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sabato 28 marzo 2026

IL TARLO DEL CAPITALISMO


 
Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza 

tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta

 lasciando le democrazie del XX secolo

 per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste.


-di Luigino Bruni

Qual è il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà? È ambivalente e ambiguo. Per capirlo dobbiamo tener presente un dato fondamentale, che al centro del sistema capitalista c’è un nucleo duro che vive e cresce guidato da un solo unico obiettivo: la massimizzazione razionale di profitti e sempre più di rendite. Per i grandi attori globali, tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare, inclusi i vincoli ambientali, sociali, fiscali. Tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine. 

Tra i mezzi usati dal capitalismo ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è pragmatico, e quindi se in una regione del Pianeta c’è democrazia e pace, usano pace e democrazia per i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se qualche grande potentato economico intravvede in scenari bellici e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, la natura profonda di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi. 

Pensiamo, per un grande esempio storico, all’avvento del fascismo in ItaliaNon avremmo avuto nessun ventennio fascista senza la scelta delle elites industriali e finanziarie italiane (da Agnelli a Pirelli) di usare quel gruppo di squadristi picchiatori per proteggersi dal «pericolo rosso» del comunismo. Quel capitalismo italiano (la gran parte di esso) non ebbe nessun scrupolo ad abbandonare democrazia, libertà, libero mercato e favorire l’emergere del regime fascista. Nel 1933 Mussolini dirà: «Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico». Se e quando necessario, lo spirito del capitalismo diventa l’opposto dello spirito della democrazia, e finisce per coincidere con lo spirito bellico di conquista. Perché anche il mercato è uno dei mezzi che il capitalismo qualche volta usa, se e quando meglio serve gli interessi dei capitalisti. 

Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta lasciando le democrazie del XX secolo per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste. Ieri le paure erano quelle «rosse» (che comunque restano sempre all’orizzonte dell’Occidente), oggi sono quelle dell’immigrazione, di una globalizzazione troppo rapida, del cambiamento climatico (cui si risponde negandolo), dell’impoverimento della classe media. 

Chi ama la pace, la democrazia e il mercato civile deve sapere che sono all’orizzonte anni molto difficili, e dobbiamo attrezzarci da subito per una forte resistenza culturale.

Messaggero di Sant'Antonio

venerdì 16 maggio 2025

L'IMPERO DEL CAPITALISMO

 

Leone XIV 

e gli sviluppi estremi 

del capitalismo

 



di  Giuseppe Savagnone 


 Un nome che richiama una storia

Troppo pochi, fino ad ora, sono gli elementi per fare una valutazione di ciò che sarà questo pontificato, e l’esperienza dell’assordante battage mediatico di ipotesi infondate, di false previsioni, di fake news che ha preceduto l’elezione del nuovo papa dovrebbe metterci in guardia dalla pretesa di indovinare che cosa farà e dirà Leone XIV.

Per limitarci a parlare di ciò che effettivamente ha fatto e detto, possiamo cominciare dal nome che si è scelto e dalla spiegazione che ne ha dato. Parlando ai cardinali, Prevost lo ha collegato al fatto che l’ultimo papa a portarlo – Leone XIII – si era trovato a fronteggiare una svolta epocale com’era la rivoluzione industriale, col conseguente avvento del capitalismo.

Oggi, ha osservato, la Chiesa è chiamata a «rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro».

Vale la pena di ricordare brevemente la pagina di storia a cui il papa si riferiva. Alla fine del Settecento e nel corso dell’Ottocento l’irrompere delle macchine aveva capovolto il rapporto tra i lavoratori e i loro strumenti, riducendo i primi a meri inservienti dei secondi.

Ne era conseguita la riduzione degli operai ad ingranaggi del sistema industriale e il loro sistematico sfruttamento da parte del capitalista, interessato ad avere il massimo profitto mantenendo bassi i salari. Da qui condizioni di vita miserevoli delle masse, a fronte dell’arricchimento sfrenato di una minoranza.

Inevitabile lo svilupparsi di una protesta che aveva trovato la propria più efficace espressione teorica e pratica nel socialismo di Karl Marx e Friedrich Engels. In tutto questo il ruolo della Chiesa – salvo qualche isolata eccezione – era stato piuttosto quello di pilastro portante del sistema borghese che non di voce profetica alternativa ad esso.

E in effetti il marxismo – col suo dichiarato ateismo e il suo attacco alla religione, col suo implicito o esplicito materialismo, con la sua proposta di una radicale abolizione della proprietà dei mezzi di produzione e la conseguente mortificazione degli spazi di autonomia e di creatività dei singoli – non favoriva certo l’adesione dei credenti.

Si deve a papa Leone XIII lo sforzo di valorizzare le esigenze di giustizia e di umanità che stavano dietro queste teorie estreme e di riscoprire nella tradizione cristiana gli elementi per proporre una visione alternativa al marxismo e al tempo stesso fortemente critica nei confronti del capitalismo liberale.

Renum Novarum

Nacque così, nel 1891, la prima enciclica sociale della Chiesa, la «Rerum Novarum», che, contro il collettivismo socialista, rivendicava il valore della proprietà come garanzia dell’autonomia della persona rispetto alla collettività, ma – sulla scia di quanto insegnavano già i padri della Chiesa – ne vedeva il significato non nell’interesse privato, ma nella sua funzione sociale.

Centrale in questa prospettiva è l’idea che la terra e i beni di questo mondo sono dati da Dio a tutti e che chi ne ha il possesso non solo deve utilizzarli al servizio del bene comune, ma è rigorosamente tenuto a condividerli con chi si trova in una estrema necessità.

Sulle orme di Leone XIII

E su questa linea si sono pronunziati unanimemente, dopo Leone XIII, tutti i papi, senza tacere le conseguenze potenzialmente rivoluzionarie di questa concezione, che molti esponenti del giornalismo e della politica di destra oggi denunzierebbero indignati come un cedimento inaccettabile al “comunismo”.

Emblematici due passaggi di un’enciclica del Paolo VI, la Populorum progressio, del 1967, dove, citando un autorevole padre della Chiesa, il papa scriveva: «“Non è del tuo avere, afferma sant’Ambrogio, che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario» (n.23)

Applicando questi princìpi al nuovo orizzonte planetario, nel testo si dice anche: «Una cosa va ribadita di nuovo: il superfluo dei paesi ricchi deve servire ai paesi poveri. La regola che valeva un tempo in favore dei più vicini deve essere applicata oggi alla totalità dei bisognosi del mondo» (n.49).

In un’enciclica pubblicata in occasione del centenario dalla Rerum Novarum, il 1 maggio 1991, e intitolata perciò Centesimus annus, Giovanni Paolo II, ne rivendicava la piena attualità: «Si può ancora oggi, come al tempo della Rerum Novarum parlare di uno sfruttamento inumano. Nonostante i grandi mutamenti avvenuti nelle società più avanzate, le carenze umane del capitalismo, col conseguente dominio delle cose sugli uomini, sono tutt’altro che scomparse» (n.33).

E precisava: «È inaccettabile l’affermazione che la sconfitta del cosiddetto “socialismo reale” lasci il capitalismo come unico modello di organizzazione economica» (n.35).

Trump e la fase estrema del capitalismo

Questa l’eredità che il nome scelto da papa Leone XIV inevitabilmente evoca. Per non cadere nel gioco perverso delle previsioni, diciamo subito che non possiamo sapere se e in che modo egli la valorizzerà.

Quel che è certo, è che mai come in questo momento storico appare appropriato  e urgente il richiamo a questa visione alternativa. Perché davvero, come ha colto bene il nuovo pontefice, oggi gli ultimi sviluppi del capitalismo «comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». E nessuno meglio di lui, che ha trascorso venti anni in uno dei paesi più poveri del Sudamerica, è in grado di cogliere la dimensione planetaria di queste sfide.

L’emblema degli sviluppi estremi di cui parliamo è la linea del nuovo presidente degli Stati Uniti. Una delle prime decisioni del nuovo inquilino della Casa Bianca, dopo il suo insediamento, è stata quella di sospendere tutti i programmi di assistenza all’estero.

E in effetti, poco dopo, il governo americano ha tagliato il 92% dei fondi destinati all’UsAid (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale) – 58 miliardi di dollari – in massima parte destinati programmi alimentari salvavita, una misura che il Programma alimentale mondiale (PAM) ha definito «una condanna a morte» per milioni di persone affamate. Non meno gravi gli effetti sul piano sanitario, visto che quel denaro serviva a curare molte persone malate.

È una svolta. Da un capitalismo “misericordioso”, che si sforzava di compensare le forme esplicite o implicite di sfruttamento dei più deboli con forme di assistenza, si sta passando ora, con il nuovo inquilino della Casa Bianca, a quello che, in nome dello slogan «America first», “Prima l’America”, considera gli interessi – innanzi tutto economici – degli Stati Uniti il principale criterio delle scelte anche politiche.

In questa logica è stato possibile che il presidente dello Stato a cui si sono rivolte, come a un punto di riferimento, tutte le democrazie occidentali, abbia potuto annunciare tranquillamente il suo piano di deportare dalla loro terra due milioni e mezzo di palestinesi, per costruire sulle macerie un resort turistico: «Penso che lo trasformeremo in un posto internazionale, bellissimo». «Sarà la rivière del Medio Oriente».

Nella stessa logica, mentre a Gaza quotidianamente decine di donne e bambini vengono uccisi dall’esercito israeliano col pretesto di colpire i terroristi di Hamas, ma col motivo reale – e ormai dichiarato ufficialmente da Netanyahu – di costringerli ad andarsene («liberamente», si precisa), Trump ha fatto in questi giorni un viaggio in Medio Oriente, insieme alla sua corte di magnati miliardari, con l’esplicito intento di concludere affari vantaggiosi, per cifre astronomiche, con califfi ed emiri arabi.

Facendo coincidere, secondo tutti gli osservatori, due dimensioni che strutturalmente erano e avrebbero dovuto rimanere distinte, quella della politica e quella dell’economia, dove la prima appare ormai totalmente asservita alla seconda.

Il capitalismo era già prima di Trump agli antipodi della concezione sociale proposta nella Rerum Novarum, ma ora precipita in un parossismo che ne estremizza la disumanità, rinunziando anche al pudore che prima velava le sue logiche. Si dirà che in questo modo è più sincero.

Ma chi si vergogna di quello che fa rivela di avere una coscienza per cui continua ad accettare che ci siano criteri etici, anche se li viola. Quello che colpisce nel tycoon americano è l’apparente scomparsa, appunto, della coscienza.

Sulle orme di Trump

Peraltro la sua linea, che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata  insopportabilmente cinica, viene oggi salutata come “realistica” da molti. Emblematico il caso del nostro governo, che non perde occasione per confermare la sua stima e la sua fiducia nei confronti di Trump, e la cui premier si è detta recentemente «orgogliosa» di aver un «rapporto privilegiato» con lui.

Del resto, pur se in modalità diverse, la logica del capitalismo progredisce sempre più anche nel nostro paese. Un esempio significativo – centrale nell’insegnamento sociale della Chiesa – è quello della retribuzione del lavoro.

Nella Rerum Novarum si insiste sulla necessità che al lavoratore venga garantito un salario adeguato. «Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall’imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta» (n.34). E si sottolinea che «è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai (…) osservando con inviolabile imparzialità la giustizia cosiddetta distributiva» (n. 27).

Nel suo discorso del 1 maggio, il presidente della Repubblica, Mattarella (espressione del mondo cattolico precedente la Seconda Repubblica), citando rapporti ufficiali dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo e dell’Istat, ha denunciato con forza e chiarezza: «I salari reali troppo bassi sono una grande questione, le famiglie sono in difficoltà: a marzo 2025 sono dell’8% inferiori rispetto a quelli di gennaio 2021».

Ricchi e poveri in Italia

L’Italia non è un paese povero. Secondo le statistiche più aggiornate, i miliardari italiani sono 74, cifra che colloca il nostro Paese al settimo posto al mondo. Ma ci sono anche 457 mila milionari, e la ricchezza finanziaria italiana è in crescita costante.

Il nostro sistema produttivo funziona discretamente. Sono i salari a diminuire. Non quelli nominali, che anzi crescono, ma quelli reali, calcolati in rapporto all’inflazione. E, se si guarda a un lasso di tempo più lungo di quello di cui parlava Mattarella, le statistiche dicono che il nostro paese registra il peggiore risultato rispetto all’intero gruppo del G20: dal 2008 a oggi, i salari reali sono diminuiti dell’8,7%, un dato che pone l’Italia in fondo alla classifica globale.

È evidente che si verifica uno scarto tra il mantenimento o l’aumento dei profitti dei datori di lavoro e i loro dipendenti. Col conseguente impoverimento di questi ultimi.

«Di questo», secondo Leone XIII, «è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura». Quanto siamo lontani da questa preoccupazione lo dice il fatto che, il fenomeno non viene neppure riconosciuto. Ventiquattrore dopo la denunzia del presidente della Repubblica, la nostra premier in un video – il mezzo di comunicazione da lei preferito – ha detto l’esatto contrario: «I salari reali crescono in controtendenza rispetto al passato».

Anche in Italia, dunque, il processo per cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri sembra non trovare freni da parte delle autorità politiche.

Il capitalismo si avvia a forme estreme, che forse rendono necessario un nuovo deciso intervento della Chiesa, come ai tempi di Leone XIII. Non sappiamo se il nuovo papa lo farà. Ma il nome che si è scelto e la sua esperienza passata, a cavallo tra in Nord ricco e il Sud povero dell’America, ci permette di sperarlo.

 

www.tuttavia.eu

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giovedì 18 marzo 2021

L'ARTE DELLA GRATUITA'


 L'arte della gratuità. 

Come il capitalismo è nato dal cristianesimo e come lo ha tradito:

 

Luigino Bruni continua il percorso iniziato del best seller "Il capitalismo e il sacro" rispondendo a nuovi interrogativi: che cosa del cristianesimo è entrato nel capitalismo?

Che cosa è rimasto fuori? Come è entrato? Dai trenta denari a oggi, storia della contaminazione tra economia e religione.

C'è un'importante tradizione di pensiero che ha letto il capitalismo come figlio del cristianesimo europeo e occidentale. Ma sebbene prima Marx e poi Benjamin avessero avanzato dubbi profondi sulla natura cristiana del capitalismo, il mito dello "spirito" cristiano del capitalismo ha retto per tutto il XX secolo.

Eppure, quella tesi era in origine e resta ancora controversa e debole, in particolare se andiamo a interrogarla a monte (primi secoli cristiani) e non a valle (modernità), quando l'Europa ha formulato le sue prime promesse in rapporto all'economia.

In realtà la nascita del capitalismo è stato un allontanamento dallo spirito evangelico, un abbandono della sua principale eredità: la gratuità. L'arte della gratuità non è entrata tra le competenze sviluppate dalla cultura capitalistica, che avendone intuita la natura sovversiva l'ha sostituita con la filantropia.

 

  • Titolo del Libro: L'arte della gratuità. Come il capitalismo è nato dal cristianesimo e come lo ha tradito
  • Autore :  Luigino Bruni
  • Editore: Vita e Pensiero
  • Collana: Pagine prime
  • Data di Pubblicazione: 2021
  • Genere: economia
  • ISBN-10: 8834344014
  • ISBN-13:  9788834344019

 

sabato 21 novembre 2020

PAPA FRANCESCO E L'ECONOMIA. UN EVENTO MONDIALE CHE CI INTERROGA

 Troppo occupati dalle tragiche vicende della pandemia e dalla prospettiva poco allegra di una Natale senza festeggiamenti, i giornali hanno riservato ben poca attenzione al convegno The Economy of Francesco, che si è aperto giovedì 19 novembre, nel pomeriggio, e che raduna – alcuni in presenza , la maggior parte in diretta streaming – 2000 giovani economisti e imprenditori di 120 paesi di tutto il mondo, tutti under 35, 56% uomini e 44 % donne.

             di Giuseppe Savagnone *


Da marzo ad oggi l’evento, fortemente voluto da papa Francesco, è stato attivamente preparato da centinaia di questi giovani, che hanno dato vita, già nella fase precongressuale, a un vero e proprio movimento di cui il convegno vero e proprio è il coronamento. «Questo», ha detto l’economista Luigino Bruni, che ne è il coordinatore scientifico, «è già il primo grande e importante risultato di The Economy of Francesco».

Non è un incontro accademico

Un risultato destinato in questi giorni a dilatarsi e rafforzarsi perché, nelle rispettive nazioni di appartenenza, sono nati degli Hubs, delle vere e proprie strutture per seguire l’evento insieme (compatibilmente con le normative covid locali) con lo scopo di coinvolgere altri giovani e intere comunità, per fare un’esperienza condivisa di confronto e di approfondimento anche oltre le ore del programma online.

Non siamo davanti a un appuntamento accademico. I nomi dei relatori sono famosi – c’è anche un premio Nobel – ma quello che si è creato è un grande laboratorio in cui risulta decisivo l’apporto dei partecipanti e la ricaduta sui loro rispettivi ambienti di lavoro e di vita. Non a caso si è posto come limite di età quello dei 35 anni: si vuole scommettere sulla creatività e sull’inventiva dei giovani, sfidando luoghi comuni e schemi precostituiti dell’economia neocapitalista oggi imperante.

Obiettivo dell’iniziativa è infatti quello di progettare e costruire un mondo più umano, dunque più equo e sostenibile, di quello esistente. I testi di riferimento sono le due ultime encicliche di papa Bergoglio, Laudato si’ Fratelli tutti.

Il retroterra dottrinale: l’«ecologia integrale»

C’è in gioco la crisi ecologica, ma non nel senso ristretto in cui spesso viene intesa da molti movimenti di “verdi”, che guardano quasi esclusivamente al rispetto dell’ambiente naturale. Come si dice nella Laudato si’, «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura» (LS n. 39). ). E’ questa che il papa chiama «ecologia integrale».

Il grande scandalo del mondo contemporaneo non sono solo l’inquinamento e il riscaldamento globale, ma – inscindibilmente connesso con questi fenomeni –il fatto che «mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati» (FT n.22).

«Per poter parlare di autentico sviluppo, occorrerà verificare che si produca un miglioramento integrale nella qualità della vita umana» (LS n.147). «Ma così non avviene, perché a garantire questa qualità, attraverso il perseguimento del bene comune, dovrebbe essere la politica e, nel sistema attuale, la politica è sottomessa ad un’economia che «assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto», perché a sua volta è dominata da una finanza che «soffoca l’economia reale» (LS n.109).

L’accusa di Francesco al neocapitalismo

Il pontefice, su questo punto, non usa perifrasi e chiama le cose con il loro nome: «Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo» (LS n.189).

Da qui i diversivi che fanno credere al grosso pubblico che il problema sia una eccessiva natalità: «Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi» (LS n.50).

Sotto accusa è anche la globalizzazione, il cui esito, nelle forme attuali, è di «imporre un modello culturale unico. Tale cultura unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni, perché “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli” (Benedetto XVI, Caritas in veritate )» (LS n.12).

«Alcuni Paesi forti dal punto di vista economico vengono presentati come modelli culturali per i Paesi poco sviluppati, invece di fare in modo che ognuno cresca con lo stile che gli è peculiare, sviluppando le proprie capacità di innovare a partire dai valori della propria cultura» (FT n.51).

Il discorso di apertura del card. Turkson

Nel discorso con cui ha inaugurato i lavori del convegno The Economy of Francesco il card. Turkson, prefetto del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, è partito da queste premesse per sottolineare l’assoluta necessità di «generare una nuova economia», e, più precisamente, di «passare da un’economia liquida a un’economia sociale», e cioè da un’economia «indirizzata al profitto che deriva dalla speculazione e dal prestare con alti interessi», a un’economia «sociale che investa nelle persone creando posti di lavoro e garantendo formazione».

Il fatto che al simposio siano stati invitati e partecipino con entusiasmo dei giovani studiosi e operatori economici esclude che queste parole rimangano nobili esortazioni. Siamo davanti, piuttosto, a linee guida per l’elaborazione di una prospettiva irriducibile a quella oggi ritenuta ovvia.

Il magistero della Chiesa e il capitalismo

Il magistero della Chiesa non ha mai avallato il capitalismo e, anche quando il crollo del marxismo ha dato l’impressione che esso non avesse alternative, Giovanni Paolo II ha avuto cura di sottolineare la differenza tra un’economia di mercato – che i fatti confermavano essere l’unica possibile – e l’interpretazione che di essa dà il neocapitalismo, assolutizzando la logica del profitto.

Si è trattato però, finora, a parte dei predecessori di Francesco, di pese di posizione dottrinali – importanti sul piano teorico, ma poco incisive su quello pratico. Ora, invece, il papa non si limita più a scrivere encicliche, ma si impegna a tradurle in un linguaggio che consente ai princìpi di incarnarsi in precise formulazioni operative.

Di più: dà vita a un movimento di pensiero, in grado di coinvolgere il mondo accademico e quello produttivo, che, partendo dalle evidenti contraddizioni del sistema dominante, non lo attacca – come fu nel Sessantotto – a colpi di slogan e di rumorose contestazioni di piazza, ma elaborando costruttivamente soluzioni alternative.

Due “teologie della liberazione”

Molti hanno notato, in questi anni, l’influsso che la teologia della liberazione ha avuto nella formazione di papa Bergoglio. Alcuni ne hanno fatto un capo d’accusa, definendolo addirittura “comunista”.

Alla base c’è la convinzione che la teologia della liberazione sia una deviazione dottrinale condannata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, in una Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione del 1986. Pochi sanno che, in un altro documento della stessa Congregazione, la Libertatis Nuntius (6 agosto 1984), dopo aver criticato alcune distorte interpretazioni di questa corrente teologica, si dice: «Questo richiamo non deve in alcun modo essere interpretato come una condanna di tutti coloro che vogliono rispondere con generosità e con autentico spirito evangelico alla “opzione preferenziale per i poveri”. Essa non dovrebbe affatto servire da pretesto a tutti coloro che si trincerano in un atteggiamento di neutralità e di indifferenza di fronte ai tragici e pressanti problemi della miseria e dell’ingiustizia».

«Lo scandalo delle palesi disuguaglianze tra ricchi e poveri – si tratti di disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri oppure di disuguaglianze tra ceti sociali nell’ambito dello stesso territorio nazionale – non è più tollerato».

Da questo punto di vista, dice il documento, «l’espressione “teologia della liberazione” designa innanzi tutto una preoccupazione privilegiata, generatrice di impegno per la giustizia, rivolta ai poveri e alle vittime dell’oppressione».

Papa Francesco e la teologia della liberazione

Non è Bergoglio a parlare, ma l’ex Sant’Uffizio, e a capo di esso c’era il card. Joseph Ratzinger. Vi è dunque una teologia della liberazione pienamente in linea con la tradizione della Chiesa, anche se i riflettori si sono più spesso puntati su quei filoni di essa che non lo sono. È appena il caso di dire che papa Francesco si fa coerente portavoce delle istanze che sono alla base della prima e che non solo sono compatibili col Vangelo, ma ne esprimono l’appello a non scambiare il cristianesimo con «un atteggiamento di neutralità e di indifferenza di fronte ai tragici e pressanti problemi della miseria e dell’ingiustizia».

Non sappiamo quali saranno gli esiti a lungo termine del convegno The Economy of Francesco. Posiamo fin da ora prevedere che gli attacchi contro il papa da parte di Viganò, di Bannon, di altri più o meno manifestamente collegati alla destra statunitense, si moltiplicheranno. Ma personalmente sono fiero che la Chiesa di cui faccio parte sia, finalmente, attaccata non perché sta dalla parte dei ricchi, ma perché si è schierata con i poveri.

 

*Pastorale Cultura, Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu 

 

sabato 7 marzo 2020

IL CORONA VIRUS, UN FULMINE A CIEL SERENO

Uno shock che ci costringe a guardare le cose in modo diverso


Probabilmente è troppo presto per capire se l’epidemia del coronavirus (per gli amici, Covid-19) è un “incidente di percorso”, in una storia che sembrava avviata sui binari della necessità, o se pone le premesse perché questa storia abbia una svolta imprevista e imprevedibile. La sola certezza è che lo shock di questa esperienza ci costringe fin da ora a uscire dai nostri schemi consolidati e a guardare le cose in modo diverso.
Un fulmine (e che fulmine!) a ciel sereno
A rendere traumatica tutta questa vicenda sono stati il suo carattere repentino e le sue dimensioni planetarie. Fino all’inizio di gennaio – solo due mesi fa! – nessuno avrebbe potuto sospettare che il mondo fosse sul punto di essere coinvolto in una sfida che lo avrebbe riguardato nella sua totalità, mettendo in crisi l’economia, gli stili di vita, la sicurezza non solo di un Paese, o anche di un continente, ma dell’intero pianeta.
La sorpresa è stata dovuta alla velocità del contagio. Dal 9 gennaio 2020 – il giorno in cui le autorità cinesi hanno comunicato ufficialmente l’apparire, nella città di Wuhan, di un’infezione respiratoria causata da un virus finora sconosciuto – ad oggi, il Covid-19 si è diffuso con una rapidità incredibile, prima in Cina, poi nel resto del mondo, facendosi beffe dei “cordoni sanitari” che tentavano di confinarlo  nel suo luogo, o, almeno nel Paese, di origine.
Così, a differenza di altre varianti di coronavirus apparse nel recente passato – la Sars (più di 8.000 persone contagiate, con 800 morti) e la Mers (solo 840 contagi, ma con 320 decessi) – questo nuovo virus non si è limitato a imperversare prevalentemente in Asia, ma oggi è diffuso in tutti i continenti, con quasi 100.000 contagiati e più di 3.000 morti (numeri ancora provvisori e purtroppo in costante aumento). Dove è evidente la minore percentuale di decessi rispetto alle precedenti epidemie, ma lo è anche l’immensa sproporzione tra la rispettiva capacità di propagazione, da cui deriva un numero maggiore di morti.
Gli effetti sull’economia
Ma, se l’impatto di Covid-19 è probabilmente senza precedenti, negli ultimi cento anni, per estensione, ancora più impressionante è la sua incidenza in profondità sulla vita delle persone.
A cominciare dall’economia. Dalla fine del secolo scorso il sistema capitalistico, dopo il crollo dei regimi socialisti, si era ormai affermato senza alternative. A scuoterlo non era valsa neppure la grande crisi del 2008.
Covid-19 scompiglia i giochi perché non opera al livello delle merci e del denaro, ma a quello delle persone. Come conferma il fatto che neppure l’iniezione di liquidità realizzata da alcune banche centrali, agendo sui soliti meccanismi finanziari, riesce ad arginare la crisi. E il motivo è semplice. È in gioco qui l’umana fragilità.
Produttori di beni o servizi e consumatori si scoprono minacciati nella loro salute e, a cominciare dai cinesi, abbandonano i ruoli loro assegnati dal mercato, i primi assentandosi dai loro posti di lavoro per la malattia o per motivi di sicurezza, i secondi facendo crollare la domanda, soprattutto in settori come il turismo, la ristorazione, lo spettacolo  e i trasporti.
Il Covid-19 smaschera il punto debole del capitalismo
Dietro la logica del profitto, dietro i numeri del Pil, appare improvvisamente il volto di esseri umani che hanno paura, che soffrono, che muoiono. L’economia mondiale, certo, prima o poi si riprenderà. Ma una crepa si è aperta nel ritmo frenetico di una società in cui i ritmi di lavoro erano dettati da regole puramente aziendali. Ora molti sono costretti a fermarsi, perché infettati o perché in quarantena.
E fermarsi è incompatibile con la grande legge della nostra società per cui “il tempo è denaro”. Come lo è l’astenersi dallo shopping, dalle serate in discoteca, dalle crociere. Da tutto quello che faceva funzionare la grande macchina del consumismo. Colpendo le persone – quelle che producono e quelle che acquistano, l’epidemia mette a nudo l’importanza del fattore umano che i numeri mascheravano e lo mette in crisi. Il virus, oltre ad essere cattivo, è sovversivo.
Il Covid-19 irride il sovranismo
Ma anche la politica è interpellata da questa epidemia. Il risorgere delle chiusure nazionalistiche, con l’affermazione più o meno esplicita del sovranismo, ci stava quasi facendo dimenticare che la globalizzazione è incompatibile con la logica del “prima noi”.
E di questa dimenticanza vediamo tuttora gli effetti nel gioco meschino dei tentativi di scaricare sugli altri Paesi le colpe e i danni dell’epidemia, cercando di trarne perfino dei vantaggi per il proprio. L’Italia, dove i sostenitori del sovranismo hanno trovato in questi ultimi due anni un fertile terreno propagandistico, all’insegna dello slogan “prima gli italiani”, dopo una fase in cui ha creduto di poter ancora alzare illusorie barriere protettive, sta ora sperimentando sulla propria pelle, in questi giorni, la vergognosità di questa corsa a demonizzare gli “altri” e l’umiliazione di vedere i propri cittadini respinti indietro.
Ma il coronavirus, nella sua corsa spietata, sta dimostrando di non essere impressionato dalle frontiere e, con la sua malvagità, ci costringe a ricordarci di essere affratellati nella sventura dal nostro essere uomini. Torna alla mente che Einstein, entrando negli Stati Uniti, nel modulo che bisognava riempire, alla voce “razza”, scrisse: “umana”.
Proprio perché non ha nazionalità, Covid-19 ci attacca non perché cinesi o italiani, ma perché esseri umani, in un mondo globalizzato dove si rivelano più che mai vere le parole del poeta inglese John Donne (1573-1651): «Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso./ Ogni uomo è un pezzo del continente,/ una parte del tutto./ Se anche solo una zolla fosse portata via dal mare,/ l’Europa ne è diminuita,/ come se lo fosse un promontorio,/ o una magione amica,/ o la tua stessa casa./ Ogni morte d’uomo mi sminuisce,/ perché io sono parte dell’umanità./ E dunque non mandare mai a chiedere/ per chi suona la campana:/ essa suona per te».
Il virus è cattivo, ma non è sovranista.
Sì, nessun uomo è un’isola
Questo si è verificato anche nei rapporti personali. Qualcuno ha creduto di poter vedere nelle regole di prudenza imposte dal diffondersi dell’epidemia un fattore che conferma e rafforza la tendenza, oggi sempre più diffusa, a prendere le distanze dagli altri.
In realtà, quello che sta succedendo smentisce il mito liberale secondo cui “la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro” , e per cui quindi ognuno, nella sua sfera, è padrone di fare ciò che vuole, purché non valichi il confine che lo separa dall’altro. Il trentottenne di Lodi passato alla cronaca come “paziente 1” non aveva fato altro che esercitare la propria più che legittima autonomia svolgendo una serie di attività che non implicavano alcuna invasione della sfera vitale altrui. Il risultato però è stato che le vite di molte altre persone sono state  egualmente condizionate in modo decisivo dal semplice contatto con lui. E oggi sappiamo tutti che una persona, facendosi “i fatti suoi”, può contagiare altri e, in casi estremi, condannarli a morte. Vale anche per i singoli la verità che “nessun uomo è un’isola”, e che dunque ognuno di noi è responsabile degli altri. E non solo sul piano sanitario. Il virus è cattivo, ma non è individualista.
Riscoprirsi popolo
Un ultimo sconvolgimento che il Covit-19 sta producendo è, in Italia, l’esplodere delle tensioni fra l’accentuato senso dell’autonomia di alcune regioni e l’unità nazionale, che trovano un riscontro nelle polemiche dei partiti di opposizione, fautori di quella autonomia, nei confronti di un governo centrale che spesso dà l’impressione di non avere l’autorevolezza e la compattezza per fronteggiare in modo adeguato l’emergenza.
La sfida stessa del coronavirus ci costringe, oggi, ad andare oltre queste conflittualità non sempre disinteressate. Lo ha detto nel suo discorso alla nazione il presidente Mattarella: «Il momento che attraversiamo richiede coinvolgimento, condivisione, concordia, unità di intenti (…). Alla cabina di regia costituita dal Governo spetta assumere – in maniera univoca – le necessarie decisioni in collaborazione con le Regioni, coordinando le varie competenze e responsabilità. Vanno, quindi, evitate iniziative particolari che si discostino dalle indicazioni assunte nella sede di coordinamento».
Un messaggio chiaro, che richiama, al di là delle legittime autonomie, a riscoprire l’unità nazionale. Il virus è cattivo, ma non è separatista.
Forse c’è qualcosa che varrebbe la pena di non dimenticare
Probabilmente, quando saremo liberati dal flagello del Covid-19, tutto riprenderà come prima. Potremo di nuovo vivere la nostra vita all’insegna della corsa al profitto e ai consumi, illuderci di “difendere” le nostre frontiere da altri esseri umani, rivendicare i nostri sacri diritti senza chiederci che cosa comportano per gli altri, continuare a litigare sulla “autonomia fiscale” delle regioni del Nord.
Non rimpiangeremo certo questi mesi di passione, in cui le nostre vite sono state sconvolte. Forse però dal coronavirus sta venendo una (dolorosa) lezione che può far aprire i nostri occhi sulla relatività di quelle logiche e degli schemi mentali che le supportano. Una lezione che varrebbe la pena di non dimenticare.

* Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.

Scrittore ed Editorialista




domenica 22 gennaio 2017

LE PENTOLE DEL DIAVOLO - Pochi ricchi e miliardi di poveri!

LA RICCHEZZA
 DEL MONDO 
IN MANO A POCHI      NABABBI

di Giuseppe Savagnone

Chi lo dice che le cose non cambieranno mai? Cambiano, eccome! Solo che noi non ce ne accorgiamo, anche perché, nella ridda di notizie inutili (a quanto pare Brad Pitt ha una nuova fiamma!) da cui siamo tempestati ogni giorno, nessuno ci informa dei cambiamenti veramente importanti. Un’eccezione a questo silenzio è il recentissimo rapporto della Oxfam – una confederazione internazionale composta da 18 organizzazioni di Paesi diversi – , da cui risulta che le disuguaglianze economiche a livello mondiale si accrescono a una velocità vertiginosa. Nel 2010 erano i 388 uomini più ricchi a possedere quanto la metà più povera del pianeta (oltre 3 miliardi e mezzo di persone). Dopo soli quattro anni, nel 2014, per realizzare questa equivalenza, ne bastavano 80. Nel 2015, 62. Oggi, secondo i dati pubblicati nel rapporto, ad avere da soli quanto tutti i miserabili della terra messi assieme (426 miliardi di dollari!), sono in 8. Possiamo leggere i loro nomi sulla famosa rivista «Forbes»: Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffet, Carlos Slim, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison, Michael Bloomberg.
Attenzione: non si tratta soltanto di geni solitari che si sono fatti da sé. È il meccanismo dell’economica neo-capitalistica oggi dominante a produrre questi effetti. I soggetti sopra elencati sono, infatti, in buona compagnia, se è vero che nel 2015 si è calcolato che l’1% più ricco dell’umanità possiede più del restante 99%. Non è l’eredità del passato: la forbice si è andata sempre più allargando in questi ultimi decenni. Tra il 1988 e il 2011 il reddito medio del 10% più povero della popolazione mondiale è aumentato di 65 dollari, meno di 3 dollari l’anno, mentre quello dell’1% più ricco di 11.800 dollari, vale a dire 182 volte tanto. Il tutto legato ai processi economici e finanziari che non fanno capo solo a singoli individui, ma a potenti aziende: nel biennio 2015/2016 dieci tra le più grandi multinazionali hanno realizzato complessivamente profitti superiori a quanto raccolto dalle casse di 180 Paesi del pianeta.

L’Italia non fa eccezione alla regola. Stando ai dati del 2016, l’1% più facoltoso della popolazione ha nelle mani il 25% della ricchezza nazionale netta. I primi 7 miliardari italiani posseggono una ricchezza superiore a quella complessiva del 30% più povero dei nostri connazionali. E anche nel nostro Paese il processo è in corso di svolgimento. La classe media, che ne era il tessuto base, si sta disfacendo. Pochi diventano sempre più ricchi, la maggior parte scivola inesorabilmente nella povertà……..