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lunedì 14 settembre 2026

LA BUONA NOTIZIA

 


 'La vita

 è (molto) bella 


se c'è la buona notizia'





 Vita e Pensiero rende omaggio a   Enzo Bianchi ripubblicando questo articolo del 2003, in cui espone con passione l'importanza della bellezza nella vita cristiana. 

II cristianesimo è felicità, ma anche bellezza. Lo dimostra la vita di Gesù che è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che gettavano su di lui. Idee per una qualità della vita per credenti e non credenti. 

Se la vita cristiana, per definizione, non può che essere buona, cioè segnata dall'amore per gli altri, dalla carità, dall'impegno per la giustizia e dalla solidarietà, certamente è abbastanza inconsueto associarle le dimensioni della bellezza e della felicità. Che questo sia sentito come stranezza, già dovrebbe interrogare e obbligare a un ripensamento delle modalità in cui è stata declinata la vita cristiana nella storia, e nella storia della spiritualità in particolare. Poiché poi la vita cristiana trae la sua configurazione costitutiva dalla vita di Cristo, occorre anzitutto "rileggere" tale vita per cogliere la fondatezza di questa associazione. 

La vita e l'umanità di Gesù 

Il Nuovo Testamento rivela che la salvezza inizia come arte del vivere qui sulla terra perché la vita stessa di Gesù nei giorni della sua esistenza terrena fu una vita "salvata" dalla forma stessa del suo vivere. C'è stata in Gesù una "pratica di umanità" conforme alla volontà di Dio, e questa pratica racconta la salvezza, e il progetto di Dio per tutta l'umanità e la storia. 

La bontà

La vita di Gesù è stata certamente contrassegnata dalla bontà: la sua vita è stata una pro-esistenza. Egli è l'uomo per gli altri, il Servo che ha dato se stesso per i fratelli amandoli fino all'estremo, fino al punto di non ritorno (cfr. Gv 13,1ss.). Il Nuovo Testamento trasmette di frequente questa comprensione della vita di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e parlare i muti» (Mc 7,37); a lui ci si rivolge con le parole: «Maestro buono» (Mc 10,17); di lui si testimonia che «passò facendo il bene e guarendo» (At 10,38). Questa bontà e oblatività di Gesù trovano la loro massima manifestazione nel dono di sé sulla croce. Qui però occorre rilevare che l'immaginario comune ha fatto della croce una sorta di chiave unica di interpretazione dell'evangelo dimenticando che la croce non ha senso in se stessa, ma va contestualizzata nell'intera vita di Gesù e trae il suo significato da Colui che vi è stato appeso e che ha saputo dare un senso perfino a un simbolo così disgraziato e orribile. Non la croce, insomma, ha reso grande Gesù, ma è Gesù che ha dato significato e grandezza alla croce. 

Tuttavia la vita di Gesù è stata anche bella. I vangeli, che pure non sono una biografia di Gesù né ci vogliono trasmettere un ritratto psicologico del Nazareno, lasciano trasparire a più riprese e in diverse maniere una serie di tratti dell'esistenza di Gesù che svelano la sua umanità semplice e ricca, sapiente e capace di quei valori umani l'incontro, l'amicizia, la condivisione, la contemplazione del creato che rendono bella e felice l'esistenza. La vita di Gesù è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che altri gettavano su di lui. Una vita assunta responsabilmente, ma anche abitata dalla libertà e dalla sapienza che è atteggiamento di amicizia con la realtà, con l'umano, con il creazionale. Gesù non ha vissuto isolatamente, in contrapposizione con il mondo, ma ha conosciuto la gioia del vivere insieme, ha creato un gruppo di una dozzina di uomini e qualche donna con cui ha condiviso la fraternità e la vita itinerante. Ha conosciuto l'amicizia con Lazzaro, Marta, Maria, a cui «voleva molto bene» (Gv 11,5), ha vissuto la profondità dell'amare e dell'essere amato con Pietro, Giovanni e Giacomo, i più intimi dei discepoli. Come dimenticare che addirittura alla vigilia della sua condanna a morte, quando il cerchio si stringeva attorno a lui, egli ha sentito il bisogno di fermarsi tra i suoi amici per gustare quell'amore umano che tanta gioia gli procurava? 

Contemplazione

La bellezza vissuta da Gesù traspare anche dalla sua capacità di contemplazione e di gratuità che si manifesta in quelle sue creazioni poetiche che sono le parabole. Qui, con linguaggio simbolico profondamente umano, egli parla di Dio e del suo Regno evocando le immagini del fico che annuncia l'estate quando le sue gemme si fanno tenere, dei gigli del campo vestiti meglio di Salomone, della chioccia che raduna i suoi pulcini sotto le ali, della massaia che impasta la farina e il lievito, del lavoro dei pescatori che tirano a riva le reti... Questo linguaggio tenero e sapiente nasce solo da una vita bella, da una vita capace di cogliere sinfonicamente la propria esistenza assieme a quella degli altri e delle altre creature. I vangeli ci presentano poi ancora un uomo capace di incontrare e di essere attento ai piccoli, ai bambini, agli esclusi, agli emarginati, ai malati: anzi, sembrano mostrarci il fascino che la calda e forte personalità di Gesù esercitava su di loro al punto da accorrere al suo passaggio. E certamente la lunga serie di guarigioni narrata nei vangeli afferma quanto meno che i malati furono un apprendistato di misericordia e di compassione per Gesù, che si sentiva ferito e raggiunto dalla sofferenza delle persone. 

Gesù amava i banchetti e conosceva l'arte di stare a tavola facendo di questo un evento di incontro e di comunione. I vangeli non possono non ricordare che Gesù era chiamato, con disprezzo, «mangione e beone, amico di peccatori» (Lc 7,34; Mt 11,19). Nei confronti dei peccatori emerge ancora la libertà somma di Gesù e la sua umanità che fa sì che egli non si atteggi moralisticamente, ma sia sempre teso a risvegliare l'umanità assopita, la novità di vita, la capacità di amore che c'è in ogni uomo. Gesù conosce e pratica l'estetica dei gesti dell'amore. E in tutto questo la sua vita ha conosciuto la felicità, la beatitudine: se egli pronuncia le beatitudini (Mt 5,1-12), lo fa perché ha conosciuto in se stesso la beatitudine, la felicità di chi è povero nello spirito, umile e mite, misericordioso, affamato e assetato di giustizia... La beatitudine di Gesù riposa sul fatto che la sua vita aveva un senso, una direzione e un significato: egli «sapere» (Go 13,1-3; 19,28), e questo sapere è anche sapienza e sapore, gusto di ciò che si vive nella libertà e nell'amore. Gesù ha conosciuto il senso del senso, ha avuto una ragione per cui morire e dunque per cui vivere. La libertà e l'amore sono le chiavi che gli hanno consentito di vivere gioiosamente anche la rinuncia, la dedizione, il dono di sé. 

La vita bella e beata del cristiano 

Nell'umanità di Gesù, Dio ha raggiunto e comunicato con ogni uomo. Gesù, pertanto, è venuto tra gli uomini non solo per salvarli dal peccato o per divinizzarli («Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio»), ma per umanizzarli, per insegnare loro l'arte della vita. Riprendendo la lettera a Tito, possiamo dire che Gesù è apparso nel mondo «per insegnarci a vivere in questo mondo» (Tt 2,11-12). La centralità dell'incarnazione, del farsi uomo di Dio in Gesù di Nazareth, diviene magistero di umanità per il credente. E dovrebbe saper liberare la spiritualità cristiana da incrostazioni moralistiche, devozionali e pietistiche: i vangeli non sono manuali di virtù, né libri di edificazione, né trattati di morale. Ha scritto il patriarca Atenagora: «Il cristianesimo è la vita in Cristo. E il Cristo non si ferma mai alla negazione, al rifiuto. Siamo noi che abbiamo caricato l'uomo di tanti fardelli! Gesù non dice mai: «Non fare, non si deve fare». Il cristianesimo non è fatto di proibizioni: è vita, fuoco, creazione, illuminazione (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Gribaudi, Torino 1972)». L'incarnazione, quale proposizione cristiana centrale, proclama dunque che Dio si è fatto umano, che Dio si è reso leggibile nella vita di un uomo e che solo in un'esistenza umana si è espresso in pienezza. Gesù è dunque per i cristiani «l'immagine del Dio invisibile (Col 1,15), è colui che ha raccontato Dio (Gv 1,18), e l'ha raccontato nella sua umanità. Magistero evangelico per il cristiano è dunque anche il magistero costituito dalla forma dell'esistenza umana di Gesù. 

La felicità

Queste dimensioni della bellezza e della felicità ci paiono pertanto importanti da recuperare oggi alla fede cristiana, e questo recupero si configura come riscoperta dell'umanità della fede che non è riducibile a militanza, ad attività pastorale frenetica, a impegno a tempo pieno, ma conosce anche la dimensione sabbatica, della contemplazione, della gratuità, dell'amicizia, delle relazioni fraterne e gratuite. Il cristianesimo è anche un'arte del vivere che ci insegna che ciò che è autenticamente umano è anche autenticamente spirituale. Questa attenzione alla dimensione estetica implicata nella relazione di fede dovrebbe portare ogni credente a interrogarsi sulla qualità della vita e delle relazioni nella comunità cristiana. Si nota spesso una "nevrosi pastorale" che in nome dell'efficacia, dell'organizzazione e della strutturazione dimentica valori umani essenziali: non è questo il tipico abbrutimento che accompagna la caduta nell'idolatria? Non è questo un asservimento alle dominanti mondane dell'efficacia, della fretta, dell'iperattivismo? Di fronte a questo risuonano le parole di Gesù: «Venite in disparte e riposatevi un po'» (Mc 6,31). La tradizione cristiana ha saputo esprimere la valenza estetica della fede con l'affermazione del cristianesimo come via filocalica, come amore della bellezza, dove questa bellezza implica tutta la ricchezza dell'umano, e dunque la sua positiva accoglienza e valutazione. È bellezza che si declina come incontro e meraviglia di fronte all'altro, come gratuità del dono discernibile nell'altro, nel creato, negli eventi, come comunione che si oppone a consumo e abuso. amicizia ritrovata con il tempo e con lo spazio, è esercizio di libertà e di umanità, è capacità di riposo, di contemplazione, di esychía, di profondità interiore. 

La fede

Questo discorso ci consente di porre una domanda, di instillare un dubbio: la tanto lamentata odierna sterilità del linguaggio di fede e dell'evangelizzazione non dipende forse anche dal fatto che la presenza dei cristiani nella società si è esemplata, strutturata, su modelli organizzativi mondani dimenticando quella gratuità e umanità che stanno al cuore dell'evangelo e della pratica cordiale di alterità che abitano in Gesù? Non è avvenuta forse così l'evacuazione della differenza cristiana? Non è forse ora di ricordarsi che la "vita cristiana" non è qualcosa da fare, ma è anzitutto una vita, un vivere? E che questa vita non è l'altra vita (quella futura, che verrà), ma questa unica vita donataci da Dio, vita umana, umanissima, da vivere in Cristo, seguendo l'esempio dell'umanità di Gesù? Che, appunto ci ha lasciato in eredità il compito della bellezza.

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venerdì 28 agosto 2026

IL GIORNO PIU' BELLO

 

Il giorno più bello 

di Madre Teresa: 

la poesia per scoprire
 e vivere la vera felicità

  

di Saro Trovato

Come si può trovare la gioia? Scoprilo con “Il giorno più bello” di Madre Teresa di Calcutta discorso poetico che tutti dovremmo fare nostro.

Il giorno più bello di Madre Teresa di Calcutta è un vero e proprio inno alla vita. Attraverso una struttura in versi concisa ed efficace, la Premio Nobel per la Pace del 1979 offre le coordinate fondamentali per affrontare l’esistenza nel migliore dei modi.

Si tratta di un autentico “manuale d’istruzioni” per riscoprire il valore della felicità, dell’amore, dell’altruismo e del rispetto verso gli altri.

Le riflessioni di Madre Teresa non lasciano spazio all’ambiguità: si snodano attraverso una sequenza di domande e risposte immediate e folgoranti, capaci di guidare chi legge verso un approccio alla vita autenticamente virtuoso e consapevole.

Il giorno più bello è un discorso poetico contenuto nel libro La matita di Dio. Conversazioni con Madre Teresa di Calcutta di Borja Loma Barrie, scrittore spagnolo che racconta il viaggio romanzato dell’incontro di Ramon Basualdo, un giovane che vive una vita difficile, con la grande “Missionaria della carità”.

In occasione dell’anniversario della nascita di Madre Teresa di Calcutta (26 agosto 1910), leggiamo questa poesia per apprezzarne i validi suggerimenti e cogliere il suo pensiero.

Il giorno più bello di Madre Teresa

Il giorno più bello? Oggi.

L’ostacolo più grande? La paura.

La cosa più facile? Sbagliarsi.

L’errore più grande? Rinunciare.

La radice di tutti i mali? L’egoismo.

La distrazione migliore? Il lavoro.

La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.

I migliori professionisti? I bambini.

Il primo bisogno? Comunicare.

La felicità più grande? Essere utili agli altri.

Il mistero più grande? La morte.

Il difetto peggiore? Il malumore.

La persona più pericolosa? Quella che mente.

Il sentimento più brutto? Il rancore.

Il regalo più bello? Il perdono.

Quello indispensabile? La famiglia.

La rotta migliore? La via giusta.

La sensazione più piacevole? La pace interiore.

L’accoglienza migliore? Il sorriso.

La miglior medicina? L’ottimismo.

La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto.

La forza più grande? La fede.

Le persone più necessarie? I sacerdoti.

La cosa più bella del mondo? L’amore.

Il senso più alto dell’amore per sé stessi e per gli altri

Il giorno più bello è la poesia di Madre Teresa di Calcutta che offre una delle testimonianze più vive di Madre Teresa di Calcutta: un testo che offre una visione profonda, sana e costruttiva dell’esistenza. È il frutto dello sguardo lucido di chi ha toccato con mano la sofferenza più estrema e ha scelto di consegnare ai più fortunati una lezione di vita da custodire e imparare a memoria.

Madre Teresa è la figura centrale di questa riflessione. Ci troviamo alla Casa del Moribondo a Calcutta, sede della congregazione delle Missionarie della Carità. Qui la Premio Nobel per la Pace era solita incontrare chiunque andasse a farle visita. Tra loro c’è anche Ramón Basualdo – il giovane protagonista del racconto di Borja Loma Barrie – fuggito dalla Spagna a causa di personali travagli interiori, che si ritrova ad ascoltare in silenzio le parole della suora.

Le sue sono risposte dense di saggezza e buonsenso. “Il giorno più bello? Oggi”, afferma senza esitazione, ponendo immediatamente il presente al centro della sua riflessione.

Durante questi incontri, Madre Teresa sembra anticipare le domande che ciascuno porta nel cuore. Ad ogni quesito offre una risposta breve, immediata, di straordinaria intensità. Nessuno la interrompe: la platea ascolta in assoluto silenzio perché intuisce che lei conosce già le risposte che tutti vanno cercando. Sa che ogni essere umano ha bisogno di serenità, pace e gioia per affrontare il cammino quotidiano con il giusto spirito.

Le sue affermazioni sono all’apparenza semplici, ma nella pratica quotidiana pochi riescono a farle davvero proprie. L’egoismo, il malumore, lo scoraggiamento e la tentazione di rinunciare finiscono spesso per condizionare il nostro modo di agire, facendo sì che il giorno, fin dal suo inizio, perda quella bellezza che invece gli spetterebbe di diritto.

La vera svolta nasce dalla consapevolezza che il semplice fatto di svegliarsi al mattino è già il privilegio più grande. Il mondo attorno a noi può rivelarsi straordinario, a patto di sviluppare la disposizione d’animo necessaria per vederlo come tale. Una donna che ha trascorso l’intera vita accanto alla malattia, alla miseria e alla morte non poteva che considerare ogni singolo istante di vita come una fortuna inestimabile.

Madre Teresa ci offre così una poesia severa e dolce al tempo stesso: una guida pratica per vivere meglio e per osservare la realtà da una prospettiva capovolta. Il suo pensiero spinge a migliorarci sia nel rapporto con noi stessi sia nelle relazioni con gli altri.

È proprio dall’intreccio tra il valore del presente, l’apertura verso gli altri e la ricerca della pace interiore che emerge il significato più universale del testo.

Il giorno più bello: una lezione universale sull’amore per la vita di Madre Teresa

Al di là del suo valore strettamente letterario, Il giorno più bello lascia al lettore un insegnamento che supera la pagina scritta e riguarda direttamente il modo in cui scegliamo di abitare la nostra esistenza. Dietro la semplicità delle domande e delle risposte si nasconde infatti una visione precisa della vita: non qualcosa da attendere passivamente, ma un’occasione che si rinnova ogni giorno e che acquista significato attraverso le nostre scelte.

È proprio l’affermazione iniziale, «Il giorno più bello? Oggi», a fornire la chiave di lettura dell’intero testo. La bellezza dell’oggi non dipende dal fatto che la giornata sia perfetta, priva di dolore o favorevole ai nostri desideri. Il presente è prezioso perché è l’unico tempo sul quale possiamo realmente intervenire. Il passato può essere ricordato, rimpianto o compreso; il futuro può essere immaginato, temuto o progettato. Soltanto nell’oggi, però, possiamo agire.

In questa prospettiva, vivere pienamente il presente non significa dimenticare ciò che è stato né rinunciare a costruire ciò che verrà. Significa evitare che il rimpianto per ieri o l’ansia per domani ci sottraggano alla vita che sta accadendo adesso.

È un invito a recuperare il valore delle cose apparentemente più semplici: una parola pronunciata al momento giusto, un gesto di attenzione, un lavoro portato a termine, una persona ascoltata, un sorriso offerto senza aspettarsi nulla in cambio.

La forza del messaggio sta anche nel fatto che la felicità non viene presentata come una conquista esclusivamente individuale. Nel testo essa raggiunge la sua espressione più alta nell’«essere utili agli altri». È un passaggio fondamentale, perché sposta la ricerca della felicità dal possesso alla relazione. Non siamo felici soltanto quando otteniamo qualcosa per noi stessi, ma anche quando percepiamo che la nostra presenza può avere un significato nella vita di qualcun altro.

L’amore, allora, smette di essere un sentimento astratto e diventa un modo concreto di stare nel mondo. Amare significa accorgersi dell’altro, ascoltarlo, perdonarlo, accoglierlo e riconoscerne il valore. In questa prospettiva anche il sorriso, apparentemente il gesto più piccolo tra quelli evocati nel testo, assume un significato particolare: è una forma elementare di apertura, il segnale che tra due persone può ancora esistere uno spazio di incontro.

Ma Il giorno più bello non propone una visione ingenuamente ottimistica dell’esistenza. Nel testo compaiono la paura, l’errore, la sconfitta, lo scoraggiamento, la morte, il rancore e la menzogna.

La fragilità umana non viene cancellata: viene riconosciuta e posta accanto alla possibilità di reagire. La lezione che emerge non consiste quindi nel credere che la vita sia sempre facile, ma nel comprendere che anche davanti alle difficoltà rimane uno spazio interiore nel quale esercitare la propria libertà.

È qui che il testo assume la forma di un vero e proprio esame di coscienza. Le domande brevi e incalzanti costringono chi legge a confrontarsi con sé stesso: quanto spazio concediamo alla paura? Quante volte rinunciamo prima ancora di aver tentato? Quanto rancore continuiamo a portare con noi? Quanto siamo capaci di uscire dai nostri interessi per accorgerci delle necessità degli altri?

Non si tratta di domande che pretendono risposte definitive. Al contrario, acquistano valore proprio perché possono essere ripetute ogni giorno. La vita quotidiana diventa così il luogo nel quale verificare concretamente ciò in cui diciamo di credere. Le grandi parole — amore, fede, perdono, pace, altruismo — acquistano significato soltanto quando riescono a trasformarsi in comportamenti.

Ed è forse questo uno degli aspetti più attuali del messaggio. Viviamo in un tempo nel quale siamo continuamente spinti verso ciò che verrà: il prossimo obiettivo, il prossimo risultato, il prossimo acquisto, la prossima occasione. Il rischio è quello di trasformare il presente in una semplice sala d’attesa, convincendoci che saremo davvero soddisfatti soltanto quando qualcosa cambierà.

Il giorno più bello capovolge questa prospettiva: la vita non comincia domani, quando tutto sarà finalmente al proprio posto. La vita è già qui.

Ciò non significa accontentarsi o rinunciare ai propri progetti. Significa, piuttosto, non subordinare interamente la possibilità di essere felici a condizioni future. Possiamo desiderare un cambiamento e, nello stesso tempo, riconoscere il valore di ciò che possediamo oggi. Possiamo attraversare una difficoltà senza permettere che essa definisca tutto ciò che siamo. Possiamo avere paura senza lasciare che sia la paura a decidere per noi.

In questa visione assume un significato ancora più profondo la conclusione dedicata all’amore. Dopo aver attraversato paure, errori, sconfitte, bisogni e sentimenti, il percorso conduce proprio lì: alla relazione con l’altro. L’amore diventa il punto nel quale tutte le altre indicazioni sembrano incontrarsi, perché senza apertura verso gli altri anche il perdono, il sorriso, la famiglia, la comunicazione e il desiderio di rendersi utili perderebbero gran parte del loro significato.

La lezione più importante di Il giorno più bello può allora essere cercata proprio in questa unione tra presente e amore. Il tempo che possediamo è l’oggi; il modo più alto per dargli valore è non viverlo esclusivamente per noi stessi.

Ogni giornata diventa preziosa non perché debba necessariamente accadere qualcosa di straordinario, ma perché contiene sempre la possibilità di compiere una scelta, cambiare un atteggiamento, ricucire una relazione o offrire qualcosa di buono a chi ci sta accanto.

Festeggiare l’anniversario della nascita di Madre Teresa può diventare così qualcosa di più di una semplice commemorazione. Può trasformarsi nell’occasione per rivolgere quelle stesse domande a noi stessi e osservare con maggiore attenzione il modo in cui stiamo vivendo. Non occorrono necessariamente imprese eccezionali per dare valore a una giornata: spesso sono sufficienti la presenza, l’ascolto, la gratitudine e la disponibilità verso gli altri.

Ogni nuova giornata rappresenta l’inizio di una possibilità. Ciò che facciamo delle ore che abbiamo davanti, il modo in cui trattiamo le persone e la capacità di riconoscere valore anche nei gesti più piccoli costituiscono la nostra risposta personale alla vita.

Ed è per questo che, tra tutte le domande contenute nel testo, la prima continua forse a essere la più importante. Perché ci ricorda che la felicità non deve necessariamente essere rimandata a un momento perfetto che deve ancora arrivare. Il tempo nel quale possiamo amare, perdonare, cambiare, aiutare e ricominciare è quello che abbiamo davanti a noi. Il giorno più bello? Oggi.

Cos’è Libreriamo

Manifesto della Human Culture

 

venerdì 28 giugno 2024

CORPI SENZ'ANIMA


 Il problema è che 

ai ragazzi 

mancano le emozioni"

 

 Intervista a Paolo Crepet

  

"Il problema è che ai ragazzi mancano le emozioni". Mordere il cielo è l’ultimo libro del professore e psichiatra Paolo Crepet. Con lui abbiamo cercato di capire qualcosa di più su come si possa arrivare, a sedici anni, ad ammazzare un coetaneo, con la crudeltà con cui è stato ammazzato Christopher Thomas Luciani a Pescara.

 Professor Crepet, nell’essere umano non esiste un istinto, scritto nel dna, a non uccidere? "No, questa è una visione buonista dell'essere umano. L'essere umano è più complicato di come viene raccontato. Dentro ognuno di noi c'è l'empio, il malvagio. C'è sempre stato."

 In dotazione alla nascita abbiamo cattiveria e bontà? "In egual misura. Siamo portati a pensare che il viaggio della civilizzazione ci abbia condotti a una maggiore quantità di bontà, rispetto, amore, interesse e curiosità. Ma tutto questo non è vero. Nel tempo non abbiamo curato l'anima. Ci siamo solo impegnati a curare le cellule. I nostri trisavoli campavano cinquant'anni, oggi i nostri figli ne campano novanta."

 Allungare l’aspettativa di vita è stato il solo interesse verso l'essere umano? "Abbiamo pensato fosse importante far fare le corsette ai settantenni e fagli fare l'amore a ottanta. Ci siamo concentrati solo su questo."

 Dove sta l'equivoco? "Ritenere che questa spasmodica attenzione nei confronti delle cellule fosse collegata all'anima come sono collegati i vasi comunicanti. Migliorando la fisicità, la qualità della vita, automaticamente - pensiamo - si diventa una persona migliore."

 E invece? "Nulla di più falso."

 Nel caso di Pescara non ravvisa alcuno squilibrio psichico alla base della brutalità dell'omicidio? "C'è piuttosto uno squilibrio educativo. Nasciamo sani, nel senso fisiologico del termine. Appena nasce un bambino la prima cosa che guardano è il famoso indice Apgar."

 Non è un parametro importante? "Certo che lo è. Solo che siamo portati a pensare che, se il bambino ha un buon Apgar, allora è a posto. Ma non è così."

 Quindi se non c’entra la genetica, cosa spinge ragazzi così giovani ad ammazzare? "Tempo fa scrissi un libro sui ragazzi cattivi, Cuori violenti, dove raccontavo l'incontro con un ragazzo di sedici anni che era un delinquente, un assassino. Lui mi disse: 'Ma secondo lei perché mio fratello sta a Milano e a differenza mia è una brava persona?'"

 In effetti viene da pensare che l’educazione familiare sia stata la stessa. Quindi? "Tu hai cinque figli e fai la brava madre con tutti e cinque dandogli pane con marmellata a tutti e cinque, distribuendo le tue capacità a tutti. Ma non funziona così. Siamo ancora all’Apgar se pensiamo questo. Il vero problema è che magari il quinto lo hai ascoltato di meno e magari ti è pure un po’ antipatico mentre adori la seconda perché ti identifichi con lei. Questa cosa è impalpabile ma formidabile."

 Curiamo troppo il corpo e poco l’anima? "Esattamente."

 Spesso se la prende con i genitori che sistemano lo zainetto al bambino. Perché? "Perché quel bambino diventa un idiota. Ma se dico questa cosa mi coprono di insulti e mi accusano di essere un grillo parlante. Semplicemente dico cose semplici. Tua nonna, e mia nonna, capivano che i bambini dovevano farsi la cartella da soli. Adesso gli adulti non lo capiscono più."

 Cerchiamo di fare tutto il possibile per toglier loro le frustrazioni... "Ma è la cosa peggiore che si possa fare. L’orrore educativo è regalare a un ragazzo di 16 anni una bicicletta con la pedalata assistita. Pensando di aiutarli, li si conda."

 I due assassini dei quali stiamo parlando sono due classici bravi ragazzi: papà carabiniere, papà avvocato. Per chi viveva accanto a loro era possibile accorgersi che qualcosa non andava? "Assolutamente sì. C’è chi dice che no, che è colpa della genetica, che è colpa di un raptus o del destino... Ebbene, chi dice così non capisce niente. Perché, al contrario, si può e si deve intervenire."

 Come? "Parlando sempre del futuro. Se oggi mi mettessi lì con questi genitori e con il ragazzo, non parlerei del passato e di quanto è successo. Di questo si occuperanno i magistrati. Parlerei del futuro. Chiederei al ragazzo: che vuoi fare tra cinque anni? Chi vuoi essere? Chi ti immagini di essere? È qui che emergono tutti i limiti. Se mi dice, per esempio, di voler fare l’avvocato, gli chiederei come pensa di farlo dal momento che non ha studiato nemmeno cinque minuti. 'È qui il tuo problema', gli direi. 'La tua violenza viene dalla tua frustrazione, che è tua perché tu non hai un futuro e non sai neppure immaginarlo'."

 Quindi qual è la cura? "La cura è il futuro."

 C’è sempre una possibilità di recupero, anche per chi si è macchiato dei delitti più orrendi? "Si, sempre."

 Spesso questi drammi accadono durante l'adolescenza. "L’adolescenza è il vulcano che erutta. E ci si brucia quando erutta. Bisogna allungare l'infanzia. Smettere di ucciderla. Oggi pensiamo che un bambino è un bambino per tre anni. Poi deve iniziare a fare chissacché. La cura per l'adolescenza parte dall'infanzia. Dobbiamo fare una cosa semplicissima: far giocare i bambini. Lasciare che siano bambini."

 Nel suo ultimo libro Mordere il cielo spiega che a questi ragazzi mancano le emozioni. "Proprio perché gli è mancato il gioco. Il gioco è empatia. Questi bambini devono giocare, vincere e perdere. La pedagogia della sconfitta è fondamentale."

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lunedì 27 maggio 2024

LA PRUDENZA, REGINA DELLE VIRTU'


Delle quattro virtù cardinali, la prudenza è la virtù regina, perché permette a un’azione di essere perfetta, raggiungendo un fine buono, con mezzi buoni. 


I vizi opposti alla prudenza: imprudenza, negligenza, falsa prudenza.

 

-          di Luisella Scrosati

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Ricordo che quando parliamo di virtù cardinali intendiamo un duplice aspetto, cioè la virtù acquisita – dunque, il versante umano, naturale della virtù – ma anche la virtù infusa, cioè un dono soprannaturale che ci viene dato con l’infusione della carità e che serve all’uomo per poter vivere le virtù all’altezza della sua chiamata, all’altezza della dimensione della fede e della vita soprannaturale.

La prudenza viene classicamente definita come recta ratio agibilium. Cosa vuol dire? Si intende la retta ragione non tanto delle cose che si fanno (perché sennò potremmo entrare nel campo delle discipline produttive), quanto invece delle azioni umane. In pratica la prudenza è la virtù regina. Perché? Perché è quella che permette a un’azione umana di essere perfetta, di una perfezione sempre relativa, ma perfetta in quanto atto proprio dell’uomo e in quanto atto proprio del cristiano. Il che è come dire che tutte le altre virtù hanno bisogno in qualche modo della prudenza. Supponiamo, un atto di temperanza: perché sia veramente un atto virtuoso, richiede l’intervento della prudenza: quindi, un atto veramente temperante è anche un atto prudente. Un atto di coraggio, relativo alla fortezza, è sempre anche un atto prudente. Cioè un atto non prudente, un atto imprudente non è mai un atto virtuoso, questo è l’altro lato della medaglia di quello che stiamo affermando.

La regina delle virtù

Ma perché la prudenza è la regina delle virtù? E perché in fondo nessun atto può essere ritenuto virtuoso senza la prudenza? Appunto perché la prudenza è questa recta ratio agibilium. Che cosa significa questa espressione? Quando noi pensiamo a un’azione umana, percepiamo subito che un’azione umana non è la stessa cosa della conoscenza di princìpi. Cioè, i princìpi hanno due caratteristiche: anzitutto, io posso anche scrivere un libro su un principio e non attuarlo mai, dunque facendo mancare la dimensione attuativa. E proprio perché manca questa dimensione attuativa, mancano quegli elementi che rendono singolare ogni azione dell’uomo. Che cosa significa? Molto semplicemente, ogni azione dell’uomo è sempre declinata in una concretezza che è pressoché irripetibile, perché c’è un tempo, c’è un luogo, ci sono delle circostanze, delle qualità e capacità di una persona, ci sono diversi fattori che entrano in gioco.

 In questa complessità, il principio generale non riesce a entrare: non che non abbia nulla a che vedere con l’azione, ma comprendiamo che la circostanza precisa nella quale mi viene chiesto di agire ha sempre tante variabili che non sono prevedibili in senso astratto, evidentemente. E dunque la prudenza è quella virtù che mi permette di trovare, nella situazione concreta e unica nella quale sono chiamato ad agire, i mezzi per raggiungere il fine buono della mia azione, gli strumenti per raggiungere il fine buono, la strada che mi porta alla meta buona.

 Che cosa si comprende già qui? Che la prudenza è sempre legata al fine, ma non si esaurisce nel porre il fine, perché essa si rivolge principalmente ai mezzi, alla via, agli strumenti, alle modalità per raggiungere quel fine. L’uomo è prudente, dunque, quando evidentemente pone un fine buono e quando è capace di scegliere e di attuare, di porre realmente in atto quei mezzi adeguati a raggiungere questo fine. Quindi, ci sono due versanti che vanno sempre tenuti insieme. Perché? Perché io potrei avere dei fini non buoni e prendere dei mezzi ottimi per raggiungere un fine non buono. E questa è la “prudenza” che potremmo chiamare una “prudenza mondana”, una “prudenza della carne”, cioè quella “prudenza” che non guarda alla bontà del fine, ma semplicemente a trovare quei mezzi per raggiungere un fine che di per sé può anche essere cattivo. Questa è una corruzione della prudenza, non è vera prudenza. La prudenza del mondo, potremmo dire, è una falsa prudenza perché, pur arrivando esattamente dove vuole arrivare – c’è una grande abilità, astuzia nel far girare le cose per raggiungere uno scopo –, persegue uno scopo negativo, lo scopo è sbagliato, non è buono.

 Oppure, l’altro difetto della prudenza qual è? Pur intendendo un fine buono, nella situazione concreta i mezzi scelti o non sono adeguati o, peggio ancora, sono mezzi cattivi. E dunque anche in questo caso non abbiamo un’azione prudente.

 C’è un altro aspetto importante: la prudenza non si ferma sul lato della riflessione, su quali sono in una precisa circostanza i mezzi adeguati per raggiungere il fine, ma implica anche una determinazione, cioè un passaggio all’atto. Se rimane solo a un punto di vista teorico-riflessivo, la prudenza, come virtù, resta incompiuta, resta monca, perché in realtà la prudenza ha a che fare precisamente con l’azione e con l’imperativo di agire. Io posso avere una fase riflessiva, un fine buono, dei mezzi perfetti, ma non li attuo: la mia “azione” in questo caso è un’omissione, non è prudente evidentemente.

 Fatto questo quadro generale, vediamo tre considerazioni che a mio avviso aiutano a inquadrare meglio questa regina delle virtù.

 La prudenza non crea il bene, non crea il vero, ma li riconosce, li recepisce. Cioè, una prudenza che mi porta a sovvertire la legge divina, la legge morale, la legge naturale è per sé stessa una falsa prudenza. Ripeto, la prudenza non crea il bene. Attenzione, perché c’è un’espressione importantissima e vera che, se intesa male, diventa fuorviante, cioè: la prudenza è la norma prossima di un’azione. È assolutamente vero, perché l’azione è determinata, dettata precisamente dall’atto prudente. E tuttavia, questo è il punto chiave, una norma prossima non è una norma remota, il che è un modo per dire quello che ho comunicato in precedenza: non è la prudenza che crea il bene, il fine buono. Il fine buono è il presupposto, in quanto buono. E dunque la prudenza ha sullo sfondo, per così dire, un atteggiamento recettivo, riconosce. E poiché riconosce, pone in atto delle azioni adeguate a portarmi a quel fine nella circostanza concreta in cui devo porle in atto.

 La prudenza non coincide con la coscienza: sono un po’ parenti, chiaramente, non sono del tutto estranei, però che differenza c’è? Intanto, dobbiamo intendere la coscienza in termini classici. Invece, la coscienza intesa in senso moderno è quasi un rovesciamento della virtù della prudenza, perché la coscienza in senso moderno è in qualche modo creatrice del valore di qualcosa, mentre invece la coscienza e la prudenza nel senso classico sono recettive; la coscienza fa risuonare la voce del bene e del vero, non la produce. Ma anche dal punto di vista della concezione classica, la coscienza si ferma sull’aspetto riflessivo; invece abbiamo visto che la prudenza si compie precisamente nel governare un’azione, dunque nell’agire concreto.

 La prudenza coincide con la bontà di un’azione. L’uomo prudente è l’uomo buono. Non c’è differenza. Ripeto: la prudenza coincide con la bontà, un atto prudente è un atto buono. E così l’uomo prudente, l’uomo che ha acquisito la virtù della prudenza è l’uomo buono. Perché? Di nuovo, lo si può comprendere mettendo in fila le considerazioni che abbiamo fatto fino adesso. Se la prudenza è ciò che porta a perfezione un’azione, se la prudenza è ciò che abbraccia il fine buono e i mezzi buoni per raggiungere quel fine e li pone in atto, comprendete che un’azione così caratterizzata è un’azione buona, e un uomo che così agisce è un uomo buono. Dunque, prudenza e bontà coincidono.

 Diventa importante recuperare la virtù della prudenza, che è indispensabile. È impossibile la vita buona nell’uomo – nella sua dimensione naturale e in quella soprannaturale – senza questa virtù. Non è una virtù accessoria, qualcosa che uno può avere e l’altro può non avere; è chiaro che più una persona è chiamata a gestire non solo i propri atti, ma ad avere anche un’autorità su altri, sulla famiglia, sulla comunità sociale, eccetera, maggiormente ha bisogno di una prudenza che abbracci queste dimensioni. Ma si comprende che l’uomo in quanto uomo, anche l’uomo che vive da solo in un’isola deserta, in quanto tale, in quanto deve agire, in quanto persona che agisce, o è prudente o i suoi atti non sono perfetti e dunque non sono buoni, sotto uno degli aspetti che abbiamo visto, dal punto di vista del fine, dal punto di vista dei mezzi o di entrambe le cose.

 Questa sovrapposizione tra la prudenza e la bontà è dunque un punto importante.

 La nostra modalità conoscitiva ci permette spesso di cogliere maggiormente una verità vedendola in chiaroscuro. E dunque proviamo a vedere “lo scuro” – dopo aver visto il chiaro – per far emergere meglio il chiaro. Che cosa è “lo scuro”? Sono i vizi opposti alla prudenza. È molto importante perché, come accennavamo all’inizio, c’è una concezione della prudenza veramente deviata, falsata, per cui in qualche modo l’uomo prudente viene associato all’uomo furbo, all’uomo astuto, all’uomo che scansa sempre il pericolo, le situazioni difficili: questa è proprio la caricatura peggiore che si possa fare di questa virtù.

 Vediamo come san Tommaso presenta le tre grandi categorie dei vizi opposti alla prudenza, cioè: l’imprudenza, la negligenza e la falsa prudenza. Se la prudenza indica la rettitudine dell’azione, dell’azione buona, l’imprudenza, come dice la parola, indica l’allontanamento dalla rettitudine dell’azione. La prudenza abbraccia tre aspetti, cioè: il consiglio, il giudizio e l’azione. E l’imprudenza può colpire questi tre aspetti, il perché è intuitivo.

 Il consiglio è la fase di raccolta di input e può essere il consiglio concreto di una persona, il consiglio che viene dalla memoria di un’esperienza compiuta, il consiglio che viene da altre persone magari non viventi, dagli studi, dalle letture, insomma tutto questo bagaglio che fa parte della fase del consiglio per cercare i mezzi giusti.

 Il giudizio

 Qual è il difetto sul lato del consiglio? Chiaramente è la precipitazione, cioè la persona che agisce per impulso, agisce spinta dalle passioni. E le passioni più violente sono quelle che riguardano la sfera del concupiscibile.

 Tutte le virtù si legano fra di loro. Noi distinguiamo perché è il modo umano di conoscere e poi di trasmettere la conoscenza, ma in realtà le virtù sono legate e c’è un unico atto della persona. Dunque, capite che la temperanza entra fortemente a sostegno della prudenza. Perché, se non c’è la temperanza, la persona agisce per esempio sotto l’impulso della lussuria o della gola o anche dell’avarizia. Infatti, per san Tommaso le due grandi passioni deleterie che in qualche modo impediscono l’azione prudente, e quindi l’azione buona, sono la lussuria e l’avarizia, i due vizi che erodono la prudenza.

 La precipitazione è proprio questo agire su impulso della passione, agire non per aver fatto un’adeguata fase di consiglio, di consultazione, ma perché si è spinti da altro. è chiaro che nella fase del consiglio entrano in modo importante le leggi. Se andate a rivedere la lezione relativa alla legge, vedete come diventa importantissima la funzione della legge in questa fase del consiglio, per cui ci può essere, in una persona impulsiva, la temerarietà di disprezzare la legge. Quando parlo di legge, non intendo qualsiasi legge: vi rimando all’approfondimento.

 L’inconsiderazione e l’imprudenza

Oppure, sull’atto del giudizio, che cosa può succedere? Si può avere l’inconsiderazione. Che cos’è l’inconsiderazione? Si trascurano aspetti, situazioni necessari per arrivare a un retto giudizio, cioè si tralascia quello che si poteva fare per arrivare a un retto giudizio. Dunque, l’inconsiderazione indica che non si è preso in considerazione ciò che si doveva. È chiaro che non si tratta di prendere in considerazione tutto lo scibile umano, però la persona è tenuta a valutare tutti gli aspetti che entrano in un’azione, almeno tutti gli aspetti che si comprende possano entrare in una certa azione. Qui c’è una dimensione molto delicata, dove molto spesso quelli che noi chiamiamo “peccati di ignoranza” sono in realtà inconsiderazioni, cioè quando una persona non ha tenuto in considerazione, ha tralasciato quello che poteva e doveva fare per avere un giudizio più chiaro. Lo ha fatto con una certa colpevolezza, con una certa malizia, una trascuratezza colpevole.

 Il terzo lato è quello dell’azione. Il vizio che erode l’azione della prudenza è l’incostanza. L’incostanza è il difetto non del consiglio, non del giudizio, ma dell’atto. Dunque, io mi ritrovo a dare un comando non sufficientemente determinato, un comando flebile, che non ha una tenuta, e così la persona facilmente recede, indietreggia dall’atto prudente. È un difetto quindi dell’azione.Questo per quanto riguarda l’imprudenza.

La negligenza

Poi abbiamo la negligenza. La negligenza è un difetto della prontezza della volontà. Ricordate quello che dicevo all’inizio e poi ho ripetuto: la prudenza non termina con il giudizio, frutto del consiglio e della riflessione: termina nell’atto. Ora, la persona negligente è la persona che non ha la prontezza della volontà, è la persona che in qualche modo lascia che le situazioni accadano e non si determina all’atto prudente. È un po’ diverso dall’incostanza. L’incostanza indica un comando debole, che fa recedere. Qui abbiamo invece una mancanza della prontezza dell’atto, cioè una persona non è prudente per il fatto che non comanda l’atto, ma lascia in qualche modo passare le situazioni. È interessante, perché anche non decidere può essere un atto moralmente cattivo, non determinarsi a qualcosa rende un atto imperfetto o addirittura colpevole, a seconda delle situazioni.

La falsa prudenza

Poi abbiamo l’ultima categoria, che è quella della falsa prudenza. Dunque, abbiamo visto l’imprudenza con le sue tre determinazioni: la precipitazione, che riguarda la fase del consiglio; l’inconsiderazione, che riguarda la fase del giudizio; l’incostanza, che riguarda l’azione vera e propria. Poi abbiamo visto la negligenza.

 E ora vediamo il gruppo della falsa prudenza, cioè quelle forme di “prudenza” che assomigliano alla prudenza, ma sono in realtà la sua contraffazione, la sua perversione. La prima di tutte è quella che viene chiamata prudenza della carne o prudenza del mondo. In sostanza, viene sbagliato, viene mancato il fine. Il fine ultimo verso cui la persona si muove, nella sua deliberazione, nella sua azione, è un fine sbagliato, disordinato. Cioè, i beni della carne, i beni del mondo sono considerati e diventano il fine di un atto che va in una direzione che non è la direzione del bene. C’è un disordine, questi fini vengono assolutizzati. Dunque, qui abbiamo la prudenza della carne, la prudenza del mondo, che è molto diffusa. Quando Nostro Signore dice: «i figli di questo mondo (…) sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16,8), che cosa sta denunciando? Sta denunciando la falsa prudenza, la prudenza della carne, la prudenza del mondo, cioè un gran lavorio nella riflessione, nel giudizio, nell’azione, ma per dei fini sbagliati, disordinati.

 L’astuzia

Poi abbiamo un’altra contraffazione molto diffusa che è l’astuzia. Che cosa fa l’astuzia? A differenza della prudenza del mondo, l’astuzia mi può dare un fine buono, un fine ordinato. Ma ciò che non è ordinato, ciò che non è buono, ciò che non corrisponde al vero sono le vie scelte, i mezzi scelti: puoi avere un fine buono ma mezzi cattivi, da cui il famoso “il fine giustifica i mezzi”. Dunque, si ricorre all’astuzia in pratica in che modo? Con la frode, l’inganno, la simulazione, cioè tutti mezzi non buoni, con l’idea che si debba raggiungere un fine buono. Ora, anche questa, per san Tommaso, è chiaramente una falsa prudenza. La prudenza della carne lo è quanto ai fini, l’astuzia quanto ai mezzi scelti, che sono appunto mezzi non buoni, ingannevoli.

 Terza e ultima categoria della falsa prudenza è la sollecitudine per le cose temporali, che può somigliare alla prudenza della carne, ma ha una sfumatura diversa. In pratica, esse non diventano propriamente, come nel caso della prudenza della carne, il fine ultimo della vita: permane una proporzione e l’ordine tra fine ultimo e fine intermedio. Tuttavia, dedichiamo a questi fini, alle cose temporali in sostanza, talmente tanto impegno, talmente tanto tempo, talmente tanta enfasi, da metterli in primo piano. È in pratica, sottolinea san Tommaso, la mancanza di fiducia nella divina Provvidenza, cioè l’eccessivo affannarsi per le cose di quaggiù, anche se non c’è ancora un’inversione del fine. Tuttavia, c’è questo affanno e c’è questo eccessivo timore di perderle queste cose.

 Dunque, qui abbiamo una forma di falsa prudenza: non siamo mai abbastanza sicuri di avere custodito il nostro tesoro temporale, che può essere di beni materiali, di beni intellettuali; siamo sempre in apprensione per il timore di perderli. E quindi ogni volta perdiamo tempo, forza, risorse per essere ancora più sicuri di averli al sicuro: questa è la logica che sta dietro a questo tipo di falsa prudenza. Pensiamo per esempio alla sollecitudine per il futuro, che non significa non essere previdenti, ma è un eccesso della previdenza. Cioè, la previdenza è: “faccio quello che devo oggi per dispormi per quanto posso il domani”. Qui invece è proprio andare oltre a quello che debbo fare, al mio dovere e, quindi, non avere fiducia nella Provvidenza divina, in Dio stesso che guida la vita, la storia. Questa è una forma di falsa prudenza.

 

La Bussola