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sabato 11 luglio 2026

OMOSESSUALITA' E TEOLOGIA

 


'Una 
riflessione 

teologica

 sull’omosessualità'



-         di Paolo Gamberini

Introduzione 

Tra le domande che la riflessione teologica contemporanea è chiamata ad affrontare con maggiore delicatezza vi è quella relativa al senso dell’orientamento omosessuale all’interno del disegno d’amore di Dio per la sua creazione. Si tratta di un interrogativo che tocca insieme l’antropologia teologica, la dottrina della creazione, la teologia del peccato e i limiti epistemologici propri sia della teologia sia delle scienze umane. Il presente saggio intende esplorare tale questione muovendo da un’osservazione elementare ma spesso trascurata: di fronte a un fenomeno umano che non trova una spiegazione causale certa — né in termini di colpa, né in termini di patologia, né in termini educativi — la teologia è chiamata a un atteggiamento di onestà intellettuale che eviti tanto le facili condanne quanto le facili giustificazioni ideologiche. 

1. La domanda originaria: un errore di Dio, dei genitori, della natura? 

Quando ci si interroga sulla nascita di una persona che, nel corso della propria esistenza, si scopre e si rivela omosessuale, riemergono con insistenza alcune domande antiche quanto il problema del male e della sofferenza innocente: Forse Dio non poteva stare più attento nel creare gli le persone di orientamento omosessuale? Gli è sfuggito qualcosa? È un errore della natura, un difetto nell’educazione, una colpa dei genitori? 

Queste domande, per quanto legittime nella loro formulazione, condividono una premessa implicita che merita di essere interrogata prima ancora di essere accolta: presuppongono cioè che l’omosessualità sia anzitutto un problema da spiegare, un’anomalia rispetto a una norma presunta evidente, un evento che richiede una causa negativa — un peccato, un errore, un danno. È proprio questa premessa che la presente riflessione intende mettere in discussione, non per negare la legittimità della domanda, ma per mostrare come essa non trovi, nella teologia seria, una risposta che ne confermi l’assunto. 

2. I limiti della teologia del peccato come categoria esplicativa 

Una prima possibile risposta al problema consisterebbe nel ricondurre l’omosessualità agli effetti del peccato originale, in quella logica secondo cui la creazione, “ferita” dal peccato, produrrebbe anche disordini nella sfera sessuale[1]. Questa impostazione, per quanto presente in una certa tradizione teologica moralistica, incontra tuttavia un limite metodologico fondamentale: la teologia non dispone di strumenti che le permettano di stabilire con certezza un nesso causale diretto tra il peccato — categoria teologica riferita alla libertà e alla relazione con Dio — e una condizione esistenziale che si manifesta, nella grande maggioranza dei casi, come costitutiva e non scelta. 

Affermare che l’omosessualità sia “conseguenza del peccato” significa attribuire a una categoria teologica (il peccato, che presuppone un atto di libertà) un fenomeno che si presenta fenomenologicamente come dato originario della persona, non come esito di una scelta colpevole. La teologia, quando è rigorosa, riconosce qui i propri confini: può parlare della condizione ferita dell’umanità in senso generale — la creatura è segnata da limite, fragilità, finitezza — ma non può individuare in un tratto specifico dell’identità di una persona la prova empirica di un peccato particolare. Questo tipo di attribuzione, lungi dall’essere teologia, scivola facilmente in una forma di moralismo esplicativo che la tradizione stessa, a partire almeno dal libro di Giobbe e dal monito di Gesù riguardo al cieco nato (Gv 9,1-3), ha già criticato: non ogni condizione di sofferenza o di diversità è riconducibile a una colpa, né a quella della persona né a quella dei suoi genitori. 

3. Il silenzio delle scienze umane e il rischio dell’ideologia 

Un secondo tentativo esplicativo si muove in direzione opposta, ma con analoga pretesa di certezza: attribuire l’orientamento omosessuale a fattori educativi, relazionali o ambientali, secondo modelli psicoanalitici o socio-costruttivisti che hanno goduto di grande fortuna nel corso del Novecento. Anche in questo caso, tuttavia, occorre un supplemento di onestà epistemologica: la ricerca scientifica contemporanea non è in grado di dimostrare in maniera univoca che l’orientamento omosessuale sia il prodotto di specifiche dinamiche educative o di eventi traumatici dell’infanzia. Le ipotesi in tal senso, un tempo diffuse, non hanno retto alla verifica empirica sistematica e sono oggi ampiamente ridimensionate nella comunità scientifica. 

Ciò non significa negare la complessità multifattoriale — biologica, psicologica, relazionale — che concorre alla formazione dell’identità sessuale della persona; significa piuttosto riconoscere che tale complessità non consente affermazioni causali nette, tanto meno colpevolizzanti. Attribuire ai genitori una responsabilità nella genesi dell’omosessualità dei figli, in assenza di prove dimostrabili, non è un’operazione scientifica ma ideologica: si tratta cioè di proiettare su un dato di realtà uno schema interpretativo previamente accolto per ragioni extra-scientifiche, spesso di natura morale o culturale. 

4. Dall’assenza di spiegazione negativa alla possibilità di una lettura positiva 

 

Se dunque non è possibile dimostrare, né sul piano teologico né su quello delle scienze umane, che l’omosessualità sia il segno di un malfunzionamento, di un deficit, di una colpa o di una malattia, la riflessione teologica è chiamata a un passo ulteriore, che non si limiti alla sola constatazione di un’assenza di prova, ma che tragga da questa assenza una conseguenza positiva. 

La teologia della creazione, fin dalle sue radici bibliche, insegna che il mondo creato da Dio è intrinsecamente segnato dalla varietà: la molteplicità delle specie, la differenziazione degli individui, la ricchezza delle forme di vita non sono un incidente rispetto a un progetto originariamente uniforme, ma costituiscono l’espressione stessa della sovrabbondanza creativa di Dio. Il racconto della creazione in Genesi 1 non descrive un cosmo monocorde, bensì un ordine che si dispiega proprio attraverso la distinzione e la pluralità (“secondo la loro specie”, Gen 1,11-12.21.24-25), culminante nella dichiarazione che “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31). 

Se il creato, nel suo insieme, testimonia questa logica della diversità voluta e benedetta da Dio, appare legittimo chiedersi — come suggerisce la domanda che ha dato origine a questa riflessione — se anche nell’ambito della sessualità umana non si possa riconoscere una analoga varietà che non contraddica, ma anzi rifletta, la ricchezza dell’agire creativo divino. Questa non è un’affermazione dogmatica definitiva, ma un’ipotesi teologicamente plausibile, coerente con il principio secondo cui ciò che non può essere dimostrato come disordine non deve automaticamente essere presunto tale. 

5. Imago Dei e dignità della persona 

Un ulteriore sostegno a questa lettura viene dalla dottrina dell’imago Dei (Gen 1,27), secondo cui ogni essere umano, in quanto tale, porta impressa l’immagine di Dio, indipendentemente da caratteristiche accidentali della propria condizione esistenziale. 

Se l’orientamento omosessuale è, come pare ragionevole ritenere alla luce di quanto detto, un dato costitutivo e non scelto della persona, allora la sua dignità di immagine di Dio non può essere subordinata né compromessa da tale condizione. Ne consegue che qualunque impostazione pastorale o dottrinale che facesse dipendere il valore della persona, o la presunzione di un suo peccato originario, dal semplice fatto della sua condizione sessuale, rischierebbe di contraddire il fondamento stesso dell’antropologia biblica. 

6. Onestà intellettuale come virtù teologica 

 

Vale la pena sottolineare, a conclusione di questo percorso argomentativo, un dato metodologico che attraversa l’intera riflessione: l’atteggiamento più corretto, sul piano sia teologico sia scientifico, di fronte a fenomeni che sfuggono a una spiegazione causale certa, è la sospensione del giudizio esplicativo, non la sua sostituzione con ipotesi non dimostrate ma psicologicamente rassicuranti. È spesso più comodo, per la mente umana, attribuire un fenomeno complesso a una causa — un peccato, un errore educativo, una colpa — piuttosto che accogliere l’idea che si tratti semplicemente di una delle molte forme in cui si manifesta la varietà della condizione umana. Ma la teologia, quando è fedele alla propria vocazione di ricerca dell’intelligenza della fede (fides quaerens intellectum), non può accontentarsi di spiegazioni consolatorie prive di fondamento: deve piuttosto abitare, con pazienza, lo spazio del non ancora pienamente compreso. 

7. Uno sguardo alle posizioni alternative 

È doveroso segnalare che questa lettura, pur radicata in argomenti biblici e teologici solidi, non rappresenta l’unica posizione presente nel dibattito teologico contemporaneo, né coincide con l’insegnamento magisteriale ufficiale della Chiesa cattolica, che continua a distinguere tra l’orientamento omosessuale — non ritenuto in sé colpevole — e gli atti omosessuali, giudicati “intrinsecamente disordinati” rispetto al disegno naturale della sessualità coniugale (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2357-2359). 

Altre correnti della teologia morale, di impostazione tomista e di diritto naturale, sostengono che la finalità procreativa e la complementarità sessuale rappresentano un criterio oggettivo per il giudizio etico sugli atti, indipendentemente dalla non-colpevolezza dell’orientamento. La Congregazione per la Dottrina della Fede, nei documenti degli anni ’80 e ’90, hanno insistito su questa distinzione. Tuttavia, seguendo questa logica si dovranno considerare come “intrinsecamente disordinati” tutti gli atti sessuali che impediscono per il loro stesso porsi sia l’atto coniugale d’amore che l’atto procreativo. Di conseguenza, anche la masturbazione è atto “intrinsecamente disordinato” perché difforme dalla volontà creatrice divina per l’umanità. 

Altri autori, come James Alison, Margaret Farley o Todd Salzman e Michael Lawler, hanno invece elaborato proposte più esplicitamente orientate al riconoscimento pieno delle relazioni omosessuali stabili come possibile luogo di crescita nella carità, muovendosi in una direzione affine a quella qui presentata. Il dibattito, dunque, resta aperto, e la riflessione qui condotta si colloca all’interno di questa pluralità di voci, senza pretesa di esaurirla. 

Conclusione 

La domanda da cui siamo partiti — se Dio abbia in qualche modo “sbagliato” o “trascurato” qualcosa nel dare origine a una persona omosessuale — trova, in questa riflessione, non tanto una risposta definitiva quanto un ridimensionamento della sua stessa premessa. Non potendo la teologia dimostrare che l’omosessualità sia frutto del peccato (personale o collettivo), né le scienze umane dimostrare che essa sia il prodotto di un errore educativo, viene meno il fondamento per interpretarla come deficit, malattia o colpa. Resta allora aperta, e teologicamente sostenibile, l’ipotesi che essa rientri in quella variegata ricchezza del creato che la fede riconosce come segno della sovrabbondanza creativa di Dio — una diversità che, lungi dal violare la volontà del Creatore, può forse essere letta come una delle molte forme in cui questa volontà si manifesta nel mistero della persona umana. 

 

[1] Questa è la tesi esposta da Mario Imperatore nel suo testo: Gesù, il Figlio Sposo alla prova: tra famiglia, omosessualità ed escatologia, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2022.

Alzogliocchiversoilcielo

mercoledì 24 giugno 2026

UCCISO DAL PADRE

 


MIRKO, UCCISO 
DAL PADRE 
PERCHÉ GAY





A scuola, Franco, piccolo di statura, mi invidiava: avrebbe voluto essere uno spilungone come me. A mia volta, invidiavo lui che sedeva sempre al primo banco. Ciro, invece, veniva bullizzato a causa del colore dei suoi capelli. Erano altri tempi, le cose, oggi, dopo tanti progressi e studi in ogni campo, dovrebbero essere cambiate.


- di don Maurizio Patriciello

La vita è un dono, nessuno ha scelto di nascere in quella casa, in quel paese, con quelle caratteristiche genetiche. Va accolta, la vita, sempre, anche quando non si presenta come avremmo voluto, anche quando pesa. Occorre fare pace con la vita, la nostra e quella altrui. I fratelli e le sorelle omosessuali, nei secoli sono stati isolati e offesi, umiliati e uccisi. Il mondo avanza lentamente. A loro, oggi, tutti dobbiamo delle scuse.

La Chiesa, con grande serietà, ha chiamato a raccolta teologi e pastori, professionisti e gente comune per cercare di capire. Tenere insieme le esigenze del Vangelo, la tradizione cristiana due volte millenaria, le varie sensibilità dei credenti sparsi per il mondo, i diritti dei fratelli e sorelle omosessuali non è semplice. Si lavora. La ricerca continua. Con umiltà e alimentando la speranza. Ci si mette in ascolto. Di chi vive questa situazione, innanzitutto. Sono loro a doverci dire chi sono, che sentono, come vivono i loro sentimenti e la loro sessualità. Mi rendo conto che non è facile cercare di capire rinunciando a ogni pregiudizio.

La situazione delle persone omosessuali nel mondo è diversa e variegata. Non dappertutto sono liberi di esprimersi liberamente. Nei tempi passati furono considerati malati. E questa “diagnosi” dava alla medicina una sorta di permesso per tentare di curarli. Oggi nessuno specialista si sognerebbe di fare affermazioni del genere. Le fedi religiose sono dilaniate tra la fedeltà alle Scritture e la realtà; tra il desiderio di accoglienza e misericordia e l’obbedienza alla Parola rivelata.

Però. Se una persona qualsiasi può permettersi, nel segreto del suo cuore, di non approvare la scelta - che scelta poi non è - fatta da un fratello omosessuale, la stessa cosa mai potrà farla un genitore. Per loro, per genitori, nel momento in cui danno vita a un’altra vita scatta il dovere di accompagnarla e sostenerla. Loro, papà e mamma, dovranno essere disposti a marcire come il chicco di grano nella nuda terra purché la spiga nasca. Nessuno è padrone della vita altrui. Siamo tutti chiamati a custodirla e a promuoverla.


A Camaiore, in Versilia un padre ha ucciso il figlio perché gay e la sua mamma perché gli stava accanto, lo sosteneva, lo proteggeva. «Mi sono liberato» ha detto l’assassino all’arrivo delle forze dell’ordine. Avrebbe potuto liberarsi e liberare Mirko e la sua mamma senza commettere questo obbrobrio. Avrebbe potuto lasciare quella casa e trasferirsi altrove. Ha covato, invece, dentro di sé, stati d’animo spaventosi. Ha alimentato un covo di vipere che lentamente ma inesorabilmente lo hanno avvelenato.

Ha dato ascolto alle voci di chi magari, in paese, derideva il suo ragazzo. Avrebbe dovuto difenderlo, e invece ha fatto traboccare un vaso che non avrebbe nemmeno dovuto esserci. Ha fatto una strage. Ormai alle soglie dell’anzianità entra in carcere per forse non uscirne più. La morte di Mirko, un giovane di 24 anni, ci chiama a una riflessione collettiva. Chi ha difficoltà a capire un mondo da cui sente di essere lontano, ha il dovere di informarsi, dialogare, studiare. Vale per tutti, a cominciare dai genitori, dalla famiglia, dalla scuola, dagli amici. Dalla Chiesa.

I fratelli e le sorelle omosessuali dovranno, a loro volta, armarsi di un’immensa pazienza ed entrare in dialogo con gli altri senza cedere alla tentazione di inutili – e dannosi – esibizionismi che tante noiosissime polemiche fanno scaturire. Credo che anche la parola “orgoglio” vada messa in soffitta. Non c’è nessun motivo per cui andare fieri di essere omosessuali così come non ce ne sono per essere eterosessuali. Urge abbattere gli steccati, ovunque si trovino. Occorre bonificare i pozzi qualsiasi sia la fonte dell’inquinamento.

I ghetti, lo abbiamo visto ancora una volta, portano all’asfissia, all’incomprensione, all’isolamento, alla morte. Ognuno, chiuso nel proprio mondo, crede di essere dalla parte giusta. Ognuno, guardando all’altro in cagnesco si illude di rendere un servizio alla verità e alla società. Piangiamo la morte di Mirko e della sua coraggiosa mamma che mai lo ha lasciato solo.

E impegniamoci tutti perché queste tragedie immani non abbiano più ad accadere.

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venerdì 23 ottobre 2020

A PROPOSITO DI OMOSSESSUALITA'

Nessuno dovrebbe essere infelice perché omosessuale

- di Giuseppe Savagnone* -

Ha suscitato reazioni di segno opposto l’intervento di Papa Francesco sulle coppie omosessuali contenuto nel documentario “Francesco” di Evgeny Afineevsky, presentato ieri alla Festa del Cinema di Roma.

«Le persone omosessuali», dice Francesco in quell’intervento, «hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo». Da qui una presa di posizione a favore di una legislazione che preveda le unioni civili, aperte anche alle coppie gay: «Ciò che dobbiamo creare è una legge di convivenza civile. In questo modo sono coperti legalmente». Nell’ordinamento italiano questa legge è stata fatta ed è in vigore dal 20 maggio 2016, ma ovviamente il pontefice, che ha presente il quadro mondiale, si rivolge ai Paesi in cui i rapporti tra persone omosessuali non sono regolarizzati.

Una Chiesa nel caos?

Ciò che nel suo discorso ha suscitato scalpore, peraltro, non è la sua valenza giuridica, ma quella religiosa ed etica. È chiaro, infatti, che attribuire a gay e lesbiche «il diritto di essere in una famiglia», prima ancora che un riconoscimento di ordine legale costituisce una legittimazione morale e, in ultima istanza, coinvolge tutta la visione cristiana della sessualità.  Non stupisce che una parte del mondo cattolico, abitualmente qualificata conservatrice e rappresentata dai giornali “di destra”, abbia reagito  molto negativamente. In qualche titolo si parla un pontefice che «si arrende», in qualche altro di «caos che diventa dogma» e di «Chiesa ormai liquida».

Uno sdoganamento dell’omosessualità come tale?

Sul resto della stampa si prende atto, invece, con evidente favore, di quella che, nel titolo di un quotidiano, viene definita la «svolta» di Francesco e in quello di un altro «la rivoluzione dell’amore». In entrambe le posizioni, si attribuisce al papa l’abbandono della dottrina tradizionale della Chiesa riguardo alla famiglia fondata sul matrimonio eterosessuale e, più in generale, uno sdoganamento dell’omosessualità come tale.

Il rispetto per le persone omosessuali

Quello che Francesco ha detto, però, è un po’ diverso. Egli ha parlato della dignità di figli di Dio e del diritto alla felicità degli omosessuali, rifiutando di demonizzarli. Lo aveva già fatto, peraltro, in numerose occasioni, a partire dalla famosa risposta data a un giornalista nel luglio del 2013, pochi mesi dopo la sua elezione, sul volo di ritorno da Rio de Janeiro: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?». Lo stesso Francesco ha in seguito ripreso questa sua affermazione, sfidando lo scandalo che essa aveva provocato: «L’ho detto nel mio primo viaggio e lo ripeto, anzi ripeto il Catechismo della Chiesa cattolica: i gay non vanno discriminati, devono essere rispettati, accompagnati pastoralmente. Si può condannare qualche manifestazione offensiva per gli altri. Ma il problema è che con una persona di quella condizione, che ha buona volontà, che cerca Dio, chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo accompagnare bene, è quello che dice il Catechismo».

Un magistero in evoluzione negli ultimi anni

Il riferimento di Francesco al Catechismo della Chiesa cattolica (11 ottobre 1992) ha un certo fondamento, perché in esso già emerge un atteggiamento del magistero abbastanza diverso da quello dei documenti precedenti.  Emblematico quello della Sacra Congregazione per la Dottrina della fede, intitolato Persona humana, del 29 dicembre 1975, dove si parlava non di “persone”, ma di «omosessuali», chiedendo per loro «comprensione» e invitando a sostenerli per «superare le loro difficoltà personali e il loro disadattamento sociale», sottolineando però che le loro azioni «sono condannate nella sacra Scrittura come gravi depravazioni e presentate, anzi, come la funesta conseguenza di un rifiuto di Dio».

Molto diverso il tono del Catechismo della Chiesa cattolica (11 ottobre 1992), dove  si insiste di più sulla necessità di capire e rispettare i soggetti in carne ed ossa che vivono la condizione omosessuale: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» (n. 2358). L’indicazione, dal punto di vista morale, rimane comunque univoca: «Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana (n. 2359).

Le persone prima degli atti

La vera svolta di papa Francesco sta nell’aver accentuato la tendenza già presente nel Catechismo e nell’aver messo in primo piano non gli atti, ma le persone e le loro coscienze, non valutando queste alla luce dei loro comportamenti – anche quando sono oggettivamente disordinati -, ma, viceversa, i comportamenti alla luce della situazione personale di chi li pone in essere. Siamo sulla linea dell’Amoris laetitia, dove si insegna che «è meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano» (n.304).

In realtà, scriveva in quel testo il papa, «a causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (n.305). Così, aggiungeva citando il Sinodo sulla famiglia, «sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione»(n. 296)

Un’ identità in questione

Per questo bisogna distinguere l’omosessualità – che, quando non rimane solo una tendenza, ma è praticata, rimane agli occhi della Chiesa un peccato – con gli omosessuali, dimenticando che si parla di esseri umani, che nella grande maggioranza vivono la loro condizione come un dato, poco importa se di origine genetica o psicologica, che entra in maniera decisiva a costituire la loro identità. Una lunga tradizione di pregiudizio ha visto nell’omosessualità una scelta viziosa. Senza negare che esistano comportamenti omosessuali inquadrabili in questa tipologia, bisogna prendere atto che nella grande maggioranza dei casi  «l’omosessualità è uno stato subìto» (Zuanazzi), e non una scelta.

Proprio perché riguarda l’identità delle persone, dire a qualcuno che il suo essere omosessuale è maledetto da Dio significa affermare non che le sue idee o i suoi comportamenti sono sbagliati, ma che lui è sbagliato; è come dire che sarebbe meglio che non esistesse.

Il sacrilegio contro l’essere umano

È quello che, purtroppo, è avvenuto per secoli, anche (ma non solo) nelle società cristiane, dove gli omosessuali sono stati perseguitati, derisi, emarginati, dimenticando che, come ha detto papa Francesco, essi «sono figli di Dio» esattamente come qualsiasi altro essere umano e che calpestare e vilipendere la loro dignità significa compiere un sacrilegio nei confronti dell’immagine divina impressa nel loro volto. Tutte le discussioni, le riserve, le precisazioni di principio che si possono fare sull’omosessualità non devono oscurare questa inviolabile dignità  delle persone. È ciò che Francesco intendeva quando, a Juan Carlos Cruz, omosessuale cileno che da piccolo era stato abusato da un prete pedofilo, ha detto: «Juan Carlos, che tu sia gay non importa. Dio ti ha fatto così e ti ama così e non mi interessa. Il Papa ti ama così. Devi essere felice di ciò che sei».

Una distinzione da salvaguardare (anche se nessuno lo farà)

Ciò non significa che il papa accetti l’equiparazione della coppia omosessuale alla famiglia fondata sul matrimonio: «Sulla dottrina del matrimonio sono conservatore», ha detto Francesco rispondendo, in un’intervista del maggio 2019, alle domande della giornalista Valentina Alazraki. «La grazia dello Spirito Santo esiste, certo. Io ho sempre difeso la dottrina. Ed è un’incongruenza parlare di matrimonio omosessuale».

Se non bisogna confondere la critica all’omosessualità con la demonizzazione delle omosessuali, è vero anche il reciproco: dal rispetto del Papa per queste ultime non deriva una legittimazione della prima. Anche se è improbabile che i “conservatori” da un lato, i “progressisti” dall’altro, prendano atto di questa distinzione fondamentale. Non è difficile perciò prevedere che, dopo questa ultima dichiarazione, papa Francesco sarà ancora una volta attaccato da entrambe le parti per le sue pretese contraddizioni. Ma ormai c’è abituato.

* Pastorale Cultura Diocesi Palermo

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