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venerdì 3 aprile 2026

IL SERVO DI ISAIA


Nell’era delle risposte immediate e delle reazioni automatiche, il Venerdì Santo ci ricorda che esiste una via diversa: spezzare la catena dell’odio senza cedere né colpire, trasformando i rapporti e lo sguardo.

 Roberto Pasolini

Viviamo nell’epoca della reazione istantanea. Un insulto ricevuto esige una risposta nel giro di secondi: sui social, dove tutto è pensato per ottenere un clic – e possibilmente una reazione – nella politica, nelle relazioni, nelle conversazioni di ogni giorno, ovunque. 

Chi non risponde viene letto come debole, arreso, già sconfitto prima ancora di aver parlato. La ritorsione è diventata il nostro respiro normale, il ritmo con cui si scandisce il tempo di chiunque non voglia soccombere. Il male entra in circolo, gira su se stesso e riparte amplificato, perché trova sempre qualcuno disposto a rilanciarlo. È la legge non scritta di questo tempo: se ti colpiscono, colpisci. Se ti umiliano, umilia. Altrimenti hai già perso. 

Eppure c’è qualcosa che portiamo dentro, forse più di quanto sappiamo nominare: la stanchezza di questo ritmo. La nausea di guerre che si nutrono di odio antico e non riescono a finire, di schermi che rimandano rabbia su rabbia come specchi contrapposti, di relazioni che si spezzano perché nessuno è disposto a cedere per primo, di giornate che si consumano in una difesa continua di noi stessi. 

C’è in noi – almeno in quella parte di noi che non ha ancora smesso di sperare – la sete di qualcosa di diverso. Non di ingenuità. Non di resa passiva. Di una forza che non assomigli alla violenza e che tuttavia sia capace di tenerle testa. Una forza che non abbiamo ancora imparato a riconoscere, forse perché non assomiglia a nulla di ciò che il mondo chiama forza. 

 I canti del Servo di Isaia, che la Settimana Santa ci fa ascoltare come chiave per leggere la Passione, descrivono un uomo che quella forza la possiede davvero. Non è un eroe che vince i nemici in battaglia: è qualcuno che accetta di ricevere colpi senza restituirli, sputi senza rispondervi, una condanna ingiusta senza trasformarla in vendetta. 

Il profeta usa un’immagine di una densità quasi insostenibile per descrivere questa figura: «Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti». Il male arriva fino a lui e lì si ferma. Non rimbalza. Non riparte. Si esaurisce. È la forma di resistenza più radicale che esista: non opporre forza alla forza, ma diventare il luogo in cui la spirale si interrompe. 

Un punto fermo in cui l’onda si infrange e non riesce più a ripartire. Gesù ha incarnato questo sino alla fine. Non da una distanza di sicurezza, non con un gesto isolato e straordinario compiuto in un momento eccezionale. Lo ha fatto attraverso un esercizio lungo tutta una vita: nelle incomprensioni quotidiane, nelle piccole umiliazioni che nessuno ha mai registrato, nei silenzi custoditi quando sarebbe stato così facile – e così comprensibile – rispondere. 

Il mondo conosce sostanzialmente due risposte al male: la resa o la ritorsione. Gesù ne ha praticata una terza, infinitamente più difficile: l’assorbimento. Ricevere senza rimandare. Restare senza fuggire. Offrire senza pretendere nulla in cambio, nemmeno la comprensione di chi si ama. 

La croce non è un momento: è il compimento di una scelta fatta ogni giorno, in condizioni meno epiche del Calvario, spesso in circostanze che nessuno noterà mai. Un’obbedienza che si apprende attraverso il tirocinio della sofferenza. Una resistenza che non si impone con la forza, ma si offre con tutta la vita. 

 Noi conosciamo bene il mondo in cui viviamo. Ne portiamo addosso i segni, le abitudini, i riflessi condizionati che si attivano prima ancora che ce ne accorgiamo. E sappiamo quanto sia difficile – quanto costi davvero, quanto vada contro ogni istinto profondo di sopravvivenza – non restituire il male ricevuto. 

Non è una scelta che si compie una volta sola: va ricominciata ogni mattina, in condizioni diverse, contro avversari – interiori ed esteriori – sempre nuovi. Ma forse vale la pena fermarsi su una domanda, prima di tornare al rumore ordinario delle nostre giornate: se anche noi, nel nostro piccolo, imparassimo a diventare uno di quei luoghi in cui la spirale si interrompe – nelle nostre case, nelle nostre amicizie, nei contesti in cui viviamo e operiamo – cosa cambierebbe intorno a noi? Forse non cambierebbe subito il mondo. 

Ma potrebbe essere diverso il modo in cui attraversiamo le nostre giornate: meno parole che feriscono, meno reazioni dettate dall’istinto, meno tempo consumato a rincorrere ciò che ci ha fatto male. Più libertà nei rapporti, più pace dentro, più spazio per ciò che davvero conta. 

È questo, in fondo, ciò che il Venerdì Santo consegna anche a noi: non un gesto eroico da ammirare da lontano, ma una possibilità da praticare da vicino. Che il male, almeno in qualche punto della storia – anche piccolo, anche nascosto – possa fermarsi. E non ripartire più.



venerdì 29 marzo 2024

LA FOLLIA DELLA CROCE

 


Il duplice significato

del legno


 - di GIANCARLO RAVASI


La via dolorosa

C’è nella città vecchia di Gerusalemme una strada che porta ancor oggi il nome di Via Dolorosa. Su quel percorso, in un giorno della primavera forse dell’anno 30, un corteo avanzava sotto la direzione dell’exactor mortis, il centurione romano incaricato dell’esecuzione capitale per crocifissione. Il condannato, scortato da quattro soldati armati di lancia e dalla solita folla dei curiosi, procedeva recando sulle spalle probabilmente il patibulum, cioè l’asse trasversale della croce. Soste, incontri, piccoli episodi della narrazione evangelica che ha per protagonista Gesù di Nazaret sono divenuti le «stazioni» della Via crucis, la famosa pratica devozionale cristiana sorta già al tempo delle Crociate. Noi ora fisseremo il nostro sguardo sulla meta di quel gruppo di persone, un modesto picco roccioso fuori dalle mura di Gerusalemme, in aramaico Golgota, in latino Calvario, in italiano «Cranio», forse per la sua forma o perché era la sede delle condanne a morte per crocifissione. È noto che questa esecuzione capitale, il servile supplicium, come lo definiva lo storico romano Tacito, cioè il supplizio infamante degli schiavi, era praticata in Palestina dalle forze romane di occupazione nei confronti dei rivoluzionari, com’è attestato anche dallo scheletro di un giovane ebreo di nome Yehohanan (Giovanni) con un chiodo nella caviglia e segni di perforazione nell’avambraccio, ritrovato nel 1969 a nord-est di Gerusalemme. Le modalità della crocifissione, infatti, erano un po’ differenti da quelle che l’arte ha raffigurato nei secoli, ma il supplizio era comunque causa di «una sofferenza intollerabile e della più penosa delle morti», come affermava lo storico ebraico filoromano Giuseppe Flavio, vissuto poco dopo Gesù, nella sua opera Guerra giudaica.

La moria ella croce 

Negli Atti degli apostoli, parlando della morte di Cristo, si afferma che egli «fu appeso a un legno» (5,30; 10,39; 13,29; 16,24). Questa espressione ha una duplice spiegazione. La prima è di ordine storico: la croce era costituita, infatti, di un legno verticale che era già infisso nel terreno, mentre – come si diceva – il condannato portava sulle spalle il braccio orizzontale della croce, che veniva poi sollevato sul palo verticale quando la vittima era stata inchiodata ai polsi o negli avambracci. Questo «legno» verticale era, dunque, l’asse portante. La forma finale della croce era, quindi, a T (in greco tau), anche se sopra di essa un altro paletto poteva recare il titulus, ossia la motivazione ufficiale della condanna a morte. L’altra ragione per il ricorso al termine «legno» è, invece, di indole teologica, come insegna san Paolo che cita un passo del libro biblico del Deuteronomio (21,23) per mostrare che in Cristo si addensa tutta la «maledizione» del peccato perché si trasformi in «benedizione» per noi: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti» (Galati 3,13-14). Lo stesso Apostolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi proclama con forza che «noi annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani, ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei sia Greci, Cristo è potenza e sapienza di Dio» (1,23-24). Si comprende quanto forte sia la provocazione paolina nel porre al centro della fede e della stessa cultura cristiana un simile segno, enfaticamente opponendolo alla sapienza greca. Egli marca il contrasto definendo ciò che la croce appariva agli occhi dei pagani: essa è in greco chiamata môría, cioè «stupidità, idiozia, stoltezza, follia».

Lo skándalon della croce

 Era, infatti, espressione del fallimento assoluto di una vita, tenuto conto del significato sociale comune che essa rivestiva. Per il giudaismo, poi, continua Paolo, è skándalon, cioè pietra di inciampo, elemento di sconcerto, anche perché la tradizione ebraica non poteva accettare una simile fine ignominiosa per il Messia salvatore. Si assiste, così, a un vero e proprio capovolgimento dei valori umani, come l’Apostolo scriverà ai Filippesi: «Tutte le cose che per me erano un guadagno, le ho reputate per Cristo perdita e spazzatura» (3,7-8). È, dunque, ribadita con forza l’originalità del messaggio cristiano rispetto al sistema codificato della cultura allora dominante. Il Vangelo entra in scena in modo paradossale, mostrando attraverso la croce non una divinità fredda e distante dal nostro soffrire e morire, come si aveva nella religiosità classica, bensì un Dio che introduce la logica dell’amore e della condivisione. Una scelta che supera e spiazza ogni logica meramente razionale.  In modo paradossale e attualizzato potremmo dire che nessuno cercherebbe Dio su una sorta di «sedia elettrica», com’era allora nell’accezione comune la croce, sede solo di infamia e di delitto; e invece è proprio lassù che Dio si svela nel Cristo crocifisso, confermando ancora una volta la legge coniata dal profeta Isaia, quando riferisce questo oracolo divino: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (55,8).