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martedì 15 aprile 2025

DA EDIPO A CRISTO

 

Edipo sparisce, del suo corpo piegato non resta nulla, perché per i Greci la sofferenza e la morte non possono essere divine, mentre il corpo di Cristo resta a garanzia che niente dell'esperienza umana, anche le ferite mortali con cui si farà poi riconoscere da risorto, è escluso dal divino, perché ogni vita è unica e irripetibile in ogni aspetto.

 

 


- Alessandro D’Avenia

 La scorsa settimana ho incontrato un migliaio di ragazzi di diverse scuole superiori che andranno a Siracusa per le tragedie greche in programma: Edipo a Colono ed Elettra. Dovevo raccontare loro perché ciò che Sofocle ha scritto 24 secoli fa per il teatro di Atene dovrebbe servir loro a vivere meglio. Le storie sono state e continuano a essere strumento indispensabile per l'evoluzione umana tanto quanto la posizione eretta e il pollice opponibile: per non essere paralizzato dalla paura dell'ignoto e della morte il sapiens dà senso alla realtà narrando. Per seppellire un morto, evidenza archeologica di una novità assoluta, ci vuole una storia secondo cui la vita continua. Il teatro greco, e in particolare la tragedia, è stato in questo senso un'invenzione-evoluzione decisiva: in uno spazio (la scena) e in un tempo (la rappresentazione) limitati, come è la vita, qualcuno risponde al “che (ci) faccio qui”? La parola “dramma” l'hanno infatti inventata i Greci, da uno dei loro precisissimi verbi per dire “fare”, che indicava l'agire che “definisce”. Le scelte decisive sono in questo senso sempre “drammatiche”, non perché negative ma perché de-terminano chi siamo. Non si chiama dramma perché finisce male, ma perché (de-)finisce: messo alle strette della scena temporanea (della vita) che fai? Cioè: chi sei? Scegliere è reso difficile dalla paura di soffrire, di rinunciare o di fallire, in questo senso il dramma antico è un tratto dell'educazione di dirompente e attuale necessità. Perché? 

 “Proprio adesso che non sono più niente, sarei un uomo?” chiede Edipo, cieco e in cerca di una città che lo accolga, nella tragedia intitolata Edipo a Colono, messa in scena dopo la morte dell'autore sul finire del V sec. a.C. Edipo aveva risolto il famoso enigma (“Chi, pur avendo una sola voce, è quadrupede, bipede e tripede?”) della Sfinge (leone con volto di donna e ali di rapace) che divorava chi, volendo entrare nella città di Tebe, non sapeva rispondere. Chi mantiene la continuità del sé (la voce) pur nello scorrere del tempo? L'uomo, aveva risposto Edipo, liberando così la città che lo aveva poi proclamato re. Ma ne era stato poi espulso perché per diventare re, senza saperlo, vittima del destino, aveva ucciso il padre e si era unito alla madre. In questa tragedia, esiliato e ramingo, si chiede se è lui ancora un “uomo”. 

 Chi sei quando non ti resta nulla? Che cosa ti “fa” uomo quando c'è solo il male? E così Sofocle lo immagina entrare da solo nel bosco sacro di Colono, vicino Atene, dove miracolosamente sparisce. Teseo, re della città, che lo aveva accolto nel suo doloroso vagabondaggio, è l'unico ad assistere alla scena “con una mano davanti al volto, coprendosi gli occhi, come se fosse apparso qualche terribile prodigio, di cui non poteva reggere la vista”. Durante l'incontro con i ragazzi, voluto da Fondazione Angelini che ha deciso di coprire le spese del biglietto degli spettacoli e, con la Fondazione Inda, di preparare gli studenti, Vittoria ha fatto non “una” ma “la” domanda: “perché Sofocle decide di non narrare ciò che avviene a Edipo? Che cosa ha visto Teseo?”. Voleva sapere il mistero dei misteri, che neanche Sofocle, al culmine dei suoi giorni e della sua arte, aveva osato mettere in scena: com'è la fine? Che cosa c'è dopo? Se questa è la fine (della vita), qual è allora il fine (della vita)? Dopo che Edipo ha urlato la sua sofferenza, «molto meglio non essere nati. Ma, una volta nati, fare ritorno da dove si è venuti è destino ancora migliore», accade lo straordinario: «Non si udiva più nessun grido, ed era sceso il silenzio, all’improvviso lo chiamò una voce... a più riprese, in molti modi: “Ehi tu, Edipo! Che cosa aspettiamo ad andare? È troppo tempo ormai che indugi”. Egli capì che era la chiamata del dio». 

 E così Edipo entra nel bosco sacro, da solo, rispondendo alla chiamata de-finitiva, nella fine il fine: il dramma umano al culmine, quando il fare è solo un lasciarsi dis-fare, la morte. La narrazione continua nella balbettante testimonianza dei presenti: «Poco dopo, quando ci fummo allontanati, ci voltammo, ci accorgemmo che non c’era più... Quale sia stata la sua fine nessuno dei mortali può dirlo, fuorché Teseo: non fu folgore scagliata da un dio, a ucciderlo, né uragano scatenatosi in quel momento, ma una guida divina... Senza pianto, senza malattia, senza dolore, se ne è andato, come nessun altro dei mortali, nel miracolo». Sofocle narra che il dolore innocente richiede una risposta divina, e immagina che tale risposta sia una chiamata divina. 

 Per questo Vittoria, con l'intransigente fame di destino dei suoi 17 anni vuole sapere che cosa ha visto Teseo. Dalla risposta dipende il senso della morte e quindi della vita. Teseo ha visto il divino chinarsi sull'umano: questo è il prodigio. Teseo afferma che la presenza del sepolcro di Edipo nel bosco proteggerà la città da ogni male, per questo qualcuno lo ha paragonato a Cristo. C'è però una differenza abissale. Edipo subisce il destino, Cristo lo sceglie. Edipo, anche se inconsapevolmente, ha commesso il male che gli viene imputato e fino all'ultimo non perdona nessuno, né dei né uomini né se stesso, preferirebbe infatti non esser mai nato: la sua è un'immensa solitudine. 

 Invece Cristo non rinnega mai la vita né la sua né quella altrui, pur essendo, lui sì, del tutto innocente, ama sia chi lo uccide (“non sanno quello che fanno”) sia il Padre (infatti dopo avergli chiesto “Perché mi hai abbandonato?” aggiunge “nelle tue mani affido la mia vita”) sia chi gli ha dato la vita (la madre sotto la croce): amare fino alla fine, ecco il fine. Edipo è sfinito e de-finito dal dolore, Cristo dall'amore. Per questo Edipo sparisce, del suo corpo piegato non resta nulla, perché per i Greci la sofferenza e la morte non possono essere divine, mentre il corpo di Cristo resta a garanzia che niente dell'esperienza umana, anche le ferite mortali con cui si farà poi riconoscere da risorto, è escluso dal divino, perché ogni vita è unica e irripetibile in ogni aspetto. 

 Persino il soldato romano che ha assistito all'esecuzione in croce, ignaro di chi sia quell'uomo, commenta: “Costui era veramente il figlio di Dio” (Mt 27). Che cosa ha visto se non un modo “divino” di morire? Lo stupore del re ateniese per Edipo e quello del soldato romano per Cristo nascono dall'aver assistito al dramma della vita in purezza: il conflitto tra vita e morte de-finisce l'uomo. Per quanto profondamente diversi, nell'uno e nell'altro caso però - culmine dell'arte di narrare il mistero - la morte non è l'ultima parola, ma la penultima. L'ultima è una voce, una chiamata, un incontro. La Pasqua è questa parola: passaggio.

Auguro a tutti e ciascuno di ricordarlo, scoprirlo o riscoprirlo in questi giorni. Ci ritroviamo tra due settimane.

Alzogliocchiversoilcielo

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giovedì 21 gennaio 2021

SCUOLA IN TEMPO DI PANDEMIA. RISCHI ed OPPORTUNITA'

EDIPO, NARCISO O TELEMACO ? 

Didattica a distanza, Recalcati: “Ammiro i molti insegnanti che l’hanno dovuta utilizzare”, una riflessione tra crisi e prospettive future [intervista]

di Fabio Gervasio

Proseguiamo la nostra riflessione sulla scuola in tempo di Pandemia, tra crisi e prospettive future, opportunità da cogliere e quelle che si rischiano di perdere. Ne abbiamo parlato con il Professor Massimo Recalcati, psicanalista, saggista e professore Universitario.

Professor Recalcati, ci lasciamo alle spalle il 2020, un anno fortemente segnato dalla crisi pandemica legata al Covid-19. Un anno che ha trasformato le nostre abitudini e ci ha fatto vivere varie fasi passando da quella eroica della prima ondata, dove ha prevalso il noi all’io, all’angoscia, lo smarrimento, che ha caratterizzato la seconda ondata, dove a prevalere è stata l’insofferenza nei confronti delle restrizioni e degli stessi eroi, i sanitari, che avevamo osannato. Lei ha affermato che tra le due ondate ha prevalso l’anima cicala dell’uomo. Tutta questa situazione come sta influenzando la stabilità psico-emotiva dei nostri ragazzi?

“Loro sono stati i primi a credere che la vita avesse ripreso il suo corso normale. Ma che questo sia accaduto è nell’ordine delle cose. I ragazzi sono fatti per vivere all’aperto e non nel chiuso delle loro case. La loro spinta vitale ha incoraggiato la credenza che tutto fosse finito con l’arrivo dell’estate. Non era loro compito frenare gli entusiasmi. Eppure i libri di storia della medicina ci dicevano del carattere inevitabile della seconda ondata.

Ma nessuna voce adulta si è alzata con forza per rendere questa verità pubblica e adottare di conseguenza le misure sanitarie necessarie. Perché? Per la paura di perdere consensi? Per non incrinare l’illusione collettiva che si era impadronita del nostro paese? Per tutelare il settore del turismo? Non so bene. In ogni caso quelle parole avrebbero dovuto essere pronunciate con decisione da parte del nostro governo. E questo non è accaduto. Anzi il Ministro della Salute aveva pronto per le stampe un suo libro dove raccontava come abbiamo sconfitto il Covid…”

Nell’emergenza Covid-19 un’istituzione in particolare ha avuto sempre i riflettori puntati addosso, la Scuola. La didattica a distanza ha dimostrato tutti i suoi limiti. Nella seconda ondata alunni ed insegnanti stanno vivendo un vero e proprio rifiuto verso di essa. Lei già da qualche anno, in tempi non sospetti, aveva lanciato l’allarme nei confronti di una didattica digitalizzata, valorizzando il ruolo fondamentale del corpo e della relazione nella didattica. Ci spiega meglio questo concetto?

“Non c’è dubbio che la vita della scuola implica i corpi, l’esistenza di una comunità in presenza. Ed è indubbio che la DAD sia stata una faticosissima supplenza all’impossibilità dell’incontro in presenza. Io non sono un sostenitore della DAD. Ma devo dire che in questo anno tremendo ho imparato ad ammirare lo sforzo di molti insegnanti che l’hanno dovuta utilizzare. Io stesso mi sono cimentato nei miei corsi universitari con questo sistema.

È difficile. Molto difficile. Ne risente sia la trasmissione del sapere sia la qualità dell’apprendimento. È un’evidenza. Ma è per me altrettanto evidente che ogni percorso di formazione si fa con quello che c’è e non con quello che dovrebbe idealmente esserci, si fa con il reale e non con l’ideale. Nel tempo del Covid noi tutti siamo confrontati traumaticamente col reale. Ogni formazione avviene attraverso i colpi impietosi del reale. Non c’è mai programmazione ideale, non c’è mai cammino rettilineo, non c’è mai semplice progressione.

La formazione non risponde al paradigma della scala; innalzamento progressivo senza inciampi dal gradino più basso a quello più alto. Il processo di formazione è piuttosto spiraliforme, fatto di smarrimenti, cadute, sconfitte e riprese, ricominciamenti, riaperture, rilanci. Questo tempo tremendo fa parte della formazione. Lo dobbiamo pensare come parte del processo formativo e non come un suo ostacolo. Come accade con la DAD. Giocoforza. Se aspettiamo la normalizzazione della vita della Scuola per fare esistere la Scuola siamo perduti”.

Dalla chiusura della prima fase, ed il conseguente ricorso alla DAD, si è passati ad un timido tentativo di riapertura, con l’estate trascorsa a studiare il problema della sicurezza, per poi richiudere appena la curva del contagio ha iniziato a crescere nuovamente. Lei ci parla di una scuola in terapia intensiva, il cui male ha origine ben prima dell’emergenza sanitaria. Quattro riforme negli ultimi 20 anni non hanno migliorato la situazione. Lei ritiene che è ora di ripensare seriamente la forma dell’istituzione scuola e che l’emergenza in atto dovrebbe essere considerata come il giusto stimolo per fare questa riflessione. Partiamo dai complessi della scuola, lei nel suo libro “L’ora di lezione: Per un’erotica dell’insegnamento” ne individua tre in particolare con una doppia chiave di lettura sia diacronica che sincrona: La Scuola-Edipo, la Scuola-Narciso e la Scuola-Telemaco. Ce li racconta?

“Io spero che quello che è accaduto costringa innanzitutto i nostri governanti a non dimenticare il valore della scuola, della ricerca e della formazione. Il valore di un paese si misura dalla centralità che in esso occupa l’esistenza della scuola. Anche in termini di investimenti naturalmente. Soprattutto in un tempo come questo dove il rischio che avvertiamo tutti è quello di non avere più futuro. L’esistenza della Scuola contribuisce in modo determinate a fare esistere il futuro. Senza centralità della Scuola un paese è senza avvenire. Oggi il primo compito che ogni educatore deve perseguire è quello di costruire il futuro con quello che c’è adesso a disposizione, foss’anche la DAD. La Scuola Edipo


è quella Scuola fondata sul criterio verticale dell’autorità e sulla continuità tra famiglia e insegnanti. Essa concepisce l’educazione come un raddrizzamento ortopedico e normativo delle differenze.

Questa rappresentazione della Scuola è in chiaro declino. Giustamente. Non bisogna rimpiangerla nostalgicamente. Al suo posto prevale però una Scuola che esalta il narcisismo dei figli, che riflette a sua volta quello dei loro genitori: competizione, performance, gara cognitiva. È una rappresentazione tecnocratica della Scuola come Azienda. Ma la Scuola Narciso ha anche un’altra faccia. Quella della Scuola come asilo sociale, luogo di intrattenimento o di parcheggio dei nostri figli. Allora si abbassa l’asticella della prova, si riduce la domanda di sapere, ci si adatta all’apatia frivola dei nostri figli che fanno sempre più fatica ad impegnarsi con rigore e che, nonostante questo, vengono difesi strenuamente dai loro genitori. La Scuola Azienda e la Scuola asilo sociale sono le due facce predominanti della Scuola Narciso che è egemone nella nostra epoca.

Nel tempo del Covid ad esse dobbiamo aggiungere un altro volto della Scuola Narciso


: la tentazione di identificare vittimisticamente questa generazione di allievi con la generazione Covid. Il rischio è quello di enfatizzare le privazioni e i sacrifici ai quali il Covid costringe oggettivamente i nostri figli annullando ulteriormente il carattere formativo della prova e commiserando i nostri poveri ragazzi ai quali è stata sottratta la Scuola. La psicoanalisi insegna che se si vittimizzano i figli si toglie loro la possibilità di soggettivarsi come soggetti responsabili della loro vita. È un grande rischio che dobbiamo tenere presente.

La Scuola Telemaco oggi è quella che non cede alla tentazione della vittimizzazione. Il Telemaco omerico, infatti, non si limita a lamentarsi per quello che sta accadendo a Itaca a causa dell’assenza del padre. Non sceglie la via della vittimizzazione. La generazione Telemaco è quella che impugna il proprio destino senza aspettare il ritorno del padre, ovvero senza identificarsi passivamente a chi ha subito un torto e deve essere risarcito. Non devono esistere ristori per questa generazione di allievi. Piuttosto la Scuola


Telemaco è la Scuola dei figli che si mettono in viaggio. 
Che sanno attraversare l’assenza del padre senza rimpiangere la Scuola Edipo e senza sprofondare nello stagno della Scuola Narciso. Lo ripeto: questa grande crisi generata dalla pandemia non deve essere considerata una interferenza al processo di formazione ma come una sua parte costituente. Quello che dà forma alla vita è il reale del trauma: compito della Scuola dovrebbe essere quello di integrare questo trauma nella didattica. In che modo? Per esempio mostrando che si può sempre fare qualcosa di generativo con quello che c’è. Testimoniando che il desiderio è più forte della paura, più forte della rassegnazione, più forte della tentazione torbida del vittimismo”.

 Orizzonte Scuola