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martedì 17 giugno 2025

L'EDUCATORE GENERA VITA

 


L’educatore 

genera vita, 

non timbra il cartellino


Il cardinale Tolentino de Mendonça 

nella prefazione al libro di Affinati: 

educare coincide con la vita, quindi supera i confini. 

E si educa con mani, cuore e testa

Anticipiamo la prefazione scritta dal cardinale José Tolentino de Mendonça - prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione - al libro dello scrittore Eraldo Affinati, "Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma" in libreria da oggi per la Lev (pagine 192, euro 17,00). Scrittore e insegnante con una passione viva per l’educazione, Affinati percorre l’Urbe alla ricerca di grandi educatori d’un tempo e del recente passato: da san Paolo a san Filippo Neri, da sant’Ignazio di Loyola a Maria Montessori, da sant’Agostino ad Alberto Manzi. Una singolare mappa della Città eterna nella quale si dipana la storia di uomini e donne che hanno sentito una vocazione impellente: «Ogni epoca – scrive Affinati – ha bisogno di alcune persone che si assumono il compito di facilitare il passaggio generazionale».

A un certo punto di questo libro, che racconta quanto la missione educativa possa essere una passione, Eraldo Affinati pone la domanda che tutti dovremmo farci, o esserci fatti, almeno una volta nella vita: «Come si diventa umani?». Il quesito è centrale, per tutti e per ciascuno. La risposta va componendosi, nell’avventura qui documentata, come un puzzle, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio. Ciascuno dei grandi formatori e formatrici tratteggiati da Affinati ha dato a quel “come” una propria risposta, fattiva, storica e personale, non contraddittoria con quella degli altri formatori, bensì complementare. La cui sintesi potrebbe trovare compimento nel titolo del presente volume: Testa, cuore e mani. Questa espressione di Papa Francesco sintetizza bene l’integralità dell’azione educativa, che per il Pontefice interessa la globalità della persona e non ha a che fare con le compartimentazioni che impoveriscono le società moderne, ad esempio nel campo dei saperi e delle professioni: «Questo è il segreto dell’educazione: che si pensi quello che si sente e si fa, che si senta quello che si pensa e si fa, che si faccia quello che si sente e si pensa» (“Saluto al Presidente e al Board of Trustee della University of Notre Dame”, 1° febbraio 2024).

Proprio gli educatori di cui scrive in questo libro Affinati hanno incarnato, ciascuno a modo proprio, un’educazione con e della testa, un’educazione con e del cuore, un’educazione con e delle mani: pensiero, affetti, azioni. Messi in moto anzitutto da se stessi, giocando e rischiando in prima persona. L’educatore degno di questo nome è un maestro del rischio. Tutto l’educatore può fare, eccetto balconear, per usare un neologismo di Francesco, ovvero stare alla finestra, fermo affacciato al balcone della vita, ad assistere allo scorrere insensato del tempo, proprio e altrui. Soltanto l’assumere la responsabilità generativa ci permette di diventare credibili messaggeri della vita. «L’educatore non timbra il cartellino, nel senso che non smette mai di pensare ai propri allievi. La sua opera coincide con la vita, quindi non può finire, supera i confini», scrive Affinati parlandoci di don Luigi Orione, personalità che l’autore ci racconta attraverso gli occhi di un suo scolaro d’eccezione, Ignazio Silone. La testa dell’educatore non va in vacanza: il pensiero si rivolge sempre a chi la vita, o il Signore per chi crede, gli ha affidato con il compito di farlo diventare persona completa. Formare la testa non significa ovviamente indottrinamento o ideologizzazione, bensì formare persone con spirito critico, capacità di parola, intraprendenza argomentativa. Mi ha sempre colpito, nei racconti dei missionari che hanno testimoniato il Vangelo in terre lontane, un dettaglio singolare: che spesso, ben prima della costruzione della chiesa della missione, il primo edificio cui si sono dedicati fosse una scuola. Un luogo per formare il pensiero, allenare il cuore e impratichire le mani. Perché l’intelligenza è un dono grande di Dio e come tale va coltivata e messa in circolo.

Quando descrive l’opera di Luigia Tincani (Chieti 1889 – Roma 1976), che diede inizio all’Unione di Santa Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola, Affinati sottolinea: «Nel momento in cui ti presenti di fronte a un giovane non puoi far conto su un apparato scisso dalla tua persona. Se davvero vuoi conquistarlo e farti conquistare, devi abbassare gli scudi mostrandoti per ciò che sei». L’educatore deve mettere a nudo il proprio cuore, inteso come il nucleo della persona: deve presentarsi ai suoi ragazzi così com’è, senza infingimenti, senza maschere. E qui vengono in mente le meravigliose parole di Lorenzo Milani, prete ed educatore cui Affinati segretamente (ma neppure tanto) si rifà nel libro che avete tra le mani: «Ho voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto», scrisse ai fratelli Gesualdi, tra i suoi primi scolari. L’amore è così: non è generico ma concreto, si rivolge a Michele e Francuccio – i due ragazzi di Barbiana cui il Priore scriveva – e parte dal particolare per sconfinare nell’universale. Non ci può essere un educatore che educa “in generale”, ogni educatore ricorderà quel ragazzo o quella adolescente, quel giovane o quel bimbetto. Di loro ricorderà un aneddoto, un episodio, una parola, una mascalzonata (eh già!). Ma perché c’era un legame, un affetto, un cuore che non era rimasto inerte ma si era speso, giocato, commosso. Mani: prendiamo Giuseppe Calasanzio, che ha educato “con le mani”, inventandosi la prima scuola popolare gratuita d’Europa, rincorrendo – letteralmente – i suoi scolari discoli, i più scapestrati tra i ragazzetti del popolo romano: «Li andò a prendere uno per uno e se li portò in classe», annota Affinati. In questa ricerca fattiva, affettiva, concretissima vediamo la fatica bella dell’educatore, colui che non lascia indietro nessuno, colui che procede al passo di chi è più in difficoltà perché (recita un proverbio africano) «se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano, vai insieme».

Dobbiamo essere grati a Eraldo Affinati per queste pagine appassionate e che appassionano. Pagine che ci avvicinano a una Roma nascosta, forse sottotraccia, ma attualissima nella folgore della proposta educativa, cui Affinati ha ridato forma e ne ha rivelato lo spessore. Riverberano le parole di Papa Francesco: «Noi abbiamo ereditato dall’epoca dell’illuminismo un concetto di educazione che più o meno era riempire la testa di idee e niente di più, e questo non è educazione. L’educazione è confrontarsi con i problemi della vita; e certo anche avere delle idee in testa, studiare le cose teoriche, ma confrontarsi sempre – è una parola importante – con i veri problemi della vita [...]. È una grande opportunità, una scuola dove si affrontano le domande sul senso della vita» (Incontro con gli studenti del Collegio Barbarigo di Padova nel 100° anno di fondazione, 23 marzo 2019). Per la Chiesa l’educazione, a Roma come in ogni luogo, è questione centrale: «Andate e insegnate» (Mt 28,19) ci ha detto Uno che si qualificava come Maestro. E che ha educato, e amato, con tutta la sua testa, con tutto il suo cuore e con tutte le sue mani.

www.avvenire.it

 

venerdì 29 novembre 2024

LA POESIA RISERVA DI UMANITA'

 


Il cardinale de Mendonça: 

la Chiesa 

ha bisogno dei poeti, 

riserva d'umanità


Il prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione presenta l’incontro internazionale di poesia "Nel nome del Cantico", promosso per onorare gli 800 anni del "Cantico delle Creature" di San Francesco. Per iniziativa del Dicastero l’incontro radunerà, dal 2 al 4 dicembre, una delegazione di poeti e poetesse di tutto il mondo, tra Roma e Assisi, per riscoprire attraverso la poesia i valori della pace e della fraternità

- di Fabio Colagrande – Città del Vaticano

“Abbiamo bisogno di poeti che possano aiutarci a amare il mondo, a trovare parole di speranza, a riprendere un rapporto più sano, più equilibrato con la natura. Abbiamo bisogno della riserva di umanità e di visione che i poeti rappresentano”. Il cardinale José Tolentino de Mendonça, teologo e lui stesso poeta, parla con passione dell’iniziativa promossa dal Dicastero per la Cultura e l'Educazione di cui è prefetto, per onorare gli 800 anni del Cantico delle Creature di San Francesco. Dal 2 al 4 dicembre, farà parte di un gruppo di poeti e poetesse di fama internazionale che si riuniranno in Vaticano, e poi ad Assisi e Roma, per lasciarsi ispirare dal quel testo fondante della letteratura italiana, condividere opere ispirate ai valori francescani, riscoprire attraverso la poesia i valori della pace e della fraternità. L’evento, intitolato Nel nome del Cantico, è organizzato in collaborazione con il Comitato Nazionale italiano per la Celebrazione dell’Ottavo Centenario della Morte di San Francesco e vuole celebrare la sua eredità come figura di connessione tra i popoli, custode del creato e promotore di relazioni umane fondate sul perdono e sulla libertà. 

Semi di novità

Ma perché riunire 18 poeti e poetesse di nazionalità diversa in Vaticano? “I poeti sono importanti e la loro relazione con la Chiesa e il cristianesimo non è nuova”, spiega il cardinale intervistato dai media vaticani. “Quest’anno celebriamo gli 800 anni del Cantico delle Creature e sappiamo come quella composizione poetica abbia avuto un ruolo seminale nella spiritualità, nella visione del mondo, nell'esperienza cristiana, nel rapporto anche con le altre creature”. “Possiamo dire che abbia generato davvero una nuova sensibilità. Ed è questo che ci aspettiamo anche dai poeti del nostro tempo, che portino semi di novità, di futuro, che possano dirci il nuovo, evidenziando nuove possibilità”.

I “poeti sociali” di Papa Francesco

Papa Francesco ha pubblicato nel luglio 2024 una Lettera sul ruolo della letteratura in cui sottolinea la capacità della poesia di toccare il cuore dell’essere umano e recentemente - nella prefazione al volume nel libro Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa - ha definito il poeta colui che “con i suoi occhi guarda e insieme sogna, vede più in profondità, profetizza”. “Tante volte parlando in pubblico, sia ai letterati, ma anche ai ragazzi nelle scuole, Papa Francesco ha utilizzato il termine poeta come sinonimo di creativo”, spiega ancora il  prefetto del Dicastero per la cultura e l'educazione. “Un creativo in ambito anche sociale, qualcuno cioè che può immaginare, può trasportare al presente nuove possibilità, ciò che ancora non esiste ma che può arricchire molto la realtà”.

I poeti: riserva di umanità

“Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi”, disse Paolo VI in chiusura del Concilio nel Messaggio agli artisti, dopo che già in Cappella Sistina, nel ’64, aveva voluto ristabilire l’amicizia con loro. Possiamo dire che anche oggi la Chiesa chiede aiuto ai poeti? “Assolutamente sì”, commenta il cardinale Tolentino de Mendonça. “È quello che ribadisce oggi Papa Francesco. Noi abbiamo bisogno dei creativi, degli scrittori, dei romanzieri, dei nuovi narratori, abbiamo bisogno di poeti che possano aiutarci a amare il mondo, a trovare un parole speranza, aiutarci a riprendere un rapporto più sano, più equilibrato con la natura. Di questo intreccio di umanità i poeti sono custodi”. “Un poeta - spiega ancora il porporato - è una sorta di riserva di umanità, perché nelle sue parole cerca sempre di umanizzare i sentimenti, le esperienze. E di questo noi abbiamo bisogno: della riserva di umanità e di visione che i poeti rappresentano”.

Un seme nascosto nel cuore del tempo

Nel nome del Cantico si propone anche come momento di confronto tra artisti e artiste della parola per riscoprire l’attualità del Cantico di Frate Sole che, secondo gli studiosi, Francesco d’Assisi compose tra il 1224 e il 1226, anno della sua morte. “È ‘un'attualità enorme e trasversale”, spiega il cardinale. “L’incontro vuole riflettere sulla posterità del Cantico, sul suo impatto, non solo a livello della cultura e della lingua in Italia e in altre culture, ma anche sulla visione, il modo di essere poeta, di essere artista”. “Vogliamo riflettere sul suo impatto su generazioni di lettori che hanno imparato a costruire un rapporto più universale e fraterno con tutte le creature proprio partendo da quel cantico”, spiega ancora Tolentino de Mendonça. “Pensiamo a quante poesie, quanti film, quanti romanzi, opere di cultura sono state create meditando proprio questa composizione che è come un seme nascosto nel cuore del tempo”.

“Può raccontare questo?”

In un secolo in cui l'umanità si trova di nuovo a fare i conti con l’orrore della guerra, il contributo dei poeti alla promozione della pace può sembrare secondario. Il prefetto del Dicastero per la cultura non è d’accordo. “Ricordo un aneddoto legato alla biografia della poetessa russa Anna Achmátova, che in un periodo di guerra e di deportazione, cercava l figlio. Un tale che cercava anche lui disperatamente il figlio la riconobbe e guardandola le chiese: ‘Può raccontare questo?’.” “Ecco - spiega Tolentino de Mendonça - i poeti sono quelli che possono raccontare: raccontare il dramma della guerra -  pensiamo alla poesia di Primo Levi in “Se questo è un uomo” - fare le domande che aiutano gli uomini a cercare la pace e a capire che è l'unica soluzione veramente umana, auspicabile.”

Maestri del silenzio

Papa Francesco ha scritto che i poeti possono aiutarci a comprendere meglio Dio come “poeta dell'umanità”. Il cardinale sottolinea con una metafora l’attitudine degli scrittori ad aprire la nostra immaginazione al mistero di Dio. “Un poeta è una sorta di antenna, una sonda per intercettare l'invisibile, intercettare il silenzio. E Dio parla nel silenzio”. “Se noi come società rimuoviamo il silenzio, rimuoviamo anche una possibilità di accesso al mistero di Dio che si fa sentire nel silenzio. I poeti sono maestri del silenzio, della parola sicuramente, ma tutti i poeti sono una conseguenza del silenzio e sanno abitare il silenzio in un modo teologico”.

 Il programma delle tre giornate

L’incontro internazionale di poesia Nel nome del Cantico radunerà per iniziativa del Dicastero per la cultura una rappresentanza di scrittori e scrittrici di diverse nazionalità e lingue: diciotto poeti, tredici uomini e cinque donne, provenienti da Italia, Spagna, Portogallo, Israele, Stati Uniti e Argentina. L’evento si articola in tre giornate: un incontro Seminariale riservato solo ai poeti presso il Dicastero, la mattina del 2 dicembre, seguito nel pomeriggio da un Reading Pubblico nella chiesa di San Francesco a Ripa. Il 3 dicembre il Pellegrinaggio ad Assisi e infine il dialogo con il pubblico alla fiera dell’editoria “Più Libri Più Liberi” alla Nuvola all’EUR, mercoledì 4 dicembre. “È un'articolazione che permette di arrivare a pubblici molto diversi”, spiega Tolentino de Mendonça. “Cominciamo con un  lavoro di ascolto reciproco dei poeti che così si conoscono e cercano di presentare il proprio lavoro. Poi, il reading a San Francesco a Ripa sarà un soffio di preghiera, plasmato dalle parole dei poeti. La visita ad Assisi è stata chiesta da tutti i poeti, perché significa ascoltare il luogo dove il Cantico è nato. E infine l'incontro con i lettori, i lettori di questi poeti e i lettori di Francesco di Assisi”.

De Mendonça, la poesia è un esercizio di responsabilità verso il proprio tempo

Francesco: il Cantico delle Creature, grande lezione sulla cura del creato

Il Papa: cari poeti, aiutateci a sognare

 

 

 

 

 

mercoledì 16 ottobre 2024

COSA E' UN LIBRO ?


La riflessione che apre il nuovo inserto "Gutenberg"-

Chi ha inventato il libro ha inventato il silenzio della lettura e i salotti letterari, l’avventura della conoscenza e la libertà di espressione.


 - di José Tolentino de Mendonça *

Ricordo che a Parigi, sull’entrata di un negozio di libri usati dalle parti di Notre-Dame, vidi riprodotto l’attacco della poesia che Walt Whitman dedicò «a uno sconosciuto».

E il primo verso diceva così: «Sconosciuto che passi! Non sai con quanto desiderio io ti guardo».

Gli sconosciuti siamo noi, i lettori, i possibili lettori o quelli che non arrivano a esserlo, perché tante volte noi passiamo ignorando tutto quello che i libri ci riservano e la lunga attesa, anche se a vuoto, che essi costruiscono per noi.

Parlare di industria a proposito dei libri è sicuramente importante, ma è insufficiente, e non è mai il primo passo da fare.

Chiaramente i libri hanno una materialità che va tenuta in considerazione, e una delle ragioni che legano i lettori di ogni epoca all’oggetto libro è che questo permette, come canta il brasiliano Caetano Veloso, una sorta di «amore tattile».

Ma l’esperienza del libro è più della sua materialità, essa si ricollega alla preistoria di una relazione che possiede, come di recente ha ricordato papa Francesco, un impatto spirituale generativo: «Poi non mancano i momenti di stanchezza, di rabbia, di delusione, di fallimento, e quando nemmeno nella preghiera riusciamo a trovare ancora la quiete dell’anima, un buon libro ci aiuta almeno a superare la tempesta», aprendoci alla possibilità di altri viaggi. Illuminanti e precise sono le parole di Franz Kafka: «Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi».

Un libro è un laboratorio interiore portatile, uno strumento minuzioso per ampliare la visione, un intercomunicatore tra silenzi, un tessitore di comunità, un rifugio nella foresta o un sentiero che porta oltre.

Penso al bellissimo saggio di Marcel Proust sulla lettura, in cui ci dice che essa «è per noi l’iniziatrice le cui magiche chiavi ci aprono al fondo di noi stessi quelle porte che noi non avremmo mai saputo aprire».

È vero.

Chi ha inventato il libro ha inventato il silenzio della lettura; ha inventato quella forma intima di temporalità che rende l’incontro con il libro indissociabile dall’incontro con noi stessi; ha inventato l’attenzione, l’avventura della conoscenza elaborata a partire da certe premesse, e la curiosità; ha inventato un regime sociale in cui l’attività intellettuale era ammessa e, non dobbiamo dimenticarlo, quel regime ha liberato l’uomo, rivelandogli la sua dignità; ha inventato il diritto universale all’alfabetizzazione e moltiplicato le comunità di lettori; ha inventato l’individuo e la vita privata; ha inventato la fiducia nella consistenza del linguaggio e le biblioteche; ha inventato i salotti letterari, i caffè e le piazze come luoghi di dibattito; ha inventato i sistemi critici ed ermeneutici che garantiscono non solo la leggibilità dei libri ma anche la comprensione dei mondi possibili; ha inventato le scuole monastiche e l’idea moderna di università; ha inventato l’umanesimo e la libertà di espressione, che è sempre inseparabile dalla libertà di essere.

E, dal momento che è una verità così necessaria, dobbiamo chiederci: noi sappiamo davvero che cos’è un libro?

T.S. Eliot è stato per otto anni impiegato alla Lloyd’s Bank di Londra.

Passava le sue giornate nell’ufficio sotterraneo che gli era stato assegnato, e durante tutto l’orario di lavoro sentiva i passi di chi gli camminava sopra la testa.

Il suo stipendio: due sterline e dieci scellini.

Lavorava dalle 9.15 alle 17.00 e, in una delle prime lettere che di là scrisse alla madre, si diceva felice di potersi dedicare alla poesia nel tempo restante.

Con il passare degli anni, però, era come se gli venisse a mancare l’aria.

Prendeva il treno per la City, vestito di scuro, con l’ombrello appeso al braccio, i capelli impeccabili, con la riga in mezzo, irreggimentato in una folla tutta vestita allo stesso modo.

Nel suo libro La terra desolata lascerà questo resoconto: «Città irreale, / sotto la nebbia marrone di un’alba invernale, / una folla scorreva sul London Bridge, così tanta / ch’io non avrei creduto che morte tanta n’avesse disfatta».

Il poeta Philip Larkin lavorò come bibliotecario praticamente per tutta la vita, essendosi reso conto che non sarebbe riuscito, per quanto lo agognasse, a vivere solo di scrittura.

Dopo la giornata di lavoro si chiudeva in casa, evitando uscite che lo distraessero.

Cenava, lavava i piatti e si metteva a scrivere.

Alla vigilia dello scoppio della Seconda guerra mondiale, Graham Greene viveva in uno stato di disperazione.

Aveva bisogno di tempo per completare quello che riteneva il suo miglior romanzo, Il potere e la gloria.

Allo stesso tempo temeva però di morire e di lasciare la sua famiglia sguarnita dal punto di vista economico.

Si risolse allora a scrivere uno di quei thriller veloci che garantivano una buona remunerazione.

Si chiudeva tutta la mattina in una stanza presa in affitto per lavorare al giallo e il pomeriggio rincasava per scrivere Il potere e la gloria.

Nel 1951, quando i medici le pronosticarono non più di quattro anni di vita, Flannery O’Connor tornò con sua madre nella terra natale, nella vecchia fattoria di famiglia chiamata "Andalusia". Sapeva che il pomeriggio si sarebbe ritrovata esausta e febbricitante, come in uno stato influenzale, e che la sera avrebbe avuto la mente bianca e vuota come un piatto.

Le restavano, per quei quattro anni, soltanto le mattinate.

Si svegliava alle sei, prendeva un caffè con la madre mentre ascoltavano le previsioni del tempo alla radio, andava alla messa delle sette nella chiesa più vicina e poi, fino a mezzogiorno, scriveva solitaria nella sua stanza.

Ricordo lo scrittore Thomas Mann che, partendo in esilio per gli Stati Uniti, volle leggere e commentare, durante la lunga traversata oceanica, il Don Chisciotte di Cervantes.

Ricordo l’ebrea olandese Etty Hillesum che, nell’essenziale zaino con cui entrò in un campo di concentramento, scelse di non mettere oggetti ma due libri: la Bibbia e il volume di poesie di Rainer Maria Rilke.

Oppure quella storia testimoniata dal teologo Romano Guardini, che racconta come, in una delle grandi battaglie dell’ultima guerra, un distaccamento si vide a un certo punto in situazione disperata.

«Il cappellano militare, sentendo che non aveva nulla da dire di accettabile in quell’ora, tolse di tasca il proprio Nuovo Testamento, ne strappò le pagine e ne diede una a ogni soldato».

La strofa finale della poesia di Walt Whitman mi è sempre sembrata il preciso ritratto della responsabilità che gli scrittori sentono nei riguardi dei lettori, questi sconosciuti cui dedicano il meglio della loro vita: 

«Devo pensare a te quando siedo in disparte o mi sveglio di notte, tutto solo, 

 Devo aspettare, perché t’incontrerò di nuovo, non ho dubbi, 

 Devo vedere come non perderti più».


* Cardinale Prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione

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venerdì 29 marzo 2024

TESTIMONI DI SOLIDARIETA'

 "La croce, solidarietà di Dio 

e solidarietà di ogni cristiano"

 

-         di JOSE’ TOLENTINO DE MENDOCA *

 

I tempi liturgici forti sono entrati così profondamente nell’orbita della cosiddetta “religione secolarizzata”, dove l’espressione commerciale con il suo potere consolatorio diventa sempre più preponderante, che quasi ne viene omessa la componente religiosa. Tuttavia, più che dichiarare una guerra tra cattedrali e centri commerciali, solo per prendere due rappresentanti del contrasto, è importante riconoscere la necessità di una riflessione sull’odierno fenomeno di “bricolage del religioso”, che non necessariamente va letto come sottrazione. Eppure, per i cristiani rimane un problema il fatto che la celebrazione della fede stia diventando culturalmente clandestina, che non dica più nulla alla città, come si trattasse di una questione extra muros. È vero che si potrebbe interpretare questa crescente indifferenza come una restituzione di libertà ai riti cristiani, i quali, senza interferenze esterne e senza il rumore del mondo, potrebbero forse essere celebrati con ritrovata integrità.

Per il cristianesimo, però, anche quando vissuto come esperienza spirituale di piccole comunità, il mondo non è mai un rumore: il mondo rimane una dimora dove trovare posto. Dimora provvisoria, è vero, ma per i cristiani lo è nella stessa misura in cui essa lo è per tutti gli altri esseri umani sulla terra. E non è mai superfluo insistere sul fatto che il patrimonio delle religioni ha molto da rivelare alla cultura contemporanea su ciò che essa stessa, sempre più anonimamente, trasporta. Per la cultura, ignorare il religioso significa ignorare sé stessa. Per questo non sarà mai Venerdì Santo solo nelle chiese. Ogni volta che si celebra la morte di Gesù, essa avviene nel mondo e riguarda il mondo. Dio va incontro a tutti. La croce ci insegna la solidarietà estrema di Dio e mostra fino a che punto egli è disposto a spingersi.

Uno dei caratteri più radicali del cristianesimo è l’aver disattivato le forme religiose di sostituzione. Se pensiamo agli altari dell’antichità pre-cristiana, essi sono ricolmi di sacrifici e olocausti, ed erano regolati da un potente sistema rituale che garantiva che quegli animali immolati sostituissero i loro offerenti, ne tenessero il posto, adempissero nell’immolazione il voto che gli umani avevano fatto.

Per capire la radicalità del cambiamento cristiano in proposito, una mappa preziosa è il testo della Lettera agli Ebrei. Questo scritto, da collocarsi probabilmente in un periodo precedente all’anno 70 del I secolo, è l’unico luogo del Nuovo Testamento che attribuisce a Cristo i titoli di «sommo sacerdote» e di «mediatore della nuova alleanza». L’autore rilegge l’azione di Gesù confrontandola con due significativi momenti del passato: il patto dell’alleanza che Mosè stabilì sul monte Sinai, e la cerimonia annuale che nel grande Giorno dell’Espiazione il sommo sacerdote svolgeva nel tempio. Al Sinai, Mosè ratificò l’alleanza aspergendo l’assemblea del popolo con il sangue delle vittime sacrificali e spiegando: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi...» (Es 24,8). E, in modo simile, il Giorno dell’Espiazione, dopo aver sacrificato le vittime animali, il sommo sacerdote entrava da solo nel santuario, raggiungeva il luogo chiamato «Santo dei Santi», e lo aspergeva con il sangue, operando così la purificazione dai peccati del popolo (Lv 16).

La visione della Lettera agli Ebrei va in un’altra linea, in quanto dichiara: «È impossibile che il sangue di tori e di capri elimini i peccati» (Eb 10,4). Riconosce così l’inefficacia dei sacrifici di sostituzione per poter accedere a Dio. L’autore, infatti, mette in bocca a Gesù queste parole: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”» (Eb 10,5-7). Cristo diventa «il sommo sacerdote dei beni futuri» non con il sangue di capri e vitelli, ma con l’offerta di sé stesso, «l’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre» (Eb 10,10).

Per questo è importante ricordare che la condanna a morte di quel profeta chiamato Gesù di Nazaret, la cui esecuzione su una croce apparve come un fatto rigorosamente profano, un evento di banale cronaca penale, di nessun’altra rilevanza, era in realtà il momento definitivo in cui la realtà dell’amore, il radicale dono di sé dell’amore autentico, dissolveva il sistema della sostituzione. È il motivo per cui il Vangelo di Matteo scrive che, quando Gesù spirò appeso a una croce, «il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono» (Mt 27,51). L’umanità di Gesù, il modo in cui egli visse la sua umanità, diventa il vero tempio. Così come il vero culto diventa quello esistenziale.

Come ha incisivamente osservato il filosofo René Girard, Gesù svuota il paradigma della religione sacrificale, la logica di violenza contenuta nelle contese mimetiche, come pure il meccanismo dell’attribuzione arbitraria della responsabilità all’altro, che serve solo a sopprimerlo dalla nostra vita (il meccanismo del capro espiatorio). Sulla croce queste logiche s’infrangono. Cristo offre sé stesso, porge l’altra guancia, fa trionfare il perdono invece della vendetta.

La croce di Cristo esprime in modo scandalosamente nuovo lo spazio di Dio nel mondo. È una chiave ermeneutica differente per l’interpretazione del divino. Dio non rimane a distanza, indifferente al mondo e alle sue convulsioni. La confisca dell’esistenza è la condizione abbracciata in prima persona da Colui che è stato appeso alla croce. Così, nessun dolore, nessun pianto, nessuna paura, nessun confinamento gli sono indifferenti. Le questioni che questo Venerdì Santo solleva non sono, dunque, minoritarie e complicate questioni religiose che riguardino soltanto i cristiani. Sono un dibattito necessario sul significato dell’umano e su quello che ci salva.

Ciò detto, bisogna aggiungere che entrare in una chiesa il Venerdì Santo è un’esperienza che può solo lasciare attoniti. Guardiamo il tabernacolo, ed è aperto e vuoto, come fosse stato spogliato. L’altare non ha tovaglia né ornamenti: solo la nuda pietra. Se cerchiamo una croce, non la troviamo: è stata rimossa, o nascosta allo sguardo da un velo. Siamo lì come fossimo in un qualche luogo sperduto, frugando tra il silenzio e le macerie. Ci troviamo in una situazione parallela a quella descritta nel Vangelo di Giovanni quando i messaggeri vestiti di bianco chiedono alla Maddalena: «“Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”» (Gv 20,13).

È vero che troppe volte il cristianesimo (il nostro, per lo meno) corre il rischio dell’eccesso: troppe parole, accumuli di simboli e di ritualismi... Il giorno del Venerdì Santo è l’opposto: avviene una drammatica riduzione. Lo spazio religioso si svuota fino all’osso; diventa semplicemente anonimo; nulla lo distingue da qualsiasi altro luogo desolato sulla terra. La liturgia che si celebra in quest’occasione inizia con un silenzio rigoroso, e quando i presbiteri arrivano nella zona dell’altare si prostrano a terra, giacendovi a lungo, come inanimati, mimando con il proprio corpo l’abbandono che tutta la comunità è chiamata a sperimentare. Che fitto enigma è questo? Dove ci porta questo procedere incerto, questa celebrazione così spoglia, questo radicale denudamento? L’unica risposta è: ci porta al nocciolo ardente dei misteri cristiani, che in verità sono puro scandalo, stordimento e follia, poiché i cristiani credono in un Messia crocifisso, in un Salvatore che salva non attraverso la forza, ma attraverso l’impotenza. È ciò che san Paolo esplicita nella Prima Lettera ai Corinzi: «Noi annunciamo Cristo crocifisso: scandalo… e stoltezza» (1Cor 1,22).

Davvero il cristianesimo opera una coraggiosa inversione di paradigma: mentre la religiosità naturale porta l’uomo a cercare un Dio potente in aiuto alla sua vulnerabilità, il cristianesimo rinvia continuamente l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio. In questo caso, la fede cos’è? La fede è prendere parte alla sofferenza di Dio nel mondo, abbracciando e prendendosi cura di ognuno che soffre, facendosi carico solidariamente della responsabilità di questa storia, credendo che nel mistero pasquale essa diventa stagione e promessa della storia della salvezza.

*Cardinale Prefetto del Dicastero della Cultura ed Educazione

Fonte: Avvenire

 

sabato 6 gennaio 2024

LA POESIA ? QUESTIONE DI VITA O DI MORTE


Dialogo con 

José Tolentino

 de Mendonça

 

-      -   di Davide Brullo

 

Di primo acchito, sorride. Gli occhi sembrano colibrì dietro la voliera delle lenti. Pare innocuo, un parroco di campagna – per questo bisogna stare in sospetto, tendere le gambe e le orecchie, come archi. José Tolentino è nato a Madeira, in Portogallo, a metà dicembre del 1965; ha quattro fratelli, lui è il più giovane. “Mio padre faceva il pescatore”, mi dice. È la seconda cosa che dice. La prima è una domanda. “Qual è il senso che usa quando scrive una poesia?”. Forse l’udito, dico. Mi piace sentire il rumore di un verso: a volte è un legno che si spezza, a volte un barrito, a volte anelli che ragliano in un secchio. In un paio di poesie, José Tolentino si chiede Cos’è una poesia. “Una poesia è una forma di apostasia. Non c’è vera poesia che non faccia del soggetto un fuorilegge”. E poi: “Una poesia segue le premesse della guerriglia urbana”. In portoghese la parola permissas mi rimanda a “promessa”: la poesia come promessa di guerriglia.

In Portogallo José Tolentino è riconosciuto come uno dei poeti più importanti di oggi: per quel che conta, ha ottenuto molti premi. Il primo libro, Os dias contados, esce nel 1990, l’anno in cui è ordinato presbitero. Di fronte a San Pietro: canonica fila di visitatori, aureolati da impermeabili dai colori sgargianti. Il colonnato di piazza San Pietro può sembrare un abbraccio – o un giogo. Il palazzo in cui ci ospita José Tolentino è enorme, vuoto, con vasti corridoi che danno su decine di stanze e uffici, decorati con severa eleganza. Sono insieme a Nicola Crocetti, l’editore di Tolentino; a me questa traboccante bellezza ricorda alcune scene di Shining.

José Tolentino, il poeta, è stato nominato arcivescovo da papa Francesco nel 2018; dal 2022 è Prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, che, tra l’altro – così leggo nella Praedicate evangelium –, “promuove e sostiene le relazioni tra la Santa Sede e il mondo della cultura”. Nel suo stemma campeggia un giglio giallo su scudo rosso, con questo motto, Considerate lilia agri; è tratto dal capitolo sesto del Vangelo di Matteo: Gesù invita a non occuparsi “di quello che mangerete o berrete”, di non domandarsi “che cosa indosseremo?”, ma di cercare “il regno di Dio e la sua giustizia”. Il resto verrà di conseguenza.

Il cardinale – celato sotto la bonaria gentilezza di un parroco di campagna – ama Pier Paolo Pasolini, ricorda la Prima lettera ai Corinzi tradotta da Giovanni Testori, cita Eugenio Montale e Ungaretti. Non frequenta i poeti italiani, fa una vita ritirata, improntata alla solitudine e all’austerità: preferisce Milo De Angelis, di cui ha apprezzato anche la traduzione del De rerum natura di Lucrezio. Parliamo di Elizabeth Bishop in Brasile e dei suoi amici poeti, portoghesi, Ana Luísa Amaral, Eugénio de Andrade. La sua curiosità per la poesia di oggi è inesauribile. Ogni giorno, per mestiere, parla in almeno quattro lingue: non ha mai pensato di scrivere in inglese, o in italiano? “È più difficile liberarsi della propria madre che della lingua madre”, mi dice, laconico. “A me piace guardarle…”, mi dice. Siamo a tornati a parlare dei cinque sensi – o forse sei, forse sette, come le virtù – della poesia. “Le parole, intendo. Mi piace guardarle. Mi piace osservarle. Come fossero un presagio, un sortilegio”. Un gioco di prestigio, vorrei dirgli.

Prima di rispondere, allo scoccare di ogni domanda, il cardinale poeta fissa il vuoto, organizza la topografia del pensiero. Le sedie sono fin troppo comode. 

Lei insiste spesso sui legami tra poesia e fede, elementi che possono apparire in contraddizione. La fede, intendo, è come se uniformasse, orientasse la direzione della poesia. Qual è il punto di giunzione che lega poesia e fede?

Questa è per me una domanda centrale. Noi siamo una rivelazione a noi stessi, ci sveliamo nel tempo. Ecco, per me l’espressione letteraria è affine all’esistenza: la poesia è cioè una questione di vita o di morte. La poesia ha fatto ingresso durante il mio cammino di ricerca spirituale. Sono entrato in seminario a undici anni: nella costruzione di me stesso poesia e fede hanno trovato una forma di coesistenza, di unità. Non è un caso se nell’anno in cui sono stato ordinato prete, nel 1990, ho pubblicato la prima raccolte di poesieD’altronde, se un avvocato, un medico o un calciatore possono essere poeti, non si vede perché non lo possa essere un prete…

…ma poesia e fede non sono la stessa cosa…

Le dico di più: poesia e fede non convivono pacificamente. Secondo il cardinal John Henry Newman il discorso della fede riguarda l’aderire a una particolare grammatica. La poesia, invece, chiede solitudine e deserto, uno svuotamento radicale. La pagina bianca non è altro che una metafora della nudità che un uomo deve sperimentare davanti alle domande fondamentali della vita. Per quel che mi riguarda, non sono capace di scrivere una poesia “confessionale”, non mi interessa una poesia dottrinale o catechetica. Nella mia poesia Dio non è mai esplicitato: è una presenza, una domanda, all’orizzonte. Quando per me sarà facile parlare di Dio, lo avrò tradito in ciò che profondamente è.

Eppure, c’è chi ha fatto della poesia una forma di fede, ha eletto la poesia a proprio dio.

Provo a rispondere alla sua domanda formulandola in questa maniera: la poesia è in grado di salvare l’uomo? No, perché nessuna parola umana è sufficiente. Ma è questa insufficienza la ragione della sua grandezza. Questa insufficienza ci pone sulla soglia di qualcosa. Poesia e letteratura, in fondo, fondano l’uomo come una figura dell’attesa. La poesia non redime l’uomo, non risponde al suo enigma. La poesia fa di ciascuno di noi un’attesa: ci colloca in prossimità di qualcos’altro, ed è tanto, tantissimo. Sono certo che cancellare la trascendenza sia un errore, una dannazione.

Lei ha detto, durante un incontro pubblico, che “Gesù è un poeta”: cosa voleva dire?

La figura di Gesù provoca in me uno stupore senza fine perché Egli è veramente estraneo alla terra, eppure è il più vicino all’umanità, il più umano tra le creature. Le sue parabole aprono cammini e possibilità prima inesistenti, suo è il potere rigenerante della parola. Gesù incarna nel suo stile la potenza del Verbo: sa andare oltre le frontiere, porta in sé una visione più ampia, solitaria e autentica. Controcorrente. In questo senso è davvero poeta: guarda alla realtà dislocando il suo senso in un oltre. Anche quando la poesia parla del presente, non coincide mai con questo presente, viene da più lontano e va più lontano. Gesù esprime una poetica chiara nei suoi gesti: segna la realtà con vigore poetico. I miracoli esistono perché esiste una poetica di Gesù, che vuol dire rifare il mondo e il suo detto.

Quando parla di poesia, mi accorgo che usa spesso le parole “deserto” e “solitudine”, come mai?

C’è pure quel brano di Osea, paradossale, in cui Dio dice “la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”. È il movimento che fa la poesia. La poesia lavora sempre in ciò che ignoriamo di noi, mai in quello che abbiamo già visto; la poesia odia il facile, ci fa abitare in una complessità austera che si rispecchia nell’immagine del deserto. A un primo livello, è vero, nella mia poesia c’è la descrizione della vita comune: un critico, a questo proposito, ha scritto che con i miei versi le buste del supermercato sono entrate per la prima volta nella lirica portoghese. Eppure, la poesia chiede di andare oltre la realtà: pretende il deserto, il silenzio.

Nei suoi lavori, usa spesso la letteratura per rischiarare alcuni problemi teologici: cita Pessoa, Clarice Lispector, i poeti contemporanei…

Paul Claudel credeva che la poesia fosse una propedeutica necessaria al discorso teologico. Ringraziava Dio dell’esistenza di Rimbaud perché senza la sua “mistica selvaggia” non sarebbe mai arrivato a Dio. Voglio dire: la poesia e la letteratura affinano i nostri sensi naturali per attivare i sensi soprannaturali. Offrono una capacità di ascolto, di ospitalità, che l’orecchio di per sé non possiede. La letteratura è il veicolo privilegiato della vita, pone questioni disarmanti: se la teologia la ignora rischia di ingarbugliarsi in un discorso autoreferenziale, incapace di incidere sulla realtà.

Quali sono i libri che la hanno formata?

Naturalmente la Bibbia, che è grande letteratura. La Bibbia è una grande mistagogia spirituale, ma anche letteraria. Capiamo davvero la poesia quando rileggiamo il Cantico dei cantici, i Salmi, il libro di Giobbe. Amo molto i lirici greci e mi sento vicino ai poeti portoghesi del nostro tempo, senza i quali sarei una persona molto diversa da quella che sono. Pessoa ha avuto un grande impatto su di me, ma anche Ruy Belo ed Eugénio de Andrade, di cui sono stato amico. Non mi convince chi preferisce leggere i poeti del passato, ignorando quelli del proprio tempo. Il dialogo con i contemporanei mi ha nutrito sempre; come l’ordinarietà priva di pompa che trovo leggendo i classici, che mi seduce sempre.

Lei ha tradotto in portoghese le poesie di Cristina Campo e ha fatto tradurre Gli imperdonabili per l’editore Assírio & Alvim. Come giudica la lotta di Cristina Campo per la tutela della liturgia latina, la sua vicinanza a Monsignor Marcel Lefebvre?

Cristina Campo è un poeta, e un poeta è sempre una figura del dissenso. Il poeta ha il dovere di portare in sé la domanda, deve parlare di ciò di cui non si può parlare. Ho conosciuto Cristina Campo leggendo la sua magnifica introduzione ai Detti e fatti dei padri del deserto, poi ho scoperto le sue poesie. Non ho dubbi che con il tempo la Campo sarà vista sempre di più come una madre del Concilio Vaticano II. Intendo dire che in ciò che allora era un’opposizione scorgo ora un richiamo alla fedeltà alla tradizione, a conservare qualcosa di essenziale, che la Chiesa non può permettersi di perdere. La sua figura ha rafforzato il cammino della Chiesa contemporanea, ricordandoci cose decisive: il concetto di inattualità, ad esempio. La missione della Chiesa non può non ascoltare il nostro tempo: eppure, non può ridursi a un mero aggiornamento coi tempi, che appiattisce la missione stessa. Il cristianesimo deve restare inattuale. Non perché ancorato nel passato, ma perché ha in sé una carica profetica: la forza essenziale del cristianesimo arriva dal futuro.

Ricordo, ancora, l’intransigente battaglia della Campo per la bellezza della liturgia: siamo passati dai cori gregoriani alle schitarrate, ai preti “al passo coi tempi”.

Dobbiamo dire che c’è stato un diffuso mutamento culturale, un abbassamento generalizzato, nella cultura comune, della comprensione musicale. Tuttavia, io resto in una prospettiva ottimistica: ancora oggi nelle chiese si canta insieme; ancora oggi si conserva nella liturgia una qualità della parola e della musica. La liturgia, cioè, è ancora tradizione umana di alto valore. Le parole della Campo, così, precisano una esigenza profonda: dobbiamo fare di più nel custodire la liturgia. Ricordo quanto diceva Romano Guardini: per capire la liturgia dobbiamo capire il rapporto di un bambino con il suo giocattolo, quella forma allo stesso tempo inutile e decisiva. La preghiera non è “utile”: come non sono utili le rose o il blu del mare o le dichiarazioni d’amore. Eppure, proprio queste eccedenze, che non coincidono con i bisogni primari, sono ciò che pertiene alla nostra umanità.

Benedetto XVI la ha nominata consigliere del Pontificio consiglio della cultura; Francesco la ha eletta Prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione: esiste una differenza di ‘poetica’ tra i due papi?

Ogni papa porta con sé delle differenze, di cui non dobbiamo avere paura. Papa Ratzinger trascinava la monumentalità di una visione teologica del cristianesimo in rapporto al contemporaneo. Interpretava la contemporaneità intuendola, da una parte, come una chance, dall’altra scorgendone i pericoli, i riduzionismi, i relativismi. Capiva con capillare potenza gli incubi del nostro tempo. Papa Francesco incorpora un’altra poetica. A me, ad esempio, affascina il suo modo di ragionare. Mentre Benedetto XVi ragionava come un maestro, squadernando concetti, Francesco ragiona per immagini. In questo è davvero straordinario. Quando gli pongono una domanda, il papa inizia il ragionamento in questo modo: “mi vengono in mente due immagini…”. Ragionare per immagini ha una forza impressionante, che tutti capiscono, perché più universale, tocca livelli non solo concettuali ma anche emozionali.

Nella Chiesa di oggi vige una “poetica” o piuttosto una “politica”?

La politica esiste sempre: riguarda il rapporto delle persone con la storia e con il mondo. Credo però sia prevalente una visione poetica, che è il campo dello spirituale. Penso ad esempio alla capacità di Francesco di costruire parabole indimenticabili: tutti ricordiamo il papa durante la pandemia, in un momento di grave crisi planetaria, che prega in una piazza San Pietro vuota…

Lei cita la figura del papa durante il Covid; io controbatto dicendole che proprio in quel periodo i fedeli si sono sentiti soli, con le Chiese chiuse, l’impossibilità di celebrare i funerali, in una specie di dismissione del mondo cattolico.

La forza del cristianesimo, penso in questo all’epistolografia paolina, è che non dipende da uno spazio ma dalla qualità di un rapporto. In condizioni estreme l’umanità può pregare? Sì, questo è possibile. La pandemia è stata una situazione estrema, che ci ha sorpresi impreparati e di cui sappiamo ancora poco. Io sono meno pessimista di lei: lo spirituale non è venuto meno durante il Covid, anzi, ha proliferato nei gesti minimi, in un cristianesimo minimo, nella riattivazione della Chiesa “domestica”, ad esempio. Un cristianesimo bocca-a-bocca, mi viene da dire, dal contagio diverso, ma dall’intensità abbacinante. Un cristianesimo che guardava alle origini, che sempre aiutano a decostruire tante paure.

Quali sfide attendono il cardinale, quali il poeta?

Ero poeta prima di diventare cardinale: rimango poeta. Cerco di abitare questa tensione, una tensione di cui io in primo luogo devo essere cosciente. Devo, cioè, vivere con autenticità il fatto di essere un uomo di Chiesa, con molte responsabilità, restando però allo stesso tempo me stesso. La poesia, che porto nella Chiesa, non è una minaccia: ha in sé una visione, una forma diversa di ascolto.

Cosa del Vangelo, oggi, continua a folgorarla?

In questi tempi leggo, in modo ricorrente, i passi del Vangelo che valorizzano le briciole. Siamo sempre più consapevoli che il banchetto che ci è destinato è fatto di una moltitudine di briciole: dobbiamo raccoglierle. Nelle briciole si scopre il sapore della totalità. Viviamo nella frammentazione, ma il frammento ci permette un percorso elitario, spirituale; la donna cananea insegna che “i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” (Mt 15, 27): Gesù valorizza, elogia la fede di quella donna. Per me, poi, il grande libro del nostro tempo è il Cantico dei cantici, un vademecum dell’innamoramento. Il futuro esiste soltanto se sappiamo innamorarci ancora, abbiamo bisogno di cuori innamorati.

Eppure, nel Cantico Dio appare forse una volta sola…

…è vero, ma è sempre presente, anche quando non sembra che ci sia. Dio preferisce entrare a casa nostra quando non ci siamo. Non è male che sia così.

Cos’è l’ispirazione? Esiste un rapporto tra poesia e profezia?

Secondo Rimbaud, il poeta è un veggente. Credo che sia così. Non esiste poesia senza visione. Il poeta deve catturare per primo i segni dell’invisibile, dell’inudibile, e restituirne l’ampiezza, la forma, l’opportunità. Credo nella dimensione profetica della poesia. Quando si riduce a status quo, la poesia è morta: la poesia, al contrario, deve parlare di mondi mai visti, di cose che non hanno avuto ancora luogo, di cammini che si possono ancora percorrere. Offre immagini che non si trovano nei media o nei social. La poesia non deve coincidere con il suo tempo, tanto meno con il linguaggio del tempo. La sua frattura, però, è feconda.

Lei è stato archivista della Biblioteca vaticana, ed è, in sostanza, un uomo del libro: come si relaziona con i social?

Capisco che i social e la rete rappresentano una sfida decisiva: viviamo un cambiamento epocale. Il digitale non è soltanto un mezzo, un canale: prevede un nuovo pensiero, un nuovo modo di abitare il mondo, una nuova lingua. Per questo, abbiamo bisogno di traduttori. Penso al cristianesimo, nato come una realtà rurale ed ebraica: in Paolo ha trovato il primo geniale traduttore di concetti. Il nostro compito è accompagnare questa umanità in un tempo nuovo, in un mondo che ancora ignoriamo. Forse siamo la prima generazione nella storia che vive in prossimità dello sconosciuto, che non sa cosa accadrà domani. Questo ci fa tremare, ma ci obbliga a vedere l’ignoto come una opportunità. Siamo gli ultimi, ma al tempo stesso i primi. Abitare questa soglia richiede coraggio e saggezza.

In questa soglia, tuttavia, il poeta resta l’indifeso assoluto, il puro inutile, recintato nell’indifferenza: tutti hanno qualcosa da dire, con ogni mezzo, ovunque, mentre al poeta è reiteratamente tolta la parola.

Oggi il poeta è la figura dell’idiota. Si guarda alla poesia come a un’idiozia. Il poeta è una figura che fa ridere, considerata minore, ai margini della cultura dominante, priva di rilevanza. Mi viene in mente quanto scrive San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi: “siamo stolti a causa di Cristo” (1 Cor 4, 10). Eppure, il mondo è salvato dagli idioti. Il Vangelo, dal punto di vista del buon senso, è un fallimento; le figure redentrici della storia sono figure che hanno costellato di “idiozie” il loro passaggio. Cristina Campo diceva che è proprio nel periodo in cui l’anima viene meno che dobbiamo guardare ai gigli del campo. Proprio questo tempo, in cui la poesia è uno spreco, non si può fare a meno dei poeti. Tornando dal viaggio apostolico in Giappone, nel 2019, Papa Francesco ha detto: “credo che all’Occidente manchi un po’ di poesia”. Abbiamo bisogno di poeti per ricostruire il reale. La clandestinità del poeta è una risorsa per il contemporaneo, un patrimonio di sete. Nella poesia noi non troviamo acqua, ma sete; non troviamo dolcezza, ma aridità; non ricaviamo una soluzione, ma uno spazio aperto, l’esordio di un cammino.

Fonte: Pangea

 

sabato 4 novembre 2023

UN FUTURO CONDIVISO


 IL FUTURO? 

CI INTERESSA !


-       

 - di José Tolentino Mendonça

 Nel magistero di papa Francesco il tema del futuro è molto ricorrente. Tanto nelle esortazioni più solenni come nelle dichiarazioni che punteggiano la sua quotidiana attività di pastore universale, l’argomento del futuro emerge come un pensiero costante.

Sommando le encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti risulta il numero di quaranta riferimenti al futuro, impressionante se consideriamo che si tratta di testi relativamente brevi e nei quali c’è inoltre la preoccupazione panoramica di mettere a fuoco tutta una molteplicità di aspetti. 

Nelle encicliche, il Papa parla di «futuro migliore», di «futuro da salvaguardare», di «un futuro condiviso da tutti», di un «futuro non monocromatico», del «futuro della vita», del «futuro del pianeta», del «futuro dell’umanità», di «un futuro basato sulla capacità di lavorare insieme», di «un futuro più giusto e fraterno», degli «eroi del futuro», ma anche «della delusione e della paura del futuro», o del pericolo che non ci sia «futuro né per la fraternità né per la sopravvivenza dell’umanità». 

Nella recente esortazione apostolica Laudate Deum c’è un grido che risuona come un monito che non è possibile ignorare: « Manca un vero interesse per il futuro». 

Per molti, oggi, il futuro sembra essere ancora una briciola irrilevante e lontana, che possiamo posticipare. 

E non si rendono conto che davvero siamo già dentro il futuro.

www.avvenire.it


mercoledì 19 luglio 2023

L'AMICIZIA RIEMPIE LA VITA

Quando l'abbraccio dell'amicizia è capace di riempire la vita

       

«L’abbraccio è una delle espressioni umane più vere di reciprocità. La mutua e ospitale apertura a quell’epifania di futuro che è costituita da un volto. 

Gli amici lo sanno bene»

 

-         di José Tolentino de Mendonça *

   L’amicizia è uno dei valori più importanti, ma anche un aspetto della vita così naturale, e a volte dato per scontato, che raramente ci fermiamo a riflettervi. Lo fa, in modo tanto diretto quanto poetico, il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del dicastero per la Cultura e l’educazione, nel suo nuovo libro Amicizia. Un incontro che riempie la vita, in uscita oggi per Piemme (pagine 174, euro 18,90), del quale proponiamo il capitolo iniziale.

Il filosofo di stirpe rabbinica Martin Buber, che come pochi ha saputo pensare l’enigma e il significato della nostra umanità, così scrisse: «Il mondo non è comprensibile, ma è abbracciabile». Con questa frase non si riferiva soltanto al mondo che è fuori di noi, ma anche al mondo specificamente umano, all’universo interno, a quella porzione di esperienza e di mistero che nel tempo emerge, con ogni persona, in modo unico. E allo stesso modo pensò le relazioni e gli affetti che siamo capaci di intessere. A cominciare dall’amicizia. I limiti della comprensione hanno a che vedere con il fatto che l’altro rimane altro e, anche quando ci è più che mai prossimo, non cessa mai di essere irriducibile a noi. Nell’amicizia questo non è un problema, anzi è un arricchimento. Insegnava Buber: «Il mondo non è comprensibile». Viene sempre un momento in cui dobbiamo dirci: “la cosa più importante non è capire”, “la cosa più importante è abbracciare”, e abbracciare anche ciò che non comprendiamo. Perché la grandezza dell’abbraccio sta nel suo arrivare, spesso, dove la comprensione non arriva. E questo perché l’abbraccio, fermandosi al di qua della pelle, accetta la separazione ontologica che è significata dalla pelle dell’altro. Il capire postula un’interpretazione esaustiva, sogna una mappa stabile, alimenta la volontà di decriptare il segreto. L’abbraccio riconosce che esiste una pelle, da una parte e dall’altra, e che anche nell’intimità questa pellicola si mantiene. Già Aristotele spiegava, per esempio, che quando noi tocchiamo non annulliamo quella sorta di intervallo che persiste tra noi e la realtà, un distanziamento minimo mai sospeso, che ci mette in guardia dal mito della coincidenza totale e dall’illusione della fusione assoluta. Farci vicini agli altri non è consumarli, quasi potessimo ridurli a oggetto. Anche quando ci stringono al petto dei nostri amici, gli abbracci dell’amicizia ci fanno sempre respirare ampiezza e vastità. È vero che nell’abbraccio tocchiamo dimensioni importanti dell’essere.

 Per la prima mostra surrealista che fu inaugurata in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, la copertina del catalogo fu affidata a Marcel Duchamp. Questi creò un’immagine con una didascalia provocatrice: «Prière de toucher». Normalmente le opere d’arte sono accompagnate dall’avviso di non toccare. Qui, al contrario, si dice per favore toccate. In quel 1947, quando ci si dibatteva ancora tra le ceneri del grande conflitto, occorreva un messaggio riparatore, capace di far dimenticare la segregazione, il filo spinato. Ma è un messaggio necessario sempre. Tutto sta a vedere in qual modo noi tocchiamo. Nella copia delle Elegie duinesi che regalò alla poeta russa Marina Cvetaeva, Rainer Maria Rilke domandava: «Noi ci tocchiamo. / Con che cosa? / Con dei battiti d’ali. / Con le lontananze stesse ci tocchiamo». Il bello dell’abbraccio è che non vuol essere una rete per catturare l’altro. L’abbraccio è umile. Intuisce che possiamo solo avvicinarci, senza tentare di impossessarci dell’altro e nemmeno di accedere alla sua pienezza. L’abbraccio è accettare di toccare senza toccare. Per questo l’abbraccio è il momento dell’incontro in cui il contatto si realizza, ma è anche il momento successivo, quando la separazione viene assunta come forma profonda di comunione. Un maestro discreto della nostra contemporaneità, il pensatore Jean-Louis Chrétien, entra nel tema con queste parole: «L’abbraccio che non si richiude sull’altro, ma si apre a lui secondo un’infinità che l’altro può scoprire, questo abbraccio è un incontro. E, lungi dal concretizzare inadeguatamente ciò che l’incontro aveva promesso, mantiene la sua promessa in questo modo: promettendo sempre di più, in una sovrabbondanza che nessuna progressione è in grado calcolare e ancor meno di quantificare».

 L’abbraccio è una delle espressioni umane più vere di reciprocità. La mutua e ospitale apertura a quell’epifania di futuro che è costituita da un volto. Gli amici lo sanno bene. Qualcuno dice che il nostro corpo ha la forma di un abbraccio. È forse per questo che l’atto di abbracciare è così semplice, anche quando dobbiamo percorrere un lungo cammino. L’abbraccio ha una forza espressiva incredibile. Comunica la disponibilità a entrare in relazione con gli altri, superando il dualismo, facendo cadere armature e resistenze, manifestando un cedimento, anche solo per qualche istante, nella difesa dello spazio individuale. Esiste una tipologia vastissima di abbracci, e ognuna di esse insegna qualcosa di quello che un abbraccio può essere: accoglienza e commiato, congratulazioni e lutto, riconciliazione e gesto di cullare, affetto tra amici o passione amorosa. Vi ci riconosciamo tutti: in abbrac-ci quotidiani e straordinari, abbracci drammatici o trasparenti, abbracci inondati di lacrime o di puro giubilo, abbracci di persone vicine o distanti, abbracci fraterni o innamorati; in abbracci ripetuti oppure – anche questo è possibile – in quell’unico e idealizzato abbraccio che mai è arrivato a realizzarsi ma al quale interiormente ritorniamo innumerevoli volte. In principio fu l’abbraccio, se pensiamo al grembo che nella prima infanzia ci nutrì. Questa è stata per noi la prima e riconfortante forma di comunicazione. Ma il bisogno di un abbraccio accompagna la nostra esistenza fino alla fine.

 L’abbraccio è una lunga conversazione che si fa senza parole. Tutto quello che deve essere detto viene sillabato nel silenzio, e accade allora una cosa che è talmente preziosa e, in fin dei conti, talmente rara: senza difese, un cuore si pone in ascolto di un altro cuore. «Nel tuo abbraccio io abbraccio ciò che esiste, / la sabbia, il tempo, l’albero della pioggia, / e tutto vive perché io viva», assicurano i versi di Neruda. Nel loro abbraccio aperto gli amici condividono una preghiera. Che può forse essere trascritta con parole come queste: «Grazie, Signore, per gli amici che ci hai dato. Gli amici che ci fanno sentire amati senza un perché. Che hanno il loro modo speciale di farci sorridere. Che sanno tutto di noi chiedendoci così poco. Che conoscono il segreto delle piccole cose che ci rendono felici. Grazie, Signore, per quelle e quelli senza cui il cammino della vita non sarebbe lo stesso. Che ci sostengono anche quando il mondo sembra un posto insicuro. Che con la loro presenza ci infondono coraggio. Che ci sorprendo-no di proposito, perché trovano che troppa routine non sia una cosa buona. Che ci fanno vedere un altro lato delle cose, un lato fantastico, diciamolo pure. Grazie per gli amici incondizionati. Che non sono d’accordo con noi e rimangono con coi. Che aspettano per tutto il tempo che serve. Che perdonano prima delle scuse.

 Queste e questi sono i fratelli e le sorelle che scegliamo. Coloro che metti al nostro fianco per restituirci l’aerea luce della gioia. Coloro che fanno scendere fino a noi l’imprevedibile del tuo cuore, Signore». «Il mio amico non è altro che la metà di me stesso», scrisse il gesuita e studioso Matteo Ricci (1552-1610), che sull’amicizia elaborò una straordinaria antologia di detti. Quella che può suonare come una definizione astratta acquista la sua trasparenza tangibile in un abbraccio. Quando gli abbracci si allacciano, incorporiamo e siamo incorporati nel cuore l’uno dell’altro, come se nel cuore dell’amico noi avessimo un nido o una patria. In questo abbandono consenziente si esprimono certezze che ci sono estremamente care: reciprocità, gioia, tenerezza, presenza, l’incontrarsi e il ritrovarsi, la comunione. L’istante dell’abbraccio le dichiara tutte d’un sol getto, ed è come se le sigillasse nella nostra anima. Per questo l’abbraccio non è solo un legame, una pausa in cui il respiro riposa: è anche un trampolino che ci proietta là dove, senza la fiducia e l’ispirazione di quanti ci amano, non sapremmo arrivare.

Con la sua vita e la sua morte, Gesù di Nazaret è sceso ad abbracciare tutti i nostri silenzi, anche quelli abissali, anche quelli remoti, per ridire la vita come possibilità di salvezza. Ha abbracciato il silenzio delle nostre impasse, di ciò che in noi o di noi viene taciuto; il silenzio in cui le nostre forze collassano e ci lasciano alla mercé della paura e dell’ombra che ci assediano; quell’impreciso e intimo silenzio che troppe volte ci appare irrisolvibile, il silenzio di quell’inquieta indefinizione che siamo noi, tra il già e il non ancora. Ha abbracciato questo tempo impastato di sconfitte e speranze, questo tempo che fa male come una spina che rimane dopo che la rosa è stata colta, questo tempo marcato da tempeste che ci abbaiano furibonde e da naufragi che attaccano, pronti a farci a pezzi. Ha abbracciato il silenzio della vita nuda, vulnerabile, indifesa o ferita, la vita che nessuna città accoglie, la vita bloccata dal filo spinato delle frontiere, impietosamente marchiata per essere avviata allo scarto. Ha abbracciato il silenzio di tutte le vittime della storia, il terrificante silenzio dell’ingiustizia, la lama cieca della violenza, il grido senza voce degli esclusi, il silenzio imposto ai poveri, l’ultimo sguardo, immenso e silente, che i giusti gettano sulla terra. In verità, non c’è niente e nessuno che Gesù non abbia abbracciato o sia disposto ad abbracciare. L’amicizia di Gesù ci ricorda che Dio mette una virgola dove noi credevamo possibile solo un punto finale.

 * Prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione

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