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venerdì 3 ottobre 2025

IL PIANO PER GAZA

 


Dal genocidio 

al 

neocolonialismo

 



 -         di Giuseppe Savagnone 

Un giorno storico

«Tutto si sta risolvendo. Oggi è un giorno storico per la pace. Con Netanyahu abbiamo parlato di come porre fine alla guerra a Gaza nel quadro più grande di una pace eterna nel Medio Oriente». Con queste le parole il presidente americano Trump ha iniziato la conferenza stampa congiunta con il premier israeliano Netanyahu, in cui ha enunciato i venti punti del suo piano per la pace a Gaza.

E le reazioni internazionali hanno confermato il suo ottimismo. Il piano ha riscosso l’unanime approvazione dei governi di tutto il mondo.  In particolare, i leader europei, da Ursula von der Leyen a Emmanuel Macron, che ultimamente erano apparsi piuttosto critici verso politica di Israele nella Striscia, hanno reagito positivamente a quella che hanno considerato, per usare le parole della presidente, un passo importante verso «la soluzione dei due Stati», che rimane, a loro avviso, «l’unica strada percorribile per una pace giusta e duratura».

Entusiasta la reazione del governo italiano. La premier Giorgia Meloni ha ringraziato Trump «per il lavoro di mediazione e i suoi sforzi per portare la pace in Medio Oriente. L’Italia esorta quindi tutte le parti a cogliere questa opportunità e ad accettare il Piano». Da parte sua, il vice-premier Matteo Salvini ha definito la notizia «splendida», avvertendo che «nessuno deve sabotare questo accordo prezioso».

Meloni non ha fatto altro che esprimere l’opinione comune in questo momento: grazie a Trump – ancora più convinto, adesso, di meritare il premio Nobel per la pace – si è arrivati finalmente a un accordo giusto e ragionevole che può porre fine a tante sofferenze di innocenti e  la responsabilità di ratificarlo o respingerlo ricade ora solo su Hamas.

Accordo o ultimatum unilaterale?

Qualche dubbio, però, non può non emergere se si guarda con un po’ di attenzione quello che sta accadendo. A cominciare da ciò che Meloni ha definito, in un primo commento, «mediazione» e, in una successiva dichiarazione, «accordo per la pace», dandone il merito al presidente americano. “Mediazione” e “accordo” tra chi? Manca la controparte.

Non è stato Hamas, che pure lo è nella realtà e il cui assenso, infatti, è riconosciuto dallo stesso Trump decisivo. Non è stato neppure l’Autorità Nazionale Palestinese, che pure, a differenza di Hamas, riconosce Israele.

Ma anche questa legittima rappresentanza del popolo palestinese non è riconosciuta, a sua volta, dal governo di Tel Aviv ed è guardata con diffidenza da quello di Washington, che pochi giorni fa ha addirittura negato ai suoi rappresentanti il visto per entrare negli Stati Uniti e partecipare, come avrebbe pieno diritto di fare, all’Assemblea dell’ONU.

Nessuna meraviglia che non sia stata invitata, non dico per discutere il piano, ma almeno per esprimere le esigenze del popolo di cui esso definisce il futuro.

Le parole della nostra premier e di quanti, nel mondo occidentale, le ripetono, sono dunque  una finzione linguistica per coprire il fatto che siamo davanti a un progetto scritto sulla testa degli interessati, senza neppure ascoltarli, e costruito in base ai loro progetti.

Che già, peraltro, essi avevano espresso senza mezzi termini fin dalla precedente conferenza-stampa congiunta, tenuta all’indomani dell’insediamento del Tychoon alla Casa Bianca, in cui avevano annunciato il proposito di trasformare la Striscia di Gaza in un resort di lusso.

Un progetto che ora, pur con qualche importante modifica (non si parla più di deportazione in massa degli abitanti della Striscia), è in fondo ripreso nel piano  presentato ora, dopo qualche mese.

Adesso questo proposito si è trasformato in un vero e proprio ultimatum, rivolto certamente ad Hamas, ma in definitiva al popolo palestinese: se non ci si piegherà al diktat unilaterale di Stati Uniti e Israele, sarà l’inferno, e non solo per i terroristi, ma prima di tutto per la popolazione civile, anche se è difficile immaginare qualcosa di peggio di quello che  ha  già dovuto subire.

Il fantomatico “Stato palestinese”

Una seconda perplessità (per usare un eufemismo) nasce dal fatto che i soli garanti della corretta realizzazione dei venti punti elencati nel piano saranno i suoi stesi autori, Trump e Netanyahu.

Quest’ultimo, proprio per la sua politica verso Gaza, è stato giudicato colpevole, dalla Corte Penale Internazionale, di «crimini contro l’umanità» e di recente è stato accusato, da una Commissione indipendente dell’ONU e da autorevoli intellettuali – anche ebrei e israeliani, come David Grossmann –  di essere responsabile di genocidio.

Quanto a Trump, si è sempre senza riserve schierato dalla sua parte, fino al punto di perseguitare con pesantissime sanzioni chiunque avallasse quelle accuse, dai giudici della stessa Corte alla relatrice dell’ONU per Gaza Francesca Albanese.

A questi due personaggi, ufficialmente nemici del popolo palestinese, non solo si deve l’ideazione del piano sull’assetto da dare a questo popolo, ma è affidata anche  la sua applicazione. Ruolo tanto più delicato in quanto molti punti del piano stesso non contengono precisazioni cronologiche e lasciano indeterminato il futuro.

Primo fra tutti quello che ha spinto molti governi, fautori della soluzione dei “due Stati” ad accogliere con favore questo piano, la nascita, finalmente, di uno Stato palestinese.

La soluzione prevista è, in realtà,  che a governare Gaza sia  «un comitato tecnocratico e apolitico» composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione di un nuovo organismo internazionale di transizione, il “Board of Peace”, che sarà presieduto dal Presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato da decidere, tra cui l’ex Primo Ministro Tony Blair». (n.9).

Questo «fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese non avrà completato il suo programma di riforme (…) e potrà riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace» (ivi). Solo allora «potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese, che riconosciamo come l’aspirazione del popolo palestinese» (n.19).

Formule al condizionale, fortemente ipotetiche, e comunque aperte a qualunque possibile scadenza temporale. Chi deciderà quando le «condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese‚» si saranno finalmente realizzate? Evidentemente non i palestinesi.

E poiché i promotori e i garanti del piano sono due nemici, acerrimi e dichiarati, dell’ipotesi stessa di uno Stato palestinese – «Non si farà mai!», ha gridato anche recentemente Netanyahu, approvato in pieno da Trump –  non è da maligni sospettare questo percorso, già ora rimandato a un lontano e ipotetico futuro,  non comincerà mai.

Come sembra confermare, del resto, il fatto che nel piano non si dice nemmeno una parola sul destino della Cisgiordania, la cui progressiva occupazione illegale da parte degli insediamenti israeliani, secondo l’ultima dichiarazione del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich,  «seppellirà l’idea di uno Stato palestinese». A questi insediamenti il paino non prevede alcun freno, avallando tacitamente la prospettiva del ministro.

Ancora una volta siamo davanti a una evidente smentita delle commosse dichiarazioni diplomatiche che lo hanno salutato come una porta aperta verso il giusto riconoscimento della patria palestinese.

I tanti governanti che hanno detto questo o non avevano letto bene il testo, oppure non hanno visto l’ora di scaricarsi del  problema posto nell’opinione pubblica, dalle stragi in corso a Gaza, sacrificando la verità e la giustizia alla loro cessazione.

La rinascita del colonialismo

Nel frattempo, a governare la Striscia sarà il “Board of Peace”, «presieduto dal Presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato da decidere, tra cui l’ex Primo Ministro Tony Blair» (n.9).

Vero è che nel piano si dice che «Israele non occuperà né annetterà Gaza» (n.16) e che, a differenza del progetto originario enunciato all’inizio di quest’anno da Trump e Netanyahu, essi assicurano nel testo attuale che «nessuno sarà costretto a lasciare Gaza, coloro che lo desiderano saranno liberi di farlo e di tornare», aggiungendo anzi: «Incoraggeremo le persone a rimanere e offriremo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore».

Ma non certo come cittadini liberi e indipendenti. Gli unici nomi menzionati  nell’organismo  destinato  al controllo del territorio palestinese sono quello del presidente americano e di un ex primo ministro inglese. Siamo in una logica che ha caratterizzato tutala storia del colonialismo: per il bene degli indigeni è meglio che siano gli occidentali a decidere al posto loro – come è stato nell’“accordo” che ha dato vita al piano – e a  esercitare il potere sulle loro terre.

Con quali intenti e con quale stile lo dice tutta la storia del colonialismo. Quel che in questo caso è certo è che l’ex premier Tony Blair – già noto per aver collaborato alla falsificazione delle prove portate dal presidente americano Bush per aggredire gratuitamente, nel 2003, l’Iraq – si è da tempo dato a una fiorente attività economica e finanziaria. E poiché Gaza è considerata oggi, per usare le parole del ministro Smotrich, «una miniera d’oro immobiliare», si delinea già la prospettiva di uno sfruttamento sistematico della Striscia da parte dei paesi occidentali e di Israele, che ne è stato, ne è e ancor più ne sarà il fido partner democratico nella barbare terre mediorientali.

E, in questa logica, potrà essere anche realizzata quella idea del resort di lusso da costruire sulle macerie, annunciata da Trump e Netanyahu nella loro prima conferenza stampa congiunta.

Ai palestinesi – a quelli che non sono morti di fame o per i bombardamenti – , visto che non avranno diritti politici, potrebbe essere affidato il compito di personale di servizio nella futura Gaza Betch.

Quanto al controllo militare, gli Stati Uniti collaboreranno con i partner arabi e internazionali per sviluppare una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) temporanea da dispiegare immediatamente a Gaza», a cui le truppe israeliane «cederanno progressivamente il territorio di Gaza che occupano» (n.16).

Resta, anche qui, indeterminato il momento di questo passaggio di consegne. E uno dei proponenti/garanti del piano, Netanyahu, ha già chiarito che «l’esercito israeliano resterà su gran parte della Striscia di Gaza». Come aveva sempre detto. Non sembra esagerato quello che ha scritto il «New York Times», secondo il quale, con questo patto, il premier israeliano ha avuto tutto ciò che voleva. Giusto premio per il genocidio compiuto.

 

www.tuttavia.eu 

giovedì 10 luglio 2025

HO VISTO UN RE

 

-SANDOKAN !-

Italia, 1936. 

Emilio è un bambino fantasioso, con la passione per Sandokan. Un giorno crede di vederlo davvero, quando suo padre, podestà fascista, cattura e rinchiude in una voliera nel giardino di casa sua il principe africano Abraham Imirrù. A Emilio non sembra vero: finalmente potrà conoscere da vicino un eroe, ma suo padre, i suoi colleghi e tutto il suo paese non lo guarda allo stesso modo. 

Il razzismo è dilagante, come la violenza su chi è considerato «diverso».

Cos’è più forte della paura? L’immaginazione. I libri. Questi i cardini di Ho visto un re, storia fantastica contro la xenofobia, ispirata da una storia vera, quella di Nino Longobardi, futuro giornalista, ancora bimbo ai tempi della Campagna d’Africa, che si vede arrivare un prigioniero etiope nel suo paese d’origine. Siamo ai tempi del fascismo e della guerra.

Tra adulti che vivono di illusioni e bimbi che fanno di quell’illusione una realtà immaginaria, alternativa, si snoda il racconto del lungometraggio di Giorgia Farina, che «spariglia» le carte, mettendo al centro lo sguardo di un innocente, rendendo straordinario un ordinario percorso di scoperta e di crescita. Quella di Emilio, ragazzino di 10 anni appassionato dei romanzi di Salgari, che quindi nella sua mente vive a metà tra Mompracem e Roccasecca, suo luogo natìo.

Tutto parte proprio da qui, da questa tranquilla cittadina di provincia, dove nel 1936 la vita scorre pigramente tra slogan mussoliniani, bambini divisi tra Balilla e Piccole italiane, donne relegate al ruolo di mogli e madri e podestà pervasi dalla retorica di regime e dall’entusiasmo generale per la conquista dell’Etiopia, in un fervore coloniale senza precedenti.

L’Africa è un luogo mitico e lontano, terra di conquista e mistero.

La vita del piccolo paese laziale è «accesa» dall’arrivo del «confinato» Abraham Imirrù (Gabriel Gougsa), un ras etiope rinchiuso in una voliera nel giardino della villa del padre di Emilio (Marco Fiore), il podestà Marcello (Edoardo Pesce). È lui il motore del racconto insieme allo sguardo innocente del bambino, che non vede un prigioniero, o uno «scimmione puzzolente», bensì il suo eroe, lì, davanti a sé, in carne e ossa: Sandokan.

Tra federali e fascisti ridotti a macchiette umane, propaganda di regime grossolana, rozza, basata sull’assenza di conoscenza dell’altro, del diverso da noi, la chiave di lettura è nello sguardo puro, senza filtri, di Emilio e del suo amore per la letteratura d’avventura. Così la realtà si trasforma: si apre la gabbia materiale e metaforica delle menti, degli spiriti più ottusi, come quello del podestà razzista e chiuso (l’unico personaggio che non si evolverà per tutto il film) o del federale Trocca, ancora più «prigioniero» del pensiero fascista, «villain», reso da un eccellente Gaetano Bruno, e si è capaci di guardare all’altro come a un nostro simile, un essere umano.

Farina, alternando il registro della commedia e del grottesco, utilizzando la fantasia come grimaldello per scardinare la brutalità del reale, non solo propone una critica alla dittatura fascista, ma, in una visione più ampia, indica quanto chi è ai margini della società in realtà abbia un pensiero libero, lucido e «irridente» sul mondo. I temi del colonialismo, dell’odio razziale, dell’identità sono attraversati sempre con levità, grazie all’immensa meraviglia e al potere dell’immaginazione di Emilio. Tra registro fiabesco e realistico, il film inquadra con accuratezza il periodo storico, rimanendo sui tratti del sognante e del naïf. È interessante, anche per una carezza interiore: all’essere umano è dato evolversi, a patto però di mantenere il cuore aperto, e il resto verrà da sé; non saremo più soli su quel vascello che avanza intrepido verso l’avventura più grande, la versione migliore di noi stessi.

 La Civiltà Cattolica




sabato 6 gennaio 2024

RISCRIVERE IL PASSATO

 L'ex museo coloniale di Roma è ora il Museo delle Civiltà. Viene operata una riscrittura del passato coloniale italiano. 

Una sfida per la scuola

 

-di Fabrizio Foschi

Roma, città eterna e capitale d’Italia, è anche la sede di una importante rivisitazione e riscrittura del nostro passato. Si tratta di una operazione culturale e formativa di non poco conto. Ci riferiamo alla nuova collocazione dell’ex museo coloniale di Roma, le cui opere e documenti hanno trovato una nuova sistemazione presso gli edifici in stile razionalista del Museo delle Civiltà, nella zona monumentale dell’Eur, implicato in un percorso “di progressiva e radicale revisione che metterà in discussione, provando a riscriverle, la sua storia, la sua ideologia istituzionale e le sue metodologie di ricerca e pedagogiche” (questi i termini con cui si presenta il sito museodellecivilta.it in corso di aggiornamento).

 La nuova veste, e dunque il nuovo impianto categoriale da cui si prende spunto per comporre la nuova narrativa coloniale, fa perno sul tema della “opacità”. Il museo delle “opacità”, si legge nelle didascalie interne alla esposizione permanente, è indirizzato a “documentare la complessità del passato coloniale, ricercarla nel presente, condividerla per il futuro”. Le vicende coloniali italiane sono parte integrante, del nostro passato e non sono solo un’eredità fascista, dato che la storia coloniale italiana in Africa data dal 1882 al 1960. Nel nuovo museo delle opacità (seguiamo sempre la traccia orientativa dei curatori) i reperti (circa 12mila oggetti, tra carte, manufatti, opere d’arte) chiusi dal 1971 in un deposito romano costituiscono oggi una nuova fonte di conoscenza, testimoniando allo stesso tempo come una storia rimossa (l’occupazione di terre oltremare) possa riprendere vita se giudicata nel presente.

 Il nuovo progetto è così illustrato dall’attuale direttore del Museo delle Civiltà, Andrea Viliani: “Da una parte si può pensare che il termine opacità sia affine al velo di amnesia steso sulla storia coloniale italiana, come se fosse qualcosa di dimenticato e dimenticabile. Dall’altro è invece un termine positivo, che ha qualcosa di assolutamente gioioso, fantasioso e poetico. Nel 1959 uno scrittore, Édouard Glissant (Martinica, 1928-Parigi, 2011), partecipa proprio qui a Roma al Congresso degli scrittori e degli artisti neri all’Istituto italiano per l’Africa di Roma […] Nella poetica di questo autore non esiste nulla di trasparente, non esiste un’identità trasparente, non esiste un’azione trasparente. Nulla è trasparente, nemmeno l’aria, e questo ce l’ha insegnato nella pittura già Leonardo da Vinci, con lo sfumato”. Fin qui Viliani. In altri approfondimenti collegati al riassetto si precisa che l’opacità teorizzata dal poeta Glissant è il diritto, valido per tutti, di “non assoggettare la propria identità alla comprensione degli altri, alla trasparenza che classifica in modo unilaterale, all’accettazione che riduce alle categorie già esistenti”. In questo senso (siamo ancora nell’ottica di Glissant), ogni individuo ha il diritto di non subordinare la propria identità a criteri che comportano un’appropriazione e una classificazione unilaterali, ma piuttosto al criterio della “condivisione”, che permette di assumere e condividere identità autonome e specifiche, generate da sé stessi.

 Applicata pertanto alla storia del colonialismo, l’opacità fornirebbe uno strumento di lettura delle sue dinamiche interne che avrebbero violato le identità altrui (le culture dei popoli sottomessi), costringendole entro parametri di “comprensione”, da intendere come “movimento delle mani che prendono ciò che le circonda e lo riportano a sé”. È questo, in sintesi, quanto emerge dalle indicazioni esplicative interne al museo e ai siti di riferimento.

 Ma c’è di più. Il museo delle opacità si propone di ricontestualizzare il passato coloniale, ponendo gli oggetti provenienti dalle ex colonie a contatto con documenti e opere d’arte contemporanee. Dal confronto (o dialogo) tra passato e presente emergerebbe come la collocazione di un oggetto in una particolare situazione (per esempio un oggetto rituale posto erroneamente a indicare una inutile forma di superstizione piuttosto che l’anima religiosa di un popolo) assume il valore di una “testimonianza antropologica”, ovvero si configura come memoria critica del contesto che ha originato un certo ambito museale, nonché delle relazioni tra gli oggetti e i dispositivi linguistici ed espositivi che ne hanno sostenuto l’interpretazione.

 Al termine di questa breve carrellata relativa ad un’operazione culturale di indubbio impatto e forte dimensione innovativa, specie sul versante della proposta didattica alla scuola e all’università, è inevitabile collocare il tentativo entro l’orizzonte di quella riscrittura del passato, bello o brutto che sia, che orienta tanta parte della storiografia ufficiale contemporanea. Si va dalla cancellazione di intere sequenze storiche ritenute non congruenti con l’opinione prevalente, alla revisione di momenti della storia europea che hanno visto gli Stati del vecchio continente lanciati verso il dominio di mezzo mondo.

 Il colonialismo è stato un vizio comune a democrazie e autoritarismi, repubbliche e formazioni totalitarie. Espungerlo non serve, bisogna capirlo, come tanti studi hanno cercato di fare. In esso, e il capitolo italiano non ne è esente, si mescolano desiderio di conquista, nazionalismo, razzismo e anche percorsi di re-insediamento della popolazione nazionale in esubero presso territori “vergini”. È anche vero che il colonialismo ha partorito una ermeneutica dalla quale è ancora oggi difficile uscire, basti pensare da una parte al mito dalla “grande proletaria” (l’Italia) che aveva il diritto ad un posto al sole e, dall’altra, ai complessi di colpa che ancora affliggono società che hanno pagato un alto prezzo per le loro avventure in terre lontane. 

La realtà del colonialismo bisogna guardarla tutta intera, compreso il meccanismo del consenso che esso ha generato intorno a sé, indistintamente, presso nazioni dalla diversa matrice e caratura. Ben venga dunque l’uso dell’opacità, purché non sia ostativa ad una “comprensione”, afferente in questo caso più che al verbo “afferrare”, all’intenzione di cogliere il senso di un passato che è impossibile rimuovere perché segna ancora il nostro presente.

 Il Sussidiario

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venerdì 8 ottobre 2021

GURNAH: UNO IATO TRA CULTURA E CONTINENTI


 Da “Cuore di Tenebra” 

a “Paradise” 

perché il Nobel a Gurnah

-         di Luigi Saanlorenzo

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Per oltre due secoli l’immaginario collettivo è stato influenzato dall’intramontato racconto di Joseph Conrad “Cuore di Tenebra” pubblicato in inglese nel 1899 e tradotto in italiano nel 1924, cui si ispirò nel 1979 il capolavoro di Francis Ford Coppola “Apocalypse Now”, ambientando la vicenda durante la guerra del Vietnam.

Com’è noto, nel romanzo si narra la vicenda della ricerca del commerciante d’avorio Kurtz sulle cui tracce si mette il narratore Charles Marlowe, abilitando Conrad a tracciare un parallelismo tra Londra e l’Africa come luogo paradigmatico d’oscurità che avvolge molti territori persino nella “civilissima” Europa.

Di ritorno da uno dei suoi viaggi in Estremo Oriente, un giorno, nella vetrina di un negozio, Marlowe aveva visto la mappa el Congo. La cosa che più l’aveva colpito era il percorso di un grande fiume «somigliante a un immenso serpente srotolato, con la testa nel mare…la coda perduta nelle profondità del territorio». Era il fiume del viaggio che di lì a poco avrebbe intrapreso. Addentratosi nel fiume – anche se i nomi del fiume, dei luoghi e della foresta non sono mai esplicitati – in un lungo itinerario, a bordo di uno sgangherato vaporetto, dalla costa al centro, al luogo nel quale la coda del serpente si perde, Marlow compie una discesa in un’oscurità ben più profonda della funerea oscurità che avvolge il Tamigi, dove almeno i fanali permettono di individuare navi, il porto perduto nella nebbia, conducendo lo sguardo a un paesaggio conosciuto.

Romanzo/manifesto del colonialismo e dei suoi “orrori” l’opera ha mantenuto nel tempo l’Africa confinata in una sorta di non luogo dove alla rapacità degli sfruttatori occidentali corrisponde la passività dei nativi, quasi a giustificare la liceità della conquista, spacciata per civilizzazione.

Quasi duecento anni dopo, tale prospettiva viene ribaltata dal libro Paradise di Abdulrazak Gurnah pubblicato nel 2004 ed al cui autore è stato assegnato ieri il Premio Nobel per la Letteratura 2021.

Come spiega l’Accademia Reale, “Paradise” «è un racconto di formazione e una triste storia d’amore in cui mondi e sistemi di credenze diversi scontrarsi». Il tratteggio dei rifugiati, la tristezza e la disperazione descritta e poi ancora l’attenzione sull’identità sono gli elementi caratteristici delle opere di Gurnah: «I personaggi si trovano in uno iato tra culture e continenti, tra una vita che era e una vita emergente; è uno stato insicuro che non potrà mai essere risolto», sottolinea l’Accademia del Nobel nel conferire il premio, «rompe consapevolmente con le convenzioni, capovolgendo la prospettiva coloniale per evidenziare quella delle popolazioni indigene. Così, il suo romanzo ‘Desertion‘ (2005) su una storia d’amore diventa una netta contraddizione con quello che ha chiamato “il romanzo imperiale”». Ed è questa una netta presa di posizione degli Accademici svedesi, che non a caso, con questo premio hanno posto l’accento sull’emergenza mondiale dei migranti.

Lo scrittore tanzaniano naturalizzato britannico Abdulrazak Gurnah è nato nell’isola di Zanzibar nel 1948 e dal 1968 vive in Inghilterra, dove dapprima andò per studiare per poi diventare professore di letteratura inglese all’Università del Kent; come studioso si è dedicato a ricerche sulla narrativa postcoloniale e alle questioni associate al colonialismo, specialmente per quanto riguarda l’Africa.  Considerato uno dei più brillanti autori della letteratura africana post coloniale, è autore di acclamati romanzi come “Il disertore”, il già citato “Paradiso”considerato il suo capolavoro e “Sulla riva del mare” del 2005, tutti pubblicati in italiano da Garzanti.

Il racconto segue la storia di Yusuf, un ragazzo nato nella città immaginaria di Kawa in Tanzania all’inizio del XX secolo. Il padre è un albergatore indebitato con il ricco e potente mercante arabo Aziz. All’inizio della storia Yusuf è ceduto ad Aziz dal padre per pagare quanto dovuto e deve lavorare gratuitamente per il mercante e si unisce ad una carovana commerciale che viaggia in buona parte dell’Africa Centrale e del Congo, incontrando l’ostilità delle tribù locali, delle belve della savana e le asperità del territorio.

Al rientro in Africa orientale, scoppia la Prima Guerra mondiale ed Aziz entra in contatto con l’esercito tedesco che controllava la Tanzania, arruolando a forza gli africani nel proprio esercito coloniale.  Yusuf conosce la morte e la violenza e impara le difficili regole di convivenza di un mondo sull’orlo del conflitto, dove musulmani, missionari cristiani e indiani coesistono in un fragile equilibrio. Al ritorno è un altro: un giovane robusto e avvenente. È ancora schiavo, ma a dargli la libertà del cuore c’è l’amore, quello per la giovane ancella della padrona, Amina. Ma la ragazza cela un terribile segreto e, mentre il colonialismo europeo stringerà le sue maglie sul continente africano, Yusuf capirà il cammino che dovrà intraprendere.

Il libro avrà un seguito con il romanzo più recente di Gurnah, “Afterlives” pubblicato nel settembre del 2020 e che riprende dove finisce Paradise. E, come in quell’opera, l’ambientazione è all’inizio del XX secolo, nel periodo recedente la fine della colonizzazione tedesca dell’Africa orientale.

Hamza, un giovane che ricorda Yusuf in Paradise, è costretto a fare la guerra ai tedeschi e diventa dipendente da un ufficiale che lo sfrutta sessualmente. Ferito in uno scontro interno tra soldati tedeschi, viene lasciato in cura in un ospedale da campo. Ma quando torna al suo paese natale sulla costa, non trova né famiglia né amici. I venti capricciosi della storia dominano e come in Desertion seguiamo la trama attraverso diverse generazioni, fino al piano non realizzato dei nazisti per la ricolonizzazione dell’Africa orientale. L’epilogo è scioccante e tanto inaspettato quanto allarmante. Ma di fatto lo stesso pensiero ricorre costantemente nel libro: l’individuo è indifeso se l’ideologia regnante – in questo caso, il razzismo – esige sottomissione e sacrificio.

Il valore del conferimento del Premio Nobel a Gurnah non è solo letterario ma rappresenta una straordinaria attenzione all’attualità del tema dell’Africa e del nuovo colonialismo che la sta interessando, nel roboante silenzio dell’Unione Europea, di cui ho scritto in occasione della sanguinaria esecuzione dell’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, e che i miei lettori dello Spessore ricorderanno.

Nelle già fredde regioni della Scandinavia, da sempre in prima linea nelle missioni umanitarie nei paesi in via di sviluppo, sembra proprio che il cuore batta piu forte e generoso che da noi!

 

Lo Spessore