Gesù denuncia l’ipocrisia religiosa e richiama all’essenziale: giustizia, misericordia, verità interiore.
Accoglie i peccatori perché, riconoscendo la propria fragilità, possono aprirsi alla misericordia e ricominciare.
-di Ludwig Monti
Parole “dure” di Gesù?
Verso la fine del Vangelo secondo Matteo, al capitolo 23, ascoltiamo parole apparentemente “dure” di
Gesù, che in realtà rivelano la purezza del suo cuore e la sua profonda
autorevolezza. Anzitutto egli pronuncia una requisitoria profetica contro gli
uomini religiosi (vv. 1-12), cui fa seguire i famosi sette “Guai!” (vv. 13-36).
“Sulla cattedra di Mosè si sono seduti scribi e farisei”: Gesù comincia prendendo di mira quanti,
nell’istituzione religiosa, si comportano – allora come oggi – quali
“letteralisti” (scribi) e duri “rigoristi” (farisei). Non a caso san Girolamo, commentando questa pagina evangelica,
scriverà: “Guai a noi, che abbiamo ereditato i vizi di scribi e farisei!”. O
abbiamo forse dimenticato le parole analoghe che papa Francesco, ispirato da queste affermazioni di Gesù, ha
rivolto a ogni credente cristiano, in particolare a quanti nella Chiesa rivestono ruoli di potere? “Dicono e non fanno”. È
l’esatto contrario dello stile di Gesù: egli era affidabile, credibile, perché
diceva ciò che pensava e faceva ciò che diceva. Da questa integrità nasceva la
sua affascinante autorevolezza, ben diversa da quella dei professionisti della
religione (cf. Mt 7,28-29).
Un esame di coscienza
“Legano infatti fardelli
pesanti e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli
neppure con un dito”.
Questa immagine ci spinge
a un sincero e lucido esame di coscienza, per evitare la doppiezza e
l’ipocrisia di chi chiede agli altri ciò che mai si sogna di mettere in pratica
in prima persona. A tale realtà si contrappone la prassi di Gesù, volto visibile
del Padre invisibile: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e
io vi darò riposo… Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30). Senza soluzione di continuità, Gesù mette in
luce il movente profondo dell’agire ipocrita: “Agiscono per essere ammirati
dalla gente”. È la comica patologia del voler apparire belli agli occhi altrui,
a prescindere dalla propria reale condizione interiore, senza rendersi conto
che così si assomiglia a “sepolcri imbiancati, belli all’esterno, ma dentro pieni di
ossa di morti e di ogni marciume”.
I “guai”, in vista della
conversione
Seguono i veri e propri
“guai” pronunciati da Gesù: sette volte, numero che biblicamente indica una
pienezza. I “guai” non sono maledizioni, bensì avvertimenti, aspri richiami in
vista della conversione; invettive e, insieme, lamenti pronunciati da chi continua
a sperare che i destinatari ritornino a Dio. Il profeta Gesù si serve di questa
forma molto attestata nelle Scritture (cf. Is 1,4; 5,8-24; Ger 22,13 eccetera)
per risvegliare i suoi interlocutori e, nel contempo, per risvegliare anche
noi.
“Il guai è denunzia del
peccato, minaccia del giudizio, che può essere ancora evitato con la
conversione; quando poi essa è rifiutata, diviene annunzio profetico della
catastrofe ormai ineluttabile, ma senza alcun senso di vendicativo
compiacimento” (Vittorio Fusco). È sufficiente ascoltare il primo della serie
dei sette “guai” per capire l’intenzione di Gesù: “Guai a voi che chiudete il
regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi e non lasciate
entrare nemmeno quelli che vogliono entrare”. Servono forse commenti? Direbbe
altrove lo stesso Gesù: “Chi può comprendere, comprenda” (Mt 19,12).
La denuncia
dell’ipocrisia
Più in generale, il vero
bersaglio di Gesù in questo discorso è l’ipocrisia, il comportamento di chi “fa
tutte le sue opere per essere ammirato dalla gente”. L’ipocrita privilegia
l’apparire sull’essere, a costo di recitare una parte davanti agli altri.
L’ipocrisia è la non
sincerità eretta a comportamento sistematico, al fine di ricevere l’applauso
altrui: così si perde il contatto con la propria verità, fino a credere di
essere come si appare, compiendo sforzi inverosimili per costruire il proprio
personaggio. Gesù individua due manifestazioni tragicomiche dell’ipocrisia:
l’abitudine a “filtrare il moscerino e ingoiare il cammello”, cioè concentrarsi
sui piccoli scrupoli religiosi tralasciando l’essenziale della Torah e del Vangelo: la giustizia, la misericordia e la
fedeltà; – il privilegiare l’esteriorità sull’interiorità, come chi pulisce
l’esterno del bicchiere e del piatto trascurando l’interno. Il commento
migliore sono le sue stesse parole: “Non ciò che entra nell’uomo lo rende
impuro, ma ciò che esce dall’uomo!” (cf. Mt 15,11). Gesù, che ha sempre cercato la sua “ricompensa”
nel segreto del rapporto con il Padre (cf. Mt 6,4.6.18), è impietoso nel
condannare l’ipocrisia, che desta tristezza perché contiene già in sé le sue
conseguenze.
Non a caso, nel discorso
della montagna aveva detto che gli ipocriti che desiderano gloria per sé “hanno
già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6,2.5.16).
Ispirati da queste
parole, possiamo chiederci: perché Gesù amava la compagnia dei peccatori
pubblici, preferendola a quella dei pretesi impeccabili, dei “giusti
incalliti”, al punto da essere definito “un mangione e un beone, un amico di
pubblicani e di peccatori” (Mt 11,19)? Perché sapeva che ogni essere umano è peccatore,
ma chi lo è in modo pubblicamente riconosciuto non può nascondersi e, spinto
dalla vergogna, non ha più nulla da perdere: può ricominciare, disponendosi a
invertire la rotta, accogliendo il perdono misericordioso di Dio e cambiando
comportamento. Ciò comporta la lotta quotidiana contro l’abbaglio di voler
apparire piuttosto che essere; richiede la sana autoironia di chi si sa
fallibile; esige l’onestà con sé stessi, che dovrebbe farci arrossire non dei
peccati, ma delle maschere che inventiamo per nasconderli. Proprio come
scriveva Isacco di Ninive, grande santo del VII secolo: “Colui che
conosce i propri peccati è più grande di colui che risuscita i morti”. Ecco il
Vangelo nel suo luminoso splendore: la strada privilegiata per conoscere Dio è
essere consapevoli della propria qualità di peccatori. Il peccato riconosciuto
con franchezza diventa occasione per fare esperienza del Padre e aprirsi alla
sua misericordia preveniente. Non è mai tardi per aprire le finestre e lasciar
entrare il fresco profumo di questa buona notizia.

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