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domenica 16 luglio 2023

DIECI TAZZE A COLAZIONE

 Dieci tazze a colazione sono allegria e abbondanza. Sono il sorriso assonnato di ospiti sempre diversi e la buona volontà di chi, al mattino presto, conta le scarpe in corridoio per capire quante persone si presenteranno a tavola. Ma sono anche emergenza, mani tese verso chi ha più bisogno.

Irene ha una famiglia felice, un rapporto speciale con il marito e due figli meravigliosi, eppure qualcosa le manca. Forse è proprio la consapevolezza di essere fortunata a spingerla verso chi non lo è affatto, per provare quanto meno a bilanciare i conti.

 Inizia così un percorso di volontariato in una comunità “madre-bambino”, dove scopre la realtà delle famiglie più disastrate: ragazze giovanissime scappate da padri padroni, figli resi problematici dagli abusi e dalla trascuratezza in cui sono cresciuti, tossicodipendenze, ignoranza. È un viaggio doloroso e umanissimo, tra vicende drammatiche e oscure, in cui però riesce ancora a filtrare qualche raggio di speranza: i bambini che nonostante tutto tornano a sorridere, la diffidenza delle mamme che pian piano si scioglie, l’affetto che sboccia.

 Irene riesce a coinvolgere anche i componenti della sua famiglia, ognuno dei quali diventa volontario a suo modo, e infine apre la porta della sua casa per accogliere altri tre figli in affidamento, e dare così la possibilità a Malika, la madre naturale, di ricostruire le fila di una vita normale.

  INTERVISTA ALL’AUTRICE

Cosa è per te DIECI TAZZE A COLAZIONE?

Difficile riassumere in poche righe quale significato abbia per me questo libro.

Più di tutto forse è stata un’esigenza. Quella di mettere ordine tra un guazzabuglio di sentimenti contrastanti, e ugualmente potenti, che mi hanno travolto e coinvolto negli ultimi anni. È parte di me e allo stesso tempo lì dentro io sono poca cosa. È un libro fatto di donne, di adolescenti in crisi, di bambini sofferenti e allo stesso tempo di speranze da costruire.

 Le storie che hai raccontato sono reali, così come lo è la tua: quanto fa paura aprirsi così tanto agli altri?

Ci vuole una sana dose di incoscienza,  forse, per buttarsi a capofitto in storie di vita così difficile. Ma paura no, non l’ho mai provata. Sgomento, impotenza e una gran voglia di amare. Difficile capire le dinamiche di cuore che si accendono all’interno di una comunità che accoglie madri e figli.

E aggiungo, che dietro quella pagina dorata della buona azione c’è una sana dose di egoismo. Fare del bene ti fa stare bene, dà un sapore diverso alla tua quotidianità.

 Chi ti ha letta in anteprima cosa ti ha detto in merito a DIECI TAZZE A COLAZIONE?

La prima a cui l’ho dato da leggere è stata la mia amica del cuore. Era entusiasta ma in realtà io non mi sono fidata del suo giudizio. Mi ama troppo per essere obiettiva, pensavo.

La svolta è arrivata quando ho trovato il coraggio di chiedere il parere ad un amico di mio marito, uomo di cultura, talent scout da molti anni in campo musicale, laureato in filosofia e al conservatorio: un uomo con cui è difficile rapportarsi alla pari. Ne è rimasto colpito fino alle lacrime. Lì ho iniziato a pensare che valesse la pena provare a pubblicare.

 Qual è il messaggio che vuoi che arrivi alle persone che leggeranno il tuo libro?

Io non ho la presunzione di poter dare messaggi. Certo mi piacerebbe che il libro possa portare, al termine della lettura ad alcune riflessioni.

Una per tutte che a questa società non si può solo ed esclusivamente chiedere. Bisogna imparare a dare. Almeno provarci.

 Una citazione che seconde te racchiude il senso di tutto quello che hai scritto.

Solo la cura ci rende genitori e figli. Non i cognomi non il sangue.

 Tre parole per descrivere DIECI TAZZE A COLAZIONE.

Sempre più difficile! Amore, dolore, sostegno.

 E ora la domanda più difficile di tutte: chi è Irene?

Irene è una donna di cinquant’anni ed è mille donne diverse. Pratica e sognatrice allo stesso tempo, piena di ideali e di insicurezze, punti interrogativi sempre in tasca, un marsupio per accogliere mille ragazzi e una donna innamorata di suo marito e dei libri.

 Scriverai ancora? E, se sì, cosa?

Io credo proprio di sì. A breve darò forma a una raccolta dei pensieri più significativi pubblicati sul mio blog “Donne che pensano” con qualche inedito e alcune piccole riflessioni.

E un nuovo romanzo ha già iniziato a vedere la luce. Troppo presto per dargli un sesso e un nome. Diamogli il tempo di crescere.

Irene Renei , Dieci tazze a colazione,  Altre Voci Edizioni, 2022

venerdì 24 marzo 2023

IL PARTITO DEMOCRATICO AD UN BIVIO

 FARE CHIAREZZA 

E GUARDARE LONTANO

-di Giuseppe Savagnone*

 Il balzo della Schlein

Il balzo in avanti dei consensi (un milione e ottocentomila voti!) che il partito democratico ha registrato, secondo tutti i sondaggi, all’indomani dell’elezione di Elly Schlein alla segreteria, premia senza dubbio una scelta coraggiosa di rinnovamento che la figura della nuova segretaria sembra impersonare, non solo per la sua giovane età, ma anche per una “storia” personale che la colloca al di fuori delle logiche burocratiche dell’apparato del PD e la rende felicemente “alternativa”.

E ce n’era davvero bisogno, in una struttura partitica che da troppo tempo sembrava aver perso la carica innovativa delle origini e appariva a molti più la garante dell’esistente che non la promotrice del cambiamento. Significativo il suo declino elettorale, sia a livello nazionale che nelle ultime elezioni regionali, caratterizzate da un dilagante astensionismo – sei elettori su dieci! – che tutto lascia pensare abbia riguardato soprattutto l’elettorato di sinistra.

Già nella tornata elettorale del 2018 gli italiani avevano cercato altrove – nei 5stelle soprattutto – chi potesse far sperare in un rinnovamento radicale (che poi non c’è stato). Ora, dopo le delusioni di queste aspettative, si sono rivolti a un partito come Fratelli d’Italia (l’unico vero vincitore, stando al responso delle urne) e a un volto nuovo, com’era Giorgia Meloni, preferendo correre il rischio della novità che la certezza della routine.

È questa voglia di uno stacco dal passato che probabilmente ha giocato un ruolo decisivo anche nell’ascesa della Schlein. E lei ha subito corrisposto a questa istanza della base assumendo atteggiamenti ben più dinamici di quelli a cui ci avevano abituato gli ultimi segretari del PD e interpretando con maggiore decisione  il suo ruolo di leader dell’opposizione.

È in questo contesto che si colloca anche la partecipazione, a Milano, alla manifestazione di protesta contro le restrizioni imposte dal nuovo governo alla registrazione dei figli delle coppie gay.

Problemi di stile

Ma proprio quest’ultima mossa, insieme all’annuncio di una prossima proposta di legge del PD per riconoscere i diritti delle famiglie omogenitoriali, ha suscitato una serie di riserve non solo e non tanto da parte della destra, quanto di personalità della stessa sinistra e di osservatori indipendenti.

Alcune di queste riserve si riferiscono al metodo. È il caso dei bonari, ma espliciti, avvertimenti provenienti dal “padre nobile” del PD, Romano Prodi, alla nuova segretaria: «Se riduciamo tutto a una piazza finiamo male», ha detto l’anziano leader.  Ricordando che «la piazza è anche un modo di rincuorare, è un modo di stare insieme, è importante. Ma guai alla piazza sola».

 Un monito che appare particolarmente significativo in un contesto in cui la nuova segretaria, sull’onda dell’entusiasmo del raduno milanese, ha affermato che «è già pronta una legge per il Parlamento scritta assieme alle associazioni», senza neppure aver avuto il tempo di consultare la nuova direzione, appena costituita, in cui sono rappresentate e avrebbero dovuto confrontarsi le diverse anime del partito.

Sono in gioco i diritti dei bambini o i desideri degli adulti?

Ma i problemi sollevati dalla presa di posizione della Schlein sono soprattutto quelli che riguardano il merito della sua iniziativa. La manifestazione di Milano ha avuto come bandiera la difesa dei diritti dei bambini delle coppie omogenitoriali. «Contro questi bambini e bambine crudelmente si sono scagliati coloro che oggi governano il paese, ma sono bimbi come tutti», ha detto la segretaria del PD al termine.

Il punto è che, per quanto riguarda i bambini già nati da queste coppie esiste una sentenza della Corte costituzionale che prevede la possibilità della cosiddetta step child adoption, l’«adozione in casi particolari», che, scavalcando tutti i criteri a cui devono sottostare normalmente le coppie eterosessuali, consente al giudice di dare in adozione un bambino anche in situazioni che non avrebbero consentito di giungere all’adozione piena, per tutelare il diritto del minore alla famiglia.

Sul terreno di una ragionevole sanatoria delle situazioni già in atto si possono naturalmente fare ulteriori passi, ma non è quello che chiedevano i manifestanti di Milano e a cui mira la segretaria del PD. Ciò che essi vogliono è piuttosto che sia garantito anche per il futuro un regime di automatica trascrizione delle genitorialità riconosciute all’estero, anche quando siano realizzate in forme contrarie alle leggi del nostro paese, com’è la maternità surrogata o “gravidanza per altri” (Gpa), una pratica vietata in Italia ma permessa in altri paesi, tra cui alcuni aderenti alla UE, anche se in questi ultimi solo a titolo gratuito.

Il problema riguarda dunque i bambini che ancora non sono nati (anzi, neppure concepiti) o, per essere più precisi, le coppie di adulti – siano esse omo o eterosessuali – intenzionate ad averli ricorrendo a questa pratica. È a tutelare queste coppie, non i figli (che ancora non ci sono), che è evidentemente volta la proposta di legge annunciata dalla Schlein. 

E quando si parla di “diritti”, non si parla di quelli indiscutibili (e indiscussi) dei bambini, ma di quelli, più problematici, degli aspiranti genitori, per cui vale evidentemente la logica oggi dominante secondo cui ogni desiderio viene trasformato automaticamente in un bisogno, ogni bisogno in una pretesa, ogni pretesa in un diritto.

Ora, come ha notato una nota femminista, Luisa Muraro, «non esiste un diritto di avere figli a tutti i costi», anche se «ce lo vogliono far credere». E il più che legittimo desiderio di averne non può essere realizzato attraverso una pratica che, per usare le parole di un’altra femminista militante, Sylviane Agacinski,  tratta «una donna come un mezzo di produzione di bambini» e che implica inevitabilmente «relazioni economiche sempre diseguali», tra un committente ricco e una donna che per denaro accetta di far crescere dentro di sé un bambino – stabilendo con lui quell’intimo rapporto che ogni gravidanza comporta, per poi essere obbligata a separarsene.

Il corpo in vendita

A questo punto si dovrebbe legittimare anche la vendita degli organi, magari invocando i “diritti” degli acquirenti ad essere sani. La verità è che la maternità surrogata o Gpa, la si chiami come si vuole, è la forma più estrema di mercificazione del corpo umano e l’ultimo atto di un neocapitalismo che, con essa, assoggetta alla logica mercantile perfino l’evento profondamente umano della maternità.

Che poi, in qualche paese, sulla carta ciò venga subordinato alla condizione della gratuità è, come è stato detto a chiare lettere da una sostenitrice di questa pratica, solo «una grande menzogna»: «desiderare una Gpa altruistica e senza scambi di denaro non solo è mostrare di vivere al di là del mondo reale, ma è anche un’opzione estremamente pericolosa: è solo dare l’opportunità ai delinquenti e criminali di ogni genere di schiavizzare davvero le donne e usare i loro grembi a fine di lucro».

Essere o avere?

In realtà, la nuova battaglia in cui Elly Schlein sta imbarcando il Partito Democratico non è affatto, contrariamente a quanto continuano a sostenere i giornali di destra, una forma di estremismo di sinistra. A dire il vero non è neppure una vera svolta nella linea di questo partito, che da molto tempo, ormai, si occupa molto più dei cosiddetti “diritti” individuali che delle questioni legate alla giustizia sociale.

Una linea che ha alle spalle una visione rigorosamente “di destra”, che si ispira alla definizione data da uno dei padri dell’ideologia liberale, il filosofo del Seicento John Locke, il quale propose di sostituire il concetto medievale di persona, caratterizzato dall’ “essere”, con uno fondato invece sull’ “avere”.

“Persona” vorrebbe dire, secondo lui, essere proprietari di se stessi, del proprio corpo, delle proprie facoltà, del proprio lavoro e poterli perciò dare liberamente in vendita o in affitto.

Coerentemente, anche la libertà del singolo – modellata sul concetto di proprietà privata – veniva definita in termini assolutamente insulari, come autonomia e potere di fare ciò che si vuole di se stessi senza doverne rispondere a nessuno. Una definizione perfettamente adeguata alle esigenze del capitalismo nascente, che si basò su di essa per giustificare la mercificazione degli operi salariati e del lavoro.

Lo stesso figlio concepito e generato in quest’ottica mercantile è ridotto a “cosa”.  Perché, come dice la Agacinski, «ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana». Altro che “diritti del bambino”!

La sinistra deve decidere cosa essere

È questa la “filosofia a cui si è sempre più ispirata la cosiddetta “sinistra” (ma il liberalismo è di destra!), nelle sue battaglie per l’aborto (“l’utero è mio e ne faccio quello che voglio”), per l’eutanasia e ora per la maternità surrogata.

 Questa linea ha progressivamente svuotato, negli anni, la concezione originaria del Partito democratico, nato dall’unione tra socialisti e cattolici democratici sulla base della comune battaglia contro quella che Marx chiamava la «reificazione» (riduzione a res, a “cosa”, dell’essere umano) e contro il selvaggio individualismo che, nella società capitalistica, la legittima, rompendo i legami di fraternità (secondo il cristianesimo) e di solidarietà sociale (secondo il socialismo) che rendono ogni essere umano responsabile nei confronti degli altri.

Da qui l’indebolimento della carica rivoluzionaria che sia il socialismo sia il cristianesimo dovrebbero avere nei confronti della società del profitto e della sopraffazione del più forte nei confronti del più debole. Sotto i governi di cui il PD è stato parte in questi ultimi anni si è arrivati in Italia a cinque milioni e mezzo di cittadini in condizioni di povertà assoluta ed è stato un ministro dell’interno di questo partito, Minniti, a inaugurare la politica di accordi con la Libia che ha dato luogo ai disumani campi di detenzione sul territorio africano. Senza dire che anche l’accoglienza verso i migranti che sono riusciti ad arrivare in Italia non si è finora mai tradotta in un progetto organico di integrazione.

A dire il vero la Schlein, proprio all’indomani della sua elezione a segretaria, ha parlato di problemi di giustizia sociale, come il salario minimo. Questa sì sarebbe una svolta rispetto al passato e un ritorno alle origini autentiche del PD. Ma siamo davanti a una filosofia opposta e incompatibile rispetto a quella dell’individualismo possessivo ed egocentrico che sta dietro la logica della maternità surrogata. 

Questa proposta porta all’estremo una tendenza già esistente ed evidenzia ancora più fortemente il problema.  È ora che il Partito democratico faccia una scelta coerente. Consapevole che, se essa fosse quella di continuare ad essere una riedizione del vecchio partito radicale (che di sinistra non aveva nulla), i cattolici e i socialisti degni di questo nome non potrebbero più considerarlo casa loro.

 

*Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.

Scrittore ed Editorialista.

 

www.tuttavia.eu

 

venerdì 9 dicembre 2022

I DIRITTI DEL BAMBINO


Una proposta di cui 

non possiamo essere orgogliosi

- di Giuseppe Savagnone *

 

È di questi giorni la proposta, da parte della Commissione europea, di un regolamento per assicurare che i diritti riconosciuti ai figli di una coppia omosessuale in uno Stato membro lo siano automaticamente in tutta l’Unione europea. Se il Parlamento e il Consiglio approveranno la proposta, una coppia gay, che abbia ottenuto il riconoscimento della propria genitorialità nei confronti di un bambino da uno Stato dell’Unione, potrà ottenere un certificato valido anche in tutti gli altri Stati membri.

La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in un tweet si è detta «orgogliosa» di questa iniziativa. «Se tu sei genitore in un Paese», ha scritto, «sei genitore in tutti».

«Non si tratta di cambiare il modo in cui ogni Stato definisce la famiglia», ma di «proteggere i diritti del bambino», ha detto il commissario alla Giustizia, il belga Didier Reynders.

L’obiettivo dichiarato è, infatti, di garantire pieni diritti a «tutti i tipi di famiglie quando si spostano da uno Stato membro all’altro per motivi di viaggio o di residenza», e in particolare ai loro figli – che, nel caso delle coppie omosessuali sono ovviamente adottivi – , in campi quali la successione, gli obblighi alimentari, le questioni scolastiche o sanitarie o il diritto di custodia.

Il magistero morale della UE

Si tratta di un’esigenza ragionevole, che sembrerebbe al di sopra di ogni possibile riserva. In realtà dei problemi ci sono. Il primo nasce dal fatto che all’interno dell’Unione europea le posizioni in materia di adozione da parte delle coppie omosessuali sono nettamente diversificate.

Con due blocchi agli antipodi: da un lato i Paesi nordici – Danimarca, Svezia, Finlandia – , i primi a riconoscere pieni diritti delle coppie omosessuali, anche riguardo al tema della genitorialità. Sul fronte opposto i Paesi dell’Est – Ungheria, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia – , che non prevedono alcuna disciplina né tutela dei rapporti di filiazione omoparentale.

Il primo fronte si è sempre più rafforzato, in questi anni, con l’adesione di nazioni come Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Belgio e, recentemente, Slovenia e Croazia, che hanno scelto la via della piena uguaglianza tra coppie gay e copie eterosessuali anche riguardo alla genitorialità.

L’Italia ha introdotto le unioni civili tra persone dello stesso sesso soltanto nel 2016, con la legge n.76, in cui però non è previsto il riconoscimento delle adozioni, anche se poi di fatto singole sentenze della magistratura le hanno convalidate.

L’eventuale approvazione del regolamento proposto dalla Commissione europea implicherebbe una omologazione che di fatto svuoterebbe queste differenze ed estenderebbe a tutti i Paesi dell’UE l’apertura alle adozioni da parte delle coppie omosessuali. Esse, infatti, sarebbero legittimate, anche in quelli che attualmente non le prevedono, in base al certificato ottenuto da una coppia in un Paese dove invece sono permesse. A questo punto diventerebbe solo questione di possibilità economiche permettersi un viaggio all’estero per acquisire tale certificato. E questo creerebbe una ingiusta disparità, eliminabile solo col cambiamento di legislazione anche nei Paesi in cui l’adozione non è consentita.

È chiaro, dunque, che, malgrado l’assicurazione del commissario europeo, l’innovazione determinerebbe una parziale ma significativa modifica del regime giuridico della famiglia all’interno dei vari Stati membri, estendendo a tutte le coppie gay il diritto di avere dei figli. 

Sarebbe un passo ulteriore nella direzione già intrapresa da tempo dalle istituzioni della UE per esercitare un’autorità morale e giuridica in questioni etiche, come l’aborto – è di qualche mese fa la proposta del Parlamento europeo di inserire il diritto di aborto nella Carta dei diritti fondamentali –  , scavalcando le posizioni assunte dai singoli Stati membri.

Paradossalmente l’Europa, ancora divisa – come ha una volta di più dimostrato la recente crisi energetica – su tante scelte politiche, in cui si evidenzia il persistere di una logica sovranista da parte dei singoli Paesi, soprattutto dei più potenti, sembra cercare la sua unità a livello intellettuale e morale, condizionando pesantemente i suoi membri, fino al punto di cercare di imporre uno schema unico in un ambito così delicato com’è la famiglia.

Evidentemente a Bruxelles si pensa che la differenza di posizioni su questi problemi derivi da un ritardo culturale ed etico di alcuni Paesi rispetto ad altri e che la battaglia per i diritti sia alla fine produttiva di un progresso per tutti.

C’è il diritto di avere figli ad ogni costo?

Ma è davvero così? Davvero la filosofia dei diritti – sistematicamente scissa da quella delle responsabilità e dei doveri e oggi considerata indiscutibile, al pari dei vecchi dogmi religiosi – può essere sottratta a quel ragionevole controllo critico che proprio la tradizione illuminista dell’Europa ha sempre ritenuto indispensabile?

Proprio il caso della genitorialità può essere un esempio dei problemi che questa filosofia comporta. Perché è un tipico diritto, ormai indiscusso, quello delle coppie – eterosessuali o gay – di avere figli. A qualunque costo. Da qui la pratica della fecondazione assistita, anche eterologa, fino all’estremo del ricorso alla maternità surrogata – il cosiddetto “utero in affitto” – una forma di procreazione assistita in cui una donna provvede alla gestazione per conto di una o più persone, che saranno il genitore o i genitori del nascituro.

Il ricorso a tale metodo viene solitamente sancito attraverso un contratto, in cui il futuro genitore (o i futuri genitori) e la gestante dettagliano il procedimento, le sue regole, le sue conseguenze, il contributo alle spese mediche.

Anche se non sempre fondata su una retribuzione della donna gestante (nei Paesi europei che la permettono, il fine di lucro è escluso), si tratta di una pratica vistosamente riduttiva dello spessore umano della maternità. La donna diventa una incubatrice e il nascituro un prodotto da commissionare. Non a caso molte associazioni femministe si oppongono alla maternità surrogata, vedendovi, giustamente, un estremo frutto della riduzione della donna – oltre che del bambino stesso – ad oggetto.

Ora, per quanto la pratica in questione venga utilizzata soprattutto dalle coppie eterosessuali che non possono avere figli naturalmente, essa acquista un particolare significato nel caso delle coppie gay, per cui questa impossibilità è fisiologica. È inevitabile che la generalizzazione del loro diritto alla genitorialità favorisca il ricorso all’utero in affitto. Creando una situazione in cui un numero crescente di bambini dovrà chiedersi di chi è veramente figlio – se della coppia che lo ha allevato, o della donna che lo ha generato, oppure ancora (nel caso che l’inseminazione si astata fatta ricorrendo a una banca del seme) del donatore che ha fornito i suoi spermatozoi. Siamo sicuri che questo sia il modo migliore di «proteggere i diritti dei bambini»?

Il problema generale delle adozioni da parte di coppie gay

In realtà, anche nel caso di una normale adozione da parte di una coppia omosessuale, questo interrogativo è legittimo. Si sente dire spesso che questa soluzione è comunque assai preferibile, per un bambino, che rimanere senza genitori, ricoverato in una casa-famiglia. Chi dice questo non conosce bene la situazione delle adozioni, almeno in Italia. Ci sono lunghe liste di coppie di sposi che aspettano mesi e a volte anni prima di poter avere in adozione un bambino. Sono le lungaggini burocratiche – a volte e in parte giustificate dalle necessarie cautele – a rallentare fortemente l’assegnazione dei figli adottivi a chi li richiede, non la scarsità di richiedenti. 

Si tratterebbe dunque, se mai, di preferire alcune volte la coppia gay a quella etero. Ora, per un bambino è veramente la stessa cosa crescere in rapporto a una coppia formata da un padre da una madre o in una dove ci siano due madri o due padri? Una immensa quantità di studi sul ruolo che ha, per una sana crescita psicologica del figlio o della figlia, la diversa relazione con queste due figure, sembrerebbe escludere una simile conclusione. E le rassicuranti interviste rilasciate da figli di coppie gay, da cui emerge la loro perfetta serenità psicologica, sono soggette all’ovvia riserva che eventuali problemi in ogni caso si anniderebbero nell’inconscio ed emergerebbero eventualmente solo dopo molti anni.

Si dirà che ciò che conta è che ci siano, al di là dell’identità biologicamente maschile o femminile, una figura che impersona la paternità e una che rappresenta la maternità. Nella cultura del virtuale, dove la realtà fisica e biologica viene sistematicamente sottovalutata rispetto all’apparire, questo misconoscimento del ruolo della corporeità può anche apparire plausibile.   

Ma la vita quotidiana ci ripete ogni giorno che l’identità dell’essere umano è inscindibilmente psico-fisico-spirituale e che, come diceva un mio amico medico, «il colon è lo specchio dell’anima». I corpi raccontano la nostra storia, contribuiscono in modo deciso a determinarla e ne manifestano le profondità. Un padre e una madre sono tali, anche se adottivi, in quanto uomo e donna. E lo stesso bisogno di riferirsi, nel caso delle coppie omosessuali, a una bipolarità sessuale di paternità e maternità, rivela involontariamente l’insopprimibile richiamo a queste categorie.

Non si tratta di ricadere in una omofobia che per troppo tempo ha misconosciuto la dignità degli omosessuali e che costituisce un fenomeno del passato (purtroppo perdurante spesso anche nel presente) di cui la nostra civiltà deve solo vergognarsi, ma semplicemente di non chiudere gli occhi sulla realtà. Il rispetto e la stima che, per esperienza personale, ho di molte coppie omosessuali – spesso a loro volta contrarie alle adozioni –, non sono in contrasto con ciò che qui si è detto. E col fatto che il perseguimento del diritto indiscriminato di avere figli, checché ne pensi la Commissione europea, non è necessariamente nell’interesse dei bambini.

 

*Pastorale della Cultura, Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

 

sabato 15 gennaio 2022

FIGLI, UOMINI e ANIMALI


 Il Papa odia 

gli animali domestici?

 di Giuseppe Savagnone

-          Questa volta papa Francesco l’ha fatta grossa! Si è messo contro gli animali o, più precisamente, contro coloro che li prendono e li curano al posto dei figli. È stato durante un’udienza di alcuni giorni fa: «Oggi», ha detto, «la gente non vuole avere figli, almeno uno. E tante coppie non vogliono. Ma hanno due cani, due gatti. Sì, cani e gatti occupano il posto dei figli». Non l’avesse mai detto! Ondata di critiche sui social, a difesa dei poveri animali domestici. Perfino sulla stampa ci sono stati echi critici.

Su «Il Fatto Quotidiano» Morena Zapparoli, a nome di tutti i possessori di cani e gatti, ha detto che l’affermazione di Bergoglio «ci ha ferito». E ha cercato di spiegare al papa il perché: «Per noi un cane o un gatto è una creatura di cui prenderci cura perché non siamo noi a possedere loro ma sono loro a possedere noi. Per noi sono esseri capaci di darci un amore incondizionato senza chiedere niente in cambio perché ci hanno scelti per condividere un pezzo di strada insieme per il tempo, troppo breve, che Dio ha concesso loro sulla Terra. Per noi sanno parlare senza bisogno di usare il nostro linguaggio, con gli sguardi, con il muso umido contro il nostro, con le fusa, con la coda gioiosa agitata nell’aria, e dicono più di quello che direbbero mille parole».

L’articolo si concludeva con l’accusa al pontefice di essere in contraddizione col nome che ha scelto di portare: «Per noi [i nostri animali] sono tutto e non potremmo più neppure immaginare di vivere senza di loro e quando muoiono, una parte di noi muore con loro. Senza polemica, caro Francesco, ma il Santo di cui tu porti il nome, sarebbe di certo d’accordo con noi».

La crisi della genitorialità

Forse può essere utile a capire i termini reali della questione un breve richiamo al contesto in cui Francesco parlava, che era quello di una catechesi sulla paternità putativa di s. Giuseppe. Proprio in riferimento ad essa, il Pontefice ha ricordato che «non basta mettere al mondo un figlio per dire di esserne anche padri o madri». In realtà, «tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti». E «avere figli, paternità e maternità, è la pienezza della vita di
una persona».

Da qui la valorizzazione, in concreto, dell’istituto dell’adozione, che ha alla base l’«atteggiamento così generoso e bello» di chi fa una «scelta» che «è tra le forme più alte di amore e di paternità e maternità». Da qui anche l’auspicio di Francesco «che le istituzioni siano sempre pronte ad aiutare in questo senso dell’adozione, vigilando con serietà, ma anche semplificando l’iter necessario perché possa realizzarsi il sogno di tanti piccoli che hanno bisogno di una famiglia, e di tanti sposi che desiderano donarsi nell’amore».

Un auspicio estremamente attuale, in una situazione come quella italiana che vede da un lato molti bambini senza genitori abbandonati in case famiglia, e dall’altro molte coppie, desiderose di adottare un bambino, costrette a rivolgersi all’adozione internazionale – sempre assai più problematica e rischiosa – , per le difficoltà e le lungaggini burocratiche a cui l’istituto dell’adozione è soggetto nel nostro Paese.

È all’interno di questo quadro che si colloca la critica del Papa a una società in cui la paternità e la maternità sembrano essere diventate una scelta sempre meno attraente: «Si vede che la gente non vuole avere figli e tante coppie non hanno figli perché non vogliono o ne hanno uno solo. Ma hanno cani e i gatti, che occupano il posto dei figli – ha aggiunto parlando a braccio -. Questo rinnegare la paternità e la maternità ci toglie umanità. E così la civiltà diventa più vecchia e senza umanità».

Il problema, come è abbastanza evidente, non è quello del rispetto per gli animali, ma riguarda l’incapacità delle persone di assumersi la responsabilità genitoriale. Di questa incapacità sono un evidente indizio i dati statistici relativi alla natalità nel nostro Paese. Secondo il rapporto Istat dello scorso dicembre, l’ultimo rilevamento statico, relativo al 2020, registra un nuovo record minimo delle nascite, 405 mila, a fronte di 740.000 decessi.

Un deficit che non è legato a motivazioni strettamente economiche – o almeno non soltanto a queste – , visto che esso è dovuto alla popolazione di cittadinanza italiana (-386 mila), mentre per gli stranieri residenti nel nostro Paese il saldo naturale resta ampiamente positivo (+50.584). Il problema non è strettamente economico. Il declino della genitorialità corrisponde a quello, più profondo, dello spirito del dono, che in essa raggiunge il suo culmine naturale.

È in gioco il fraintendimento della libertà, sempre più intesa egocentricamente come espressione della propria autonomia, piuttosto che come responsabilità verso qualcun altro. Per questa “libertà” i figli sono un ostacolo, molto più di un animale domestico (peraltro non bisogna dimenticare l’assurda pratica dell’abbandono di cani e gatti alla vigilia delle vacanze estive, quando anch’essi diventano un impaccio e vengono trattati come una zavorra di cui disfarsi).

Da qui le fosche previsioni che, sempre l’Istat, fa sul futuro demografico in Italia: una popolazione residente che da 59,6 milioni al primo gennaio 2020 scenderà a 58 milioni nel 2030, a 54,1 milioni nel 2050 e a 47,6 milioni nel 2070. Nel 2048 i decessi doppieranno le nascite e nel 2050 il rapporto tra giovani e anziani sarà di 1 a 3. Con conseguenze devastanti anche sul sistema pensionistico. Anche a questo il Papa ha fatto cenno nell’udienza generale: chi si prenderà cura degli anziani, chi li manterrà, quando non potranno più lavorare?

La logica della pensione è che ci sia un numero di lavoratori che, con i propri contributi, mantiene chi è in pensione: figli che si assumono a loro volta, dopo esserne stati allevati, la responsabilità dei propri genitori. Ma se una coppia ha un solo figlio, o addirittura non ne ha, i conti non tornano.

Non “contro” gli animali, ma “per” le persone umane

Si capisce, allora, il senso della denuncia di papa Francesco, che non è frutto insensibilità verso gli animali, ma di sensibilità verso le persone umane. È la preferenza data ai primi rispetto ai secondi che egli ha criticato, sia nei termini di apertura alla vita e di cura dei bambini abbandonati, sia in quelli di una responsabilità verso il bene comune della società nel suo insieme, a cominciare dai suoi membri più anziani.

Il problema, peraltro, non riguarda solo la questione della natalità. In un altro discusso intervento, durante un’udienza giubilare del maggio 2016, in pazza san Pietro, Francesco aveva messo in guardia dal confondere la pietà «con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi». E aveva proseguito: «Accade che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli».

Anche allora molte erano state le reazioni polemiche. Lorenzo Croce, presidente dell’Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente, aveva definito le parole del Papa «irresponsabili e fuorvianti» e lo aveva invitato a occuparsi dei preti pedofili invece di «fare lezioni a noi che amiamo sia uomini che animali come tutte creature di Dio». Ancora una volta, però, sarebbe bastato poco per capire che il problema del Pontefice non è di svalutare gli animali, ma di reagire alla svalutazione che, rispetto ad essi, subiscono le persone umane.

Di fronte al moltiplicarsi, nelle nostre città di cliniche veterinarie e di centri di toelettatura per animali domestici (esistono ormai anche dei corsi professionali per “toelettatore”, «una professionalità molto richiesta» si dice su Internet), non si può non chiedersi a quanti esseri umani è negato un minimo di cura e di benessere. Come di fronte alle ormai numerose pubblicità televisive relative ai più raffinati prodotti alimentari per cani e gatti viene spontaneo fare il confronto con le miserabili condizioni di vita di tanti uomini e donne nelle nostre periferie urbane. Per non parlare di quelle di quanti vivono nei Paesi sottosviluppati e lottano quotidianamente con la fame e le malattie…

La storia della Chiesa è piena di santi – non solo s. Francesco d’Assisi, come erroneamente si crede! – che amavano gli animali e avevano un ottimo rapporto con loro. Ed il massimo teologo della tradizione cristiana, Tommaso d’Aquino (a differenza di pensatori dell’epoca moderna come Cartesio) era convinto che essi hanno un’anima e sono capaci di avvertire piacere e sofferenza, gioie e dolori, anche se privi della facoltà razionale propria degli esseri umani. Non è il disprezzo degli animali, ma l’amore le persone a motivare le denunzie di papa Francesco. Ma forse è più comodo contestare quello che non dice, piuttosto che prendere sul serio quello che vuole dire.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

 

giovedì 4 febbraio 2016

IL VANGELO DEL MATRIMONIO

Il Vangelo del matrimonio

di Don Giulio Cirignano

Finalmente ho compreso, non so bene per quale misteriosa intuizione, la ragione della una mia permanente diffidenza verso l’atteggiamento e le azioni di molti cattolici a difesa della cosiddetta famiglia tradizionale. Ho compreso perché l’iniziativa programmata per la fine gennaio  mi ha lasciato non solo indifferente ma ha provocato in me un vero fastidio. Come mai? La ragione è presto detta anche se non è facile  esprimerla con tutta la chiarezza che meriterebbe. Dunque, perché?
Nei molti discorsi sull’argomento, nei dibattiti televisivi soprattutto, c’è un’assenza che fa pensare. Si avverte un vuoto tanto doloroso quanto triste. Manca un protagonista. Manca cioè la esposizione, convinta, serena e gioiosa della bellezza del matrimonio da parte di coloro che presumono di tutelarne le sorti. Tutti impegnati solo a condannare le posizioni diverse. Nessuno che trovi mai il modo di narrare, con il sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore la qualità bella e saporosa dell’esperienza sponsale secondo il Vangelo. Dobbiamo spiegarci.......

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