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giovedì 23 luglio 2026

L'ODISSEA E L'EDUCAZIONE

 


Tremila anni dopo,

 l’Odissea 

ci parla ancora 

di educazione


Una rilettura pedagogica dell'Odissea di Christopher Nolan vista dalla prospettiva di Telemaco, il ragazzo che parte per cercare notizie di un padre che non ha mai conosciuto e che, cercandolo, diventa adulto. Perché gli adolescenti di oggi somigliano molto a Telemaco: non cercano nemici da rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan abbia messo questa attesa al centro di un kolossal è una splendida notizia.

di Dafne Guida 

Tremila anni dopo, l’Odissea ci parla ancora di educazione. E quella di Nolan ancor di più. Sono uscita dal cinema pensando a Telemaco. Non a Ulisse, non alle sirene, non ai 250 milioni di dollari spesi per la produzione. Penso agli occhi di Telemaco quando riconosce il padre dalla carezza ad Argo morente, il cane che lo aspetta vent’anni e che muore nell’istante in cui lo riconosce. È lo sguardo di chi desidera un testimone che lo accompagni, ed è questo il momento più bello del film: Ulisse visto con gli occhi del figlio. Il ragazzo che parte per cercare notizie di un padre che non ha mai conosciuto e che, cercandolo, diventa adulto. 

Massimo Recalcati ha dato un nome a questa figura, “il complesso di Telemaco”: il figlio che non vuole abbattere il padre come Edipo, che non si specchia in se stesso come Narciso, ma che attende qualcuno che torni a testimoniare una legge, una giustizia, un ordine possibile. Nel mio lavoro incontro tanti Telemaco. Adolescenti che non cercano nemici da rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan abbia messo questa attesa al centro di un kolossal mi sembra una splendida notizia. 

Poi c’è il modo in cui questo film è stato fatto e qui devo dichiarare la mia parzialità. Chi come me si è formata alla scuola pedagogica di Riccardo Massa, porta addosso un’idea precisa: l’educazione è un’esperienza vissuta e incarnata, è materialità, è attraversamento concreto di un campo. Non simulazione. Nolan ha girato mari veri, luoghi veri, corpi veri davanti alla macchina da presa, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette mondi già pronti, fantasie prototipate che nessuna mano ha mai toccato davvero. Non è una questione di nostalgia tecnica: è una scelta che dice qualcosa a chiunque educhi. La realtà esiste e resiste. E proprio perché resiste, forma. 

Elogio della curiosità 

Poi c’è la curiosità. Ulisse vuole ascoltare il canto delle Sirene quando ogni marinaio prudente si tappa le orecchie, e si fa legare all’albero della nave pur di sentirlo. Vuole entrare nella grotta del Ciclope per vedere chi la abita. Nei nostri servizi educativi vedo questa spinta ogni giorno: in una bambina ferma da dieci minuti davanti a un formicaio in giardino, come in un adolescente che pone “la” domanda che gli adulti evitano. La curiosità è il motore di ogni apprendimento e il primo compito di chi educa è non spegnerla. Lo scrivo con una certa urgenza, perché conosco la tentazione opposta: quella di anticipare le risposte, di riempire ogni silenzio, di proteggere i ragazzi persino dalle loro domande. 

La tentazione dell’hubris 

Ulisse, però, ci mostra anche il rovescio. La curiosità senza misura ha un nome antico, hubris, la tracotanza, che per i greci era la colpa più grave, quella che attira l’ira degli dèi e allunga il viaggio di altri dieci anni. Dante, nel canto XXVI dell’Inferno, consegna al suo Ulisse l’«orazion picciola» («fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza»), versi che generazioni di insegnanti hanno letto in classe come un inno alla conoscenza. Ecco un nodo su cui finisco spesso per tornare: la conoscenza che non riconosce alcun limite smette di essere formazione. Educare alla curiosità significa tenere insieme le due cose: alimentare il desiderio di conoscere e insegnare che il limite non è il nemico della conoscenza, ma ne è, in qualche modo, la forma. 

Umano troppo umano 

L’Ulisse di Nolan è umano, troppo umano. Un reduce lacerato dai rimorsi, che porta addosso le colpe di Troia e che per tornare a casa deve imparare l’arte più difficile: rinunciare al controllo. Qualcuno lo ha rimproverato al film, come se l’eroe ne uscisse rimpicciolito. Io credo il contrario, e lo credo per mestiere. Un eroe invulnerabile non insegna nulla, si ammira e basta. Un uomo che sbaglia, che ha paura, che elabora un trauma mentre naviga, quello sì che somiglia agli adulti veri, quelli che i ragazzi hanno accanto. L’educazione non ha bisogno di modelli perfetti: ha bisogno di storie in cui riconoscersi e di adulti che restino credibili anche dopo aver sbagliato. 

Scegliere la vita 

E Ulisse certamente sbaglia, ma dopo aver sbagliato ritorna sui suoi passi. Calipso gli offre l’immortalità: giovinezza eterna, un’isola senza tempo, una dea come compagna. Lui rifiuta. Sceglie Penelope, che è mortale e invecchia, e lo ammette senza girarci intorno davanti alla stessa Calipso: la mia sposa è inferiore a te per aspetto e statura, eppure io tengo il punto e scelgo di tornare. Ulisse non sceglie la donna più bella, sceglie la vita che finisce. Sull’isola di Calipso non accade nulla perché nulla è in gioco: ogni giorno è identico al precedente e nessuna scelta ha veramente un peso. La vita mortale, invece, ha una trama. Ha ferite che segnano, figli che crescono, un letto scavato nel tronco d’ulivo che non si sposta. Chi educa lavora esattamente su questo crinale: consegnare a qualcuno una vita finita e dirgli che proprio per questo vale. 

 

Qui il poema mi riporta al presente, ai colloqui con i genitori, alle nostre équipe. Le tecnologie generative promettono a modo loro un’isola di Calipso: un presente infinito, mondi senza attrito, la possibilità di non perdere mai nulla. Ai nostri adolescenti viene offerta ogni giorno una piccola immortalità digitale. Il compito pedagogico è quello di Ulisse sulla spiaggia di Ogigia: insegnare a preferire Itaca. Con i suoi pretendenti, le sue attese, il tuo cane vecchio che muore dopo averti riconosciuto. 

Per questo il metodo di Nolan è già contenuto. Quando tutto si genera con un clic, scegliere di costruire, allestire, aspettare la luce giusta è un atto di resistenza educativa. Nei nostri nidi lo chiamiamo con parole più semplici: il tempo lungo delle cose reali, la fatica del fare, le mani in pasta, la pedagogia della lumaca. 

Alcune colleghe hanno portato i figli a vedere il film. Bambini piccoli, tre ore di poema omerico, la previsione condivisa era di uscire dalla sala a metà proiezione. Mi hanno raccontato il contrario: bambini attenti fino alla fine e loro impegnate per tutto il tempo a rispondere a un fuoco continuo di domande sussurrate nel buio. «Chi è il gigante?», «Perché le sirene hanno le gambe e non la coda?», «Quando torna a casa?». Ci ho pensato a lungo. Una storia funziona quando genera domande, e quei bambini stavano facendo esattamente ciò che il poema chiede a chi lo ascolta da tremila anni: interrogare gli adulti accanto per capire il mondo. Come Telemaco, del resto. 

Non si arriva mai 

L’Odissea è una storia, e le storie sono il primo dispositivo pedagogico che l’umanità abbia costruito. Raccontarla a un bambino o a un adolescente significa consegnargli una mappa per le sue tempeste. Lo facciamo da tremila anni e funziona ancora. Nessun algoritmo ha prodotto niente di paragonabile, e sospetto che il motivo sia proprio quello che Ulisse spiega a Calipso: le storie nascono dalla vita che finisce. 

Ulisse, dopo vent’anni, torna a Itaca tormentato dagli anni di guerra e dal ricordo degli amici che non è riuscito a seppellire con onore. Ma a Itaca non trova la fine del viaggio: trova un altro inizio. Ha rifiutato l’eternità per avere una storia, e le storie non si chiudono: si consegnano ad altri. Chi educa lo sa. Non si arriva mai, si continua a partire. E si parte meglio se qualcuno, prima, ci ha raccontato bene la sua storia. 

Fonte: Vita 

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giovedì 21 gennaio 2021

SCUOLA IN TEMPO DI PANDEMIA. RISCHI ed OPPORTUNITA'

EDIPO, NARCISO O TELEMACO ? 

Didattica a distanza, Recalcati: “Ammiro i molti insegnanti che l’hanno dovuta utilizzare”, una riflessione tra crisi e prospettive future [intervista]

di Fabio Gervasio

Proseguiamo la nostra riflessione sulla scuola in tempo di Pandemia, tra crisi e prospettive future, opportunità da cogliere e quelle che si rischiano di perdere. Ne abbiamo parlato con il Professor Massimo Recalcati, psicanalista, saggista e professore Universitario.

Professor Recalcati, ci lasciamo alle spalle il 2020, un anno fortemente segnato dalla crisi pandemica legata al Covid-19. Un anno che ha trasformato le nostre abitudini e ci ha fatto vivere varie fasi passando da quella eroica della prima ondata, dove ha prevalso il noi all’io, all’angoscia, lo smarrimento, che ha caratterizzato la seconda ondata, dove a prevalere è stata l’insofferenza nei confronti delle restrizioni e degli stessi eroi, i sanitari, che avevamo osannato. Lei ha affermato che tra le due ondate ha prevalso l’anima cicala dell’uomo. Tutta questa situazione come sta influenzando la stabilità psico-emotiva dei nostri ragazzi?

“Loro sono stati i primi a credere che la vita avesse ripreso il suo corso normale. Ma che questo sia accaduto è nell’ordine delle cose. I ragazzi sono fatti per vivere all’aperto e non nel chiuso delle loro case. La loro spinta vitale ha incoraggiato la credenza che tutto fosse finito con l’arrivo dell’estate. Non era loro compito frenare gli entusiasmi. Eppure i libri di storia della medicina ci dicevano del carattere inevitabile della seconda ondata.

Ma nessuna voce adulta si è alzata con forza per rendere questa verità pubblica e adottare di conseguenza le misure sanitarie necessarie. Perché? Per la paura di perdere consensi? Per non incrinare l’illusione collettiva che si era impadronita del nostro paese? Per tutelare il settore del turismo? Non so bene. In ogni caso quelle parole avrebbero dovuto essere pronunciate con decisione da parte del nostro governo. E questo non è accaduto. Anzi il Ministro della Salute aveva pronto per le stampe un suo libro dove raccontava come abbiamo sconfitto il Covid…”

Nell’emergenza Covid-19 un’istituzione in particolare ha avuto sempre i riflettori puntati addosso, la Scuola. La didattica a distanza ha dimostrato tutti i suoi limiti. Nella seconda ondata alunni ed insegnanti stanno vivendo un vero e proprio rifiuto verso di essa. Lei già da qualche anno, in tempi non sospetti, aveva lanciato l’allarme nei confronti di una didattica digitalizzata, valorizzando il ruolo fondamentale del corpo e della relazione nella didattica. Ci spiega meglio questo concetto?

“Non c’è dubbio che la vita della scuola implica i corpi, l’esistenza di una comunità in presenza. Ed è indubbio che la DAD sia stata una faticosissima supplenza all’impossibilità dell’incontro in presenza. Io non sono un sostenitore della DAD. Ma devo dire che in questo anno tremendo ho imparato ad ammirare lo sforzo di molti insegnanti che l’hanno dovuta utilizzare. Io stesso mi sono cimentato nei miei corsi universitari con questo sistema.

È difficile. Molto difficile. Ne risente sia la trasmissione del sapere sia la qualità dell’apprendimento. È un’evidenza. Ma è per me altrettanto evidente che ogni percorso di formazione si fa con quello che c’è e non con quello che dovrebbe idealmente esserci, si fa con il reale e non con l’ideale. Nel tempo del Covid noi tutti siamo confrontati traumaticamente col reale. Ogni formazione avviene attraverso i colpi impietosi del reale. Non c’è mai programmazione ideale, non c’è mai cammino rettilineo, non c’è mai semplice progressione.

La formazione non risponde al paradigma della scala; innalzamento progressivo senza inciampi dal gradino più basso a quello più alto. Il processo di formazione è piuttosto spiraliforme, fatto di smarrimenti, cadute, sconfitte e riprese, ricominciamenti, riaperture, rilanci. Questo tempo tremendo fa parte della formazione. Lo dobbiamo pensare come parte del processo formativo e non come un suo ostacolo. Come accade con la DAD. Giocoforza. Se aspettiamo la normalizzazione della vita della Scuola per fare esistere la Scuola siamo perduti”.

Dalla chiusura della prima fase, ed il conseguente ricorso alla DAD, si è passati ad un timido tentativo di riapertura, con l’estate trascorsa a studiare il problema della sicurezza, per poi richiudere appena la curva del contagio ha iniziato a crescere nuovamente. Lei ci parla di una scuola in terapia intensiva, il cui male ha origine ben prima dell’emergenza sanitaria. Quattro riforme negli ultimi 20 anni non hanno migliorato la situazione. Lei ritiene che è ora di ripensare seriamente la forma dell’istituzione scuola e che l’emergenza in atto dovrebbe essere considerata come il giusto stimolo per fare questa riflessione. Partiamo dai complessi della scuola, lei nel suo libro “L’ora di lezione: Per un’erotica dell’insegnamento” ne individua tre in particolare con una doppia chiave di lettura sia diacronica che sincrona: La Scuola-Edipo, la Scuola-Narciso e la Scuola-Telemaco. Ce li racconta?

“Io spero che quello che è accaduto costringa innanzitutto i nostri governanti a non dimenticare il valore della scuola, della ricerca e della formazione. Il valore di un paese si misura dalla centralità che in esso occupa l’esistenza della scuola. Anche in termini di investimenti naturalmente. Soprattutto in un tempo come questo dove il rischio che avvertiamo tutti è quello di non avere più futuro. L’esistenza della Scuola contribuisce in modo determinate a fare esistere il futuro. Senza centralità della Scuola un paese è senza avvenire. Oggi il primo compito che ogni educatore deve perseguire è quello di costruire il futuro con quello che c’è adesso a disposizione, foss’anche la DAD. La Scuola Edipo


è quella Scuola fondata sul criterio verticale dell’autorità e sulla continuità tra famiglia e insegnanti. Essa concepisce l’educazione come un raddrizzamento ortopedico e normativo delle differenze.

Questa rappresentazione della Scuola è in chiaro declino. Giustamente. Non bisogna rimpiangerla nostalgicamente. Al suo posto prevale però una Scuola che esalta il narcisismo dei figli, che riflette a sua volta quello dei loro genitori: competizione, performance, gara cognitiva. È una rappresentazione tecnocratica della Scuola come Azienda. Ma la Scuola Narciso ha anche un’altra faccia. Quella della Scuola come asilo sociale, luogo di intrattenimento o di parcheggio dei nostri figli. Allora si abbassa l’asticella della prova, si riduce la domanda di sapere, ci si adatta all’apatia frivola dei nostri figli che fanno sempre più fatica ad impegnarsi con rigore e che, nonostante questo, vengono difesi strenuamente dai loro genitori. La Scuola Azienda e la Scuola asilo sociale sono le due facce predominanti della Scuola Narciso che è egemone nella nostra epoca.

Nel tempo del Covid ad esse dobbiamo aggiungere un altro volto della Scuola Narciso


: la tentazione di identificare vittimisticamente questa generazione di allievi con la generazione Covid. Il rischio è quello di enfatizzare le privazioni e i sacrifici ai quali il Covid costringe oggettivamente i nostri figli annullando ulteriormente il carattere formativo della prova e commiserando i nostri poveri ragazzi ai quali è stata sottratta la Scuola. La psicoanalisi insegna che se si vittimizzano i figli si toglie loro la possibilità di soggettivarsi come soggetti responsabili della loro vita. È un grande rischio che dobbiamo tenere presente.

La Scuola Telemaco oggi è quella che non cede alla tentazione della vittimizzazione. Il Telemaco omerico, infatti, non si limita a lamentarsi per quello che sta accadendo a Itaca a causa dell’assenza del padre. Non sceglie la via della vittimizzazione. La generazione Telemaco è quella che impugna il proprio destino senza aspettare il ritorno del padre, ovvero senza identificarsi passivamente a chi ha subito un torto e deve essere risarcito. Non devono esistere ristori per questa generazione di allievi. Piuttosto la Scuola


Telemaco è la Scuola dei figli che si mettono in viaggio. 
Che sanno attraversare l’assenza del padre senza rimpiangere la Scuola Edipo e senza sprofondare nello stagno della Scuola Narciso. Lo ripeto: questa grande crisi generata dalla pandemia non deve essere considerata una interferenza al processo di formazione ma come una sua parte costituente. Quello che dà forma alla vita è il reale del trauma: compito della Scuola dovrebbe essere quello di integrare questo trauma nella didattica. In che modo? Per esempio mostrando che si può sempre fare qualcosa di generativo con quello che c’è. Testimoniando che il desiderio è più forte della paura, più forte della rassegnazione, più forte della tentazione torbida del vittimismo”.

 Orizzonte Scuola