Editore: Mondadori
Collana: Scrittori
italiani e stranieri
Anno edizione: 2023
In commercio
dal: 17 gennaio 2023
Pagine: 180 p.,
Rilegato
EAN: 9788804761280
Editore: Mondadori
Collana: Scrittori
italiani e stranieri
Anno edizione: 2023
In commercio
dal: 17 gennaio 2023
Pagine: 180 p.,
Rilegato
EAN: 9788804761280
non possiamo essere orgogliosi
-
di Giuseppe Savagnone *
È
di questi giorni la proposta, da parte della Commissione europea, di un
regolamento per assicurare che i diritti riconosciuti ai figli di una coppia
omosessuale in uno Stato membro lo siano automaticamente in tutta l’Unione
europea. Se il Parlamento e il Consiglio approveranno la proposta, una coppia
gay, che abbia ottenuto il riconoscimento della propria genitorialità nei
confronti di un bambino da uno Stato dell’Unione, potrà ottenere un certificato
valido anche in tutti gli altri Stati membri.
La
presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in un tweet si è detta
«orgogliosa» di questa iniziativa. «Se tu sei genitore in un Paese», ha
scritto, «sei genitore in tutti».
«Non
si tratta di cambiare il modo in cui ogni Stato definisce la famiglia», ma di
«proteggere i diritti del bambino», ha detto il commissario alla Giustizia, il
belga Didier Reynders.
L’obiettivo
dichiarato è, infatti, di garantire pieni diritti a «tutti i tipi di famiglie
quando si spostano da uno Stato membro all’altro per motivi di viaggio o di
residenza», e in particolare ai loro figli – che, nel caso delle coppie
omosessuali sono ovviamente adottivi – , in campi quali la successione, gli
obblighi alimentari, le questioni scolastiche o sanitarie o il diritto di
custodia.
Il
magistero morale della UE
Si
tratta di un’esigenza ragionevole, che sembrerebbe al di sopra di ogni
possibile riserva. In realtà dei problemi ci sono. Il primo nasce dal fatto che
all’interno dell’Unione europea le posizioni in materia di adozione da parte
delle coppie omosessuali sono nettamente diversificate.
Con
due blocchi agli antipodi: da un lato i Paesi nordici – Danimarca, Svezia,
Finlandia – , i primi a riconoscere pieni diritti delle coppie omosessuali,
anche riguardo al tema della genitorialità. Sul fronte opposto i Paesi dell’Est
– Ungheria, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia – , che
non prevedono alcuna disciplina né tutela dei rapporti di filiazione
omoparentale.
Il
primo fronte si è sempre più rafforzato, in questi anni, con l’adesione di
nazioni come Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Irlanda, Lussemburgo,
Olanda, Belgio e, recentemente, Slovenia e Croazia, che hanno scelto la via
della piena uguaglianza tra coppie gay e copie eterosessuali anche riguardo
alla genitorialità.
L’Italia
ha introdotto le unioni civili tra persone dello stesso sesso soltanto nel
2016, con la legge n.76, in cui però non è previsto il riconoscimento delle
adozioni, anche se poi di fatto singole sentenze della magistratura le hanno
convalidate.
L’eventuale
approvazione del regolamento proposto dalla Commissione europea implicherebbe
una omologazione che di fatto svuoterebbe queste differenze ed estenderebbe a
tutti i Paesi dell’UE l’apertura alle adozioni da parte delle coppie
omosessuali. Esse, infatti, sarebbero legittimate, anche in quelli che
attualmente non le prevedono, in base al certificato ottenuto da una coppia in
un Paese dove invece sono permesse. A questo punto diventerebbe solo questione
di possibilità economiche permettersi un viaggio all’estero per acquisire tale
certificato. E questo creerebbe una ingiusta disparità, eliminabile solo col
cambiamento di legislazione anche nei Paesi in cui l’adozione non è consentita.
È
chiaro, dunque, che, malgrado l’assicurazione del commissario europeo,
l’innovazione determinerebbe una parziale ma significativa modifica del regime
giuridico della famiglia all’interno dei vari Stati membri, estendendo a tutte
le coppie gay il diritto di avere dei figli.
Sarebbe
un passo ulteriore nella direzione già intrapresa da tempo dalle istituzioni
della UE per esercitare un’autorità morale e giuridica in questioni etiche,
come l’aborto – è di qualche mese fa la proposta del Parlamento europeo di
inserire il diritto di aborto nella Carta dei diritti fondamentali – , scavalcando le posizioni assunte dai
singoli Stati membri.
Paradossalmente
l’Europa, ancora divisa – come ha una volta di più dimostrato la recente crisi
energetica – su tante scelte politiche, in cui si evidenzia il persistere di
una logica sovranista da parte dei singoli Paesi, soprattutto dei più potenti,
sembra cercare la sua unità a livello intellettuale e morale, condizionando
pesantemente i suoi membri, fino al punto di cercare di imporre uno schema
unico in un ambito così delicato com’è la famiglia.
Evidentemente
a Bruxelles si pensa che la differenza di posizioni su questi problemi derivi
da un ritardo culturale ed etico di alcuni Paesi rispetto ad altri e che la
battaglia per i diritti sia alla fine produttiva di un progresso per tutti.
C’è
il diritto di avere figli ad ogni costo?
Ma
è davvero così? Davvero la filosofia dei diritti – sistematicamente scissa da
quella delle responsabilità e dei doveri e oggi considerata indiscutibile, al
pari dei vecchi dogmi religiosi – può essere sottratta a quel ragionevole
controllo critico che proprio la tradizione illuminista dell’Europa ha sempre
ritenuto indispensabile?
Proprio
il caso della genitorialità può essere un esempio dei problemi che questa
filosofia comporta. Perché è un tipico diritto, ormai indiscusso, quello delle
coppie – eterosessuali o gay – di avere figli. A qualunque costo. Da qui la
pratica della fecondazione assistita, anche eterologa, fino all’estremo del
ricorso alla maternità surrogata – il cosiddetto “utero in affitto” – una forma
di procreazione assistita in cui una donna provvede alla gestazione per conto
di una o più persone, che saranno il genitore o i genitori del nascituro.
Il
ricorso a tale metodo viene solitamente sancito attraverso un contratto, in cui
il futuro genitore (o i futuri genitori) e la gestante dettagliano il
procedimento, le sue regole, le sue conseguenze, il contributo alle spese
mediche.
Anche
se non sempre fondata su una retribuzione della donna gestante (nei Paesi
europei che la permettono, il fine di lucro è escluso), si tratta di una
pratica vistosamente riduttiva dello spessore umano della maternità. La donna
diventa una incubatrice e il nascituro un prodotto da commissionare. Non a caso
molte associazioni femministe si oppongono alla maternità surrogata, vedendovi,
giustamente, un estremo frutto della riduzione della donna – oltre che del
bambino stesso – ad oggetto.
Ora,
per quanto la pratica in questione venga utilizzata soprattutto dalle coppie
eterosessuali che non possono avere figli naturalmente, essa acquista un
particolare significato nel caso delle coppie gay, per cui questa impossibilità
è fisiologica. È inevitabile che la generalizzazione del loro diritto alla
genitorialità favorisca il ricorso all’utero in affitto. Creando una situazione
in cui un numero crescente di bambini dovrà chiedersi di chi è veramente figlio
– se della coppia che lo ha allevato, o della donna che lo ha generato, oppure
ancora (nel caso che l’inseminazione si astata fatta ricorrendo a una banca del
seme) del donatore che ha fornito i suoi spermatozoi. Siamo sicuri che questo
sia il modo migliore di «proteggere i diritti dei bambini»?
Il
problema generale delle adozioni da parte di coppie gay
In
realtà, anche nel caso di una normale adozione da parte di una coppia
omosessuale, questo interrogativo è legittimo. Si sente dire spesso che questa
soluzione è comunque assai preferibile, per un bambino, che rimanere senza
genitori, ricoverato in una casa-famiglia. Chi dice questo non conosce bene la
situazione delle adozioni, almeno in Italia. Ci sono lunghe liste di coppie di
sposi che aspettano mesi e a volte anni prima di poter avere in adozione un
bambino. Sono le lungaggini burocratiche – a volte e in parte giustificate
dalle necessarie cautele – a rallentare fortemente l’assegnazione dei figli
adottivi a chi li richiede, non la scarsità di richiedenti.
Si
tratterebbe dunque, se mai, di preferire alcune volte la coppia gay a quella
etero. Ora, per un bambino è veramente la stessa cosa crescere in rapporto a
una coppia formata da un padre da una madre o in una dove ci siano due madri o
due padri? Una immensa quantità di studi sul ruolo che ha, per una sana
crescita psicologica del figlio o della figlia, la diversa relazione con queste
due figure, sembrerebbe escludere una simile conclusione. E le rassicuranti
interviste rilasciate da figli di coppie gay, da cui emerge la loro perfetta
serenità psicologica, sono soggette all’ovvia riserva che eventuali problemi in
ogni caso si anniderebbero nell’inconscio ed emergerebbero eventualmente solo
dopo molti anni.
Si
dirà che ciò che conta è che ci siano, al di là dell’identità biologicamente
maschile o femminile, una figura che impersona la paternità e una che
rappresenta la maternità. Nella cultura del virtuale, dove la realtà fisica e
biologica viene sistematicamente sottovalutata rispetto all’apparire, questo
misconoscimento del ruolo della corporeità può anche apparire plausibile.
Ma
la vita quotidiana ci ripete ogni giorno che l’identità dell’essere umano è
inscindibilmente psico-fisico-spirituale e che, come diceva un mio amico
medico, «il colon è lo specchio dell’anima». I corpi raccontano la nostra storia,
contribuiscono in modo deciso a determinarla e ne manifestano le profondità. Un
padre e una madre sono tali, anche se adottivi, in quanto uomo e donna. E lo
stesso bisogno di riferirsi, nel caso delle coppie omosessuali, a una
bipolarità sessuale di paternità e maternità, rivela involontariamente
l’insopprimibile richiamo a queste categorie.
Non
si tratta di ricadere in una omofobia che per troppo tempo ha misconosciuto la
dignità degli omosessuali e che costituisce un fenomeno del passato (purtroppo
perdurante spesso anche nel presente) di cui la nostra civiltà deve solo
vergognarsi, ma semplicemente di non chiudere gli occhi sulla realtà. Il
rispetto e la stima che, per esperienza personale, ho di molte coppie
omosessuali – spesso a loro volta contrarie alle adozioni –, non sono in
contrasto con ciò che qui si è detto. E col fatto che il perseguimento del
diritto indiscriminato di avere figli, checché ne pensi la Commissione europea,
non è necessariamente nell’interesse dei bambini.
*Pastorale
della Cultura, Diocesi Palermo
gli animali domestici?
-
Su «Il Fatto Quotidiano» Morena Zapparoli, a nome di tutti i
possessori di cani e gatti, ha detto che l’affermazione di Bergoglio «ci
ha ferito». E ha cercato di spiegare al papa il perché: «Per noi un cane o
un gatto è una creatura di cui prenderci cura perché non siamo noi a
possedere loro ma sono loro a possedere noi. Per noi sono esseri capaci di
darci un amore incondizionato senza chiedere niente in cambio perché ci
hanno scelti per condividere un pezzo di strada insieme per il tempo,
troppo breve, che Dio ha concesso loro sulla Terra. Per noi sanno
parlare senza bisogno di usare il nostro linguaggio, con gli sguardi, con
il muso umido contro il nostro, con le fusa, con la coda gioiosa agitata
nell’aria, e dicono più di quello che direbbero mille parole».
L’articolo si concludeva con l’accusa al pontefice di essere in
contraddizione col nome che ha scelto di portare: «Per noi [i nostri
animali] sono tutto e non potremmo più neppure immaginare di vivere senza
di loro e quando muoiono, una parte di noi muore con loro. Senza polemica,
caro Francesco, ma il Santo di cui tu porti il nome, sarebbe di certo
d’accordo con noi».
La crisi della genitorialità
Forse può essere utile a capire i termini reali della questione un
breve richiamo al contesto in cui Francesco parlava, che era quello di una
catechesi sulla paternità putativa di s. Giuseppe. Proprio in riferimento
ad essa, il Pontefice ha ricordato che «non basta mettere al mondo un
figlio per dire di esserne anche padri o madri». In realtà, «tutte le
volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in
un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti». E «avere figli,
paternità e maternità, è la pienezza della vita di
una persona».
Da qui la valorizzazione, in concreto, dell’istituto dell’adozione, che ha
alla base l’«atteggiamento così generoso e bello» di chi fa una «scelta»
che «è tra le forme più alte di amore e di paternità e maternità». Da qui
anche l’auspicio di Francesco «che le istituzioni siano sempre pronte ad
aiutare in questo senso dell’adozione, vigilando con serietà, ma anche
semplificando l’iter necessario perché possa realizzarsi il sogno di tanti
piccoli che hanno bisogno di una famiglia, e di tanti sposi che desiderano
donarsi nell’amore».
Un auspicio estremamente attuale, in una situazione come quella italiana
che vede da un lato molti bambini senza genitori abbandonati in case
famiglia, e dall’altro molte coppie, desiderose di adottare un bambino,
costrette a rivolgersi all’adozione internazionale – sempre assai più
problematica e rischiosa – , per le difficoltà e le lungaggini
burocratiche a cui l’istituto dell’adozione è soggetto nel nostro Paese.
È all’interno di questo quadro che si colloca la critica del Papa a una
società in cui la paternità e la maternità sembrano essere diventate una
scelta sempre meno attraente: «Si vede che la gente non vuole avere figli
e tante coppie non hanno figli perché non vogliono o ne hanno uno solo. Ma
hanno cani e i gatti, che occupano il posto dei figli – ha aggiunto
parlando a braccio -. Questo rinnegare la paternità e la maternità ci
toglie umanità. E così la civiltà diventa più vecchia e senza umanità».
Il problema, come è abbastanza evidente, non è quello del rispetto per
gli animali, ma riguarda l’incapacità delle persone di assumersi la
responsabilità genitoriale. Di questa incapacità sono un evidente indizio
i dati statistici relativi alla natalità nel nostro Paese. Secondo il rapporto
Istat dello scorso dicembre, l’ultimo rilevamento statico, relativo al
2020, registra un nuovo record minimo delle nascite, 405 mila, a fronte di
740.000 decessi.
Un deficit che non è legato a motivazioni strettamente economiche –
o almeno non soltanto a queste – , visto che esso è dovuto alla
popolazione di cittadinanza italiana (-386 mila), mentre per gli stranieri
residenti nel nostro Paese il saldo naturale resta ampiamente positivo
(+50.584). Il problema non è strettamente economico. Il declino della
genitorialità corrisponde a quello, più profondo, dello spirito del dono,
che in essa raggiunge il suo culmine naturale.
È in gioco il fraintendimento della libertà, sempre più intesa
egocentricamente come espressione della propria autonomia, piuttosto che
come responsabilità verso qualcun altro. Per questa “libertà” i figli sono
un ostacolo, molto più di un animale domestico (peraltro non bisogna
dimenticare l’assurda pratica dell’abbandono di cani e gatti alla vigilia
delle vacanze estive, quando anch’essi diventano un impaccio e vengono
trattati come una zavorra di cui disfarsi).
Da qui le fosche previsioni che, sempre l’Istat, fa sul futuro demografico
in Italia: una popolazione residente che da 59,6 milioni al primo gennaio
2020 scenderà a 58 milioni nel 2030, a 54,1 milioni nel 2050 e a 47,6
milioni nel 2070. Nel 2048 i decessi doppieranno le nascite e nel
2050 il rapporto tra giovani e anziani sarà di 1 a 3. Con conseguenze
devastanti anche sul sistema pensionistico. Anche a questo il Papa ha
fatto cenno nell’udienza generale: chi si prenderà cura degli anziani, chi
li manterrà, quando non potranno più lavorare?
La logica della pensione è che ci sia un numero di lavoratori che, con
i propri contributi, mantiene chi è in pensione: figli che si assumono a
loro volta, dopo esserne stati allevati, la responsabilità dei propri
genitori. Ma se una coppia ha un solo figlio, o addirittura non ne ha, i
conti non tornano.
Non “contro” gli animali, ma “per” le
persone umane
Si capisce, allora, il senso della denuncia di papa Francesco, che non è
frutto insensibilità verso gli animali, ma di sensibilità verso le persone
umane. È la preferenza data ai primi rispetto ai secondi che egli ha
criticato, sia nei termini di apertura alla vita e di cura dei bambini
abbandonati, sia in quelli di una responsabilità verso il bene comune
della società nel suo insieme, a cominciare dai suoi membri più anziani.
Il problema, peraltro, non riguarda solo la questione della natalità. In un
altro discusso intervento, durante un’udienza giubilare del maggio 2016,
in pazza san Pietro, Francesco aveva messo in guardia dal confondere
la pietà «con la compassione che proviamo per
gli animali che vivono con noi». E aveva proseguito: «Accade che
a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga
indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli».
Anche allora molte erano state le reazioni polemiche. Lorenzo
Croce, presidente dell’Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente,
aveva definito le parole del Papa «irresponsabili e fuorvianti» e lo
aveva invitato a occuparsi dei preti pedofili invece di «fare lezioni a
noi che amiamo sia uomini che animali come tutte creature di
Dio». Ancora una volta, però, sarebbe bastato poco per capire che il problema
del Pontefice non è di svalutare gli animali, ma di reagire alla
svalutazione che, rispetto ad essi, subiscono le persone umane.
Di fronte al moltiplicarsi, nelle nostre città di cliniche veterinarie
e di centri di toelettatura per animali domestici (esistono ormai anche
dei corsi professionali per “toelettatore”, «una professionalità molto
richiesta» si dice su Internet), non si può non chiedersi a quanti esseri
umani è negato un minimo di cura e di benessere. Come di fronte alle ormai
numerose pubblicità televisive relative ai più raffinati
prodotti alimentari per cani e gatti viene spontaneo fare il confronto con
le miserabili condizioni di vita di tanti uomini e donne nelle nostre
periferie urbane. Per non parlare di quelle di quanti vivono nei Paesi
sottosviluppati e lottano quotidianamente con la fame e le malattie…
La storia della Chiesa è piena di santi – non solo s. Francesco d’Assisi,
come erroneamente si crede! – che amavano gli animali e avevano un ottimo
rapporto con loro. Ed il massimo teologo della tradizione cristiana,
Tommaso d’Aquino (a differenza di pensatori dell’epoca moderna come
Cartesio) era convinto che essi hanno un’anima e sono capaci di avvertire
piacere e sofferenza, gioie e dolori, anche se privi della facoltà
razionale propria degli esseri umani. Non è il disprezzo degli animali, ma
l’amore le persone a motivare le denunzie di papa Francesco. Ma forse è
più comodo contestare quello che non dice, piuttosto che prendere sul
serio quello che vuole dire.
*Pastorale Cultura Diocesi Palermo
Lo psicologo Regalia: differenze anche nominali indispensabili per la costruzione dell’identità dei figli.
Nella bozza del decreto della ministra Lamorgese si parlerà semplicemente di “genitori”. Senza 1 e 2
-
di LUCIANO MOIA
Ma è proprio così? Esistono davvero criticità nel riferimento
esplicito alla madre e al padre nel caso di famiglie in cui uno dei due partner
della coppia non fondi il suo ruolo su un dato biologico?
«La volontà di non riconoscere la peculiarità della funzione
materna e paterna al punto da non nominarla, è una scelta che deve
interrogare», osserva Camillo Regalia, docente di psicologia sociale alla
Cattolica e direttore del Centro di ateneo studi e ricerche sulla
famiglia. «Nominare la madre e il padre non deve far paura. Dal punto di
vista della costruzione identitaria, sacrificare il riferimento personale per
richiamarsi genericamente al concetto di genitori non è certo positivo». A
parere del docente non è questa la strada corretta per legittimare forme di
genitorialità non biologica, quasi che, dove invece esiste una genitorialità
evidente e chiara, si possa aprire una contrapposizione. Non dev’essere
così, ma è evidente che ci sia anche una componente ideologica nel Regolamento
europeo in materia di dati personali a cui il nostro quadro normativo deve
adeguarsi, come spiegato dalla ministra Lamorgese, oscurando i nomi di madre e
di padre. «Quando si parla di nuclei arcobaleno occorre essere assolutamente
rispettosi. In molte situazioni questi nuclei mostrano un impegno
educativo lodevole anche se – sottolinea ancora Regalia – le difficoltà
rimangono e non dobbiamo avere timore di parlarne. Il grande equivoco è quello di
pensare che si possa parlare di funzioni genitorali indipendentemente dal fatto
che i ruoli siano biologicamente determinati. Facciamo un esempio per chiarire
meglio: una madre single può assolvere anche a una funzione paterna?
Evidentemente sì, ma avrà maggiori difficoltà e farà più fatica. Lo stesso per
una coppia omogenitoriale. Sono situazioni in cui si aggiungono dati
problematici a una realtà, quella del ruolo genitoriale, che è già complesso di
per sé».
Aspetti da affrontare senza toni da battaglia, ma guardando
la realtà per quello che è, visto che il confronto esasperato sui problemi
antropologici non ha altro effetto se non quello di rendere tutto confusivo e
ideologico. «In ogni caso decidere di rinunciare ai nomi di padre e madre per
lasciare solo 'genitori' – conclude il direttore del Centro di ateneo della
Cattolica – significa rinunciare alle differenze per privilegiare la vaghezza
dell’indistinto. E questa non è certamente una scelta che aiuta a risolvere le
situazioni. Se l’obiettivo è quello di costruire un’alleanza genitoriale forte
per il bene del proprio figlio, è importante, in ogni situazione, non
dimenticare le differenze neppure sul piano lessicale».