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sabato 28 marzo 2026

IL TARLO DEL CAPITALISMO


 
Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza 

tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta

 lasciando le democrazie del XX secolo

 per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste.


-di Luigino Bruni

Qual è il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà? È ambivalente e ambiguo. Per capirlo dobbiamo tener presente un dato fondamentale, che al centro del sistema capitalista c’è un nucleo duro che vive e cresce guidato da un solo unico obiettivo: la massimizzazione razionale di profitti e sempre più di rendite. Per i grandi attori globali, tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare, inclusi i vincoli ambientali, sociali, fiscali. Tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine. 

Tra i mezzi usati dal capitalismo ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è pragmatico, e quindi se in una regione del Pianeta c’è democrazia e pace, usano pace e democrazia per i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se qualche grande potentato economico intravvede in scenari bellici e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, la natura profonda di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi. 

Pensiamo, per un grande esempio storico, all’avvento del fascismo in Italia. Non avremmo avuto nessun ventennio fascista senza la scelta delle elites industriali e finanziarie italiane (da Agnelli a Pirelli) di usare quel gruppo di squadristi picchiatori per proteggersi dal «pericolo rosso» del comunismo. Quel capitalismo italiano (la gran parte di esso) non ebbe nessun scrupolo ad abbandonare democrazia, libertà, libero mercato e favorire l’emergere del regime fascista. Nel 1933 Mussolini dirà: «Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico». Se e quando necessario, lo spirito del capitalismo diventa l’opposto dello spirito della democrazia, e finisce per coincidere con lo spirito bellico di conquista. Perché anche il mercato è uno dei mezzi che il capitalismo qualche volta usa, se e quando meglio serve gli interessi dei capitalisti. 

Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta lasciando le democrazie del XX secolo per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste. Ieri le paure erano quelle «rosse» (che comunque restano sempre all’orizzonte dell’Occidente), oggi sono quelle dell’immigrazione, di una globalizzazione troppo rapida, del cambiamento climatico (cui si risponde negandolo), dell’impoverimento della classe media. 

Chi ama la pace, la democrazia e il mercato civile deve sapere che sono all’orizzonte anni molto difficili, e dobbiamo attrezzarci da subito per una forte resistenza culturale.

Messaggero di Sant'Antonio

sabato 20 settembre 2025

UN'ANALISI DEL TRUMPISMO

 


IL PRIMO GENOCIDIO MERCANTILE DELLA STORIA

di Giuseppe Savagnone 

È ora di prendere atto che, in soli otto mesi – dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca – , Donald Trump ha configurato con le sue parole e le sue scelte un modello culturale e politico radicalmente diverso da quello a cui il mondo occidentale, e gli stessi Stati Uniti, erano abituati, e che potremmo, per comodità, chiamare “trumpismo”.

Si può apprezzarlo e condividerlo, o criticarlo e perfino detestarlo, ma non negare che siamo davanti a qualcosa di nuovo.

Ne troviamo conferma, in questi giorni, da due notizie apparse sulle prime pagine dei giornali e che apparentemente non hanno nulla in comune. 

Una riguarda le parole del ministro israeliano ultra-ortodosso Bezalel Smotrich, secondo cui Gaza sarà «una miniera d’oro immobiliare» e sono stati «avviati negoziati con gli americani» per la spartizione della Striscia, in modo che la ricostruzione «si paghi da sola».

È il pieno coronamento del progetto annunciato dal presidente americano il 4 febbraio scorso, in cui aveva annunciato a un mondo incredulo la sua intenzione di far sorgere a Gaza, sulle macerie della guerra di sterminio condotta da Israele, un resort turistico di lusso. «Penso che lo trasformeremo in un posto internazionale, bellissimo», aveva detto soddisfatto. «Sarà la rivière del Medio Oriente».

Quanto ai gazawi, avrebbero dovuto essere «trasferiti» in altri paesi – si parlava di  Giordania ed Egitto, ipotesi poi tramontata e sostituita da altre -, dove si sarebbero trovati, secondo il presidente, molto meglio che a casa loro. 

Una prospettiva che il premier israeliano Netanyahu aveva salutato come una «visione rivoluzionaria e creativa» che apriva «molte possibilità» per Israele.  Conosciamo tutti gli esiti di questa visione.

Scriveva poco più di un mese dopo, in aprile, il quotidiano di Gerusalemme «Haaretz»: «Non è più una guerra, ma un assalto sfrenato ai civili. In assenza di veri obiettivi militari, Israele sta conducendo un’offensiva sconsiderata contro coloro che non sono in alcun modo coinvolti nella lotta». Perfino mentre facevano la fila per avere un po’ di cibo. Puro terrorismo in vista di una pulizia etnica, autorizzata dagli Stati Uniti.

Perfino agli opinionisti e ai governi occidentali, che per quasi due anni hanno cercato di giustificare o di minimizzare ciò che avveniva a Gaza, è ormai impossibile chiudere gli occhi su quello che la Commissione indipendente dell’ONU ha definito, recentemente, un genocidio.

Il primo, nella storia umana, dichiaratamente ispirato alla logica mercantile del neocapitalismo. I nazisti volevano spazzare via gli ebrei perché li odiavano. Trump non ha nulla contro i palestinesi, ma sostiene Israele nel suo progetto di eliminarli o cacciarli perché ha bisogno della loro terra per farci un resort di lusso, che frutterà miliardi di dollari agli investitori.

Il narcisismo esibizionista

C’è un’altra differenza: i nazisti non esibivano ai quattro venti il loro piano; il presidente americano sì. Ha fatto il giro del mondo il video, da lui creato e postato, in cui lui e il premier israeliano Netanyahu, in vacanza a Gaza, stanno comodamente sdraiati in costume da bagno, al bordo di una lussuosa piscina, sullo sfondo di modernissimi grattacieli e di una enorme statua d’oro raffigurante Trump. Il narcisismo è un elemento essenziale del trumpismo ed implica l’ostentazione mediatica.

Lo stesso è accaduto per «la più grande operazione di deportazione nella storia americana», per cui ora è in corso negli Stati Uniti un vera e propria caccia all’uomo, affidata a squadre di volontari di estrema destra, che hanno il mandato di fermare per strada e di bloccare chiunque possa apparire loro sospetto.

Anche qui la Casa Bianca ha con orgoglio mostrato su internet le foto di persone incatenate, in divise carcerarie, in fila per salire su un aereo o inginocchiate. Una compiaciuta umiliazione della dignità umana che è ben altro dal voler far rispettare le leggi sull’immigrazione.

La commistione tra politica ed economia

La vicenda di Gaza è, però, solo un esempio della mescolanza di politica ed economia tipica del trumpismo. I sotterranei retroscena economici di imprese militari e scelte politiche non sono certo una novità. Ma Trump è il primo che non li nasconde, con una chiarezza che i suoi sostenitori chiamano sincerità e i suoi avversari spudoratezza.

Lo avevano erroneamente definito un isolazionista. Ma il presidente americano, per «rendere di nuovo grande l’America», non vuole limitarsi a valorizzare le sue risorse. Vuole anche quelle degli altri.

Lo si è visto chiaramente nella sua gestione della crisi ucraina, caratterizzata da oscillazioni e contraddizioni che hanno disorientato tutti, ma fermamente protesa a un preciso obiettivo: la concessione dello sfruttamento delle terre rare ucraine – l’unico conseguito finora in questi mesi di trattative.

La stessa logica ha caratterizzato il recente viaggio di Trump nel Medio Oriente, dove del massacro in corso dei palestinesi non si è neppure accennato, ma in compenso sono stati stipulati accordi miliardari con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. E non a caso l’attacco alla capitale del Qatar ha dato luogo all’unico “alt” del presidente americano all’arrogante aggressività di Israele, perché lì sono in gioco dei soldi, e parecchi.

E in questo contesto si capisce il ricorso, da parte di Trump, all’arma dei dazi come ritorsione nei confronti di paesi insofferenti alle sue intromissioni, come nel caso del Brasile, penalizzato per non avere ceduto alle sue pressioni nel processo contro l’ex presidente golpista Bolsonaro.

Ma, più in generale, la commistione della politica con l’economia ha caratterizzato  tutta la battaglia doganale scatenata dal Tychoon con accuse e minacce, costringendo paesi che un tempo erano amici e alleati degli Stati Uniti a un umiliante condizione di vassallaggio.

Il diritto della forza

E questo ci porta a un altro aspetto essenziale del trumpismo, che è l’identificazione del diritto con la forza. La sua minaccia di conquistare, anche con le armi, la Groenlandia, strappandola a un paese amico, la Danimarca – che, secondo il trattato della NATO, gli Stati Uniti dovrebbero difendere in caso di aggressione! – , senza altro motivo che i propri interessi, è in evidente contraddizione con tutte le regole che la comunità internazionale si è data, in questi ultimi decenni, per sottrarre la competizione tra gli Stati alla legge della giungla.

Gli Stati Uniti per tutto questo arco di tempo sono stati visti come il principale garante dei valori che rendono la democrazia preferibile a tutti gli altri sistemi di governo. Nella versione trumpista sono solo un pericoloso vicino, di cui avere paura.

Un’ondata di odio

La seconda notizia a cui molti media hanno dato risalto è la sospensione di un programma televisivo satirico famoso negli Stati Uniti, quello curato da Jimmy Kimmel, in seguito alle minacce di Trump di togliere la licenza alla rete televisiva ABC che da anni lo trasmetteva.

Episodio che fa seguito a una campagna di epurazioni scatenata nei confronti di tutti gli organi informazione democratici dopo l’assassinio di Charlie Kirk.

In questo momento, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Italia, si è scatenata una battaglia mediatica e politica che mira a criminalizzare chiunque avesse idee diverse da quelle dell’attivista di destra, attribuendogli la responsabilità della sua morte.

Bersaglio di queste accuse negli Stati Uniti sono i democratici, ma l’episodio è diventato un pretesto, anche in un contesto politico diverso, com’è quello italiano, per attaccare chiunque non condivida le posizioni della destra. «Il suo sacrificio ci ricorda ancora una volta da che lato sta la violenza e l’intolleranza», ha detto Giorgia Meloni in un videomessaggio a «Vox».  

Un’accusa palesemente priva di fondamento, visto che l’assassino di Kirk,  cresciuto in una famiglia di destra e assolutamente estraneo a qualunque movimento della sinistra, non ha mai avuto nulla a che fare con la “sinistra” e, incidendo il titolo della canzone “Bella ciao” sui proiettili, ha evidentemente seguito una moda genericamente anticonformista e libertaria.

La beatificazione di un martire

Kirk, però, non è solo un’occasione che il trumpismo sta usando per demonizzare gli avversari. Puntando anche sulla sua fede religiosa evangelica, lo si sta trasformando in un’icona, di cui il trumpismo aveva bisogno per contrapporla a quelle della “sinistra”, come Martin Luther King.

Da qui non solo la richiesta, in diverse assemblee istituzionali, di osservare un minuto di silenzio in sua memoria, ma un vero e proprio parallelismo col processo di beatificazione dei santi nella Chiesa cattolica.

Leggiamo in un articolo intitolato «“Santo subito” il martire Kirk (non cattolico)», firmato Andrea Morigi, sul quotidiano «Libero» del 17 settembre, che dopo l’assassinio del giovane attivista di destra, «pare stiano avvenendo conversioni religiose di agnostici e che cattolici assenti dalla pratica religiosa da vent’anni tornino a messa (…). L’amministratore del social network conservatore Gab ormai aggiunge alla propria firma un «Cristo è Re», circolano santini con Charlie che reca la palma del martire o accolto a braccia aperte da Gesù (…). Quelli di natura spirituale consuetamente sono i primi miracoli, quelli che costruiscono e provano la cosiddetta “fama di santità”, necessaria a introdurre una causa di beatificazione secondo i canoni della Chiesa cattolica. Per le guarigioni straordinarie e i fatti prodigiosi di natura soprannaturale, ci sarà tempo».

Viene spontaneo osservare che, se si vuole celebrare come martire chi viene ucciso per le sue idee, non si capisce perché il minuto di silenzio, i santini, le veglie di preghiera, non debbano essere dedicati anche a Melissa Hortman, figura di spicco del partito democratico in Minnesota, ritrovata uccisa con suo marito in quello che dagli inquirenti è stato senz’altro classificato come un delitto politico.

A quanto pare, però, non basta la dedizione a un ideale a meritare la palma del martirio, bisogna che questo ideale sia quello giusto. Ora, con tutto il rispetto, è così sicuro che sia questo il caso di Kirk? Non era certo un mostro, come qualcuno  ha sostenuto. Ma tutte le sue affermazioni – oggi disponibili perché riprese puntualmente da The Charlie Kirk Show – sono nella stessa logica di intolleranza verso i “diversi” che caratterizza tutta la posizione trumpista, di cui Kirk è stato non solo un seguace, ma un protagonista e in qualche modo un artefice.

Leggendole si coglie la sua profonda incapacità di guardare come a un interlocutore degno di rispetto chi non condivideva la sua fede politica –  «Il Partito Democratico americano odia questo Paese. Vogliono vederlo crollare» (20 marzo 2024) – , la sua fede religiosa – «Abbiamo detto che l’Islam non è compatibile con la civiltà occidentale» (24 giugno 2025). «L’Islam è la spada che la sinistra sta usando per tagliare la gola all’America» (8 settembre 2025) – , la sua idea di identità sessuale – «Dobbiamo organizzare un processo in stile Norimberga per ogni medico di una clinica che si occupa di gender» (1 aprile 2024).

Il suo era, insomma, un perfetto esempio di ciò di cui Trump, dopo l’omicidio, ha accusato la sinistra: la «demonizzazione di coloro con cui non si è d’accordo». Certo, lo faceva solo a parole. Ma i discorsi, come le idee che essi esprimono, non sono innocenti.

Meno che mai quando arrivano a sostenere un genocidio, come nel caso di Kirk, che Netanyahu ha definito «un amico coraggioso di Israele», attribuendogli il merito di essersi «eretto a difesa della civiltà giudeo-cristiana». 

Una difesa che il  trumpismo – negli stati Uniti  al pari che in Italia – pretende  di rappresentare, contro il nichilismo della cultura “woke”, senza rendersi conto di esserne solo l’altra faccia, non meno drammaticamente disumana.

 www.tuttavia.eu  

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venerdì 12 maggio 2023

UNA CASA CHE NON SI TROVA


 - di Giuseppe Savagnone*

 

Le tende contro il mercato

Il moltiplicarsi delle tende impiantate dagli studenti davanti alle sedi universitarie è diventato il simbolo di una protesta che immediatamente riguarda il costo eccessivo degli affitti e che ha, però, anche altri significati su cui vale la pena di soffermarsi.

Ma cominciamo dal livello più immediato, quello logistico. Il caro-affitti, nelle città universitarie, ha raggiunto livelli insostenibili (si calcola che nel giro di due anni l’aumento sia stato del 20%). E colpisce la fascia più vulnerabile degli studenti, quelli fuori-sede. Ragazzi le cui famiglie fanno già grandi sacrifici per mantenerli agli studi accollandosi, oltre il costo delle tasse universitarie, anche quello del mantenimento in una città diversa dalla propria.

Ragazzi, bisogna aggiungere, che vivono loro stessi una condizione problematica, lontani come sono dal luogo dove sono cresciuti e dove, oltre a poter contare sulla famiglia, hanno una rete di amicizie, a volte anche legami sentimentali, che tentano disperatamente di mantenere malgrado la distanza materiale, attraverso Whatsapp o Skype, sperimentando però sulla loro pelle la differenza tra i rapporti “veri” e quelli solo virtuali.

La maggior parte proviene dal Sud, che ormai da diversi anni conosce un esodo di cervelli e di competenze a favore delle università del Nord. Un fenomeno disastroso per il Meridione, che risulta così sempre più desertificato, spogliato com’è delle sue risorse umane più qualificate. Dove il problema non è tanto il livello dei docenti – ce ne sono di ottimi anche negli atenei meridionali – ma le diverse opportunità che si aprono a livello lavorativo, già prima della laurea, a uno studente che esce da una università di Milano o di Bologna e uno che acquisisce lo stesso titolo in quella di Palermo.

Sono questi giovani “migranti” che le cosiddette “leggi del mercato” costringono a vivere, nelle città dove studiano, accampati in alloggi spesso squallidi, condivisi con estranei, pagati a prezzi esorbitanti, sfruttando il bisogno assoluto che essi hanno di trovare comunque un tetto. Ennesimo esempio di come la società neocapitalista sia organizzata in modo da penalizzare i più deboli, al di fuori di ogni criterio di umanità.

Risposte inadeguate

Questa situazione ha radici remote e non può certo essere imputata a un governo in carica da pochi mesi che ora, davanti al montare del malcontento, sta cercando di tamponare, sbloccando 660 milioni destinati ad attenuare, se non a risolvere, il disagio.

Ciò che può essere imputata alla destra al governo, invece, è la rozzezza della risposta che alcuni dei suoi membri ha ritenuto di dare alla protesta dei ragazzi. Spicca quella del ministro della Pubblica Istruzione, Valditara, che non perde occasione per mostrare la sua difficoltà culturale a sintonizzarsi con le istanze educative a cui il suo ministero dovrebbe rispondere.

Aveva già dato prova di sé stigmatizzando pubblicamente la bella lettera in cui una preside di Firenze aveva richiamato gli studenti del suo liceo a ribellarsi alla cultura dell’indifferenza e a rimanere vigili contro ogni forma di violenza e di chiusura.

 Adesso, davanti a una protesta che esprime disperazione, il ministro ha ritenuto opportuno spostare il discorso sul piano della polemica partitica, precisando che la responsabilità della situazione è dei sindaci di sinistra. Una lettura che ha indignato perfino un altro membro del suo stesso governo, Anna Maria Bernini, la responsabile dell’Università, la quale ha sottolineato, in polemica col collega, che il problema va affrontato ben al di là delle beghe di parte.

Altrettanto scoraggiante è stata la reazione di Matteo Savini, ministro delle Infrastrutture, che, nella fretta di sfruttare retoricamente la situazione, ha deprecato che nel suo dicastero non ci sia mai stata «una direzione riservata agli affitti degli studenti, degli impiegati, degli operai» e si è personalmente impegnato a crearla, salvo a scoprire che l’ufficio c’è già e che era lui a non conoscerne l’esistenza. A conferma delle accuse che gli vengono rivolte di dedicarsi più ai giri elettoli nelle piazze che al suo lavoro di ministro.

A queste “uscite a vuoto” fanno eco quelle dei giornali di destra, come «Libero», che ha titolato, in prima pagina: «Fatevi il mazzo non la tenda» e il cui direttore, Vittorio Feltri, nel suo editoriale, scrive che «è ovvio, un’antica abitudine, che le persone poco abbienti (…) pretendano comunque di vivere come i ricchi. Esse non ragionano ma voglio ottenere certi beni (…). Non sanno, o non vogliono sapere, che in tutte le capitali, non solo d’Europa, un monolocale costa un occhio della testa quanto nei pressi della nostrana Madonnina». E si appella al «mercato», contro cui «è assurdo protestare».

Un disagio più profondo

Ma l’immagine di questi ragazzi e ragazze che hanno dovuto trasferirsi nelle tende, per far capire a una società di adulti la loro condizione, evoca un disagio più profondo di quello riguardante il caro-affitti. Il nostro non è un paese per giovani. Basti pensare al problema del lavoro. Il caso di quelli del Sud, che, per sperare di trovarne uno, devono andare a studiare e a vivere lontano dalle loro case, è emblematico.

Ma il problema riguarda le nuove generazioni nel loro complesso. Pochi decenni fa si cominciava a lavorare prima dei venticinque anni. Oggi quasi dieci anni dopo. E l’impiego, che una volta nella maggior parte dei casi era definitivo, ora è quasi sempre a tempo determinato, lasciando aperta l’incognita del futuro. (Proprio nel Consiglio dei ministri del 1° maggio, che voleva simbolicamente evocare la centralità del lavoro agli occhi del governo, si è incrementato il sistema dei voucher, favorendo ulteriormente lo sfruttamento del precariato).

La ricaduta sulla possibilità di questi giovani di mettere su una famiglia è sotto gli occhi di tutti. Ci si sposa sempre più tardi. Nell’attesa si convive. La tanto deprecata diminuzione della natalità è una conseguenza inevitabile sia di questi matrimoni tardivi, rispetto ai tempi di fecondità della coppia, sia dell’incertezza del “tempo determinato”, sia dalla mancanza, soprattutto nel Meridione, di quella rete di supporti e di servizi che in altri paesi rendono possibile alle donne di affrontare la maternità senza dover rinunziare al lavoro.

Se l’essere attendati è un simbolo di provvisorietà e di fragilità, se confrontato con l’abitare in una vera casa, la protesta delle tende esprime bene non solo l’esclusione di questi giovani da appartamenti troppo cari, ma una condizione esistenziale che li tiene ai margini della società e li deruba del futuro.

La nostalgia di una vera “casa”

Vi è, infine, un terzo livello di significato, a cui l’immagine degli studenti accampati nelle nostre piazze fa pensare. Al di là del luogo materiale in ci si può vivere, al di là di un contesto sociale ed economico accogliente in cui essere inseriti, ciò di cui i giovani oggi vivono la mancanza è un orizzonte di valori che consenta loro di dare un senso ai loro problemi e alle loro esperienze. Perché noi adulti, a nostra volta, non abbiamo più certezze e non siamo in grado, perciò, di comunicarle ai nostri figli.

Viviamo in un mondo in cui gli imponenti palazzi delle ideologie sono miseramente crollati. Per certi versi bisogna rallegrarsene, perché queste belle costruzioni facevano pagare la sicurezza con la rinunzia a pensare. Il guaio è che al loro posto è rimasto il vuoto. E anche il vuoto non favorisce la riflessione e la ricerca, perché spinge le persone a riempirlo moltiplicando gli stimoli superficiali e i miraggi illusori che possono fare da surrogato al senso, fino al punto da dimenticare che se ne ha disperatamente bisogno.

È questa la condizione di tanti giovani che al vuoto si sono arresi. Emblematico il caso dei NEET (Not in employment, education or training) – persone che non studiano, non lavorano né cercano lavoro – , che in Italia rappresentano il 25,1% della popolazione compresa tra i 15 e i 34 anni (circa tre milioni di giovani). Ma tanti altri, che pure sono studenti o lavoratori, si sono abituati a questa desertificazione valoriale e l’accettano come normale.

Da questo punto di vista la tenda – riparo, ma provvisorio – può essere il richiamo alla consapevolezza che non ci si può rassegnare a non avere una casa e che quella in cui abitiamo attualmente non lo è.

 

* Scrittore ed Editorialista. Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu

Foto: Repubblica