiutare e consigliare opportunamente chi lo seguiva.
E come Gesù si è donato attraverso il suo corpo, chiede anche a noi di donarci: nel Vangelo quando i discepoli non sanno come sfamare la folla, Gesù dice “voi stessi date loro da mangiare”.
È una frase in Voi stessi è sia soggetto che oggetto: Gesù vuole che noi ci doniamo affinché altri possano nutrirsi di noi (uomini di Parola), ma dice anche che dobbiamo essere noi stessi a impegnarci perché altri possano mangiare.
Ultimo aspetto: Gesù dice: “Fateli sedere a gruppi di cinquanta”. Sta invitando all'ordine, perché senza ordine esteriore non ci potrà essere un ordine del cuore e viceversa.
Quanta gente sola e povera vive abbandonata a se stessa: la nostra missione è aiutare gli altri a trovare il senso della propria vita.
Quante persone vivono disordini personali e di ogni tipo: il nostro compito è aiutarle a rimettere ordine e dare priorità alle cose che contano davvero!
Gesù è l'energia della nostra vita, senza eucarestia, senza pane del Signore, la vita muore.
- Di quale pane sto nutrendo la mia vita in questo tempo?
- In che cosa devo mettere ordine nella mia vita?
- Questa settimana farò visita a qualcuno che è solo o demotivato...
- ……