Visualizzazione post con etichetta serenità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta serenità. Mostra tutti i post

mercoledì 18 febbraio 2026

VIVERE A MISURA D'UOMO

 


"La vera ricchezza

 per essere felici

 non sono i soldi,

 ma l’amore 

e il tempo

 condiviso. 



È vivere 

a misura d’uomo 

che dà valore alla vita"

 

La Redazione

Gabriella Tupini spiega perché amore, tempo condiviso e relazioni autentiche valgono più di ogni successo materiale...

Spesso ci troviamo ancora a confondere la ricchezza con la felicità. Siamo convinti che avere di più, fare di più, ottenere di più vada anche a compensare le nostre mancanze emotive, ma nessuna ricchezza potrà mai sostituirsi ad un cuore infelice; al contrario un cuore sereno, che sorride riesce ad attribuire valore e prestigio alle piccole cose che lo circondano.

Proprio per questo la psicologa Gabriella Tupini, ci conduce verso una riflessione profonda alla quale tutti siamo chiamati a rispondere. Inizia il suo intervento domandando: “Ma voi pensate che l'umanità vivrebbe così se sapesse di morire? Che passerebbe tutto il tempo a lavorare se sapesse di morire? Non cercherebbe di fare una vita più lieta possibile o meno amara possibile? Non passerebbe il tempo a passeggiare, a chiacchierare, a fare l'amore, a mangiare?”. L’esperta in questo caso giudica un modo di vivere che va contro i tempi dell’uomo. Secondo Tupini la nostra vita deve essere plasmata sulla base di quello che davvero ci permette di vivere, tutto il resto è un “di più”, un superfluo, che ci spinge fuori dalla nostra naturalezza.

La ricchezza è una “bella sirena che chiama Ulisse”,  ci porta ad avere sempre più sete entrando in un vortice di rivalità, competizione, sfida l’uno con l’altro, andando così a ledere i valori che ci rendono umani. Infatti continua la psicologa: “Invece di costruire poteri, domini, di fare palazzi futuristici, perché dovete fare a gara “a chi ce l'ha più alto”? “Fate i soldi o non fate i soldi” che vi cambia? L'importante è che avete i soldi per mangiare, per bere, per dormire, per curarvi. Il resto a cosa serve?”.

Dobbiamo vivere una vita a misura d’uomo, senza andare alla ricerca di false illusioni. La felicità vive in quello che già possediamo, sta a noi vederla con gli occhi giusti. Infatti, secondo Tupini una frase che pronunciamo spesso è: “Ma così non mi diverto”, a tal proposito arriva il suo parere: “Non è vero che ci divertiamo a seconda di quello che facciamo fuori. Noi stiamo bene a seconda di come stiamo dentro, fuori possiamo fare quello che vogliamo. Ma chi ve lo racconta che essere ricchi faccia stare bene? State bene o male a seconda di come state dentro, a seconda di come avete superato i vostri traumi o dolori infantili”. 

Le manie di grandiosità, al contrario di ciò che pensiamo, rivelano personalità fragili. Persone che non hanno chiuso bene i conti con il loro passato, che hanno conflitti interiori da placare, che cercano di compensare le carezze, l’affetto, il conforto non ricevuti con il potere. Ma la vera ricchezza si ottiene quando possiamo osservare il nostro passato con consapevolezza, quando riusciamo a trovare un equilibrio, quando sappiamo di avere tempo da dedicare a noi e ai nostri cari, quando sappiamo di avere salute abbastanza da poter vivere la vita che desideriamo, quando sappiamo godere di ciò che ogni giorno osserviamo. Questa è la ricchezza che spalanca le porte alla vera felicità. 

Ascuolaoggi

Immagine

domenica 21 luglio 2024

RICONCILIARSI CON SE STESSI


 -di Lisa Cremaschi




Per-dono = iperdono = dono grandissimo

Vorrei iniziare questa nostra conversazione con una breve nota filologica. Il termine perdono contiene la parola “dono” con un prefisso, quel “per” che deriva dal greco “ypér”; in italiano noi diciamo “iper” (ad es.: iperattivo, ipermercato, iperprotettivo) dove quell’iper indica la grandezza, una grandezza vorrei dire quasi eccessiva. Perdono è un dono grande enorme, grande fino all’eccesso che Dio ci ha fatto e che noi siamo chiamati a fare agli altri, al nostro prossimo, ma anzitutto al primo prossimo che noi incontriamo, che siamo noi stessi. Sì, il primo prossimo che incontro sono io e il vangelo chiede “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Mt 19,19). Potremmo parafrasare: “Perdona il tuo prossimo come perdoni a te stesso”.

 Ma diciamo anzitutto qualche cosa sul perdono a partire dalla Prima lettera ai corinzi 13,5: “L’amore non aggredisce, non tiene conto del male, non si rallegra dell’ingiustizia, mette la sua gioia nella verità. Esso copre tutto, aderisce a tutto, spera tutto, soffre tutto”. 

 L’amore perdona. Perdonare è qualcosa di gratuito, è un dono che noi facciamo a chi ci ha fatto del male. É un atto creativo che ci trasforma da prigionieri del passato in uomini liberi, in pace con le memorie del passato. Solo chi è libero sa perdonare, perché il perdono non è una re-azione, una risposta vincolata, predeterminata, ma è un atto nuovo, non condizionato da ciò che l’ha provocato; è spezzare la logica del taglione, il desiderio di vendetta. Il perdono è una risposta a una sofferenza che si subisce per mano di qualcun altro. Essa esige, dunque, l’onesto riconoscimento che stiamo soffrendo a motivo di un altro dal quale aspettavamo amore. “Proprio da lui! Proprio da lei!”. 

Ci è più difficile perdonare le persone che amiamo di più. Se patiamo ingiustizia da parte di un estraneo, la sopportiamo più facilmente. Il perdono è rivolto a coloro che non scusiamo, perché capiamo che in qualche modo sono responsabili dell’offesa che stiamo subendo. Siamo disillusi, ci attendevamo molto da alcune persone, e invece ... Ci sentiamo vittime di gesti di slealtà e di tradimento. Il perdono esige anzitutto un ritorno in se stessi, l’assunzione della coscienza della propria povertà interiore: vergogna, sentimento di rifiuto, aggressività, vendetta. Uno sguardo più lucido su di sé è una tappa obbligatoria sul difficile cammino del perdono. 

 Il perdono è un atto intenzionale. Dobbiamo volerlo, porre dei gesti, fare un cammino. Non è un atto, è un processo, un cammino che richiede ripetuti atti di volontà. Non basta dirci una sola volta: “Ho perdonato”. Spesso la ferita subìta riprende a sanguinare e ancora una volta dobbiamo perdonare. 

 Tante volte non abbiamo perdonato il passato, anche un lontano passato: i nostri genitori, un torto subito nell’infanzia ... Oppure non ci perdoniamo di essere stati deboli, di non aver saputo affrontare le difficoltà della vita, di non aver saputo cogliere occasioni che forse ci avrebbe portato a vivere in altro modo. Ci sentiamo fallimentari. Il rischio è quello di vivere nel rancore: rancore con noi stessi, rancore verso la vita. Rancore deriva dal latino rancēre essere rancido. Quante volte abbiamo il cuore rancido, amaro, un’amarezza di fondo che diventa lo scenario sul quale trascorrono le nostre giornate. Diventa un grigiore che colora le nostre giornate. 

 Che fare allora? Dimenticare? Voltare pagina? Perdonare è dimenticare? È possibile dimenticare? Ci sono ferite che forse non si rimargineranno mai o che a volte si riaprono dinanzi a eventi che ci fanno rivivere traumi passati. Sul monumento innalzato a Parigi ai deportati morti nei campi di concentramento tedeschi, per la maggior parte ebrei, sta scritto: “Perdoniamo ma non dimenticheremo mai”. È secondo il vangelo? Dobbiamo dimenticare? A volte si dice che il tempo guarisce; no, il tempo non basta. Rimuovere il male subìto, o il male che abbiamo fatto non ci aiuta a ritrovare la pace né con noi stessi né con gli altri. È necessario rivisitare il passato e questo significa concretamente riconoscere che soffriamo per il male subìto, riconoscere la propria ferita, fare la verità. Gesù non ha mai chiesto di dimenticare, chiede molto di più. 

 Perdonare significa ricordare il passato, che non vuol dire ripetere mentalmente il passato, ma far riemergere la memoria dell’atto per convertirla. L’oblio non cancella, bensì seppellisce il ricordo indesiderato nella profondità della memoria, dov’è inaccessibile alla coscienza e produce distruzioni tanto più gravi quanto più nascoste. Dimenticare è un modo per non affrontare un ricordo fastidioso o di relegarlo nel passato. É diverso dalla rimozione, perché è deliberato. Posso distinguere tra peccato e peccatore, non ridurre l’altro al male che mi ha fatto, a quelle parole che mi ha detto, riconoscere che è più grande di quel singolo gesto, di quelle parole. Per giungere a perdonare è essenziale continuare a credere alla dignità di colui o di colei che ha ferito, oppresso, tradito. Sul momento chi ha fatto il male sembra un essere cattivo da condannare. 

 Ripeto la domanda: Perdonare è dimenticare? Gesù non chiede di dimenticare, chiede molto di più. Ci sono ferite che non è possibile dimenticare perché, dopo anni sanguinano ancora. 

C’è il rischio di essere dominati dall’odio, dall’avversione, ma proprio in quest’odio per chi mi ha fatto del male gli consento di diventare signore e padrone della mia vita. La tragedia più grande dell’essere oggetto del male è il fatto che facilmente la vittima viene trasformata in peccatore, e per questa via si accresce la spirale della violenza. Non c’è da meravigliarsi se i giudei dissero che Gesù stava bestemmiando quando perdonò i peccati. Umanamente il perdono sincero e incondizionato sembra al di là delle nostre possibilità naturali. Scrive Vladimir Jankelevitch: “C’è una sola cosa che Dio non sa fare … fare in modo che le cose fatte non siano mai state fatte” (La mauvaise conscience, p. 82). 

 Il perdono non è oblio del passato: è il rischio di un avvenire diverso da quello imposto dal passato o dalla memoria. È spezzare la legge della ripetizione. Ma come perdonare? Cessando di guardare a ciò che mi ha fatto l’altro per guardare a ciò che ha fatto per me l’Altro, il Signore. Cristo che abita in me può perdonare, lui che ha concluso la sua vita terrena perdonando (Lc 23,34: “Padre, perdona loro; non sanno quello che fanno”). Hanno ucciso Gesù, ma non il potere dell’amore sconfinato. Gesù non chiede il risarcimento delle offese fatte contro di lui, infrange la legge del taglione e va incontro alla morte liberamente, vivendola non come condanna, ma come dono d’amore. 

È iniziata una nuova via per far fronte al male. La base del rapporto non è più costituita dalle offese che ci procuriamo reciprocamente, ma dall’amore che è capace di vincere il dolore e l’amarezza delle offese. “L’amore non tiene conto del male, non si rallegra dell’ingiustizia, mette la sua gioia nella verità. Tutto copre, a tutto aderisce, spera tutto, soffre tutto”. 

 L’amore ci spinge a cercare di comprendere in profondità l’atteggiamento dell’altro. Forse non si rendeva conto di quello che stava dicendo; forse era arrabbiato per qualche altro motivo, forse aveva semplicemente dormito male ... o non si rendeva conto di quello che diceva. Quante volte è successo anche a te di dire cose che non avresti voluto dire, frasi che hai detto alla moglie, ai figli, frasi in cui non credevi veramente eppure le hai dette. Tante volte usiamo un doppio peso e una doppia misura: una misura con noi stessi, un’altra molto più severa ed esigente con gli altri. Ma se il perdono potesse ridursi alla comprensione, diventerebbe la semplice scusa di un errore di giudizio, la correzione di una traiettoria deviata. 

 A volte uno non perdona altri perché non sa perdonare a se stesso di aver permesso che l’altro lo offendesse. Perdonarsi: accettare di essere persone fragili, limitate, che sbagliano, accettare i propri errori con serenità senza rabbia contro di sé, avere comprensione e misericordia per se stessi. Nel cammino di guarigione delle proprie ferite è essenziale poter condividere con qualcuno la propria sofferenza, dare il nome a ciò che si è perso con il male subìto e poter esprimere i nostri sentimenti: la frustrazione, la collera, il desiderio di vendetta. Solo se accettiamo che in noi ci sono queste reazioni, questi sentimenti possiamo guardarli in faccia ed evangelizzarli. 

 A volte non perdoniamo a noi stessi di avere iniziato una relazione che si è rivelata un inferno, di esserci infilati in situazioni che sono poi diventate a cielo chiuso. Se non abbiamo il coraggio di assumere la nostra storia, di rileggerla dandole un senso non riusciremo neppure a perdonare gli altri. 

Non illudiamoci: il passato lo portiamo con noi. Pensiamo alla guarigione dell’uomo paralizzato in Mc 2,1-12; Gesù lo perdona, lo guarisce e poi gli dice: “Alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua” (Mc 2,11). Alzati, in greco si usa il verbo egheíro, che è uno dei due verbi impiegati per indicare la resurrezione; potremmo tradurre “risvegliati” oppure “risorgi”. Ma c’è quella annotazione che potrebbe sembrare fuori luogo: “prendi la tua barella”; ormai a che cosa gli serve? La barella è il suo passato, non può rigettarlo sugli altri, lo tiene con sé ma quella barella muta di significato: non è più segno di malattia, ma segno di guarigione. 

 E qui dobbiamo aver chiaro che non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il modo di viverlo. Non si piange sul latte versato. Non serve a nulla ripetere mentalmente ciò che abbiamo vissuto, ricordare i nostri fallimenti, ripeterci che abbiamo sbagliato tutto. Con un lavoro interiore, con un lungo lavoro interiore possiamo giungere a riconciliarci con noi stessi; sì, sono questo e nient’altro che questo. Mi accolgo così come sono smettendo di sognare di essere diverso, abbandonando i periodi ipotetici dell’irrealtà che possono servire per fare esercizi grammaticali (ricordate a scuola: periodo ipotetico dell’irrealtà; ecc.), ma fanno tanto male nella vita. “Se invece di comportarmi in quel modo, mi fossi comportato in un altro …, se invece di sposare quella persona ne avessi sposata un’altra, se invece di farmi monaca, mi fosse sposata …”. Mi perdono di non essere altro. Più si va avanti nella vita e più ci rendiamo conto che tante cose si sono avverate diversamente da come avremmo pensato, desiderato, sognato. Forse il bilancio è in rosso. Eppure, se siamo cristiani, c’è un filo rosso che attraversa la nostra vita: il vangelo, la ricerca del Signore. e allora possiamo abbandonare la nostra vita, il passato, il presente, il futuro, nelle mani del Signore che ci conosce più di quanto noi stessi ci conosciamo, che ci vuole bene più di quanto noi siamo capaci di volerci bene e di voler bene. “Come un bambino in braccio a sua madre è tranquillo il mio cuore”, recita il salmo 131. Dice un padre della chiesa siriaca: “Sii in pace con te stesso, e il cielo e la terra saranno in pace con te” (Isacco di Ninive, Prima collezione 2). E Serafino di Sarov: “Trova la pace e migliaia di persone attorno a te troveranno salvezza”. 

 Ma per trovare la pace con il nostro passato dobbiamo cercare di dargli un senso. Vorrei qui riprendere la storia di Giuseppe, che tutti conoscete. È una storia di rapporti fraterni “sbagliati”, se così si può dire. Giuseppe non è un modello di santo; provoca i fratelli con i suoi sogni in cui si vede come il più grande di tutti, davanti al quale tutti si devono piegare. È il più amato dal padre e sa sfruttare questo amore a suo vantaggio contro gli altri. E gli altri fratelli non hanno pazienza, non lo sopportano più, fino a decidere di ucciderlo. Poi interviene un fratello e li convince a venderlo come schiavo invece di ucciderlo. E Giuseppe in Egitto attraversa una serie di vicende; grazie alla sua abilità e alla sua intelligenza, fa strada fino a diventare viceré dell’Egitto. Quando la carestia si abbatte sulla terra di Canaan il vecchio Giacobbe manda i suoi figli in Egitto a cercare del grano e Giuseppe riconosce i suoi fratelli. Poco dopo si farà riconoscere, svelerà: “Io sono Giuseppe, vostro fratello che voi avete venduto come schiavo in Egitto”, e farà venire in Egitto tutta la sua famiglia. Ma, dopo la morte del padre, Giacobbe, i suoi fratelli temono che ora si vendicherà di loro, di tutto il male che gli hanno fatto patire. Hanno paura, ma Giuseppe dice loro: “Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Se voi avevate pensate del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso” (Gen 50,19-20). Giuseppe non tiene conto del male ricevuto dai suoi fratelli, anzi sa trasformarlo, trasfigurare il male che ha patito da parte dei fratelli, ricavando da quella storia che è stata così dolorosa, qualcosa di buono, di positivo, sa trarre il bene anche dal male. A volte è proprio così; se viviamo tutto con bontà e pazienza scopriamo che anche da quello che è andato male, dal dolore, dalla sofferenza possiamo ricavare un insegnamento, imparare un po’ di bontà. Il dolore va riscattato, è sempre un grido alla vita, un’attesa della resurrezione, un’invocazione al Signore perché venga presto. Nulla è perduto e niente ci può separare da Cristo Gesù (Rm 8,35-39). 

 I padri giungono a dire che il nemico può diventare nostro maestro. Quando qualcuno ci fa del male, noi che ci credevamo tanto buoni, scopriamo di avere dentro di noi desideri di vendetta, tanta rabbia, il desiderio cattivo di farla pagare all’altro. In questo il nemico ci fa da maestro: ci fa toccare con mano che non siamo buoni, ci fa conoscere i sentimenti che abbiamo nel cuore, ci offre un’occasione per convertirci. 

  Il nemico come medico e come maestro 

 Vorrei leggervi due testi tratti da monaci 

Abba Zosima: (Palestina, fine V sec. - inizio del VI) 

  “Abba Zosima diceva: ‘Se uno accoglie un pensiero riguardo a chi lo ha afflitto, gli ha fatto torto, lo ha offeso o gli ha fatto del male, e trama pensieri contro di lui, costui tende un laccio alla propria anima al pari dei demoni. Si tende un laccio da solo! Ma perché dico: trama? Se non pensa a chi gli ha fatto del male come a un medico, fa torto a se stesso … Devi accogliere quanto ti viene da lui come una medicina che Gesù ti ha mandato’” (Zosima, Colloqui 3). 

 Un secondo testo è tratto dagli insegnamenti che Doroteo, monaco nel deserto di Gaza, nel VI secolo, dava ai suoi fratelli. Dice in una sua catechesi: “A volte uno pensa di essere nella pace e nella tranquillità ma, non appena un fratello gli dice una parola che lo rattrista, si turba e ritiene di aver tutto il diritto di rattristarsi, dicendo dentro di sé: ‘Se quel fratello non fosse venuto a parlarmi e non mi avesse turbato, non avrei peccato!’. Questa è un’illusione, un falso ragionamento. Forse che chi gli ha detto quella parola ha messo in lui la passione? Gli ha solo manifestato la passione che era in lui, perché, se vuole, possa pentirsene. Costui somiglia a un pane di grano puro, esteriormente di bell’aspetto, ma che appena spezzato, rivela il suo marciume; così anche lui credeva di starsene in pace, ma dentro di sé aveva la passione senza saperlo. Una sola parola del fratello ha fatto uscire il marciume che teneva nascosto dentro. Se dunque vuole ottenere misericordia, si penta, si purifichi, cerchi di fare progressi, e vedrà che deve piuttosto ringraziare il fratello per essere stato per lui motivo di profitto” (Doroteo di Gaza, Insegnamenti 7,82). 

 A questi due testi ne vorrei accostare un altro che non è stato scritto da un cristiano, ma dal Dalai Lama, la massima autorità tibetana: 

 “La compassione di cui parla il buddismo mayahana non è l’amore comune che sentiamo verso coloro che ci sono cari e vicini; questo amore può essere accompagnato da egoismo e ignoranza. 

Dobbiamo amare anche i nostri nemici … Se io ho aiutato qualcuno per quanto ne ero capace e costui mi offende nel modo più vergognoso, io devo considerare questa persona come il mio più grande maestro. Se i nostri amici si trovano bene con noi e ci sono vicini, niente ci può rendere consapevoli dei nostri sentimenti o delle nostre idee negative. Solo quando qualcuno ci combatte e ci critica possiamo accedere alla conoscenza di noi stessi e giudicare la qualità del nostro amore. In questo i nostri nemici sono i nostri grandi maestri. Essi ci mettono in grado di vagliare la nostra forza, la nostra tolleranza e il nostro rispetto per gli altri. Se noi invece di nutrire sentimenti di odio verso i nostri nemici, li amiamo ancora di più, allora non siamo lontani dal raggiungimento dello stato del Budda: la consapevolezza illuminata che è lo scopo di tutte le religioni” (citato in Parole dal deserto, a cura di L. Cremaschi, Magnano 1992, pp. 125-126). 

 L’AT esorta all’amore per lo straniero, alla compassione per il nemico; in Es 23,4-5, fra le disposizioni riguardanti il dovere di rendere giustizia in modo imparziale nei processi, si trova il seguente precetto: “Se tu trovi il toro del tuo nemico o il suo asino smarrito, abbi cura di ricondurglielo. Se tu scorgi l’asino del tuo nemico soccombere sotto il suo carico, guardati bene dall’abbandonarlo; al contrario aiutalo a scaricarlo”. E Lv 19,17-18 ammonisce: “Non odiare il tuo fratello in cuor tuo ... Non vendicarti e non conservare rancore verso i figli del tuo popolo, e ama per il tuo prossimo ciò che ami in te”. La regola d’oro: “Non fare a nessuno ciò che non ti piacerebbe subire”, fa la sua comparsa per la prima volta in Tb 4,15. Verrà ripresa da rabbi Hillel, che, quando un non-ebreo gli chiese di insegnargli tutta la Legge nel lasso di tempo in cui riusciva a stare ritto su un piede solo, disse: “Ciò che risulta odioso non farlo al tuo prossimo. Questa è tutta la Torah e il resto non è che commento. Va’, imparalo”. Gesù la trasformerà in senso positivo: “Fa al tuo prossimo ciò che vorresti fosse fatto a te” e nel discorso sul monte ammonisce ad amare i nemici e a pregare per i persecutori (Mt 5,43-45; Lc 6,27-28.35). Se il cristiano, vivendo lo spirito delle beatitudini, conosce opposizioni, rifiuti, persecuzioni, d’altro non deve essere lui a entrare in conflitto con gli altri, crearsi dei nemici. È nemico di nessuno, ma ha molti nemici. Il suo amore per chi gli ha fatto del male è generato dall’amore che Dio ha avuto per lui mentre ancora gli era nemico (Rm 5.8.10). Dobbiamo amare fino alla fine, come ha amato Gesù. Rabbi Natan diceva: “Il più grande eroe è colui che trasforma il suo nemico in amico”. Occorre uscire dalla demonizzazione dell’altro: il pagano, lo straniero, l’ebreo, l’eretico, il musulmano sono alcuni dei visi storici in cui i cristiani hanno incarnato il nemico. 

 Ma il vero nemico è in noi e non fuori di noi e la lotta che dobbiamo ingaggiare è quella interiore. Lotta per non cedere alla cattiva tristezza (2Cor 7,10), per non lasciare che l’amarezza domini la nostra vita; una lotta “secondo le regole” come dice Paolo (2Tm 2,5), cioè secondo il vangelo, secondo la legge dell’amore. 

 Ma come realizzare tutto questo? Ne siamo capaci? È solo il Signore che sa perdonare, solo se accogliamo il Signore dentro il nostro cuore, dentro la nostra vita, allora sarà lui stesso a perdonarci e a perdonare. È l’invocazione che rivolgiamo nel Padre nostro: “Perdona i nostri peccati, come anche noi perdoniamo a chi è in debito con noi”. Perdonaci, Signore! Insegnaci a perdonarci e a perdonare. 

 E anch’io, alla fine di questa nostra conversazione, sento di dover chiedere a Dio e a voi il perdono, perché avverto la distanza tra le parole e la mia vita, tra quello che dico e quello che riesco a realizzare. Nel vangelo di Luca si racconta che il padrone, che ha consegnato le monete ai suoi servi perché le facessero fruttare, a quel servo che ha avuto paura e non ha fatto lavorare la moneta che gli era stata affidata dice: “Dalle tue stesse parole ti giudico” (Lc 19,22). Che il Signore ci perdoni! Ma se Dio non si stanca di perdonare, perché dovremmo stancarci noi?


Fonte: Parrocchia San Giovanni Maria Vianney

Immagine



 

domenica 19 dicembre 2021

SI ALZO' E ANDO', CON SOLLECITUDINE


INCONTRO AGLI ALTRI 

CON UN VOLTO SERENO 

E SORRIDENTE

" .... Si alzò e andò. Nell’ultimo tratto del cammino di Avvento lasciamoci guidare da questi due verbi. Alzarsi e camminare in fretta: sono i due movimenti che Maria ha fatto e che invita anche noi a fare in vista del Natale. Anzitutto, alzarsi. Dopo l’annuncio dell’angelo, per la Vergine si profilava un periodo difficile: la sua gravidanza inattesa la esponeva a incomprensioni e anche a pene severe, anche alla lapidazione, nella cultura di quel tempo. Immaginiamo quanti pensieri e turbamenti aveva! Tuttavia non si scoraggia, non si abbatte, ma si alza. Non volge lo sguardo in basso, verso i problemi, ma in alto, verso Dio. E non pensa a chi chiedere aiuto, ma a chi portare aiuto. Sempre pensa agli altri: così è Maria, pensando sempre ai bisogni degli altri. Lo stesso farà dopo, alle nozze di Cana, quando si accorge che manca il vino. È un problema di altra gente, ma lei pensa a questo e cerca di trovare una soluzione. Sempre Maria pensa agli altri. Pensa anche a noi.

Impariamo dalla Madonna questo modo di reagire: alzarci, soprattutto quando le difficoltà rischiano di schiacciarci. Alzarci, per non rimanere impantanati nei problemi, sprofondando nell’autocommiserazione o cadendo in una tristezza che ci paralizza. Ma perché alzarci? Perché Dio è grande ed è pronto a rialzarci se noi gli tendiamo la mano. Allora gettiamo in Lui i pensieri negativi, le paure che bloccano ogni slancio e che impediscono di andare avanti. E poi facciamo come Maria: guardiamoci attorno e cerchiamo qualche persona a cui possiamo essere di aiuto! C’è qualche anziano che conosco a cui posso fare un po’ di aiuto, di compagnia? Ognuno ci pensi. O fare un servizio a una persona, una gentilezza, una telefonata? Ma a chi posso dare aiuto? Mi alzo e do aiuto. Aiutando gli altri, aiuteremo noi stessi a rialzarci dalle difficoltà.

Il secondo movimento è camminare in fretta. Non vuol dire procedere con agitazione, in modo affannato, no, non vuol dire questo. Si tratta invece di condurre le nostre giornate con passo lieto, guardando avanti con fiducia, senza trascinarci di malavoglia, schiavi delle lamentele – queste lamentele rovinano tante vite, perché uno si mette a lamentarsi e lamentarsi e la vita va giù. Le lamentele ti portano a cercare sempre qualcuno da incolpare. Andando verso la casa di Elisabetta, Maria procede con il passo svelto di chi ha il cuore e la vita pieni di Dio, pieni della sua gioia. 

Allora chiediamoci noi, per il nostro profitto: com’è il mio “passo”? Sono propositivo oppure mi attardo nella malinconia, nella tristezza? Vado avanti con speranza o mi fermo per piangermi addosso? 

Se procediamo con il passo stanco dei brontolii e delle chiacchiere, non porteremo Dio a nessuno, soltanto porteremo amarezza, cose oscure. Fa tanto bene, invece, coltivare un sano umorismo, come facevano, ad esempio, San Tommaso Moro o San Filippo Neri. Possiamo chiedere anche questa grazia, la grazia del sano umorismo: fa tanto bene. Non dimentichiamo che il primo atto di carità che possiamo fare al prossimo è offrirgli un volto sereno e sorridente. È portargli la gioia di Gesù, come ha fatto Maria con Elisabetta. ..."

Papa Francesco. Angelus



martedì 24 novembre 2020

MESSAGGIO DELLA CEI ALLE COMUNITA' CRISTIANE IN TEMPO DI PANDEMIA

La Conferenza episcopale si rivolge ai componenti della Comunità cristiana cattolica, ai credenti di altre Confessioni cristiane e di tutte le religioni e alle donne e agli uomini di buona volontà: "La crisi sanitaria mondiale evidenzia nettamente che il nostro pianeta ospita un’unica grande famiglia". Poi, l'invito agli operatori della comunicazione: "continuiamo a testimoniare la risurrezione, camminando con la vita nuova che ci viene proprio dalla speranza cristiana"

-         di Emanuela Campanile

 

Il messaggio della Conferenza episcopale italiana arriva "nel pieno della nuova ondata planetaria di contagi da Covid-19" che sembra ulteriormente fiaccare un mondo smarrito e in crisi. Nella certezza delle parole di San Paolo: "lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera", i vescovi segnalano nuovamente la rotta che Papa Francesco non si stanca di tracciare:

"Le Chiese in Italia stanno dando il loro contributo per il bene dei territori, collaborando con tutte le Istituzioni, nella convinzione che l’emergenza richieda senso di responsabilità e di unità: confortati dal magistero di Papa Francesco, siamo certi che per il bene comune occorra continuare in questa linea di dialogo costante e serio".

Come sassi su cui poggiare il piede per poter arrivare sull'altra riva, i vescovi mettono a fuoco quattro punti fondamentali dando prima di tutto un nome a questo difficile tempo che l'umanità sta vivendo.

Un tempo di tribolazione

"Non possiamo nascondere di trovarci in un tempo di tribolazione", si legge nel messaggio che poi prosegue: "Dietro i numeri apparentemente anonimi e freddi dei contagi e dei decessi vi sono persone, con i loro volti feriti e gli animi sfigurati, bisognose di un calore umano che non può venire meno".

Il pensiero va poi "a chi si occupa della salute pubblica, al mondo del lavoro e a quello della scuola che attraversano una fase delicata e complessa", lasciando il passo alle parole di Francesco tratte dalla Laudato si', in cui il Pontefice sottolinea come sia "attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale e integrante".

L'invito dei vescovi è a reagire perchè "Anche in questo momento la Parola di Dio ci chiama" a rimanere "saldi nella fede, fissando lo sguardo su Cristo (cfr. Eb 12,2) per non lasciarci influenzare o, persino, deprimere dagli eventi. Se anche non è possibile muoversi spediti, perché la corrente contraria è troppo impetuosa, impariamo a reagire con la virtù della fortezza".

Un tempo di preghiera

Nelle avversità la preghiera può essere "sfogo" o "richiesta", affermano i vescovi facendo riferimento ai numerosi passi delle Scritture e del Vangelo in cui l'invocazione a Dio assume questi connotati. In particolare, l'invito è alla supplica per le famiglie poiché "il bene della società passa anzitutto attraverso" la loro "serenità". Da qui, l'auspicio della Cei "che le autorità civili le sostengano, con grande senso di responsabilità ed efficaci misure di vicinanza, e che le comunità cristiane sappiano riconoscerle come vere Chiese domestiche, esprimendo attenzione, sostegno, rispetto e solidarietà.

Un’unica grande famiglia

Nel terzo punto, i vescovi citano direttamente la recente Enciclica Fratelli Tutti, di Papa Francesco avvertendo del pericolo che "il si salvi chi può" si trasformi nel "tutti contro tutti":

"Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme".  

“È questo il migliore cattolicesimo italiano, radicato nella fede biblica e proiettato verso le periferie esistenziali, che certo non mancherà di chinarsi verso chi è nel bisogno, in unione con uomini e donne che vivono la solidarietà e la dedizione agli altri qualunque sia la loro appartenenza religiosa”

In tale contesto, prosegue il messaggio della Cei, i cristiani sono interpellati a portare anzitutto "il contributo della fraternità e dell’amore appresi alla scuola del Maestro di Nazareth, morto e risorto".

L'invito agli operatori della comunicazione

"Se i segni di morte balzano agli occhi - scrivono ancora i vescovi - e s’impongono attraverso i mezzi d’informazione, i segni di risurrezione sono spesso nascosti, ma reali ancor più di prima. Chi ha occhi per vedere può raccontare, infatti, d’innumerevoli gesti di dedizione e generosità, di solidarietà e amore, da parte di credenti e non credenti". "Al centro della nostra fede - si legge - c’è la Pasqua, cioè l’esperienza che la sofferenza e la morte non sono l’ultima parola, ma sono trasfigurate dalla risurrezione di Gesù. Ecco perché riteniamo che questo sia un tempo di speranza. Non possiamo ritirarci e aspettare tempi migliori, ma continuiamo a testimoniare la risurrezione, camminando con la vita nuova che ci viene proprio dalla speranza cristiana. Un invito, questo  - conclude la Cei - che rivolgiamo in modo particolare agli operatori della comunicazione: tutti insieme impegniamoci a dare ragione della speranza che è in noi"

Tempo di possibile rinascita sociale

Ultimo aspetto proposto e analizzato nel messaggio, fa riferimento alla prova di "un eccezionale risveglio di creatività" dimostrato in questo periodo da comunità, diocesi, parrocchie, istituti di vita consacrata, associazioni, movimenti e  singoli fedeli:

"Insieme a molte fatiche pastorali, sono emerse nuove forme di annuncio anche attraverso il mondo digitale, prassi adatte al tempo della crisi e non solo, azioni caritative e assistenziali più rispondenti alle povertà di ogni tipo: materiali, affettive, psicologiche, morali e spirituali".

La richiesta, o meglio, l'appello alle coscienze di ogni cristiano, contiene in sé tutta la speranza e vitalità di una nuova resurrezione:

"A ogni cristiano chiediamo un rinnovato impegno a favore della società lì dove è chiamato a operare, attraverso il proprio lavoro e le proprie responsabilità, e di non trascurare piccoli ma significativi gesti di amore, perché dalla carità passa la prima e vera testimonianza del Vangelo. È sulla concreta carità verso chi è affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato che tutti infatti verremo giudicati, come ci ricorda il Vangelo".

“Per noi conta testimoniare che l’unico tesoro che non è destinato a perire e che va comunicato alle generazioni future è l’amore, che deriva dalla fede nel Risorto. Noi crediamo che questo amore venga dall’alto e attiri in una fraternità universale ogni donna e ogni uomo di buona volontà.”

 Vatican News

Leggi: MESSAGGIO CEI 



 

sabato 3 ottobre 2020

EROTIZZAZIONE DEI BAMBINI: UNA GENERAZIONE VIOLATA?

 Gli effetti sempre più preoccupanti 

del consumo di pornografia 

da parte dei minori

Tra gli 8 e i 13 anni sono in aumento gli episodi di esibizione frutto di uno stato di ipereccitazione incontrollato. 

Il ruolo degli adulti per una corretta educazione.

La psicologia parla di un’età speciale e preziosa che oggi sembra scomparsa: l’età della latenza. Il bambino ha bisogno che il mondo adulto lo accompagni a sospendere le sue ricerche sul sesso per concentrare la mente su altre curiosità.  Lasciamo troppo spesso i piccoli soli e privi di strumenti davanti a realtà che non sono in grado di gestire

 

MARIOLINA CERIOTTI MIGLIARESE


Si stanno moltiplicando in modo allarmante episodi difficili da definire, che segnalano una situazione di crescente e diffusa erotizzazione dei nostri bambini. Masturbazione davanti ai/alle compagne, richiesta di sesso orale, esibizione dei genitali: episodi che spesso vengono raccontati dalle “vittime” anche dopo molto tempo, e che quasi sempre si sarebbero svolti nella scuola. Episodi che riguardano fasce di età insospettabili, tra gli 8 e i 12/13 anni, e che spesso non riguardano bambini disadattati o provenienti da famiglie difficili, ma bambini del tutto normali, inseriti in famiglie normali, con genitori che li amano e che sono ben lontani dall’immaginare che il proprio figlio possa essere coinvolto in situazioni del genere.

Quando qualcuno di questi episodi viene alla luce, immediata è la ricerca del colpevole: la famiglia, che non ha educato; la scuola, che non ha vigilato; il minore, che ha probabilmente dei problemi. Ma cercare il colpevole del singolo episodio è in fondo solo una modalità difensiva, certamente comprensibile, ma poco utile a leggere ciò che sta davvero accadendo. Gli episodi di cui parlo infatti non sono il frutto della premeditazione di piccole menti perverse, ma sono invece quasi sempre la risposta impulsiva e fuori controllo ad uno stato di ipereccitazione provocato da stimoli inappropriati. Quasi sempre, se si ottiene la loro confidenza, si scopre che questi bambini hanno visto immagini pornografiche in rete; qualche volta è successo per caso, e sono stati cercati e raggiunti da qualcosa che non hanno cercato; altre volte hanno cercato spontaneamente qualcosa sulla rete, spinti da una curiosità sul sesso che è tipica dell’età; altre volte ancora sono stati coinvolti nella visione da compagni già “edotti”. In tutti i casi, lo stimolo è stato per loro intenso, eccitante, carico di un’emozione profonda mista di attrazione e repulsione, paura e fascinazione. Qualcosa che, in assenza della confidenza con un adulto e del suo aiuto, li ha spinti a cercare di nuovo quelle immagini, questa volta in modo più attivo, innescando un circuito potente di eccitazione che chiede sollievo.

La pornografia funziona proprio così: è pensata per provocare eccitazione, e dunque per indurre alla masturbazione o ad atti sessuali che diano sollievo alla tensione provocata. Per questo motivo, il fatto che questi episodi avvengano quasi sempre a scuola non è principalmente segno di una mancata vigilanza da parte degli insegnanti, ma piuttosto del fatto che non c’è premeditazione: basta un piccolo spazio propizio, al di fuori dello sguardo dell’insegnante più attento; se lo stato di eccitazione è troppo alto, il bambino cercherà di agire impulsivamente per alleviarlo: magari facendo qualcosa che ha visto fare in rete, senza nemmeno comprenderne la gravità. Questi bambini di età prepubere, protagonisti attivi di episodi che turbano la serenità degli altri bambini, sono dunque a loro volta delle piccole vittime, punta dell’iceberg di una situazione preoccupante, che dovrebbe interrogare seriamente tutti noi; rischiamo infatti di crescere una generazione di bambini

violati, privati di ciò che l’infanzia dovrebbe garantire loro: lo spazio per crescere in modo sereno e protetto. Lo spazio per essere bambini, dedicandosi a sviluppare la capacità di giocare: modalità pienamente umana di accesso al reale, che è anche il modo migliore per apprendere e per sviluppare intelligenza e creatività.

Oggi invece è comune osservare che la maggior parte dei bambini non è più capace di giocare: messi davanti alla possibilità di un uso creativo del tempo o del materiale di gioco, preferiscono quasi tutti ripiegare su youtube e videogiochi. Allo stesso modo, la tensione creativa appare smorzata anche nelle nuove generazioni di adolescenti, che sembrano poco capaci e poco interessati alla bellissima sfida di “giocare con le idee”. Può essere interessante ricordare qui cosa diceva già molti anni fa a proposito del gioco un esperto come Donald Winnicott: «L’elemento piacevole nel gioco porta con sé l’implicazione che l’eccitamento istintuale non sia eccessivo; l’eccitamento istintuale al di là di un certo punto deve portare all’orgasmo». Winnicott sottolineava in questo modo qualcosa che è anche frutto di esperienza comune: l’eccesso di eccitazione impedisce il gioco, perché innesca una tensione troppo alta che chiede solo di essere “sfogata”. Per questo motivo l’eccesso di eccitazione si trasforma facilmente anche in aggressività, irrequietezza, difficoltà di attenzione che sono oggi in grande aumento nell’età scolare; se poi lo stato di eccitazione è provocato dalla visione di video porno, e lì si trovano anche i modelli di comportamento utili allo sfogo della tensione. Oggi i bambini, i ragazzi ma anche gli adulti sono soggetti loro malgrado ad un massiccio furto dello spazio immaginativo personale, sempre più riempito da immagini invadenti e precostituite; immagini troppo spesso cariche di contenuti iper–eccitatori e in quanto tali poco adatte ad essere maneggiate creativamente. Ma c’è un’altra, urgente domanda: come incide l’eccesso di stimoli erotizzati nelle diverse età del bambino? Nell’età infantile il pensiero è concreto ed egocentrico, e proprio per questo l’esperienza sessuale dell’adulto è priva per il bambino di un significato pienamente comprensibile. Il bambino conosce le cose associandole alla sua esperienza e cerca di assimilare il nuovo e lo sconosciuto confrontandolo con quello che già conosce; il sesso (di cui non ha esperienza) si associa perciò per lui con quello che riguarda i bisogni corporei che sperimenta e conosce: la sessualità si confonde allora con l’esperienza dell’escrezione e della defecazione, in un contesto emotivo di profonda ambiguità; per questo l’esposizione ad immagini pornografiche è fonte di un’eccitazione insieme molto intensa e molto confusa, impossibile da maneggiare con gli strumenti alla portata della sua mente. D alla pubertà in poi, improvvisamente il ragazzo fa l’esperienza che “il sesso mi riguarda”. Da questo momento le informazioni anche disordinate e confuse raccolte nell’età precedente prendono un posto specifico nella sua mente e assumono un’importanza del tutto personale. Questo comporta una forte attrazione e una grande permeabilità per ogni stimolo erotico e per ogni argomento a sfondo sessuale, proprio perché la curiosità sul sesso diventa una “curiosità su di me” ed è accompagnata dalla ricerca di modelli di comportamento che facciano sentire all’altezza delle proprie e altrui aspettative. In questa fase della vita il ragazzo avrebbe bisogno dello spazio mentale per immaginare l’altro diverso da sé, per sognarlo, per desiderarlo, per prepararsi ad incontrarlo nella concretezza di un corpo differente. La prima adolescenza potrebbe e dovrebbe esprimere la nascita del desiderio; l’incontro con la pornografia sposta invece bruscamente il sesso sul circuito bisogno– soddisfazione, uccidendo sul nascere la possibilità di coniugare attraverso sogni ad occhi aperti e fantasie personali l’impulso e il sentimento, la tenerezza e la passione. Al loro posto entrano nella mente così permeabile dei ragazzi immagini e situazioni artificiose e iper–eccitanti, che spingono al consumo, e che rendono impossibile investire l’attesa e sviluppare uno spazio immaginativo arricchente e personale.

Forse non è inutile a questo punto ricordare quello che gli studi psicologici di tanti anni ci hanno insegnato riguardo allo sviluppo sano dei nostri bambini. La psicologia parla di un’età speciale e preziosa che oggi sembra scomparsa: l’età della latenza. E’ l’età che coincide con la scuola primaria: dopo l’intensa e fisiologica curiosità sessuale del periodo fra i tre e i cinque anni, con l’ingresso a scuola il bambino ha bisogno che il mondo adulto lo accompagni a sospendere le sue ricerche sul sesso per concentrare la mente su altre curiosità; la questione del sesso può venire lasciata in sospeso e rinviata, e il bambino va incoraggiato ad investire le sue energie su un piacere nuovo: quello di entrare in un mondo interessante, fatto di codici prima riservati solo agli adulti. La lettura, la scrittura, il calcolo, sono codici capaci di dare una soddisfazione profonda a chi impara a padroneggiarli: permettono infatti di accedere al vasto mondo della conoscenza, attraverso un’esperienza che non è solo di fatica, ma anche e soprattutto una possibile esperienza di piacere, che si lega alla capacità di usare la propria mente per pensare. Ma per poter fare questo il bambino ha bisogno di un mondo adulto capace da un lato di tutelarlo e dall’altro di trasmettergli passione e interesse per il pensiero e la conoscenza. Purtroppo, oggi il mondo adulto sembra aver smarrito entrambe le competenze: abbiamo noi per primi poca passione per il pensiero, ed è venuto a mancare quell’istinto sano che guida a fissare, anche attraverso salutari divieti, le barriere di protezione necessarie al benessere dei nostri figli. Ignari del pericolo, li lasciamo troppo spesso soli e privi di strumenti davanti a realtà complesse che non sono in grado di gestire e che rischiano di travolgerli.

 

www.avvenire.it

 

lunedì 30 marzo 2020

CORONAVIRUS. DALLA PAURA ALL'APPRENDIMENTO. SAPER SORRIDERE

NEL TEMPO DEL CORONAVIRUS
REGALIAMO SORRISI E BUONUMORE,
NON FAKENEWS, ANSIE e MANIE !

E’ un periodo difficile quello che stiamo vivendo. Questo maledetto e infido virus che beffardamente cerca di annidarsi in ogni dove (… finanche nei cervelli !) rende apprensivi, guardinghi, insicuri, nervosi, suscettibili, aggressivi .... Altri virus colonizzano con rapidità molta gente: paura e diffidenza, buoni amici del coronavirus.
Martellanti “bollettini di guerra” ci opprimono: sin dal mattino accompagnano le nostre giornate e finanche il nostro inquieto dormire (…. e se il virus si fosse infilato anche tra le lenzuola ? !!!).
Vari politici, giornalisti, attori snocciolano come litanie le opportune precauzioni da prendere (mani, viso bocca, ….). Tanti esperti (e, purtroppo, anche pseudo esperti) ci tartassano con norme igieniche e di comportamento. Girano anche centinaia di false notizie: ognuno scarica nel web problemi, paure, ansie, pregiudizi e stereotipi che disorientano la gente. Allarmanti telefonate si susseguono, unitamente a pettegolezzi vari. Perciò occorre l’intelligente discernimento, evitando sempre comportamenti superficiali e irresponsabili.
Certamente la cattiveria del virus non è da sottovalutare ed è necessario essere accorti e responsabili per ostacolare la diffusione di questo sconosciuto malanno.
E’ bene esprimere gratitudine a tutti coloro che vigilano sulla nostra salute: i nostri familiari, le autorità,  gli scienziati, i medici e gli operatori sanitari, e coloro (istituzioni, associazioni di volontariato e singoli) che si danno da fare, instancabilmente, con competenza e spirito di servizio per venire incontro a chi soffre.
Mentre speriamo che la responsabilità di ciascuno e le ricerche scientifiche blocchino l’espandersi del male, occorre prendersi cura anche del benessere psichico di ciascuno e della serenità della vita familiare e sociale. Infatti, le malattie fisiche possono essere vinte, e sovente non lasciano strascico, ma quelle mentali non tanto.
Le norme igienico-sanitarie vanno opportunamente e responsabilmente applicate, con oculatezza e serenità (senza farne l’unica occupazione di ogni giornata!).  Ci sono tante cose buone da fare in questi giorni di isolamento: non possiamo farci intrappolare dai rovi delle lamentazioni e dalle paludi delle inutili chiacchiere e dei pettegolezzi, né incartapecorirci nella noiosa passività. Il tempo, comunque, passa e difficilmente si potrà recuperare. Abbiamo il coraggio di non rispondere a telefonate stupide o inutili e dannose. Abbiamo il coraggio di non correre alla fobica ricerca dell’ultima notizia di facebook o dell’ultimo post di WhatsApp o dell’ultimo pettegolezzo televisivo.
Non sciupiamo inutilmente il nostro tempo, le nostre risorse e la nostra intelligenza. Ne vale la nostra dignità e il nostro futuro!
E’ opportuno aiutarsi l’un l’altro ad  evitare comportamenti ossessivi e conflittuali che, anche se fatti a fin di bene, rischiano di tarlare i nostri cervelli, opprimendo e distruggendo la serenità delle persone e, finanche, le relazioni familiari e sociali.
A volte, purtroppo, le inquietudini personali possono associarsi alle paure e dar luogo a pericolose manie e fobie che, di certo, danneggiano chi le vive e chi le subisce.
Ad esempio, un conoscente, in una lunga telefonata, mi ha raccontato che, più volte al giorno, è abituato ad affacciarsi al balcone per prendere una boccata d’aria. Nulla di strano nel passato. Ora, appena rientra, si sente assaltato da un familiare: “Cambiati le ciabatte, togliti subito tutti gli indumenti e mettili in lavatrice, fatti la doccia, pulisci la maniglia della porta … !”  con martellanti:  Sei un’incosciente! Ti sei affacciato al balcone senza mascherina!!!, ecc. ecc.”
 “Se vado in bagno – mi ha detto- vengo controllato per vedere se mi lavo bene le mani …. Mi sento considerato un imbecille e un irresponsabile! ....  E così via nel corso della giornata.
Casa mia è un continuo utilizzo di lavabiancheria e lavaggio di pavimenti, disinfezione scarpe, cose e suppellettili. Mi sento oppresso e controllato in ogni momento del giorno.  Inoltre, se mi affaccio al balcone (secondo piano), vedo spesso facce di conoscenti truci e guardinghe, incapaci di rispondere ad un buon giorno; se scendo per le scale al fine di ritirare la posta, un condomino mi apostrofa duramente per invitarmi a cambiare scarpe e a disinfettare corrimano ed altro  …. Non so proprio come muovermi!!! 
Vorrei essere lasciato in pace e soltanto avere regalato qualche sorriso che mi aiutasse a vivere meglio!”

Lo sappiamo bene: il buonumore, la fiducia nel futuro, la serenità aiutano a stare meglio e anche a guarire prima. Ansia, paura, nervosismo, tensione continua, fobie sono ottimo humus per la crescita di malanni e virus.
Allora, nonostante tutto, aiutiamoci a vicenda a sorridere ad ogni nuovo giorno e alla vita. Evitiamo che il virus attacchi anche i nostri cervelli, condizioni i nostri pensieri e danneggi i nostri rapporti umani.
Non possiamo per ora regalare abbracci, ma almeno regaliamo sorrisi. Staremo meglio e faremo stare meglio.
Un sorriso sincero, responsabile e incoraggiante, sin dal mattino, allontanerà più facilmente il malefico virus e migliorerà la qualità del nostro quotidiano e futuro vivere.
Giovanni Perrone








lunedì 2 maggio 2016

SORRIDERE .... SORRIDERE .... SORRIDERE - Il sorriso come dono al prossimo

I TRE SORRISI

Educarsi a sorridere, educare al sorriso

“Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale". La provocazione di Papa Francesco non è una battuta casuale e l'idea che i cristiani appaiano tristi non è nuova: “Dovrebbero cantarmi dei canti migliori, perché io impari a credere nel loro Salvatore! Bisognerebbe che i suoi discepoli avessero un aspetto più da gente salvata", diceva Nietzsche.
 Ma come si fa a sorridere quando le preoccupazioni, il lavoro, i piccoli contrattempi e i grandi dolori sono così seri nella vita?

Il primo sorriso è quello fondamentale: ride colui che sta nei cieli, dice la Bibbia. E ancora: la gioia del Signore è la vostra forza. È il sorriso di Dio. La gioia con cui il Creatore contempla ogni sua creatura è il fondamento solido della serenità e della pace di ognuno di noi. Ma non è irriverente pensare che Dio, il Signore dell'universo, sorrida? “Dio deve amarci tanto più in quanto ridestiamo il suo senso dell'umorismo", dice un personaggio creato da Ray Bradbury. “Non avevo mai pensato al Signore come a un umorista", gli viene ribattuto. La risposta è folgorante: “Il creatore dell'ornitorinco, del cammello, dello struzzo e dell'uomo? Oh, ma andiamo!".

Il secondo sorriso è quello con il quale guardo me stesso. Senza perdere di vista la mia umanità, i miei limiti, che non sono necessariamente un difetto e non vanno presi troppo sul serio. Il mio Creatore mi vuole bene così come sono, perché se mi avesse voluto diverso mi avrebbe fatto diverso. “Saper vedere anche l'aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa – disse una volta Benedetto XVI – e non prendere tutto così tragicamente, questo lo considero molto importante, e direi che è anche necessario per il mio ministero. Un qualche scrittore aveva detto che gli angeli possono volare, perché non si prendono troppo sul serio. E noi forse potremmo anche volare un po' di più, se non ci dessimo così tanta importanza".

Sorridere è un atto di umiltà, vuol dire accettare me stesso e il mio modo di essere, rimanendo lì dove sono in santa pace. Senza prendermi troppo sul serio, perché “la serietà non è una virtù. Sarà forse un'eresia, ma un'eresia molto più sensata dire che la serietà è un vizio. C'è realmente una tendenza (una sorta di decadenza) naturale a prendersi sul serio perché è la cosa più facile a farsi. La solennità viene fuori dagli uomini senza fatica; invece la risata è uno slancio. È facile essere pesanti e difficile essere leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità" (Chesterton).

Il terzo sorriso è conseguenza dei primi due. È il sorriso con il quale accolgo chi incontro per caso e le persone con le quali vivo e lavoro. Con affetto e senza prendere troppo sul serio eventuali sbagli o presunti sgarbi. Con un volto allegro. Madre Teresa di Calcutta, ricevendo il Premio Nobel, spiazzò la platea con questo invito: “Sorridete sempre ai vostri familiari. Regalatevi reciprocamente il vostro tempo in famiglia. Sorridetevi".

Il vestito di un uomo, la bocca sorridente e la sua andatura rivelano quello che è, insegna il Siracide. Il sorriso può essere davvero il segno di riconoscimento caratteristico di un cristiano.

Don Carlo Marchi


Convegno Ecclesiale Firenze, maggio 2015