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domenica 11 maggio 2025

LA PACE DI AGOSTINO

 

La pace di Agostino: non astrazione 

ma ordine e armonia viva nella società


 -         di PAOLA MULLER

-          La pace sia con tutti voi! È il saluto che papa Leone XIV, “figlio di sant’Agostino”, rivolge a ciascuno di noi. Nel mondo inquieto di oggi, dove la parola “pace” sembra spesso ridotta a slogan, il pensiero di sant’Agostino offre una bussola sorprendentemente attuale. Il cuore della sua proposta? Cristo. Non come semplice riferimento dottrinale, ma come centro vivo e pulsante da cui scaturiscono sia la pace che l’unità vera. Agostino non si accontenta di definizioni astratte. Non cerca un’idea di pace da libri di filosofia o da tavoli diplomatici. Per lui la pace è anzitutto una persona: Cristo.

È la pace “del Cristo risorto”, “disarmata e disarmante”, augurata dal Papa appena eletto. È nel crocefisso risorto che l’umanità trova la propria convergenza: In Illo uno unum (in quell’Uno siamo un’unica cosa) è il motto episcopale scelto da Leone XIV tratto dalle Enarrationes in Psalmos (127, 3). Nel mondo di Agostino – come nel nostro – la pace era minacciata da guerre, scismi, ingiustizie. Eppure, la sua visione non si ferma alla constatazione del male (“che non prevarrà!”). Anzi, propone un modo nuovo di concepire la pace: non come assenza di conflitto, ma come ordine nell’amore, armonia viva che coinvolge ogni parte della persona e della società.

Pax est tranquillitas ordinis ( De Civitate Dei, 19, 13), scrive: la pace è la tranquillità dell’ordine. Ma questo “ordine” non è statico né imposto, bensì frutto di una giustizia abitata dalla carità. Una pace attiva, vigilante, da costruire con impegno quotidiano. Agostino insegna che la pace che l’uomo desidera non è un’idea astratta, ma ha due volti, strettamente intrecciati: uno interiore, l’altro sociale. Da una parte c’è il bisogno profondo di equilibrio dentro di sé, dall’altra, c’è la necessità di rapporti giusti e armoniosi con gli altri, con la società, con il mondo stesso in cui viviamo. Non c’è pace nel cuore se il mondo attorno è lacerato, e non c’è pace tra gli uomini se i cuori sono inquieti. Le due dimensioni non si oppongono: si richiamano, si sorreggono a vicenda. E forse non è un caso che in un’epoca segnata da ansia, polarizzazione e insicurezza globale, anche la pace interiore sembri sfuggire di mano. Prima di diventare un programma politico o una conquista sociale, la pace deve essere coltivata dentro di sé. Non si tratta solo di tranquillità, ma di una forza attiva, che nasce dalla carità e dalla consapevolezza di essere amati.

Il dramma della pace

Per Agostino, il vero dramma della pace è che tutti la vogliono, ma ognuno la intende a modo suo, modellata sui propri desideri, interessi, valori. E così, ci si batte – perfino con la forza – non contro la pace, ma per “la propria” idea di pace. È qui che nasce il paradosso: proprio mentre tutti dicono di volerla, la pace diventa terreno di scontro. Ognuno è convinto di difendere quella giusta, quella universale, ma spesso si tratta solo di una visione parziale, esclusiva. Agostino lo dice con parole dure e vere: «Ogni uomo cerca la pace, anche facendo la guerra» ( Epistola 189, 6). Non perché si rifiuti il bene della pace, ma perché si impone la propria versione, ignorando quella degli altri. Il rischio? Trasformare il desiderio più alto dell’umanità – vivere in pace – nella sua più dolorosa delusione. Finché la pace non sarà un bene condiviso, sarà sempre una conquista incompiuta.

« E intanto abbiate la pace tra voi, fratelli. Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all'interno, il lume acceso» ( Discorso 357, 3). In una prospettiva che invita all’ascolto reciproco, alla corresponsabilità, alla comunione nella diversità, le parole di Agostino risuonano come un appello diretto alla sinodalità: prima di costruire strutture sinodali, occorre diventare uomini e donne di pace. Perché senza la pace del cuore, ogni dialogo rischia di diventare contesa, ogni confronto una divisione. La sinodalità, in fondo, è anche questo: mettersi in cammino insieme perché si è già in pace tra di noi. E se così non fosse, è proprio da lì che bisogna cominciare.

Un cuore riconciliato

È proprio da questo cuore riconciliato che nasce l’unità. Nella visione di Agostino, la Chiesa è il luogo dove questa unità prende forma concreta. Non come uniformità sterile, ma come comunione nella diversità: ogni membro ha un dono, un carisma, che serve non per se stesso, ma per il bene di tutti.

Questa visione ecclesiale è oggi provocatoria. In un’epoca segnata dall’individualismo e dall’autoreferenzialità, Agostino invita a pensare e vivere “al plurale”. Nella Chiesa, l’unità non significa uniformità; al contrario, è proprio la diversità dei doni a costruire una comunione viva e dinamica. Agostino lo aveva capito: la comunità ecclesiale è un corpo composto, fatto di membra diverse, ciascuna con la propria funzione, ciascuna necessaria al bene di tutte le altre. Ed è solo rimanendo uniti, condividendo questi doni, che il Corpo di Cristo può crescere e vivere in pienezza.

Reciprocità e collaborazione

È in questa logica di reciprocità e collaborazione che la Chiesa mostra il suo volto più autentico: un popolo plurale che cammina insieme, diverso ma unito, guidato dallo stesso Spirito. La Chiesa è infatti comunione: madre che genera, comunità che accoglie, spazio di partecipazione attiva. E il suo compito è far vedere al mondo che l’unità non è un’idea astratta, ma un’esperienza possibile, concreta, incarnata.

Non si può amare Cristo – ammonisce Agostino – senza amare la sua Chiesa. Per Agostino, la Chiesa non può chiudersi nel recinto dei “già convinti”, ma deve abitare il mondo con umiltà e profezia, camminando accanto a ogni uomo e ogni donna, con la certezza di portare un tesoro che non appartiene a lei, bensì a Cristo. Il suo compito è quello di essere segno visibile di unità e strumento di riconciliazione, in una società spesso frammentata, dove la divisione rischia di diventare normalità.

In cammino

In questo senso, il cammino sinodale assume un significato profondo: è un processo che invita la Chiesa a riscoprirsi come popolo in cammino, capace di accogliere, ascoltare, condividere. Una Chiesa che non seleziona chi includere, ma si lascia continuamente interrogare dal Vangelo e dalla storia. L’ecclesiologia agostiniana, che parla di una comunità “per tutti” e “con tutti”, richiama la Chiesa di oggi a superare ogni autoreferenzialità per diventare davvero casa aperta, madre accogliente, compagna di viaggio. La sua Cattolicità, dunque, non è un’etichetta da conservare, ma una vocazione da incarnare, giorno per giorno, attraverso l’impegno concreto per la pace, la giustizia, la solidarietà universale.

In un mondo attraversato da crisi globali e nuove povertà, la Chiesa sinodale agostiniana è quella che si fa prossima, che non divide il mondo tra “dentro” e “fuori”, ma lo ama tutto, perché tutto il mondo è il suo campo di missione. 

Una Chiesa davvero cattolica non si ritrae: cammina, accoglie, dialoga, serve. E proprio così resta fedele al mandato di Cristo.

 *Docente di Storia della Filosofia medievale Università Cattolica di Milano

www.avvenire.it

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lunedì 7 gennaio 2019

LE SETTE PAROLE DEL 2019 - Ritornare ad essere popolari. Un invito per tutti

Il direttore della 'Civiltà Cattolica' legge i tempi di cambiamento e conflitto indicando come si può reagire. Ritornare a essere popolari: ecco le sette parole del 2019
La rivista dei gesuiti invita prima di tutto a riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire cioè la relazione naturale con il popolo
In questo tempo di cambiamenti e conflitti che ci sfidano, non possiamo correre il rischio di seguire ciò che leggiamo nel 'Gattopardo': «Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare». Bisogna reagire. Una reazione alla quale possiamo dar forma considerando sette parole.
PAURA. Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti. Questa retorica evoca forze potenti, ma forse non ancora emerse dal profondo della società e dell’opinione pubblica. La riflessione politica sarà irrilevante se non entra in contatto con le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista. Ai leader religiosi coreani Francesco ha chiesto di usare «parole che si differenziano dalla narrativa della paura» e compiere «gesti che si oppongono alla retorica dell’odio ». E di recente ha pure affermato: «Servono leader con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: […] occorre umiltà, non arroganza».
ORDINE. I rapporti tra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina sono in ebollizione… alla ricerca di un nuovo ordine mondiale che attualmente pare solo un gran disordine. Più che mai il disordine reclama anche una solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un «nuovo ordine mediterraneo».
MIGRAZIONI. I flussi migratori siano una delle priorità dell’Unione Europea dei prossimi anni, perché le migrazioni oggi rischiano di essere il grimaldello per far saltare l’Europa. Non sfuggono a nessuno le conseguenze del rimescolamento delle identità tradizionali e lo spaesamento che esso provoca. Bisogna affrontarlo con discernimento. Occorre non tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione.
POPOLO. Per i populismi che sperimentiamo oggi, la forza di una democrazia dipende dall’esistenza di un popolo relativamente omogeneo con un’identità precisa e riconoscibile fondata sulla coesione etnica. Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali co- stituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere. E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede. Ma non possiamo ridurre la questione del popolo a «populismo». La questione del popolo è una cosa molto seria. Scriveva il cardinale Bergoglio nell’anno 2010: «Non serve un progetto di pochi e per pochi, di una minoranza illuminata o di testimoni, che si appropria di un senso collettivo. Si tratta di un accordo sul vivere insieme. È la volontà espressa di voler essere popolo-nazione nel contemporaneo ». Queste parole scritte dall’allora primate d’Argentina dopo le elezioni del 4 marzo 2010 suonano come l’ammonimento più urgente anche per l’oggi. Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei «caminetti» degli illuminati. Non bastano più le accolte di anime belle... Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove. E il grande rischio è quello di immaginare il 'popolo' in forma di «massa anonima». La verità è che molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia.
DEMOCRAZIA. Emerge anche in Europa l’ossimoro di democrazie che possono morire per mani di leader eletti democraticamente. Sembra ormai insostenibile il divario tra il carattere globale dell’economia, della comunicazione e, ancor più, della finanza e la dimensione solamente locale della democrazia, che rischia di divenire quasi solo una gestione amministrativa. Si è incrinata la fiducia nei sistemi democratico-liberali. Si ha perfino simpatia per una certa improvvisazione democratica che dà almeno il senso di appartenenza. La democrazia rappresentativa parlamentare è destinata dunque a estinguersi? Assolutamente no, ma la domanda di una «democrazia immediata », della quale si immagina che la rete possa essere luogo di azione e strumento, sembra averla messa in difficoltà. Qui c’è un problema, però anche una sfida da accogliere. Non possiamo far finta che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?
PARTECIPAZIONE. Scriveva il Papa, sempre in quel testo del 2010, che occorre «recuperare l’effettività dell’essere cittadini ». Occorre trasformarsi «da abitante a cittadino». Questo è, in fondo, anche il vero problema dell’Europa: ha abitanti europei che ancora non si sentono cittadini europei. Il «divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia» è stato uno dei temi forti del discorso di papa Francesco al terzo Incontro mondiale dei movimenti popolari del 2016. Il Papa li definiva «una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica », che non è la forma del «partito politico » e che è capace di esprimere «attaccamento al territorio, alla realtà quotidiana, al quartiere, al locale, all’organizzazione del lavoro comunitario».
Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, diventa una formalità, perché lascia fuori il popolo nella costruzione del suo destino.
LAVORO. Pensiamo ai nostri giovani. I neet (not in education, employment or training) sono circa il 20% dei giovani italiani. 2/3 degli studenti di oggi faranno, da adulti, lavori che al momento neanche esistono. Oggi siamo colpiti da un nuovo malessere: la disoccupazione tecnologica, causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro. Sembra esserci una differenza antropologica ormai tra l’uomo di Davos e il forgotten man, tra una élite di creativi innovatori e una massa di esecutori non qualificati. Servono quelle «tre T» delle quali parla Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale. P er reagire, dunque, occorre prima di tutto riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire la relazione naturale con il popolo. Questa la parola: riconnettersi. Insomma, bisogna tornare a essere «popolari».

*Direttore di 'La Civiltà Cattolica'

fonte: Avvenire





venerdì 4 gennaio 2019

LE SETTE PAROLE DEL 2019

 Ritornare a essere popolari:

 ecco le sette parole del 2019

Il direttore della 'Civiltà Cattolica' legge i tempi di cambiamento e conflitto indicando come si può reagire. La rivista dei gesuiti invita prima di tutto a riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire cioè la relazione naturale con il popolo
In questo tempo di cambiamenti e conflitti che ci sfidano, non possiamo correre il rischio di seguire ciò che leggiamo nel 'Gattopardo': «Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare». Bisogna reagire. Una reazione alla quale possiamo dar forma considerando sette parole.
Paura. Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti. Questa retorica evoca forze potenti, ma forse non ancora emerse dal profondo della società e dell’opinione pubblica. La riflessione politica sarà irrilevante se non entra in contatto con le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista. Ai leader religiosi coreani Francesco ha chiesto di usare «parole che si differenziano dalla narrativa della paura» e compiere «gesti che si oppongono alla retorica dell’odio ». E di recente ha pure affermato: «Servono leader con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: […] occorre umiltà, non arroganza».
Ordine. I rapporti tra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina sono in ebollizione… alla ricerca di un nuovo ordine mondiale che attualmente pare solo un gran disordine. Più che mai il disordine reclama anche una solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un «nuovo ordine mediterraneo».
Migrazioni. I flussi migratori siano una delle priorità dell’Unione Europea dei prossimi anni, perché le migrazioni oggi rischiano di essere il grimaldello per far saltare l’Europa. Non sfuggono a nessuno le conseguenze del rimescolamento delle identità tradizionali e lo spaesamento che esso provoca. Bisogna affrontarlo con discernimento. Occorre non tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione.
Popolo. Per i populismi che sperimentiamo oggi, la forza di una democrazia dipende dall’esistenza di un popolo relativamente omogeneo con un’identità precisa e riconoscibile fondata sulla coesione etnica. Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali co- stituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere. E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede. Ma non possiamo ridurre la questione del popolo a «populismo». La questione del popolo è una cosa molto seria. Scriveva il cardinale Bergoglio nell’anno 2010: «Non serve un progetto di pochi e per pochi, di una minoranza illuminata o di testimoni, che si appropria di un senso collettivo. Si tratta di un accordo sul vivere insieme. È la volontà espressa di voler essere popolo-nazione nel contemporaneo ». Queste parole scritte dall’allora primate d’Argentina dopo le elezioni del 4 marzo 2010 suonano come l’ammonimento più urgente anche per l’oggi. Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei «caminetti» degli illuminati. Non bastano più le accolte di anime belle... Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove. E il grande rischio è quello di immaginare il 'popolo' in forma di «massa anonima». La verità è che molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia.
Democrazia. Emerge anche in Europa l’ossimoro di democrazie che possono morire per mani di leader eletti democraticamente. Sembra ormai insostenibile il divario tra il carattere globale dell’economia, della comunicazione e, ancor più, della finanza e la dimensione solamente locale della democrazia, che rischia di divenire quasi solo una gestione amministrativa. Si è incrinata la fiducia nei sistemi democratico-liberali. Si ha perfino simpatia per una certa improvvisazione democratica che dà almeno il senso di appartenenza. La democrazia rappresentativa parlamentare è destinata dunque a estinguersi? Assolutamente no, ma la domanda di una «democrazia immediata », della quale si immagina che la rete possa essere luogo di azione e strumento, sembra averla messa in difficoltà. Qui c’è un problema, però anche una sfida da accogliere. Non possiamo far finta che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?
Partecipazione. Scriveva il Papa, sempre in quel testo del 2010, che occorre «recuperare l’effettività dell’essere cittadini ». Occorre trasformarsi «da abitante a cittadino». Questo è, in fondo, anche il vero problema dell’Europa: ha abitanti europei che ancora non si sentono cittadini europei. Il «divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia» è stato uno dei temi forti del discorso di papa Francesco al terzo Incontro mondiale dei movimenti popolari del 2016. Il Papa li definiva «una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica », che non è la forma del «partito politico » e che è capace di esprimere «attaccamento al territorio, alla realtà quotidiana, al quartiere, al locale, all’organizzazione del lavoro comunitario».
Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, diventa una formalità, perché lascia fuori il popolo nella costruzione del suo destino.
Lavoro. Pensiamo ai nostri giovani. I neet (not in education, employment or training) sono circa il 20% dei giovani italiani. 2/3 degli studenti di oggi faranno, da adulti, lavori che al momento neanche esistono. Oggi siamo colpiti da un nuovo malessere: la disoccupazione tecnologica, causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro. Sembra esserci una differenza antropologica ormai tra l’uomo di Davos e il forgotten man, tra una élite di creativi innovatori e una massa di esecutori non qualificati. 
Servono quelle «tre T» delle quali parla Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale. Per reagire, dunque, occorre prima di tutto riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire la relazione naturale con il popolo. Questa la parola: riconnettersi. Insomma, bisogna tornare a essere «popolari».

*Direttore di 'La Civiltà Cattolica'
Fonte: Avvenire