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sabato 25 febbraio 2023

FAME D'ARIA

Con Fame d’aria, Daniele Mencarelli fa i conti con uno dei sentimenti più intensi: l'amore genitoriale, e lo fa portandoci per mano dentro quel sottilissimo solco in cui convivono, da sempre, tragedia e rinascita.

 «Mencarelli, con il suo stile tagliente, asciutto e diretto, ci fa conoscere un papà molto reale e poco romanzato, difficile da condannare con la lente del perbenismo e con cui si empatizza fin dalle prime pagine.» -

 Tra colline di pietra bianca, tornanti, e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D'un tratto la frizione della sua vecchia Golf lo abbandona, nel momento peggiore: di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna padre e figlio incontrano Oliviero, un meccanico alla guida del suo carro attrezzi che accetta di scortarli fino al paese più vicino, Sant'Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall'auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni, avanti e indietro. In attesa che Oliviero ripari l'auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione, è proprio in una delle vecchie stanze che si sistemano. Sant'Anna del Sannio, poche centinaia di anime, è un paese bellissimo in cui il tempo sembra essersi fermato, senza futuro apparente, come tanti piccoli centri della provincia italiana. Ad aiutare Agata nel bar c'è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Sarà proprio lei, Gaia, a infrangere con la sua spontaneità ogni apparenza. Perché Pietro è un uomo che vive all'inferno. "I genitori dei figli sani non sanno niente, non sanno che la normalità è una lotteria, e la malattia di un figlio, tanto più se hai un solo reddito, diventa una maledizione." Ma la povertà non è la cosa peggiore. Pietro lotta ogni giorno contro un nemico che si porta all'altezza del cuore. Il disamore. Per tutto. Un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il dolore di Pietro, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l'umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole.

 Autore: Daniele Mencarelli

Editore: Mondadori

Collana: Scrittori italiani e stranieri

Anno edizione: 2023

In commercio dal: 17 gennaio 2023

Pagine: 180 p., Rilegato

EAN: 9788804761280


venerdì 9 dicembre 2022

I DIRITTI DEL BAMBINO


Una proposta di cui 

non possiamo essere orgogliosi

- di Giuseppe Savagnone *

 

È di questi giorni la proposta, da parte della Commissione europea, di un regolamento per assicurare che i diritti riconosciuti ai figli di una coppia omosessuale in uno Stato membro lo siano automaticamente in tutta l’Unione europea. Se il Parlamento e il Consiglio approveranno la proposta, una coppia gay, che abbia ottenuto il riconoscimento della propria genitorialità nei confronti di un bambino da uno Stato dell’Unione, potrà ottenere un certificato valido anche in tutti gli altri Stati membri.

La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in un tweet si è detta «orgogliosa» di questa iniziativa. «Se tu sei genitore in un Paese», ha scritto, «sei genitore in tutti».

«Non si tratta di cambiare il modo in cui ogni Stato definisce la famiglia», ma di «proteggere i diritti del bambino», ha detto il commissario alla Giustizia, il belga Didier Reynders.

L’obiettivo dichiarato è, infatti, di garantire pieni diritti a «tutti i tipi di famiglie quando si spostano da uno Stato membro all’altro per motivi di viaggio o di residenza», e in particolare ai loro figli – che, nel caso delle coppie omosessuali sono ovviamente adottivi – , in campi quali la successione, gli obblighi alimentari, le questioni scolastiche o sanitarie o il diritto di custodia.

Il magistero morale della UE

Si tratta di un’esigenza ragionevole, che sembrerebbe al di sopra di ogni possibile riserva. In realtà dei problemi ci sono. Il primo nasce dal fatto che all’interno dell’Unione europea le posizioni in materia di adozione da parte delle coppie omosessuali sono nettamente diversificate.

Con due blocchi agli antipodi: da un lato i Paesi nordici – Danimarca, Svezia, Finlandia – , i primi a riconoscere pieni diritti delle coppie omosessuali, anche riguardo al tema della genitorialità. Sul fronte opposto i Paesi dell’Est – Ungheria, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia – , che non prevedono alcuna disciplina né tutela dei rapporti di filiazione omoparentale.

Il primo fronte si è sempre più rafforzato, in questi anni, con l’adesione di nazioni come Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Belgio e, recentemente, Slovenia e Croazia, che hanno scelto la via della piena uguaglianza tra coppie gay e copie eterosessuali anche riguardo alla genitorialità.

L’Italia ha introdotto le unioni civili tra persone dello stesso sesso soltanto nel 2016, con la legge n.76, in cui però non è previsto il riconoscimento delle adozioni, anche se poi di fatto singole sentenze della magistratura le hanno convalidate.

L’eventuale approvazione del regolamento proposto dalla Commissione europea implicherebbe una omologazione che di fatto svuoterebbe queste differenze ed estenderebbe a tutti i Paesi dell’UE l’apertura alle adozioni da parte delle coppie omosessuali. Esse, infatti, sarebbero legittimate, anche in quelli che attualmente non le prevedono, in base al certificato ottenuto da una coppia in un Paese dove invece sono permesse. A questo punto diventerebbe solo questione di possibilità economiche permettersi un viaggio all’estero per acquisire tale certificato. E questo creerebbe una ingiusta disparità, eliminabile solo col cambiamento di legislazione anche nei Paesi in cui l’adozione non è consentita.

È chiaro, dunque, che, malgrado l’assicurazione del commissario europeo, l’innovazione determinerebbe una parziale ma significativa modifica del regime giuridico della famiglia all’interno dei vari Stati membri, estendendo a tutte le coppie gay il diritto di avere dei figli. 

Sarebbe un passo ulteriore nella direzione già intrapresa da tempo dalle istituzioni della UE per esercitare un’autorità morale e giuridica in questioni etiche, come l’aborto – è di qualche mese fa la proposta del Parlamento europeo di inserire il diritto di aborto nella Carta dei diritti fondamentali –  , scavalcando le posizioni assunte dai singoli Stati membri.

Paradossalmente l’Europa, ancora divisa – come ha una volta di più dimostrato la recente crisi energetica – su tante scelte politiche, in cui si evidenzia il persistere di una logica sovranista da parte dei singoli Paesi, soprattutto dei più potenti, sembra cercare la sua unità a livello intellettuale e morale, condizionando pesantemente i suoi membri, fino al punto di cercare di imporre uno schema unico in un ambito così delicato com’è la famiglia.

Evidentemente a Bruxelles si pensa che la differenza di posizioni su questi problemi derivi da un ritardo culturale ed etico di alcuni Paesi rispetto ad altri e che la battaglia per i diritti sia alla fine produttiva di un progresso per tutti.

C’è il diritto di avere figli ad ogni costo?

Ma è davvero così? Davvero la filosofia dei diritti – sistematicamente scissa da quella delle responsabilità e dei doveri e oggi considerata indiscutibile, al pari dei vecchi dogmi religiosi – può essere sottratta a quel ragionevole controllo critico che proprio la tradizione illuminista dell’Europa ha sempre ritenuto indispensabile?

Proprio il caso della genitorialità può essere un esempio dei problemi che questa filosofia comporta. Perché è un tipico diritto, ormai indiscusso, quello delle coppie – eterosessuali o gay – di avere figli. A qualunque costo. Da qui la pratica della fecondazione assistita, anche eterologa, fino all’estremo del ricorso alla maternità surrogata – il cosiddetto “utero in affitto” – una forma di procreazione assistita in cui una donna provvede alla gestazione per conto di una o più persone, che saranno il genitore o i genitori del nascituro.

Il ricorso a tale metodo viene solitamente sancito attraverso un contratto, in cui il futuro genitore (o i futuri genitori) e la gestante dettagliano il procedimento, le sue regole, le sue conseguenze, il contributo alle spese mediche.

Anche se non sempre fondata su una retribuzione della donna gestante (nei Paesi europei che la permettono, il fine di lucro è escluso), si tratta di una pratica vistosamente riduttiva dello spessore umano della maternità. La donna diventa una incubatrice e il nascituro un prodotto da commissionare. Non a caso molte associazioni femministe si oppongono alla maternità surrogata, vedendovi, giustamente, un estremo frutto della riduzione della donna – oltre che del bambino stesso – ad oggetto.

Ora, per quanto la pratica in questione venga utilizzata soprattutto dalle coppie eterosessuali che non possono avere figli naturalmente, essa acquista un particolare significato nel caso delle coppie gay, per cui questa impossibilità è fisiologica. È inevitabile che la generalizzazione del loro diritto alla genitorialità favorisca il ricorso all’utero in affitto. Creando una situazione in cui un numero crescente di bambini dovrà chiedersi di chi è veramente figlio – se della coppia che lo ha allevato, o della donna che lo ha generato, oppure ancora (nel caso che l’inseminazione si astata fatta ricorrendo a una banca del seme) del donatore che ha fornito i suoi spermatozoi. Siamo sicuri che questo sia il modo migliore di «proteggere i diritti dei bambini»?

Il problema generale delle adozioni da parte di coppie gay

In realtà, anche nel caso di una normale adozione da parte di una coppia omosessuale, questo interrogativo è legittimo. Si sente dire spesso che questa soluzione è comunque assai preferibile, per un bambino, che rimanere senza genitori, ricoverato in una casa-famiglia. Chi dice questo non conosce bene la situazione delle adozioni, almeno in Italia. Ci sono lunghe liste di coppie di sposi che aspettano mesi e a volte anni prima di poter avere in adozione un bambino. Sono le lungaggini burocratiche – a volte e in parte giustificate dalle necessarie cautele – a rallentare fortemente l’assegnazione dei figli adottivi a chi li richiede, non la scarsità di richiedenti. 

Si tratterebbe dunque, se mai, di preferire alcune volte la coppia gay a quella etero. Ora, per un bambino è veramente la stessa cosa crescere in rapporto a una coppia formata da un padre da una madre o in una dove ci siano due madri o due padri? Una immensa quantità di studi sul ruolo che ha, per una sana crescita psicologica del figlio o della figlia, la diversa relazione con queste due figure, sembrerebbe escludere una simile conclusione. E le rassicuranti interviste rilasciate da figli di coppie gay, da cui emerge la loro perfetta serenità psicologica, sono soggette all’ovvia riserva che eventuali problemi in ogni caso si anniderebbero nell’inconscio ed emergerebbero eventualmente solo dopo molti anni.

Si dirà che ciò che conta è che ci siano, al di là dell’identità biologicamente maschile o femminile, una figura che impersona la paternità e una che rappresenta la maternità. Nella cultura del virtuale, dove la realtà fisica e biologica viene sistematicamente sottovalutata rispetto all’apparire, questo misconoscimento del ruolo della corporeità può anche apparire plausibile.   

Ma la vita quotidiana ci ripete ogni giorno che l’identità dell’essere umano è inscindibilmente psico-fisico-spirituale e che, come diceva un mio amico medico, «il colon è lo specchio dell’anima». I corpi raccontano la nostra storia, contribuiscono in modo deciso a determinarla e ne manifestano le profondità. Un padre e una madre sono tali, anche se adottivi, in quanto uomo e donna. E lo stesso bisogno di riferirsi, nel caso delle coppie omosessuali, a una bipolarità sessuale di paternità e maternità, rivela involontariamente l’insopprimibile richiamo a queste categorie.

Non si tratta di ricadere in una omofobia che per troppo tempo ha misconosciuto la dignità degli omosessuali e che costituisce un fenomeno del passato (purtroppo perdurante spesso anche nel presente) di cui la nostra civiltà deve solo vergognarsi, ma semplicemente di non chiudere gli occhi sulla realtà. Il rispetto e la stima che, per esperienza personale, ho di molte coppie omosessuali – spesso a loro volta contrarie alle adozioni –, non sono in contrasto con ciò che qui si è detto. E col fatto che il perseguimento del diritto indiscriminato di avere figli, checché ne pensi la Commissione europea, non è necessariamente nell’interesse dei bambini.

 

*Pastorale della Cultura, Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

 

sabato 15 gennaio 2022

FIGLI, UOMINI e ANIMALI


 Il Papa odia 

gli animali domestici?

 di Giuseppe Savagnone

-          Questa volta papa Francesco l’ha fatta grossa! Si è messo contro gli animali o, più precisamente, contro coloro che li prendono e li curano al posto dei figli. È stato durante un’udienza di alcuni giorni fa: «Oggi», ha detto, «la gente non vuole avere figli, almeno uno. E tante coppie non vogliono. Ma hanno due cani, due gatti. Sì, cani e gatti occupano il posto dei figli». Non l’avesse mai detto! Ondata di critiche sui social, a difesa dei poveri animali domestici. Perfino sulla stampa ci sono stati echi critici.

Su «Il Fatto Quotidiano» Morena Zapparoli, a nome di tutti i possessori di cani e gatti, ha detto che l’affermazione di Bergoglio «ci ha ferito». E ha cercato di spiegare al papa il perché: «Per noi un cane o un gatto è una creatura di cui prenderci cura perché non siamo noi a possedere loro ma sono loro a possedere noi. Per noi sono esseri capaci di darci un amore incondizionato senza chiedere niente in cambio perché ci hanno scelti per condividere un pezzo di strada insieme per il tempo, troppo breve, che Dio ha concesso loro sulla Terra. Per noi sanno parlare senza bisogno di usare il nostro linguaggio, con gli sguardi, con il muso umido contro il nostro, con le fusa, con la coda gioiosa agitata nell’aria, e dicono più di quello che direbbero mille parole».

L’articolo si concludeva con l’accusa al pontefice di essere in contraddizione col nome che ha scelto di portare: «Per noi [i nostri animali] sono tutto e non potremmo più neppure immaginare di vivere senza di loro e quando muoiono, una parte di noi muore con loro. Senza polemica, caro Francesco, ma il Santo di cui tu porti il nome, sarebbe di certo d’accordo con noi».

La crisi della genitorialità

Forse può essere utile a capire i termini reali della questione un breve richiamo al contesto in cui Francesco parlava, che era quello di una catechesi sulla paternità putativa di s. Giuseppe. Proprio in riferimento ad essa, il Pontefice ha ricordato che «non basta mettere al mondo un figlio per dire di esserne anche padri o madri». In realtà, «tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti». E «avere figli, paternità e maternità, è la pienezza della vita di
una persona».

Da qui la valorizzazione, in concreto, dell’istituto dell’adozione, che ha alla base l’«atteggiamento così generoso e bello» di chi fa una «scelta» che «è tra le forme più alte di amore e di paternità e maternità». Da qui anche l’auspicio di Francesco «che le istituzioni siano sempre pronte ad aiutare in questo senso dell’adozione, vigilando con serietà, ma anche semplificando l’iter necessario perché possa realizzarsi il sogno di tanti piccoli che hanno bisogno di una famiglia, e di tanti sposi che desiderano donarsi nell’amore».

Un auspicio estremamente attuale, in una situazione come quella italiana che vede da un lato molti bambini senza genitori abbandonati in case famiglia, e dall’altro molte coppie, desiderose di adottare un bambino, costrette a rivolgersi all’adozione internazionale – sempre assai più problematica e rischiosa – , per le difficoltà e le lungaggini burocratiche a cui l’istituto dell’adozione è soggetto nel nostro Paese.

È all’interno di questo quadro che si colloca la critica del Papa a una società in cui la paternità e la maternità sembrano essere diventate una scelta sempre meno attraente: «Si vede che la gente non vuole avere figli e tante coppie non hanno figli perché non vogliono o ne hanno uno solo. Ma hanno cani e i gatti, che occupano il posto dei figli – ha aggiunto parlando a braccio -. Questo rinnegare la paternità e la maternità ci toglie umanità. E così la civiltà diventa più vecchia e senza umanità».

Il problema, come è abbastanza evidente, non è quello del rispetto per gli animali, ma riguarda l’incapacità delle persone di assumersi la responsabilità genitoriale. Di questa incapacità sono un evidente indizio i dati statistici relativi alla natalità nel nostro Paese. Secondo il rapporto Istat dello scorso dicembre, l’ultimo rilevamento statico, relativo al 2020, registra un nuovo record minimo delle nascite, 405 mila, a fronte di 740.000 decessi.

Un deficit che non è legato a motivazioni strettamente economiche – o almeno non soltanto a queste – , visto che esso è dovuto alla popolazione di cittadinanza italiana (-386 mila), mentre per gli stranieri residenti nel nostro Paese il saldo naturale resta ampiamente positivo (+50.584). Il problema non è strettamente economico. Il declino della genitorialità corrisponde a quello, più profondo, dello spirito del dono, che in essa raggiunge il suo culmine naturale.

È in gioco il fraintendimento della libertà, sempre più intesa egocentricamente come espressione della propria autonomia, piuttosto che come responsabilità verso qualcun altro. Per questa “libertà” i figli sono un ostacolo, molto più di un animale domestico (peraltro non bisogna dimenticare l’assurda pratica dell’abbandono di cani e gatti alla vigilia delle vacanze estive, quando anch’essi diventano un impaccio e vengono trattati come una zavorra di cui disfarsi).

Da qui le fosche previsioni che, sempre l’Istat, fa sul futuro demografico in Italia: una popolazione residente che da 59,6 milioni al primo gennaio 2020 scenderà a 58 milioni nel 2030, a 54,1 milioni nel 2050 e a 47,6 milioni nel 2070. Nel 2048 i decessi doppieranno le nascite e nel 2050 il rapporto tra giovani e anziani sarà di 1 a 3. Con conseguenze devastanti anche sul sistema pensionistico. Anche a questo il Papa ha fatto cenno nell’udienza generale: chi si prenderà cura degli anziani, chi li manterrà, quando non potranno più lavorare?

La logica della pensione è che ci sia un numero di lavoratori che, con i propri contributi, mantiene chi è in pensione: figli che si assumono a loro volta, dopo esserne stati allevati, la responsabilità dei propri genitori. Ma se una coppia ha un solo figlio, o addirittura non ne ha, i conti non tornano.

Non “contro” gli animali, ma “per” le persone umane

Si capisce, allora, il senso della denuncia di papa Francesco, che non è frutto insensibilità verso gli animali, ma di sensibilità verso le persone umane. È la preferenza data ai primi rispetto ai secondi che egli ha criticato, sia nei termini di apertura alla vita e di cura dei bambini abbandonati, sia in quelli di una responsabilità verso il bene comune della società nel suo insieme, a cominciare dai suoi membri più anziani.

Il problema, peraltro, non riguarda solo la questione della natalità. In un altro discusso intervento, durante un’udienza giubilare del maggio 2016, in pazza san Pietro, Francesco aveva messo in guardia dal confondere la pietà «con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi». E aveva proseguito: «Accade che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli».

Anche allora molte erano state le reazioni polemiche. Lorenzo Croce, presidente dell’Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente, aveva definito le parole del Papa «irresponsabili e fuorvianti» e lo aveva invitato a occuparsi dei preti pedofili invece di «fare lezioni a noi che amiamo sia uomini che animali come tutte creature di Dio». Ancora una volta, però, sarebbe bastato poco per capire che il problema del Pontefice non è di svalutare gli animali, ma di reagire alla svalutazione che, rispetto ad essi, subiscono le persone umane.

Di fronte al moltiplicarsi, nelle nostre città di cliniche veterinarie e di centri di toelettatura per animali domestici (esistono ormai anche dei corsi professionali per “toelettatore”, «una professionalità molto richiesta» si dice su Internet), non si può non chiedersi a quanti esseri umani è negato un minimo di cura e di benessere. Come di fronte alle ormai numerose pubblicità televisive relative ai più raffinati prodotti alimentari per cani e gatti viene spontaneo fare il confronto con le miserabili condizioni di vita di tanti uomini e donne nelle nostre periferie urbane. Per non parlare di quelle di quanti vivono nei Paesi sottosviluppati e lottano quotidianamente con la fame e le malattie…

La storia della Chiesa è piena di santi – non solo s. Francesco d’Assisi, come erroneamente si crede! – che amavano gli animali e avevano un ottimo rapporto con loro. Ed il massimo teologo della tradizione cristiana, Tommaso d’Aquino (a differenza di pensatori dell’epoca moderna come Cartesio) era convinto che essi hanno un’anima e sono capaci di avvertire piacere e sofferenza, gioie e dolori, anche se privi della facoltà razionale propria degli esseri umani. Non è il disprezzo degli animali, ma l’amore le persone a motivare le denunzie di papa Francesco. Ma forse è più comodo contestare quello che non dice, piuttosto che prendere sul serio quello che vuole dire.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

 

sabato 16 gennaio 2021

GENITORE UNO e DUE ?

Lo psicologo Regalia: differenze anche nominali indispensabili per la costruzione dell’identità dei figli.

 Nella bozza del decreto della ministra Lamorgese si parlerà semplicemente di “genitori”. Senza 1 e 2

-         di LUCIANO MOIA

 Meglio scrivere 'genitori' invece di madre e padre sulle carte d’identità o sui moduli scolastici dei ragazzi al di sotto dei 14 anni? Oppure 'genitori 1 e 2'? Potrebbe apparire una differenza di poco conto, ma non è così. Sarà comunque indispensabile attendere il parere del Garante della privacy e poi la decisione della Conferenza Stato-Città per capire la struttura del decreto del ministero dell’Interno destinato a cancellare, per la seconda volta in pochi anni, le parole padre e madre dalle carte d’identità elettroniche dei minori di 14 anni per far posto a un più generico 'genitori'. Mercoledì le agenzie di stampa e le comunicazioni diffuse dopo il question time a cui il ministro Luciana Lamorgese ha risposto alla Camera, lasciavano intendere che le tradizionali denominazioni di madre e padre sarebbero state sacrificate sull’altare delle richieste europee e per rispettare le 'criticità tecniche' segnalate dal Garante della privacy. Di conseguenza sarebbe stata ripristinata l’anonima classificazione numerica dei genitori che già aveva fatto tanto discutere quando era stata introdotta nel 2015 dal governo Renzi. Ma ieri la segreteria della ministra Lamorgese ha precisato che nella bozza del decreto non c’è al momento alcun riferimento numerico. Niente 'genitore 1 e 2' ma semplicemente 'genitori' o 'tutori' nel caso di assenza dei primi. In un allegato del decreto si sottolinea anche la necessità di indicare nome e cognome dei genitori stessi. Ora, una madre e un padre biologici sono naturalmente genitori. Quindi il cambio lessicale non incide sull’identità e sui ruoli. Mentre nel caso dei nuclei «arcobaleno» maternità e paternità possono essere in parte biologiche, in parte solo 'di intenzione'. Per questo motivo il Garante della privacy ha sottolineato «forti criticità dal punto di vista della protezione dei dati e della tutela dei minori, nel caso in cui i soggetti che esercitano la responsabilità genitoriale non siano riconducibili alla figura materna o paterna».

Ma è proprio così? Esistono davvero criticità nel riferimento esplicito alla madre e al padre nel caso di famiglie in cui uno dei due partner della coppia non fondi il suo ruolo su un dato biologico?

«La volontà di non riconoscere la peculiarità della funzione materna e paterna al punto da non nominarla, è una scelta che deve interrogare», osserva Camillo Regalia, docente di psicologia sociale alla Cattolica e direttore del Centro di ateneo studi e ricerche sulla famiglia. «Nominare la madre e il padre non deve far paura. Dal punto di vista della costruzione identitaria, sacrificare il riferimento personale per richiamarsi genericamente al concetto di genitori non è certo positivo». A parere del docente non è questa la strada corretta per legittimare forme di genitorialità non biologica, quasi che, dove invece esiste una genitorialità evidente e chiara, si possa aprire una contrapposizione. Non dev’essere così, ma è evidente che ci sia anche una componente ideologica nel Regolamento europeo in materia di dati personali a cui il nostro quadro normativo deve adeguarsi, come spiegato dalla ministra Lamorgese, oscurando i nomi di madre e di padre. «Quando si parla di nuclei arcobaleno occorre essere assolutamente rispettosi. In molte situazioni questi nuclei mostrano un impegno educativo lodevole anche se – sottolinea ancora Regalia – le difficoltà rimangono e non dobbiamo avere timore di parlarne. Il grande equivoco è quello di pensare che si possa parlare di funzioni genitorali indipendentemente dal fatto che i ruoli siano biologicamente determinati. Facciamo un esempio per chiarire meglio: una madre single può assolvere anche a una funzione paterna? Evidentemente sì, ma avrà maggiori difficoltà e farà più fatica. Lo stesso per una coppia omogenitoriale. Sono situazioni in cui si aggiungono dati problematici a una realtà, quella del ruolo genitoriale, che è già complesso di per sé».

Aspetti da affrontare senza toni da battaglia, ma guardando la realtà per quello che è, visto che il confronto esasperato sui problemi antropologici non ha altro effetto se non quello di rendere tutto confusivo e ideologico. «In ogni caso decidere di rinunciare ai nomi di padre e madre per lasciare solo 'genitori' – conclude il direttore del Centro di ateneo della Cattolica – significa rinunciare alle differenze per privilegiare la vaghezza dell’indistinto. E questa non è certamente una scelta che aiuta a risolvere le situazioni. Se l’obiettivo è quello di costruire un’alleanza genitoriale forte per il bene del proprio figlio, è importante, in ogni situazione, non dimenticare le differenze neppure sul piano lessicale».

 

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