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venerdì 16 ottobre 2026

ESSERE O APPARIRE ?

 


Gesù denuncia l’ipocrisia religiosa e richiama all’essenziale: giustizia, misericordia, verità interiore. 

Accoglie i peccatori perché, riconoscendo la propria fragilità, possono aprirsi alla misericordia e ricominciare. 

-di Ludwig Monti 

Parole “dure” di Gesù? 

Verso la fine del Vangelo secondo Matteo, al capitolo 23, ascoltiamo parole apparentemente “dure” di Gesù, che in realtà rivelano la purezza del suo cuore e la sua profonda autorevolezza. Anzitutto egli pronuncia una requisitoria profetica contro gli uomini religiosi (vv. 1-12), cui fa seguire i famosi sette “Guai!” (vv. 13-36). “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti scribi e farisei”: Gesù comincia prendendo di mira quanti, nell’istituzione religiosa, si comportano – allora come oggi – quali “letteralisti” (scribi) e duri “rigoristi” (farisei). Non a caso san Girolamo, commentando questa pagina evangelica, scriverà: “Guai a noi, che abbiamo ereditato i vizi di scribi e farisei!”. O abbiamo forse dimenticato le parole analoghe che papa Francesco, ispirato da queste affermazioni di Gesù, ha rivolto a ogni credente cristiano, in particolare a quanti nella Chiesa rivestono ruoli di potere? “Dicono e non fanno”. È l’esatto contrario dello stile di Gesù: egli era affidabile, credibile, perché diceva ciò che pensava e faceva ciò che diceva. Da questa integrità nasceva la sua affascinante autorevolezza, ben diversa da quella dei professionisti della religione (cf. Mt 7,28-29). 

Un esame di coscienza 

“Legano infatti fardelli pesanti e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”. 

Questa immagine ci spinge a un sincero e lucido esame di coscienza, per evitare la doppiezza e l’ipocrisia di chi chiede agli altri ciò che mai si sogna di mettere in pratica in prima persona. A tale realtà si contrappone la prassi di Gesù, volto visibile del Padre invisibile: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo… Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30). Senza soluzione di continuità, Gesù mette in luce il movente profondo dell’agire ipocrita: “Agiscono per essere ammirati dalla gente”. È la comica patologia del voler apparire belli agli occhi altrui, a prescindere dalla propria reale condizione interiore, senza rendersi conto che così si assomiglia a “sepolcri imbiancati, belli all’esterno, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume”. 

I “guai”, in vista della conversione 

Seguono i veri e propri “guai” pronunciati da Gesù: sette volte, numero che biblicamente indica una pienezza. I “guai” non sono maledizioni, bensì avvertimenti, aspri richiami in vista della conversione; invettive e, insieme, lamenti pronunciati da chi continua a sperare che i destinatari ritornino a Dio. Il profeta Gesù si serve di questa forma molto attestata nelle Scritture (cf. Is 1,4; 5,8-24; Ger 22,13 eccetera) per risvegliare i suoi interlocutori e, nel contempo, per risvegliare anche noi. 

“Il guai è denunzia del peccato, minaccia del giudizio, che può essere ancora evitato con la conversione; quando poi essa è rifiutata, diviene annunzio profetico della catastrofe ormai ineluttabile, ma senza alcun senso di vendicativo compiacimento” (Vittorio Fusco). È sufficiente ascoltare il primo della serie dei sette “guai” per capire l’intenzione di Gesù: “Guai a voi che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare”. Servono forse commenti? Direbbe altrove lo stesso Gesù: “Chi può comprendere, comprenda” (Mt 19,12). 

La denuncia dell’ipocrisia 

Più in generale, il vero bersaglio di Gesù in questo discorso è l’ipocrisia, il comportamento di chi “fa tutte le sue opere per essere ammirato dalla gente”. L’ipocrita privilegia l’apparire sull’essere, a costo di recitare una parte davanti agli altri. 

L’ipocrisia è la non sincerità eretta a comportamento sistematico, al fine di ricevere l’applauso altrui: così si perde il contatto con la propria verità, fino a credere di essere come si appare, compiendo sforzi inverosimili per costruire il proprio personaggio. Gesù individua due manifestazioni tragicomiche dell’ipocrisia: l’abitudine a “filtrare il moscerino e ingoiare il cammello”, cioè concentrarsi sui piccoli scrupoli religiosi tralasciando l’essenziale della Torah e del Vangelo: la giustizia, la misericordia e la fedeltà; – il privilegiare l’esteriorità sull’interiorità, come chi pulisce l’esterno del bicchiere e del piatto trascurando l’interno. Il commento migliore sono le sue stesse parole: “Non ciò che entra nell’uomo lo rende impuro, ma ciò che esce dall’uomo!” (cf. Mt 15,11). Gesù, che ha sempre cercato la sua “ricompensa” nel segreto del rapporto con il Padre (cf. Mt 6,4.6.18), è impietoso nel condannare l’ipocrisia, che desta tristezza perché contiene già in sé le sue conseguenze. 

Non a caso, nel discorso della montagna aveva detto che gli ipocriti che desiderano gloria per sé “hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6,2.5.16). 

Ispirati da queste parole, possiamo chiederci: perché Gesù amava la compagnia dei peccatori pubblici, preferendola a quella dei pretesi impeccabili, dei “giusti incalliti”, al punto da essere definito “un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11,19)? Perché sapeva che ogni essere umano è peccatore, ma chi lo è in modo pubblicamente riconosciuto non può nascondersi e, spinto dalla vergogna, non ha più nulla da perdere: può ricominciare, disponendosi a invertire la rotta, accogliendo il perdono misericordioso di Dio e cambiando comportamento. Ciò comporta la lotta quotidiana contro l’abbaglio di voler apparire piuttosto che essere; richiede la sana autoironia di chi si sa fallibile; esige l’onestà con sé stessi, che dovrebbe farci arrossire non dei peccati, ma delle maschere che inventiamo per nasconderli. Proprio come scriveva Isacco di Ninive, grande santo del VII secolo: “Colui che conosce i propri peccati è più grande di colui che risuscita i morti”. Ecco il Vangelo nel suo luminoso splendore: la strada privilegiata per conoscere Dio è essere consapevoli della propria qualità di peccatori. Il peccato riconosciuto con franchezza diventa occasione per fare esperienza del Padre e aprirsi alla sua misericordia preveniente. Non è mai tardi per aprire le finestre e lasciar entrare il fresco profumo di questa buona notizia. 

 Fonte: Eco di San Gabriele

 Immagine

sabato 5 ottobre 2024

E' LECITO ?


XXVII Domenica 

del Tempo Ordinario 

 

Vangelo: Mc 10,2-16

 


Commento di S.B. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

Nel brano di Vangelo di oggi (Mc 10,2-16) vediamo che Gesù, ormai arrivato in Giudea (Mc 10,1), viene interrogato da alcuni farisei circa la possibilità per un uomo di ripudiare la propria moglie.

 Una porta che ci permette di entrare questa Parola la troviamo all’inizio del dialogo, quando i farisei chiedono se il ripudio è lecito (Mc 10,2). Poco più avanti, gli stessi farisei affermano che Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio con cui separarsi dalla moglie (Mc 10,4).

 A questi farisei interessa dunque sapere cosa si può fare e cosa non si può fare, cosa è permesso dalla Legge e cosa non lo è. Non pensano di poter decidere da soli, con la propria coscienza, davanti a Dio. Non pensano neppure che è nell’intimo del cuore che è dato di conoscere l’unica legge che Dio ha dato all’uomo, quella dell’amore.

 Dietro a queste domande c’è dunque un modo diverso di concepire la vita di fede, la relazione con Dio e con gli altri, la vita stessa. La vita di fede per quei farisei consiste nell’osservare alcune norme, nello stare dentro alcuni limiti. Fatto questo, si è autorizzati a sentirsi a posto, con Dio e con tutti.

 Non illudiamoci che questo modo di pensare appartenga solo ad alcuni, a gente un po’ fanatica della legge: dietro la domanda di Pietro su quante volte bisogna perdonare c’è, in fondo, la stessa logica (Mt 18,21).

 Ed è anche, questo, un modo comodo di vivere la vita, perché la legge ci è necessaria, e Gesù non parla contro la legge. La legge serve per garantire il minimo necessario. Mette un limite al nostro dovere, non ci chiede nessuno spazio di gratuità, non ci porta oltre ciò che è giusto. La legge, in fondo, giustifica il nostro egoismo, il nostro cuore duro (“Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma” - Mc 10,5).

 Gesù sposta completamente l’asse del discorso: il riferimento per la nostra vita di fede e per il nostro agire etico non è più esclusivamente la legge, ma ciò per cui la nostra vita è creata, la vocazione a cui ciascuno è chiamato, l’altissima dignità insita nel disegno con cui Dio ha voluto creare l’uomo. Non la legge è il criterio di discernimento, ma la vocazione di ciascuno. Non qualcosa di esterno, che dal di fuori ci dice cosa fare. Ma qualcosa di interno, che da dentro ci dice chi siamo.

 Per sapere cosa dobbiamo fare, bisogna guardare a ciò che possiamo fare: possiamo avere compassione, possiamo accogliere, possiamo fare attenzione, possiamo perdonare…; possiamo vivere a somiglianza della vita di Dio.

 Richiamando il principio della creazione (“Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina” – Mc 10,6) Gesù ricorda ai suoi interlocutori proprio questo. E lo fa per dire che la “misura” della nostra vita non potrà essere definita da una norma a cui obbedire, ma dalla realizzazione di questo progetto originario, che chiama l’uomo ad un esodo continuo verso un di più di vita, che non sarà mai pienamente raggiunto.

 Il disegno originario è quello di essere capaci di amare nella fedeltà, ovvero di tenere aperto il proprio cuore all’altro, avendo cura dei propri legami e delle proprie relazioni, prima di ogni altra cosa.

 Non si tratta quindi di obbedire ad una legge, ma ad una persona, alle persone che amiamo, e di farlo anche quando questa obbedienza ci chiede di donare la vita.

 Se la legge, dunque, tende a definire il minimo da fare per potersi considerare giusti, un argine sotto il quale non scendere, la legge dell’amore, al contrario, offre un cammino di crescita graduale, apre la vita alla possibilità di crescere in umanità.

 Non solo la protezione di una soglia minima, perché la legge dell’amore non può fissare un limite, e non è mai uguale per tutti.

 L’importante è non accontentarsi di avere la coscienza a posto, ma mettersi continuamente in cammino verso l’altro, ricominciando sempre a conoscerlo e ad amarlo.

 + Pierbattista

Patriarcato di Gerusalemme


venerdì 3 novembre 2023

IL DIO DEI VIVENTI

    UNO SOLO E'
 IL VOSTRO MAESTRO

  - Vangelo: Mt 23,1-12

 In quel tempo Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli 2dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. 4Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, 7dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbì» dalla gente. 8Ma voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. 9E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. 10E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 11Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; 12chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

  Commento di Enzo Bianchi

 Nel vangelo secondo Matteo, dopo diversi scontri e controversie tra Gesù e scribi, sacerdoti, farisei (cf. Mt 21,23-22,46), durante il suo ultimo soggiorno a Gerusalemme, egli pronuncia un lungo discorso, il penultimo, prima di quello escatologico. Si tratta di una raccolta di invettive e di ammonizioni indirizzate da Gesù proprio a quei suoi avversari che tante volte lo avevano contraddetto, gli avevano teso tranelli, lo avevano messo alla prova, lo avevano calunniato e insidiato con giudizi e complotti. Questo discorso, registrato al capitolo 23, è duro, e può meravigliarci di trovarlo sulla bocca di chi con misericordia perdonava i peccatori, mangiava con loro e li faceva sentire amati da Dio, anche se non meritavano tale amore. Gesù – possiamo dire – attacca i legittimi pastori del suo popolo, i dirigenti, quelli che erano riconosciuti esperti delle sante Scritture, che erano ritenuti maestri e modelli esemplari per i credenti. Sia però chiaro che queste sue parole vanno a colpire vizi religiosi non solo giudaici ma anche cristiani!

 E si faccia attenzione: Gesù non fa di tutta l’erba un fascio, non si scaglia contro i tutti i farisei, tutti i sacerdoti, tutti i maestri, ma contro coloro che in quel preciso tempo dominavano, erano al comando; contro quelli che lo accuseranno, lo perseguiteranno e, dopo averlo condannato, lo consegneranno ai pagani per l’esecuzione capitale. Dunque, questi rimproveri non vanno applicati generalizzando, ma vanno ripetuti per noi cristiani, noi che nella chiesa svolgiamo una funzione e sovente siamo ritenuti “uomini e donne di Dio”, secondo il linguaggio corrente.

 Ma ascoltiamo con piena obbedienza le parole di Gesù, che così apre il suo discorso: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro azioni, perché parlano ma non realizzano ciò che predica”. C’è una cattedra del popolo di Dio, c’è un ministero, un servizio reso ai credenti, ossia il compito di proclamare la parola di Dio contenuta nella Torah data da Mosè a Israele nel deserto, dopo la liberazione dall’Egitto. Il Dio che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù ha anche dato al suo popolo la Torah, l’insegnamento, affinché conoscesse la sua volontà e fosse dunque un popolo di testimoni capaci di proclamarla a tutte le genti.

 Dopo Mosè, molti e diversi sono stati i maestri, dotati di un magistero per il popolo, ma quanti in quel momento storico (30 d.C.) erano i dirigenti e le guide religiose, abitualmente insegnavano in modo conforme alla tradizione ma in loro non c’era coerenza di comportamento, perciò mancavano di autorità (exousía). Predicavano ai fedeli ma in realtà non osservavano quanto dicevano. Erano persone divise, che con le labbra dicevano una cosa ma con il cuore ne pensavano altre (cf. Mt 15,8; Is 29,13). Fare e osservare sono le espressioni con cui il popolo ha scelto il Signore, ha ripudiato gli idoli e ha sancito con lui l’alleanza: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo” (Es 24,7), ovvero “lo comprenderemo nella misura in cui lo metteremo in pratica”.

 Tale promessa doveva valere tanto più per i capi del popolo del Signore, e invece costoro esaurivano la realtà nella sua proclamazione verbale. In profondità non ascoltavano, perché chi ascolta il Signore obbedisce. Ma essi preferivano sentire la parola del Signore per predicarla senza invece ascoltarla, senza fare l’esperienza della faticosa realizzazione della volontà di Dio attraverso un intelligente discernimento e un’azione piena di carità. Succede anche a noi di dire e poi di non agire conseguentemente, ma lo dobbiamo confessare ai fratelli e alle sorelle, senza pretendere di essere esemplari se non siamo coerenti nel nostro comportamento reale e quotidiano: siamo peccatori e ciò non va nascosto! Gesù definisce questo comportamento “ipocrisia” e lo condanna, perché di fatto favorisce una cecità su se stessi, fino a credere di vedere e addirittura a giudicare gli altri come ciechi (cf. Gv 9,41). Costoro fingono, recitano una parte senza essere né convinti né conseguenti.

 Segue un’altra accusa: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li impongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”. Qui Gesù intravede la funzione assunta da scribi e farisei: spiegare la Legge, determinare il comportamento, interpretare il comando emanando precetti. E così la parola di Dio, data come Torah, insegnamento, diventava gravida di prescrizioni legali minuziosissime: in partenza lo scopo era quello di porre una siepe attorno alla Legge per custodirla, ma di fatto questi precetti umani finivano per essere pesi imposti sulle spalle soprattutto dei piccoli e dei semplici, pesi e fatiche che loro, i pretesi legislatori, non conoscevano e certamente non portavano. Di fatto, in tal modo si annullava la parola di Dio, la si eludeva con abilità, si svuotava il comando dato dal Signore (cf. Mc 7,8-13; Mt 15,3-6)…

 Ma la lettura di Gesù va più a fondo: “Tutte le loro azioni le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange”. Questo è il vizio di chi pensa di avere un potere sugli altri e vuole dunque mostrarlo, per essere riconosciuto dalla gente: farsi vedere per testimoniare la fede, a fin di bene, per educare gli altri e dare il buon esempio… Quante volte questi atteggiamenti coprono intenzioni squallide e menzognere! Le testimonianze devono essere lette da chi vede e ascolta, non date da chi dovrebbe solo vivere, senza fare narrazioni di sé e delle proprie azioni: saranno gli altri, con il loro discernimento, a giudicare la verità o la falsità di chi deve parlare solo del Signore, non di se stesso. Questo esibizionismo religioso purtroppo è tanto presente, ancora oggi, nelle nostre chiese!

 Di seguito Gesù menziona alcuni status symbol, tanto amati perché utili a creare consenso. Quelli che il Signore aveva chiesto come segni (’ot), diventati filatteri (tephillin, da tephillah, “preghiera”), anziché ricordare a chi li portava il Dio liberatore (cf. Es 13,9.16; Dt 6,8; 11,18), finivano per essere sempre più vistosi perché gli altri li ammirassero (come quelli che tirano fuori dalle tasche in mezzo agli altri un rosario, per essere considerati uomini o donne di preghiera!). Non solo, costoro allargavano anche le frange, cioè i fiocchi (tzitzit) nel loro mantello di preghiera, non per ricordarsi di Dio (cf. Nm 15,37-41), ma per farsi ammirare come uomini di preghiera. È la perversione di strumenti dati da Dio per confermare la fede e l’ascolto la sua parola e invece divenuti, attraverso un meccanismo perfido, strumenti per ricevere applausi e onori!

 E così ecco la conseguenza: “Amano i posti d’onore nei banchetti, i primi seggi nelle sinagoghe, i saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati ‘maestri’ dalla gente”. Quando si esercita l’autorità, si è facilmente preda di queste tentazioni: si è ossessionati dalle vesti, si è abbigliati come quelli che stanno nei palazzi del potere (cf. Mt 11,8; Lc 7,25), e magari si afferma di comportarsi così solo per dare gloria a Dio e prestigio alla chiesa, professando una falsa umiltà. Sappiamo che sotto vestiti ricercati e orpelli sontuosi si nascondono ecclesiastici umilissimi o poveri: non si tratta dunque di dare giudizi sulle persone, ma di indicare dati oggettivamente in contraddizione con il modo di vivere di Gesù, richiesto a chi fa riferimento al suo Nome. 

D’altra parte, è sempre valida l’osservazione di Yves Congar: Si può beneficiare ordinariamente di privilegi senza arrivare a pensare che sono dovuti? O vivere in un certo lusso esteriore senza contrarre certe abitudini? E essere onorati, adulati, trattati in forme solenni e prestigiose, senza  mettersi moralmente su un piedistallo? È possibile comandare e giudicare, ricevere uomini in atteggiamento di richiesta, pronti a complimentarci, senza prendere l’abitudine di non più veramente ascoltar interrogativo si può trovare davanti a sé dei turiferari senza prendere un po’ il gusto dell’incenso?

 E qual è il luogo migliore per apparire se non i pranzi e le cene con quelli che in questo mondo contano? Cene e ricevimenti che forniscono un autocompiacimento egocentrico, occasioni nelle quali risuonano grandi e altisonanti titoli onorifici, svolazzanti fasce colorate… Allora il titolo era “rabbi”, “maestro” (non ancora termine tecnico per indicare gli attuali rabbini); oggi ce ne sono molti di più, mediati dalla mondanità più banale: si pensi per esempio a “eccellenza”, titolo estraneo nella chiesa fino al secolo scorso e poi mutuato dal fascismo, che chiamava “eccellenza” i prefetti…

 Dobbiamo dirlo: sovente siamo caduti nel ridicolo, e oggi molti leggono tante ostentazioni ecclesiastiche come vuote e controproducenti; ma la cecità è tale che tutto sembra continuare come nelle corti bizantine o rinascimentali, se si esclude qualche eccezione. E invece nella comunità cristiana ogni titolo deve significare ciò che viene realmente vissuto, non deve essere un orpello onorifico. Per questo Gesù avverte i suoi discepoli: “Ma voi non così, non fatevi chiamare ‘rabbi’, perché uno solo è il vostro Maestro (didáskalos) e voi siete tutti fratelli. E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre (patér) vostro, quello nei cieli. E non fatevi chiamare ‘guide’, perché uno solo è la vostra Guida (katheghétes), il Cristo”. Il discepolo di Gesù è avvertito: rabbi e guida sono titoli che vanno applicati solo a lui, il Cristo di Dio, così come solo Dio va invocato quale Padre. Parole nette, chiare, alle quali però raramente si è rimasti fedeli, perché già nella chiesa antica si sono definiti padri quelli che hanno generato a Cristo nella fede fratelli e sorelle e sono stati chiamati maestri e guide quanti erano incaricati dell’insegnamento e del discernimento spirituale nella comunità cristiana.

 Ciò che è decisivo in questo avvertimento di Gesù si trova alla fine del nostro brano: chi è più grande o chi è il primo della comunità cristiana – e ci deve essere chi è più grande, chi presiede i fratelli e le sorelle – sia servo di tutti, si abbassi e si spogli di ogni potere e arroganza, sull’esempio di Gesù, il Servo del Signore, e così sarà innalzato (cf. Fil 2,5-11). Altrimenti sarà abbassato, deposto dal trono, retrocesso nel banchetto celeste. A questo punto Gesù continua ad ammonire scribi e farisei fino alla fine di questo capitolo, pronunciando i sette “guai”, che non sono maledizioni ma avvertimenti, aspri richiami in vista della conversione, invettive e lamenti pronunciati da chi continua a sperare che i destinatari di queste parole possano fare ritorno a Dio. In ogni caso, dovremmo leggerli facendo memoria del commento di Girolamo: “Guai a noi, miserabili, che abbiamo ereditato i vizi degli uomini religiosi!”.

 Alzogliocchiversoilcielo



venerdì 16 ottobre 2020

UNA TRAPPOLA SPETTACOLARE

-  Dal Vangelo secondo Matteo  - Mt 22, 15-21

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiàni, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che  

Commento di p. Paolo Curtaz

Una trappola spettacolare ... e anche la vigliaccheria dell’animo umano è spettacolare.

Erodiani e farisei vanno da Gesù per metterlo in difficoltà. Erodiani e farisei, il diavolo e l’acqua santa, chi collabora con i romani e chi li odia, chi li serve e chi li osteggia. Ma hanno un nemico in comune, allora osano. Gesù è il terzo incomodo e va fatto sparire. Contorte logiche umane: i nemici diventano alleati quando scoprono un nuovo nemico. Bisogna pagare la tassa ai romani?  Gli erodiani pensano di sì, i farisei pensano di no, va pagata solo la tassa al tempio.  Cosa dirà il falegname diventato rabbino? Fra i suoi ha scelto un esattore, Matteo e uno zelota, feroce oppositori al dominio romano: si è rovinato con le sue stesse mani, dal loro punto di vista. O, forse, il punto di vista del Nazareno è che nessuno può essere catalogato e definito da ciò che fa o dalle idee che professa… Dirà di pagare il tributo, scontentando l’anima secessionista e diventando un collaboratore? Dirà di non pagarlo unendosi all’infinita schiera dei ribelli populisti? Bel problema!

Restituite

La malevolenza e l’inganno si combattono solo con la scaltrezza e la furbizia. Chiede una moneta a chi si rifiuta di pagare il tributo, il Signore, a coloro, i farisei, che nemmeno toccano il conio con l’effige dell’imperatore per non peccare di idolatria. E loro la prendono dalle tasche per mostragliela. Idioti.
Intransigenti, in teoria, accomodanti, in pratica. Come facciamo anche noi. La frase di Gesù è misteriosa, di difficile comprensione. Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
In greco, la lingua dei Vangeli, esiste una sfumatura essenziale.

Restituite.
Piccola differenza, grande cambiamento. Restituite: nulla è vostro. Non possedete nulla, di nulla avete diritto, non accampate crediti verso nessuno. Già qui potremmo fermarci. Perché continuo ad incontrare gente arrabbiata, irritata, polemica, che pensa di essere a credito con la vita. Che scarica sugli altri la colpa della loro infelicità. Che invoca e cerca un colpevole cui addossare la responsabilità dei propri presunti fallimenti. E ne incontro sempre di più. Adolescenti mai cresciuti imbronciati e polemici, aggressivi e ottusi. La colpa è dei romani. E delle tasse. E dei movimenti religiosi che non appoggiano Erode. E del Messia che non viene. E chi dice di essere il Messia non ci piace.

A Cesare

Restituite a Cesare. Cesare è il potere politico, amministrativo, economico. Che oggi ha quasi assunto una forma simbolica. Le multinazionali, i poteri oscuri. Qualcuno che vive per fregarci, per dominarci, per controllare le nostre vite e orientare i nostri bisogni. È vero. In parte. Perché il potere glielo abbiamo dato noi. Votandoli, delegando, comprando i loro prodotti. Restituite a Cesare significa rimboccarsi le maniche: a scuola, nell'associazionismo, nel quartiere, in politica. Facendo nuove tutte le cose, ragionando con una logica alta e altra. Se non portate voi lo stile del Vangelo nel vostro ufficio, nessuno lo farà. E la correttezza, e l’onestà, e la competenza, e la verità. Stare alla porta e giudicare senza fare niente è contro la logica di Dio.

A Dio

Restituite a Dio. Perché tutto ciò che siamo, tutto ciò che viviamo e speriamo, tutto ciò che ci rende veri e liberi, tutto proviene da Lui. Anche con Dio, troppe volte, pensiamo di essere a credito, che ci debba delle ragioni, che si debba spiegare per tutte le cose che non capiamo, per tutto quello che, al mondo, non funziona.
Gesù, invece, ci propone di entrare nella sua logica, che è altra, che è forte, che è oltre. Proveniamo da Dio e a lui andiamo. E il nostro cuore è senza pace fino a quando non dimora in lui. Coltivare la propria vita interiore, accudire la propria anima significa restituire a Dio ciò che siamo, fiorire in Lui, crescere fino all’incontro.

Viviamo, oggi, l’invito di san Paolo: Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto? (1Cor 4,6).

 Cerco il tuo volto