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martedì 17 dicembre 2024

LA FORTEZZA


 "Elogio 

della virtù 

chiamata fortezza"


di ENZO BIANCHI

 

 È difficile oggi parlare delle virtù. Pensiamo subito a una lettura moralistica, perché non si comprende più la virtù come habitus che fa parte della formazione del carattere. In realtà, la virtù è la dimensione stabile e evidente degli aspetti più profondi della persona dal punto di vista psicologico, morale e spirituale.

Non è una virtù teologale, dono dall’alto, ma è qualcosa che si può acquisire con la ricerca, l’esercizio, e dando costanza nel tempo a atteggiamenti e azioni finalizzate a compiere il bene. 

Oggi, dobbiamo riconoscerlo, una delle più gravi carenze nella paideia, nell’educazione, è nell’approccio alle virtù. 

Ma tra le virtù alle quali si bada poco, possiamo dire che la fortezza è ancora una virtù, la terza virtù cardinale secondo la tradizione filosofica e teologica occidentale? 

Forse oggi è misconosciuta perché termine troppo imparentato con “forza”? O forse in reazione a una certa lettura di Nietzsche e del suo “uomo forte”? Eppure in passato la fortezza era considerata la virtù per eccellenza. Era la virtù “condizione necessaria di tutte le virtù”. Era ritenuta indispensabile per una vita bella, buona, felice, degna di essere vissuta, era sentita come determinante. Solo con la fortezza si può firmiter operari, operare in modo saldo, rimuovendo gli ostacoli perché l’azione decisa abbia corso e abbia buon esito. 

Come si può costruire una famiglia se non c’è questa virtù della fortezza nei genitori e in modo specifico nel padre? I figli che crescono hanno bisogno di sentire e vedere la possibilità di aderire a qualcosa di sicuro, di saldo. E come si può governare una comunità senza essere “forti” ? Come si può contrastare la forza che aggredisce e tenta di distruggere senza persone forti che con discernimento sappiano lottare e difendersi? Ed è proprio nella capacità della lotta che la virtù della fortezza deve esercitarsi, nel sustinere, cioè nella resistenza anche lunga e faticosa. 

Il contrario della persona forte non è il pauroso ma l’impotente, che nella sua paralisi ad operare lascia fuoriuscire la violenza che lo abita per rovesciarla fuori di sé. 

Proprio per mancanza di fortezza diventerà un traditore lasciando agli altri il lavoro sporco e nascondendo così la sua incapacità anche a opporsi alla persona forte. 

Dove manca la fortezza fiorisce l’omertà, si omette la cura, la giustizia non può essere esercitata per l’arroganza di chi possiede potenza, il silenzio complice di chi non vuole vedere vince su ogni compassione. Troppi elogi della fragilità vengono celebrati oggi ma la fragilità è un grido che chiede aiuto, cura, interessamento di persone forti, non di persone complici della diffusa astenia. 

Vorrei infine ricordare come la virtù della fortezza sia il fondamento della speranza. Perché colui che sa sperare lo può fare tenendo i piedi su un terreno solido per poi lanciarsi in avanti, può sperare sul fondamento di cose certe e mai da solo ma insieme agli altri.

 

Alzogliocchiversoilcielo

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sabato 3 agosto 2024

FORTEZZA e INTRAPRENDENZA

ELOGIO 

DI VIRTU' ANTICHE

«(…) La fortezza è una virtù che segnala un animo coerente e magnanimo. Chi esercita questa dote non è meschino, non recrimina, non si vendica, non è subdolo e gretto, ma perdona, comprende, è generoso, pietoso e longanime. Questa grandezza di cuore e di mente è dalla persona superficiale e mediocre scambiata per debolezza o arrendevolezza, mentre è segno di nobiltà d’animo e di dignità».  G. Ravasi, «Mattutino».

 -di Giovanni Ventimiglia

  Tempi mammoni.

 Ovvero: tempi che esaltano il grembo materno, al di fuori del quale vi è solo il male. Ma le cose stanno proprio così? Che fine ha fatto la morale «paterna», quella che spinge a praticare «fortezza» e «magnanimità»?

 Nell’«intraprendenza» si nascondono due antiche virtù, oggi del tutto dimenticate: la fortitudo (vale a dire «fortezza» o «coraggio») e la magnanimitas (letteralmente «grandezza d’animo»).

Secondo Aristotele e san Tommaso d’Aquino la «fortezza» è quella virtù che sta nel giusto mezzo fra i vizi opposti della temerarietà (o impru­denza) e della viltà. La «grandezza d’animo», invece, è la virtù che sta nel giusto mezzo tra la presunzione e la pusillanimità. Avere un «animo grande», dice san Tommaso, significa essere capaci di sperare in «cose grandi» (magna, oggi diremmo «grandi imprese», di qualsiasi tipo), future, ardue (cioè diffi­cili da perseguire), ma alla portata delle nostre capacità. Il presuntuoso, invece, aspira a cose grandi e difficili ma al di sopra delle sue capacità. Il pusillanime, all’estremo opposto, avendo un «animo piccino» (pusillus animus), manca della speranza in cose grandi, sebbene siano alla sua portata. Assomiglia tanto all’uomo vile che, secondo Aristotele, «è una specie di uomo senza speranza, giacché ha paura di tutto».

 Esistono pagine molto suggestive di Aristotele sulla «fortezza» del guerriero «che sta senza paura di fronte a una morte bella», e pagine ancora più toccanti di san Tommaso sulla «fortezza» del santo, pronto a testimoniare fino all’effusione del sangue il suo amore per Cristo, Signore della vita.

 Ebbene, a che punto siamo, oggi, con questi gesti? Sono per noi ancora azioni virtuose da proporre come modello a tutti o gesta eccezionali, mitiche, che in realtà consideriamo da «imprudenti»? E a che punto siamo con la speranza di «grandi imprese»? Di solito non la bolliamo piuttosto come «presunzione» e «vanità»?

 Credo di sì. E la causa – mi sembra – ha un solo nome: morale «mammona». Nella modernità, infatti, la morale si è trasformata da «patriarcale» in «mammona». Ora, in questo passaggio da un estremo all’altro si è perso anche quello che di buono conteneva la cultura «maschile», che è stata rigettata in toto come «maschilista».

 In che cosa consiste, infatti, la morale «mammona» (che è una morale senza «paternità»)? Nella sicurezza e nell’esaltazione del grembo originario. In che cosa consiste, invece, la morale «paterna»? Nel coraggio del distacco e nella speranza del futuro. Si comprende, dunque, che una morale «mammona», come quella che domina nelle società consumistiche felliniane, accusi di «imprudenza» e «presunzione» ogni moto di allontanamento dal grembo protetto verso l’incerto futuro. Messaggio inconscio: tutto quanto è estraneo a «mammà» è pericoloso e malvagio.

 Conclusione: l’energia ancestrale verso il futuro, il rischio, l’ignoto, l’audace impresa, bloccata e repressa dalla morale «mammona», si nasconde nell’inconscio. E da lì è pronta a riapparire in azioni ineducate, imprevedibili, temerarie, pericolose per sé e per gli altri – incoscienti per l’appunto –. Il che è esattamente quanto leggiamo nelle cronache di tutti i giorni.

 Che fare dunque? Sperare di correggere la temerarietà dei giovani con inviti – un po’ «mammoni» – alla prudenza? Oppure riproporre figure virtuose di uomini «forti» e di animo grande quali modelli di vita dove il coraggio del futuro possa tornare a essere, come è, degno di lode?

 Messaggero di Sant’Antonio


mercoledì 22 febbraio 2012

CHIAMATI AL SERVIZIO: otto caratteristiche per servire con stile

IL SERVIZIO DELLA COMPETENZA NELLA SCUOLA E NELL'ASSOCIAZIONE
LO STILE DEL DONO

                                                                                                                                                                                                              di LUCA SARDELLA

          Avevo poco più di quindici anni quando in parrocchia, alla vigilia dell’estate, il don mi si avvicinò e mi chiese se lo potevo aiutare al campo-scuola con i bambini delle elementari. A quella domanda, sostenuta da grande stima e fiducia, accettai con entusiasmo, ma soltanto alcuni giorni dopo l’inizio di quell’esperienza compresi sul serio a quale responsabilità ero stato chiamato. E così fui costretto a rimettere i piedi per terra.
          Il «servizio dell’amore» – richiamato dal Papa ai nuovi cardinali nel Concistoro della scorsa settimana – chiede a chiunque lo prenda sul serio di uscire dalla poesia delle parole, per ritrovarvi la verifica del personale incontro con Gesù. L’amore per Dio, per la Chiesa e per i fratelli non si gioca, infatti, sul «ruolo» che possiamo ricoprire, ma su quella «dedizione assoluta e incondizionata» che è legata al voler bene, alla gratuità e al sacrificio.
        Quasi a dirci che anche nel servizio si può correre il rischio di «fare delle cose», pur buone, ma non sostenute dalla carità e quindi incapaci di restituire gioia e profondità alla propria umanità.
         Il tema del servizio messo a fuoco da Benedetto XVI – e offerto anche alla nostra vita di giovani – diventa così occasione di riflessione personale, per un esame attento sulla qualità evangelica del nostro servire.
           Lo stile del dono, dice il Papa, si esprime attraverso otto caratteristiche.
La prima di queste è l’ amore, cioè l’essere capaci di volere il bene dell’altro.
Il vigore ci rimanda alla passione e all’impegno con i quali ci spendiamo nella responsabilità che ci è affidata, la limpidezza al non cedere alla tentazione dell’ambiguità o del compromesso.
Ma occorrono anche sapienza , quella continua formazione per essere abili a «leggere dentro» gli eventi e la storia delle persone, energia per non scoraggiarsi di fronte ai possibili fallimenti e fortezza per continuare il cammino con speranza, consapevoli che non spetta a noi raccogliere il frutto della nostra semina.
La fedeltà e il coraggio nascono, poi, dal vivere con radicalità la profezia del Vangelo, nella memoria grata della bellezza che ha avuto per la propria vita l’incontro con Dio.
          Le otto strade suggerite dal Papa sono impegnative, ma praticabili. E sicuramente possono essere prese come un piccolo promemoria per aiutarci, passo passo, a rileggere i criteri che ispirano il nostro servizio.
          Se scelte e percorse con decisione ci possono regalare un grande salto di qualità nel vivere tutti quei piccoli o grandi compiti che ci sono affidati. Perché sia solo lo stile del dono, sull’esempio di Gesù, a riempire di significato il nostro cuore, facendo della propria vita una totale e lieta espressione del «servizio dell’amore».


Da Avvenire, 22 febbraio 2012, pag. 19