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venerdì 17 luglio 2026

QUALE STORIA ?

STARE DALLA PARTE GIUSTA DELLA STORIA

Ma quale storia? 

E chi la certifica?

 Da Croce a Popper, e poi Berlin e Arendt: i limiti di una formula che pretende di conoscere il destino del mondo


-         di MAURIZIO ASSALTO

Una delle frasi fatte più ricorrenti in questi tempi feroci e confusi è quella brandita da chi pretende di essere/ stare/trovarsi “dalla parte giusta della storia”. On the right side of history, come suona la versione originale, germinata nel corso del Novecento negli ambienti progressisti d’Oltreoceano e diventata un leitmotiv dei movimenti per i diritti civili negli anni Sessanta, fino a consolidarsi come un topos identitario nella retorica dei leader democratici (è noto l’uso martellante che ne ha fatto Barack Obama). Uno slogan di indubbio impatto morale, emotivo e mobilitante, ma a lungo andare logorato dalla supponente ripetizione, dal tono predicatorio e dalla sicumera oracolare. Esprime la convinzione di essere impegnati in una causa oggettivamente buona (“Ho combattuto la giusta battaglia”, dice Paolo di Tarso) – il che è del tutto ragionevole perché soltanto una banda di irredimibili malvagi potrebbe consapevolmente perseguire una causa cattiva senza almeno prefissarsi dei vantaggi personali – ma anche implica la certezza, o l’ostentazione della certezza, che in tempi più o meno lunghi, ma abbreviabili per effetto dell’iniziativa umana, questa buona causa sia destinata a prevalere per una intrinseca necessità.

Ora, a parte l’amara constatazione che non tutte le giuste cause si sono storicamente affermate, il che comunque nulla toglie alla loro validità, si aprono due questioni non da poco. La prima riguarda appunto la causa per cui ci si impegna: chi e come ne certifica la bontà? Dato per scontato che, nell’immediato, è sempre male tutto ciò che arreca sofferenza e distruzione a popolazioni innocenti, e corrispondentemente è bene ciò che ne allevia la situazione, in una prospettiva di lungo periodo, quando entrano in gioco opzioni ideali a cui le stesse vite umane vengono subordinate, appellarsi a un tribunale del futuro che convalida determina visioni, bocciandone altre, significa ignorare la complessità e contingenza del mondo e la pluralità spesso conflittuale dei valori. Le scelte possibili sono diverse, ognuna con costi e conseguenze, come ha fatto osservare Isaiah Berlin negando che la storia sia retta dalla necessità.

La seconda questione è relativa alla concatenazione teleologica che dovrebbe condurre all’affermazione della “parte giusta”. Viene in mente la celebre sentenza di Benedetto Croce che «la storia non è mai giustiziera, ma sempre giustificatrice ». Ossia non è un tribunale che distribuisce condanne e assoluzioni, e “giustifica” non nel senso che conferisca una legittimazione ex post a ciò che è accaduto, ma in quanto ne individua le ragioni, ne spiega le cause e il significato nel divenire storico: non è una giustificazione di tipo morale, ma conoscitivo. Conviene riprodurre anche il seguito del passo citato (siamo nel capitolo V, intitolato “La positività della storia”, di Teoria e storia della storiografia, 1921): «Giustiziera [la storia] non potrebbe farsi se non facendosi ingiusta, ossia confondendo il pensiero con la vita, e assumendo come giudizio del pensiero le attrazioni e le repulsioni del sentimento».

Che è precisamente quel che fanno gli adepti della “parte giusta della storia”. Condannare ciò che accade nel presente è certo legittimo e in questo presente anche doveroso, ma farlo sulla base di quel che si ritiene essere il corso necessario degli eventi, oltre che sbagliato dal punto di vista del metodo storico, è insidiosamente equivoco. Può restare una innocua formula retorica, innocuamente un po’ fanatica, ma può anche diventare altro.

Immaginarsi “dalla parte giusta della storia”, ossia dalla parte del bene contro il male, vuol dire non solo saper distinguere tra il bene e il male – il che è quanto ci si può attendere da chiunque sia dotato di un minimo senso morale – ma anche conoscere dove va la storia. E qui le cose si complicano.

In primo luogo perché la storia riserva continue (per lo più sgradite) sorprese e si fa beffe di chi azzarda previsioni sulla sua direzione (incluso chi, quasi quarant’anni fa, ne aveva decretato la fine): non ha un andamento lineare, procede a zigzag, accelera e rallenta, a volte torna indietro e, al contrario della natura, fa spesso dei salti. Ma poi non è affatto detto che in questo divenire contraddittorio la storia vada univocamente nella direzione giusta, o perlomeno quella in un dato momento avvertita come tale, e sempre ammesso che si possa effettivamente parlare di una direzione coerente e non della instabile caotica risultante di conflitti, caso, scelte umane e anche fenomeni naturali.

Che la storia abbia un andamento lineare e non ciclico è la novità radicale introdotta dal cristianesimo, che l’ha interpretata come “storia della salvezza” con un principio (la creazione) e un compimento (il giudizio finale). Ma il fatto stesso che questo compimento sia immaginato come successivo a un periodo di catastrofi e disgregazione, come è narrato nell’Apocalisse, e che tra l’inizio e la fine si possano rendere necessari alcuni interventi provvidenziali di Dio (il più rilevante dei quali per interposto Figlio) suggerisce che la direzione lineare della storia non vada concepita come un incessante miglioramento. A introdurre l’idea di un progresso ineluttabile è stata la versione secolarizzata della concezione cristiana: dapprima l’Illuminismo, e a seguire la filosofia idealistica di Hegel (che vedeva la storia come il progressivo dispiegarsi della Ragione), il materialismo dialettico di Marx e Engels (la storia come lotta di classe destinata a sfociare nella società comunista), il positivismo di Comte (la storia come processo orientato al crescente dominio scientifico sul mondo). Concezioni differenti, ma convergenti nell’idea che esista un movimento evolutivo di cui è possibile prevedere gli sviluppi, in funzione dei quali si definiscono valori e disvalori. Questa fiducia deterministica è entrata in crisi nel corso del Novecento, in coincidenza forse non tutto casuale con le convulsioni del Secolo breve. Anche Stalin e Hitler proclamavano di servire le leggi della Storia. Il primo, in quanto si rappresentava come l’uomo incaricato di catalizzare l’esito inevitabile del processo scientificamente previsto da Marx e concretamente avviato da Lenin; il secondo, miscelando a quella storica la legge naturale che vorrebbe il predominio della razza ariana. In entrambi i casi c’è l’idea di un destino impersonale che trascende e deresponsabilizza gli atti dei singoli, autorizzando ogni nefandezza in nome della necessità. È il rischio additato, per esempio, da due pensatori filosoficamente distanti come Karl Popper e Hannah Arendt: chi pretende di sapere dove va la storia si ritiene in diritto di forzarne il divenire, e procedendo in conformità con la propria visione eretta a dogma, senza tenere conto delle contingenze, apre la via al totalitarismo con quel che ne consegue.

Non sarà quello che hanno in mente gli sbandieratori della “parte giusta della storia”, ma il rischio di deragliamenti – almeno teorico, e storicamente documentato – sotto sotto c’è. A scanso di equivoci conviene, più modestamente, più ragionevolmente, cercare di tenersi dalla parte giusta della cronaca.

La storia riserva continue (per lo più sgradite) sorprese e si fa beffe di chi azzarda previsioni sulla sua direzione, elevando la propria visione a dogma Meglio sarebbe tenersi, più modestamente, dalla parte giusta della cronaca. La frase esprime la convinzione di essere impegnati in una causa buona, e del resto solo una banda di malvagi potrebbe perseguirne una cattiva. Ma implica anche l’ostentazione della certezza che la prima sia destinata a prevalere

 

www.avvenire.it

 

 

sabato 13 settembre 2025

SALVI NELLA CROCE

 

Esaltazione della santa croce

Nm 21,4b-9; Sal 77 (78); Fil 2,6-11; Gv 3,13-17


Commento di Ester Abbattista

Il Vangelo di questa domenica ci mette di fronte alla realtà della vita. Come per gli Israeliti nel libro dei Numeri, l’esperienza del vivere non è semplice e nemmeno «leggera». E questo vale per tutti; certo ci sono situazioni estreme, persone che sperimentano sulla propria pelle il dolore, la sofferenza di guerre, carestie e catastrofi naturali come terremoti o inondazioni. Ma anche per chi è «risparmiato» da tali sciagure «la fatica» del vivere si presenta in tutta la sua complessità.

Per quanto possiamo sentirci sicuri economicamente, sappiamo che il denaro non è tutto, e soprattutto non garantisce serenità e benessere profondo; alla fine tutti ci ritroviamo a dover fare i conti con la nostra morte, con la fine della nostra esistenza, e il fatto di avere o meno denaro si riduce all’unica differenza che rimane possibile: una bella e lussuosa bara o un sacco di plastica se non la semplice nuda terra.

Mi viene sempre in mente una persona che ho incontrato diversi anni fa: era una persona economicamente benestante, aveva realizzato un’impresa solida e di successo ma, mi aveva confidato, aveva paura di morire. Era questo il suo dramma interiore che non gli dava pace: la paura della morte. Per sopravvivere a tale paura cercava qualsiasi cosa che gli avrebbe potuto prolungare la vita, era andato persino diverse volte in Cina per acquistare un certo tipo di bacche che avrebbero avuto la caratteristica di procurare longevità. Non so se questa persona sia oggi ancora in vita o meno, ma mi è rimasto dentro il suo disperato desiderio di essere salvato dalla morte, il desiderio di una salvezza che il suo denaro non poteva comprare.

Un tempo, fin quando si era giovani la morte sembrava essere una cosa lontana, che riguardava gli altri, i «vecchi» o i pochi sfortunati che per un incidente o una malattia cadevano prima lungo il percorso. Questa però è l’esperienza di chi giovane non lo è più; non credo, infatti, che oggi per i giovani sia ancora così. Non conosco le statistiche dei suicidi giovanili, ma ci sono alcuni indizi che mi fanno pensare che anche per i nostri giovani il limite della morte stia diventando un problema da «anestetizzare», a volte proprio suicidandosi, magari on-line per sopravvivere per sempre nella rete.

Ritornando quindi alla «fatica del vivere» da cui nessuno è esente, ciò che emerge è proprio la fragilità di questa vita, dove non basta avere da mangiare, dove, come i serpenti nel deserto, tutto ci causa insicurezza, vulnerabilità, dolore. Per far fronte alle insidie del deserto Mosè, per ordine di Dio, costruisce un serpente di bronzo appeso a un palo: guardare quel serpente significa essere salvati dai morsi dei serpenti veri.

Questa immagine viene ripresa poi nel Vangelo dove il «serpente innalzato» è Gesù stesso morto in croce. E anche in questo caso l’invito è lo stesso: alzare gli occhi, guardare e credere. Non si tratta di una magia o di un qualcosa di miracoloso, ma di un cambio paradigmatico di visione non tanto esteriore quanto interiore. Non basta infatti alzare gli occhi, lo sguardo, ma ciò che fa la differenza è proprio «credere» che quel serpente di bronzo, che quel Gesù crocifisso, faccia la differenza.

Cerchiamo dunque di capire in che cosa consiste questa differenza. Prima di tutto va forse sottolineato che in entrambe le scene, sia quella nel deserto con Mosè e i serpenti che in quella del crocifisso, non viene annullato il pericolo, l’origine e la minaccia di quel male mortale. I serpenti non spariscono dalla scena, così neanche i soldati romani e chi con loro ha permesso la crocifissione di Gesù, Pilato in primis. Non viene annullata la fragilità della condizione umana, la vulnerabilità e la fatica del vivere che essa comporta, ma ancora di più non viene annullata la morte; ciò che avviene è un cambiamento di prospettiva, potremmo dire di «piano di visione», che proietta chi guarda in una dimensione diversa, una dimensione di salvezza.

La fede in definitiva è proprio questo: credere, essere capaci di aprirsi a una dimensione che, pur appartenendo a questa realtà, l’attraversa, la supera, la «squarcia» e permette di cogliere quel barlume di luce che morte non conosce. L’esperienza di quella luce trasforma gli ambiti ristretti della vita, non elimina il dolore, la fatica, la morte, ma àncora il proprio sguardo verso quell’«oltre» che questa stessa realtà racchiude.

È proprio vero che la morte è il limite invalicabile della vita, la fine del tutto? Se sì, allora è bene che il nostro sguardo sia rivolto in basso, facendo attenzione ai serpenti che attanagliano i nostri piedi nella speranza che il loro morso ci colga il più tardi possibile; se no, certo cercheremo sempre di evitare i serpenti, ma cercheremo soprattutto di tenere lo sguardo rivolto verso quella luce, lasciando che il nostro cuore si colmi di quel respiro di speranza che riempie di senso questa nostra «fatica» di vivere.

IL REGNO

Immagine: Pieter Degrebber, Mosè e il serpente di bronzo

venerdì 29 marzo 2024

TESTIMONI DI SOLIDARIETA'

 "La croce, solidarietà di Dio 

e solidarietà di ogni cristiano"

 

-         di JOSE’ TOLENTINO DE MENDOCA *

 

I tempi liturgici forti sono entrati così profondamente nell’orbita della cosiddetta “religione secolarizzata”, dove l’espressione commerciale con il suo potere consolatorio diventa sempre più preponderante, che quasi ne viene omessa la componente religiosa. Tuttavia, più che dichiarare una guerra tra cattedrali e centri commerciali, solo per prendere due rappresentanti del contrasto, è importante riconoscere la necessità di una riflessione sull’odierno fenomeno di “bricolage del religioso”, che non necessariamente va letto come sottrazione. Eppure, per i cristiani rimane un problema il fatto che la celebrazione della fede stia diventando culturalmente clandestina, che non dica più nulla alla città, come si trattasse di una questione extra muros. È vero che si potrebbe interpretare questa crescente indifferenza come una restituzione di libertà ai riti cristiani, i quali, senza interferenze esterne e senza il rumore del mondo, potrebbero forse essere celebrati con ritrovata integrità.

Per il cristianesimo, però, anche quando vissuto come esperienza spirituale di piccole comunità, il mondo non è mai un rumore: il mondo rimane una dimora dove trovare posto. Dimora provvisoria, è vero, ma per i cristiani lo è nella stessa misura in cui essa lo è per tutti gli altri esseri umani sulla terra. E non è mai superfluo insistere sul fatto che il patrimonio delle religioni ha molto da rivelare alla cultura contemporanea su ciò che essa stessa, sempre più anonimamente, trasporta. Per la cultura, ignorare il religioso significa ignorare sé stessa. Per questo non sarà mai Venerdì Santo solo nelle chiese. Ogni volta che si celebra la morte di Gesù, essa avviene nel mondo e riguarda il mondo. Dio va incontro a tutti. La croce ci insegna la solidarietà estrema di Dio e mostra fino a che punto egli è disposto a spingersi.

Uno dei caratteri più radicali del cristianesimo è l’aver disattivato le forme religiose di sostituzione. Se pensiamo agli altari dell’antichità pre-cristiana, essi sono ricolmi di sacrifici e olocausti, ed erano regolati da un potente sistema rituale che garantiva che quegli animali immolati sostituissero i loro offerenti, ne tenessero il posto, adempissero nell’immolazione il voto che gli umani avevano fatto.

Per capire la radicalità del cambiamento cristiano in proposito, una mappa preziosa è il testo della Lettera agli Ebrei. Questo scritto, da collocarsi probabilmente in un periodo precedente all’anno 70 del I secolo, è l’unico luogo del Nuovo Testamento che attribuisce a Cristo i titoli di «sommo sacerdote» e di «mediatore della nuova alleanza». L’autore rilegge l’azione di Gesù confrontandola con due significativi momenti del passato: il patto dell’alleanza che Mosè stabilì sul monte Sinai, e la cerimonia annuale che nel grande Giorno dell’Espiazione il sommo sacerdote svolgeva nel tempio. Al Sinai, Mosè ratificò l’alleanza aspergendo l’assemblea del popolo con il sangue delle vittime sacrificali e spiegando: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi...» (Es 24,8). E, in modo simile, il Giorno dell’Espiazione, dopo aver sacrificato le vittime animali, il sommo sacerdote entrava da solo nel santuario, raggiungeva il luogo chiamato «Santo dei Santi», e lo aspergeva con il sangue, operando così la purificazione dai peccati del popolo (Lv 16).

La visione della Lettera agli Ebrei va in un’altra linea, in quanto dichiara: «È impossibile che il sangue di tori e di capri elimini i peccati» (Eb 10,4). Riconosce così l’inefficacia dei sacrifici di sostituzione per poter accedere a Dio. L’autore, infatti, mette in bocca a Gesù queste parole: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”» (Eb 10,5-7). Cristo diventa «il sommo sacerdote dei beni futuri» non con il sangue di capri e vitelli, ma con l’offerta di sé stesso, «l’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre» (Eb 10,10).

Per questo è importante ricordare che la condanna a morte di quel profeta chiamato Gesù di Nazaret, la cui esecuzione su una croce apparve come un fatto rigorosamente profano, un evento di banale cronaca penale, di nessun’altra rilevanza, era in realtà il momento definitivo in cui la realtà dell’amore, il radicale dono di sé dell’amore autentico, dissolveva il sistema della sostituzione. È il motivo per cui il Vangelo di Matteo scrive che, quando Gesù spirò appeso a una croce, «il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono» (Mt 27,51). L’umanità di Gesù, il modo in cui egli visse la sua umanità, diventa il vero tempio. Così come il vero culto diventa quello esistenziale.

Come ha incisivamente osservato il filosofo René Girard, Gesù svuota il paradigma della religione sacrificale, la logica di violenza contenuta nelle contese mimetiche, come pure il meccanismo dell’attribuzione arbitraria della responsabilità all’altro, che serve solo a sopprimerlo dalla nostra vita (il meccanismo del capro espiatorio). Sulla croce queste logiche s’infrangono. Cristo offre sé stesso, porge l’altra guancia, fa trionfare il perdono invece della vendetta.

La croce di Cristo esprime in modo scandalosamente nuovo lo spazio di Dio nel mondo. È una chiave ermeneutica differente per l’interpretazione del divino. Dio non rimane a distanza, indifferente al mondo e alle sue convulsioni. La confisca dell’esistenza è la condizione abbracciata in prima persona da Colui che è stato appeso alla croce. Così, nessun dolore, nessun pianto, nessuna paura, nessun confinamento gli sono indifferenti. Le questioni che questo Venerdì Santo solleva non sono, dunque, minoritarie e complicate questioni religiose che riguardino soltanto i cristiani. Sono un dibattito necessario sul significato dell’umano e su quello che ci salva.

Ciò detto, bisogna aggiungere che entrare in una chiesa il Venerdì Santo è un’esperienza che può solo lasciare attoniti. Guardiamo il tabernacolo, ed è aperto e vuoto, come fosse stato spogliato. L’altare non ha tovaglia né ornamenti: solo la nuda pietra. Se cerchiamo una croce, non la troviamo: è stata rimossa, o nascosta allo sguardo da un velo. Siamo lì come fossimo in un qualche luogo sperduto, frugando tra il silenzio e le macerie. Ci troviamo in una situazione parallela a quella descritta nel Vangelo di Giovanni quando i messaggeri vestiti di bianco chiedono alla Maddalena: «“Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”» (Gv 20,13).

È vero che troppe volte il cristianesimo (il nostro, per lo meno) corre il rischio dell’eccesso: troppe parole, accumuli di simboli e di ritualismi... Il giorno del Venerdì Santo è l’opposto: avviene una drammatica riduzione. Lo spazio religioso si svuota fino all’osso; diventa semplicemente anonimo; nulla lo distingue da qualsiasi altro luogo desolato sulla terra. La liturgia che si celebra in quest’occasione inizia con un silenzio rigoroso, e quando i presbiteri arrivano nella zona dell’altare si prostrano a terra, giacendovi a lungo, come inanimati, mimando con il proprio corpo l’abbandono che tutta la comunità è chiamata a sperimentare. Che fitto enigma è questo? Dove ci porta questo procedere incerto, questa celebrazione così spoglia, questo radicale denudamento? L’unica risposta è: ci porta al nocciolo ardente dei misteri cristiani, che in verità sono puro scandalo, stordimento e follia, poiché i cristiani credono in un Messia crocifisso, in un Salvatore che salva non attraverso la forza, ma attraverso l’impotenza. È ciò che san Paolo esplicita nella Prima Lettera ai Corinzi: «Noi annunciamo Cristo crocifisso: scandalo… e stoltezza» (1Cor 1,22).

Davvero il cristianesimo opera una coraggiosa inversione di paradigma: mentre la religiosità naturale porta l’uomo a cercare un Dio potente in aiuto alla sua vulnerabilità, il cristianesimo rinvia continuamente l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio. In questo caso, la fede cos’è? La fede è prendere parte alla sofferenza di Dio nel mondo, abbracciando e prendendosi cura di ognuno che soffre, facendosi carico solidariamente della responsabilità di questa storia, credendo che nel mistero pasquale essa diventa stagione e promessa della storia della salvezza.

*Cardinale Prefetto del Dicastero della Cultura ed Educazione

Fonte: Avvenire

 

LA FOLLIA DELLA CROCE

 


Il duplice significato

del legno


 - di GIANCARLO RAVASI


La via dolorosa

C’è nella città vecchia di Gerusalemme una strada che porta ancor oggi il nome di Via Dolorosa. Su quel percorso, in un giorno della primavera forse dell’anno 30, un corteo avanzava sotto la direzione dell’exactor mortis, il centurione romano incaricato dell’esecuzione capitale per crocifissione. Il condannato, scortato da quattro soldati armati di lancia e dalla solita folla dei curiosi, procedeva recando sulle spalle probabilmente il patibulum, cioè l’asse trasversale della croce. Soste, incontri, piccoli episodi della narrazione evangelica che ha per protagonista Gesù di Nazaret sono divenuti le «stazioni» della Via crucis, la famosa pratica devozionale cristiana sorta già al tempo delle Crociate. Noi ora fisseremo il nostro sguardo sulla meta di quel gruppo di persone, un modesto picco roccioso fuori dalle mura di Gerusalemme, in aramaico Golgota, in latino Calvario, in italiano «Cranio», forse per la sua forma o perché era la sede delle condanne a morte per crocifissione. È noto che questa esecuzione capitale, il servile supplicium, come lo definiva lo storico romano Tacito, cioè il supplizio infamante degli schiavi, era praticata in Palestina dalle forze romane di occupazione nei confronti dei rivoluzionari, com’è attestato anche dallo scheletro di un giovane ebreo di nome Yehohanan (Giovanni) con un chiodo nella caviglia e segni di perforazione nell’avambraccio, ritrovato nel 1969 a nord-est di Gerusalemme. Le modalità della crocifissione, infatti, erano un po’ differenti da quelle che l’arte ha raffigurato nei secoli, ma il supplizio era comunque causa di «una sofferenza intollerabile e della più penosa delle morti», come affermava lo storico ebraico filoromano Giuseppe Flavio, vissuto poco dopo Gesù, nella sua opera Guerra giudaica.

La moria ella croce 

Negli Atti degli apostoli, parlando della morte di Cristo, si afferma che egli «fu appeso a un legno» (5,30; 10,39; 13,29; 16,24). Questa espressione ha una duplice spiegazione. La prima è di ordine storico: la croce era costituita, infatti, di un legno verticale che era già infisso nel terreno, mentre – come si diceva – il condannato portava sulle spalle il braccio orizzontale della croce, che veniva poi sollevato sul palo verticale quando la vittima era stata inchiodata ai polsi o negli avambracci. Questo «legno» verticale era, dunque, l’asse portante. La forma finale della croce era, quindi, a T (in greco tau), anche se sopra di essa un altro paletto poteva recare il titulus, ossia la motivazione ufficiale della condanna a morte. L’altra ragione per il ricorso al termine «legno» è, invece, di indole teologica, come insegna san Paolo che cita un passo del libro biblico del Deuteronomio (21,23) per mostrare che in Cristo si addensa tutta la «maledizione» del peccato perché si trasformi in «benedizione» per noi: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti» (Galati 3,13-14). Lo stesso Apostolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi proclama con forza che «noi annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani, ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei sia Greci, Cristo è potenza e sapienza di Dio» (1,23-24). Si comprende quanto forte sia la provocazione paolina nel porre al centro della fede e della stessa cultura cristiana un simile segno, enfaticamente opponendolo alla sapienza greca. Egli marca il contrasto definendo ciò che la croce appariva agli occhi dei pagani: essa è in greco chiamata môría, cioè «stupidità, idiozia, stoltezza, follia».

Lo skándalon della croce

 Era, infatti, espressione del fallimento assoluto di una vita, tenuto conto del significato sociale comune che essa rivestiva. Per il giudaismo, poi, continua Paolo, è skándalon, cioè pietra di inciampo, elemento di sconcerto, anche perché la tradizione ebraica non poteva accettare una simile fine ignominiosa per il Messia salvatore. Si assiste, così, a un vero e proprio capovolgimento dei valori umani, come l’Apostolo scriverà ai Filippesi: «Tutte le cose che per me erano un guadagno, le ho reputate per Cristo perdita e spazzatura» (3,7-8). È, dunque, ribadita con forza l’originalità del messaggio cristiano rispetto al sistema codificato della cultura allora dominante. Il Vangelo entra in scena in modo paradossale, mostrando attraverso la croce non una divinità fredda e distante dal nostro soffrire e morire, come si aveva nella religiosità classica, bensì un Dio che introduce la logica dell’amore e della condivisione. Una scelta che supera e spiazza ogni logica meramente razionale.  In modo paradossale e attualizzato potremmo dire che nessuno cercherebbe Dio su una sorta di «sedia elettrica», com’era allora nell’accezione comune la croce, sede solo di infamia e di delitto; e invece è proprio lassù che Dio si svela nel Cristo crocifisso, confermando ancora una volta la legge coniata dal profeta Isaia, quando riferisce questo oracolo divino: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (55,8).


domenica 29 ottobre 2023

LA BUONA EDUCAZIONE


 La vita di una società dipende strettamente dal livello di educazione etica dei cittadini. Un alto livello di eticità produce automaticamente una società unita, coesa e accogliente. Un basso o inesistente livello di eticità produce al contrario una società lacerata, caotica e invivibile.

-         di Vito Mancuso

Vige da noi un concetto sostanzialmente formale di educazione che la fa coincidere con quelle regole basilari di convivenza che ci permettono di stare insieme senza disturbarci troppo l'un l'altro. L'educazione però, come emerge da altre lingue, non è riducibile alle buone maniere: in inglese, per esempio, to be educated è ben altra cosa da to be polite (laddove polite è "educato", educated "istruito"). Education in inglese, come Erziehung in tedesco, significa "istruzione" o anche "formazione" e una persona well educated è una persona bene istruita e solidamente formata. Esattamente lo stesso è il significato del latino educatio e del greco paideia. Una persona non educata, quindi, oltre a essere socialmente imbarazzante è, ben più radicalmente, un ignorante. E l'educazione, oltre a essere esercizio del rispetto e della cortesia, coincide con la formazione ricevuta dallo studio e assimilata a dovere dalla personalità.

A mio avviso però, oltre all'arte di sapersi comportare con rispetto e al patrimonio culturale della mente, vi è un ulteriore livello nel concetto di educazione: è l'educazione come etica e governo di sé e come conseguente agire responsabile. Il concetto di educazione è quindi tripartito e presenta tre finalità: l'interazione rispettosa e gentile con gli altri, la professionalità personale, la pienezza dell'umanità. E per argomentare la tesi chiarisco cosa intendo con "umanità".

Io penso che esista uno specifico umano che ci differenzia da tutti gli altri viventi, per esempio dagli scimpanzé con cui condividiamo quasi l'intero patrimonio genetico, e che ci differenzia al contempo dalle macchine intelligenti con cui passiamo ormai buona parte del tempo e che sempre più influenzeranno la nostra vita. Guardando al nostro corpo si può ritenere che tale nostra specificità sia la statura eretta e la neocorteccia cerebrale. Guardando alla nostra mente, che sia l'intelletto analitico da cui sorgono le scienze esatte, o che sia la ragione sintetica dalla quale sorgono i saperi umanistici. Si può inoltre sostenere che lo specifico umano sia il sentimento, in particolare l'amore. Si tratta di risposte tutte corrette ma che ancora non colgono il centro effettivo, perché questo, a mio avviso, consiste in uno spazio vuoto. Lo specifico umano è la presenza di uno spazio vuoto tra noi e il nostro corpo, tra noi e il nostro intelletto analitico, tra noi e la nostra ragione sintetica, tra noi e il nostro sentimento, il quale fa sì che noi siamo e insieme "non" siamo il nostro corpo, il nostro intelletto, la nostra ragione, il nostro sentimento. Questo spazio vuoto, o caos interiore, ci rende indeterminati e imprevedibili, e il suo nome più appropriato è libertà. Ebbene, tale spazio vuoto detto libertà è propriamente l'oggetto dell'educazione etica. Il fine del terzo livello dell'educazione consiste quindi nel dare forma e orientamento alla libertà.

L'educazione etica si realizza quando un essere umano percepisce che nella vita esiste qualcosa di più importante di sé per cui vivere, ovvero quando compie l'esperienza del valore. Tale esperienza avviene quando uno apre finalmente gli occhi della mente, inizia a guardare il mondo per quello che esso è, si mette a riflettere e dice a se stesso: la natura è più importante di me, la cultura è più importante di me, la giustizia è più importante di me, ci sono mille cose più importanti di me. Chi sente questa attrazione della verità e acconsente al suo richiamo è un essere umano educato eticamente. Il che lo conduce a vivere in modo da fare di sé non un arrivista vorace, ma un soggetto responsabile e maturo, consapevolmente collegato a un codice di valori. L'educazione etica fa sì che un essere umano ponga consapevolmente la sua libertà a servizio non più di se stesso ma del bene, della giustizia, della bellezza. L'etica si fonda su due pilastri: valore + libertà. E l'educazione etica è educazione della libertà al senso del valore.

Ma come viene impartita oggi l'educazione ai giovani nelle nostre scuole? A me pare che sia tutta concentrata sul secondo livello, quello dell'educazione come istruzione, mentre vengono sistematicamente ignorate sia l'educazione come arte delle relazioni sia l'educazione etica. Questo significa che il nostro sistema scolastico, ovvero il laboratorio dove si prepara il futuro di un Paese, guarda ai nostri giovani unicamente come a soggetti da istruire per renderli preparati e operativi in funzione della struttura economica. L'educazione è ridotta unicamente a istruzione. Il punto però è che l'istruzione, che ovviamente è importantissima e anzi indispensabile, non è sufficiente per ottenere la pienezza dell'educazione, la quale suppone anche gli altri due livelli dell'impresa educativa: l'arte del vivere insieme agli altri con rispetto e gentilezza, e l'etica in quanto vita responsabile e affidabile.

Così oggi noi, invece di avere persone adeguatamente educate, non solo istruite ma anche gentili e rispettose e moralmente affidabili, abbiamo (quando va bene) dei competenti. Non importa poi che il loro linguaggio sia volgare, che il loro agire sia prepotente e villano, che la loro condotta etica sia alquanto imbarazzante per non dire di peggio, perché si ritiene essenziale solo che sappiano brillantemente la loro materia. Occorrerebbe però non dimenticare mai il seguente avvertimento del filosofo laico Benedetto Croce: «Senza religiosità, cioè senza poesia, senza eroismo, senza coscienza dell'universale, senza armonia, senza sentire aristocratico, nessuna società vivrebbe». Sottolineo l'espressione «sentire aristocratico», che equivale a nobiltà d'animo, e mi chiedo: da dove nasce in un essere umano la nobiltà d'animo se non dall'attrazione esercitata dall'etica?

Ma a essere decisiva è la valenza politica dell'affermazione di Croce, ovvero l'idea che la vita di una società dipende strettamente dal livello di educazione etica dei cittadini. Un alto livello di eticità produce automaticamente una società unita, coesa e accogliente. Un basso o inesistente livello di eticità produce al contrario una società lacerata, caotica e invivibile. Basta conoscere un po' il mondo per rendersi conto che è così. Il triste paradosso, però, è che da noi il laboratorio in cui si prepara il futuro del nostro Paese ha dimenticato completamente l'educazione etica, e direi l'educazione in generale. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ma attenzione. L'imminente arrivo dell'intelligenza artificiale nelle nostre vite implica più urgentemente che mai il recupero della pienezza del concetto di educazione, se ci vogliamo salvare come esseri umani e non finire ridotti a elementi performanti eterodiretti. Le macchine vengono istruite tramite le istruzioni impartite dai programmatori ed esse eseguono fedelmente il compito ricevuto. Noi però non siamo macchine, per lo meno non ancora. E non lo diventeremo se sapremo recuperare i due livelli oggi trascurati del concetto di educazione, vale a dire l'arte del vivere insieme agli altri con rispetto e gentilezza e l'etica quale passione per il bene e la giustizia. Non solo i nostri ragazzi, anche tutti noi ne abbiamo davvero bisogno.

La Stampa


sabato 3 settembre 2022

SCOPRENDOCI AMATI


 -Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.-

 + Dal Vangelo secondo Luca  - 

Lc 14,25-33

- In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

 Commento di p. Paolo Curtaz

Un po’ per convinzione, un po’ per abitudine, un po’ perché non si sa mai e, tutto sommato, il cristianesimo porta in sé una discreta dose di credibilità. E poi che tenero è Gesù. E un po’ ci hanno sempre insegnato così. E poi è comodo, in fondo.

È difficile pensare alle cose di Dio, come già fa notare l’autore del testo della Sapienza, unico libro della Bibbia che cerca di usare linguaggio e ragionamenti che occhieggino ai greci, i cittadini del mondo dell’epoca.

Difficile perché, immagine magnifica usata dall’autore alessandrino, il corpo appesantisce l’anima.

Quindi evviva se qualcuno ci fa il riassunto. Se altri hanno riflettuto prima di noi. Se non dobbiamo sbatterci troppo a cercare Dio e ci viene proposto già precotto e masticato. Evviva!

È simpatico Gesù. Poi guarisce, d’ogni tanto. E tutto sommato poco esigente, vuoi mettere col mese di digiuno (fatto seriamente) dei musulmani? Insomma, ci sta. Siamo cristiani. Abbastanza, insomma.

Poi.

Poi Gesù si volta verso la folla numerosa. E parla. Spiega cosa intende quanto dice di essere venuto a portare il fuoco sulla terra. Cosa significa diventare discepolo di uno come lui. Vabbè.

Di più

Seguire il fuoco significa incendiarsi d’amore. Seguire uno come lui, disposto a donarsi totalmente, a percorrere i quattro confini della terra per raccontare con le parole e con la vita chi è davvero Dio, significa voltare pagina, salire una vetta. Allora chiede, Gesù, osa. Chiede di essere amato di più.   Chiede di essere amato perché esiste l’amore, che tutti conosciamo, che è epifania divina, che è esperienza totalizzante e struggente di Dio riflesso nelle persone e nelle situazioni. Ed esiste un amore più grande, quello del dare vita. Quello che Gesù ci ha svelato. E che in lui possiamo sperimentare.

È esigente, sì, e finanche presuntuoso, il Signore. Ma perché può mantenere ciò che promette. Lui può amare di più. Può donare un amore più grande.

Più grande del più grande amore che abbiamo vissuto o che mai potremo sperimentare.

Chiede perché lui per primo dona.

Non c’è spazio per i tiepidi. O per i superficiali. O per i calcolatori. Niente bilancino per pesare quanto diamo per poter esigere da Dio in controparte, col Signore.

Ecco, qualcuno, fra i molti che lo seguono, abbassa lo sguardo, si ferma. Non scherziamo.

La propria croce

Seguire Gesù significa portare la propria croce. E qui ci rassicuriamo. Vittime come siamo di ogni disgrazia, silenziosi penitenti reietti, santi in pectore rassegnati a soffrire come Gesù ci chiede… Figli di una spiritualità crocefissa, autolesionista, piangente. Così felicemente fermi al Venerdì Santo che quasi ci scordiamo della Pasqua. Figli della croce più che del crocefisso risorto. Solo che non abbiamo capito nulla di quanto Gesù dice. Nulla. Nada. Nothing.

Ha appena parlato d’amore. Di un amore più grande. Da ricevere e da restituire. L’amore ha a che fare con la croce. Cioè col dono totale di sé.

Il primo a parlarne è Marco (Mc 8.34-35) quando, a Cafarnao, Gesù spiega in che modo sarà Messia. È disposto a morire pur di non rinnegare il volto del Padre. Pur di non cambiare idea. E così sarà. Allora chiede ai discepoli di essere disposti anch’essi a seguirlo in questo compito così impegnativo, anche a costo della propria morte.

Questa è la croce da prendere: la testimonianza del volto del Padre anche a costo della stessa vita. Seguire il fuoco, l’Amato significa avvicinarsi alla testimonianza radicale del dono di sé.

Quindi (e mi sgolo nel ripeterlo): Dio non manda le croci. Mai.

E, potendolo, Gesù stesso avrebbe volentieri evitato quella testimonianza definitiva e tragica. Noi ci diamo le croci, gli uni gli altri, con i nostri giri di testa, le nostre paranoie, i nostri vittimismi. La croce non è una disgrazia accolta che rende felice Dio. Dio non ama la sofferenza. Mai. Se la vita ci mette davanti ad una testimonianza di dolore, questi va superato, non idolatrato. Non alziamoci ogni mattina felici di carteggiare la croce pensando di rallegrare Dio!

Il nostro è un Dio felice che ci vuole felici. E che ci lascia liberi. E l’amore, donandosi, si scorda di sé, diventa sacrificio, cioè sacum facere, rende sacro qualcosa. Ti amo anche quando mi ignori o mi disprezzi, amo mio figlio neonato anche se non mi fa dormire. E quel biberon che preparo nel cuore della notte mi pesa, mi costa, ma lo faccio ugualmente, diventa un fare sacro.

Fatti due conti

Ecco, i patti sono chiari, evidenti. Fatti due conti. Una religiosità che si esaurisce in quattro buone parole, in qualche distratta celebrazione, in un atteggiamento religioso che si esaurisce alla prima difficoltà, non è il fuoco di cui parla Cristo.

Fatti due conti, perché seguire uno così significa ribaltare la vita, convertirsi sul serio o, almeno, desiderarlo. E questi tempi amari stanno setacciando i nostri cuori. Facendoci capire se stiamo seguendo la rissosa logica del mondo o la rivoluzione mite portata da Cristo. Siate realisti, chiedete l’Impossibile, come scriveva Camus. Osa Gesù, folle presuntuoso.

È bellissimo amare, essere riamati, avere degli affetti e godere delle gioie legittime. Eppure, lui è di più. Più della più grande gioia che abbiamo vissuto e che mai vivremo.

Cambiamenti

Così facendo la nostra vita, da ora, cambia di prospettiva. Mettere la ricerca del tutto, la ricerca di Dio al centro della nostra vita, ci fa divenire persone nuove. Ne sa qualcosa Filemone, simpatico cristiano delle origini, cui Paolo indirizza un biglietto di accompagnamento rimandandogli uno schiavo che si era rifugiato presso l’apostolo.

 Paolo invita Filemone ad uscire dalla logica di questo mondo, padrone-schiavo, per entrare nella logica del Regno, fratello-fratello. Paolo non lo sa, ma in questo piccolo biglietto pianta il seme che diventerà l’albero dell’abolizione della schiavitù.

Cerchiamo Dio, allora.

Non quello piccino delle nostre paure, dei nostri deliri, delle nostre ossessioni. Del buon senso, della religiosità popolare che non cambia la vita, quello che benedice le nostre idee. Quello magnifico del Signore Gesù. Più grande della più grande gioia che siamo in grado di vivere.

Scoprendoci amati.

 Cerco il tuo volto

sabato 29 agosto 2020

PENSARE SECONDO GLI UOMINI?


XXII DOMENICA 

DEL TEMPO  ORDINARIO 

2020






 Mt 16, 21-27

Dal Vangelo secondo Matteo
https://liturgia.silvestrini.org/podcast/archive/gcloud/vangelo_41_A_0.mp3



In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?  Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».


Commmento di don Lucio Gridelli
Il vangelo della domenica XXII è la continuazione di quello della domenica precedente in quale Gesù affermava che sul pietra che è Pietro edificherà "la sua assemblea".
Il vangelo odierno ha tre affermazioni chiarissime e durissime.
La prima, diciamo così, è teologica: il Messia, morirà, risorgerà.
La seconda è il rimprovero a Pietro: Tu non pensi secondo Dio, ma second gli uomini.
Terza: Se qualcuno vuole venire dietro a me, se vuoi essere cristiano, devi seguire la strada di Cristo , la sua croce e misegua.
I Sinottici (Mt, Mc e Lc) concordemente riportano tre annunci di passione, morte e risurrezione. Questo è il primo. Dopo il secondo annuncio gli evangelisti notano tristezza, perplessità, incomprensione da parte di tutti i discepoli e paura di interrogare Gesù. Dopo il terzo neppure reazioni.
È più facile accettare Gesù come Messia, il Figlio di Dio, che non accettare l’idea del Messia sofferente!
Questa volta è Pietro a reagire negativamente, facendosi forse portavoce degli altri.
“Satana” (ebraico e aramaico) non è necessariamente il nome del diavolo. Significa avversario, guastafeste, colui che mette il bastone fra le ruote.
“Skandalon” (greco) è qualsiasi cosa contro cui uno inciampa e cade. Nel NT l’uso è esclusivamente metaforico per designare qualcosa che rende difficile la fede.
Il fatto che tutto ciò sia posto subito dopo il conferimento del mandato a Pietro è senza dubbio sorprendente. Non sono i meriti personali alla base delle scelte di Dio.
È importante la motivazione del rimprovero: non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini.
La seconda lettura lo dice con molta chiarezza sotto forma di esortazione.
Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. … il vostro modo di pensare, …. Cambiare il modo di pensare è la metanoia che l’italiano traduce con “conversione”, confondendo un po’ le idee a chi non è esperto del linguaggio.
Avevamo letto anche domenica scorsa:
O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?
 Il discorso di Gesù prosegue passando dalla sua vicenda terrena alla nostra personale:
Se qualcuno vuol venire dietro a me,  rinneghi se stesso, prenda la sua croce  e mi segua.
La croce, viene a dirci Gesù, è una componente essenziale della vita cristiana, come lo è stato nella sua vicenda personale. Certo, non a tutti capiterà di incontrare le stesse difficoltà. Il Signore non pretende da nessuno più di quanto sia capace, col suo aiuto, di affrontare, ma ciascuno di noi dovrà condividere una parte della passione di Gesù. Tutto questo non spiega il mistero del dolore, ma dice che il dolore umano ha un significato e un valore.
Sia chiaro, però, la croce non è un fine, la croce è soltanto un mezzo. Il fine della vita cristiana è la gioia. Questa è la meta alla quale ci chiama Gesù: la partecipazione eterna alla gioia infinita di Dio.
Alla fine della vicenda terrena di Gesù c’è la resurrezione. Se noi “seguiamo” Gesù nelle vicende terrene, lo seguiremo pure nella risurrezione.
La chiave di lettura di tutto il discorso è l’amore. Quando sono innamorato di una persona, non c’è ostacolo che possa impedirmi di seguirla, dovunque.
Perdere e salvare: nel nostro linguaggio potremmo dire meglio “mettere in gioco”, “rischiare”, mettere in gioco la propria vita, rischiare la propria esistenza.
La nuova traduzione rende sempre yuch non con “anima” ma con “vita”. Si tratta cioè di salvare o perdere se stessi, la propria persona.
 Della seconda lettura vi faccio notare ancora una importante precisazione sul “culto”:
Vi esorto a offrire i vostri corpi (meglio la vostra persona, voi stessi) come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.
Non ci devono essere nella nostra quotidianità dei momenti sacri e dei momenti profani, dei momenti dedicati a Dio e dei momenti riservati a noi. Quando sono vissuti con fede, tutti i momenti sono nostri e tutti gli stessi momenti sono di Dio.
Culto spirituale non contrapposto a materiale, ma vero culto, culto animato dallo Spirito.
Dovremmo vivere così la nostra assemblea liturgica domenicale secondo quanto ci suggerisce una delle esortazioni che segnano il passaggio dall’offertorio alla preghiera eucaristica:
Pregate, fratelli e sorelle, perché portando all’altare la gioia e la fatica di ogni giorno, ci disponiamo a offrire il sacrificio gradito a Dio.
 La prima lettura oggi è molto più della semplice introduzione al vangelo. Per questo le dedico ampio spazio.
Geremia ci introduce bene nello spirito di questa domenica con un brano delle sue “confessioni”.
Ricordiamo che Geremia è “tipo”, cioè “profezia vivente”, di Gesù. La realizzazione certo supera di molto il “tipo”!
Geremia, più di altri profeti, parla molto di se stesso, rivela il suo intimo nella sue “confessioni” (11,18-20; 15,10-11.15-21; 17,14-18; 18,18-23; 20,7-18). Se voleste leggerle per intero, e fareste molto bene, tenete presente che siamo nell’AT, che vige ancora la legge del taglione e che il profeta si esprime con assoluta sincerità in momenti di grande tensione.
 Il brano segue l’intervento di Pascur, sacerdote e sovrintendente del tempio, che, uditi alcuni oracoli del profeta, lo fa fustigare e per una notte lo mette ai ceppi, e inizia l’ultima sezione delle celebri “confessioni di Geremia”
Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso.
I vocaboli vanno intesi tranquillamente nel loro significato attuale.
Dio lo obbliga ad annunziare calamità e miserie (“Violenza, oppressione” 6,7) mentre gli uomini lo ricoprono di derisione e di scherno.
 Geremia oggi ci interpella in prima persona.
Noi, che ci consideriamo cristiani non poi tanto male, abbiamo alle volte questo atteggiamento: Signore sono un buon cristiano, lavoro per te, magari anche un po’ come piace a me, son disposto a fare anche qualcosa di più, ma, ti prego, “non sedurmi” Signore, non chiedermi cose troppo oltre la normalità!
… perché correttamente intuiamo che, una volta che ci lasciassimo prendere, ci accadrebbe come a Geremia: nel mio cuore c’era come un fuoco ardente che non potevo contenere!
Allora però correttamente dovremmo risvegliare la nostra fede nel fatto che il Signore non ci chiede cose al di sopra delle nostre forze e che insieme con la sua richiesta manda anche gli aiuti, le “grazie”, per realizzarla.
Non ha senso una fede in Cristo senza la croce. Questo è il messaggio della domenica.
 Quando stavo per spedire il messaggio ho avuto un momento di dubbio sulla frase finale. È assolutamente esatta, ma può dare un’impressione negativa. E allora ho pensato di spiegarmi con un paragone.
Una dell cose che amo di più, e che per i limiti posti dalla vecchiaia mi mancano di più, è la montagna e in particolare l’arrampicare.
Per raggiungere una cima impegnativa non metto in conto rischi e fatiche e nemmeno momenti di paura.
E’ per raggiungere quella vetta sulla quale mi attende a braccia aperte Gesù in persona.


venerdì 1 settembre 2017

PERCHE' SEGUIRE GESU'

Prendere la croce di Cristo è abbracciare il giogo dell'amore 
Vangelo di domenica 3 settembre
 
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto (...) e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
  
Se qualcuno vuole venire dietro a me... Ma perché seguirlo? Perché andare dietro a lui e alle sue idee? Semplice: per essere felice. Quindi Gesù detta le condizioni. Condizioni da vertigine. La prima: rinnegare se stesso. Parole pericolose, se capite male. Gesù non vuole dei frustrati al suo seguito, ma gente dalla vita piena, riuscita, compiuta, realizzata. Rinnegare se stessi non significa mortificare la propria persona, buttare via talenti e capacità. Significa piuttosto: il mondo non ruota attorno a te; esci dal tuo io, sconfina oltre te. Non mortificazione, allora, ma liberazione.
Seconda condizione: Prenda la sua croce e mi segua. Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo, che abbiamo interpretato come esortazione alla rassegnazione: soffri con pazienza, accetta, sopporta le inevitabili croci della vita. Ma Gesù non dice “sopporta”, dice “prendi”. Al discepolo non è chiesto di subire passivamente, ma di prendere, attivamente. Che cos'è allora la croce? È il riassunto dell'intera vita di Gesù. Prendi la croce significa: “Prendi su di te una vita che assomigli alla sua”. La vocazione del discepolo non è subire il martirio ma una vita da Messia; come lui anche tu passare nel mondo da creatura pacificata e amante.

La croce nel Vangelo indica la follia di Dio, la sua lucida follia d'amore. Il sogno di Gesù non è uno sterminato corteo di uomini, donne, bambini, anziani, tutti con la loro croce addosso, in una perenne Via Crucis dolorosa. Ma l'immensa migrazione dell'umanità verso più vita. Sostituiamo croce con amore. Ed ecco: se qualcuno vuole venire con me, prenda su di sé il giogo dell'amore, tutto l'amore di cui è capace, e mi segua. Ciascuno con l'amore addosso, che però ha il suo prezzo: “Là dove metti il tuo cuore, là troverai anche le tue spine e le tue ferite”.

All'orizzonte si stagliano Gerusalemme e i giorni supremi. Gesù li affronta scegliendo di non assomigliare ai potenti del mondo. Potere vero per lui è servire, è venuto a portare la supremazia della tenerezza, e i poteri del mondo saranno impotenti contro di essa: il terzo giorno risorgerò. Quindi la parola centrale del brano: chi perderà la propria vita così, la troverà. Ci hanno insegnato a mettere l'accento sul perdere la vita. Ma se l'ascolti bene, senti che l'accento non è sul perdere, ma sul trovare.

L'esito finale è “trovare vita”. Quella cosa che tutti gli uomini cercano, in tutti gli angoli della terra, in tutti i giorni che è dato loro di gustare: la fioritura della vita. Perdere per trovare. È la fisica dell'amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato.


(Letture: Geremia 20, 7-9; Salmo 62; Romani 12,1-2; Matteo 16,21-27)
 
 
Ermes Ronchi 
 

(tratto da www.avvenire.it)