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venerdì 17 luglio 2026

RICONCILIAZIONE

 


Shevchuk: perdono e riconciliazione 
per sanare la memoria dei popoli europei



A Kyiv l’incontro tra l’arcivescovo Gallagher e il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina che con i media vaticani esprime la gioia per la presenza dell'inviato speciale del Papa e per quella del cardinale Zuppi nei giorni scorsi: "Pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare con la Chiesa universale. 

Per noi sono un segno visibile della Chiesa che ci abbraccia”

-di Roberto Paglialonga - Inviato a Kyiv

È anche nel “contesto della guerra che scopriamo la forza della preghiera”. Oggi c’è più che mai bisogno di “perdono, concesso e ricevuto, per sanare la memoria storica dei popoli europei”. I media vaticani raccolgono le parole del capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, a margine del suo incontro con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, al secondo giorno di missione in Ucraina, e con il nunzio apostolico nel Paese, Visvaldas Kulbokas. L’inviato speciale di Papa Leone XIV per le celebrazioni del 35° anniversario della riapertura delle strutture della Chiesa cattolica di rito latino, che si terranno domenica al Santuario del Monte Carmelo a Berdychiv, è giunto nella serata di venerdì a Kyiv, dopo una sosta alla chiesa di San Giovanni Paolo II a Rivne, a metà strada tra Leopoli e la capitale.

Beatitudine, quanto è importante in questo momento la preghiera insieme e la vicinanza del Santo Padre attraverso i suoi rappresentanti qui, l’arcivescovo Gallagher come inviato speciale per le celebrazioni al Santuario di Berdychiv, e pochi giorni fa il cardinale Zuppi?

Nei contesti di guerra riscopriamo il senso e la forza della preghiera. Pregare insieme vuol dire trovare uno spazio che cura le ferite: la preghiera è un balsamo, la grazia sanante dello Spirito Santo, che permea il cuore di una persona sofferente. Pregare insieme vuol dire condividere dei doni. Gesù stesso ha detto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì fra di loro”. Ma pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare nel seno della Chiesa universale, è pregare con il Santo Padre stesso. È sentirsi di essere accarezzati dal padre. Perciò la presenza del cardinale Zuppi e dell’arcivescovo Gallagher per noi è un segno visibile della Chiesa universale e cattolica che ci abbraccia e prega per noi”.

Nel contesto della guerra in Ucraina, com’è la collaborazione tra le diverse comunità cattoliche in favore della popolazione sofferente?

In Ucraina abbiamo le stesse tragedie, le stesse sfide, pastorali e umanitarie, non solo fra i cattolici, ma anche con i fratelli ortodossi, con i protestanti, con gli ebrei e i musulmani, che fanno parte del Consiglio pan-ucraino delle Chiese che proprio in questi giorni festeggia i 30 anni delle sue attività. Collaborare insieme vuol dire letteralmente salvare le vite, e talvolta la carità cristiana veramente oltrepassa i limiti confessionali o rituali. Sappiamo testimoniare insieme, cattolici del rito bizantino e del rito latino – come diceva Giovanni Paolo II – l’autenticità dell’amore cattolico, che abbraccia, sana, salva, serve a tutti.

Quali sono le principali necessità per la popolazione in un momento in cui i bombardamenti e la guerra si stanno intensificando?

Le necessità sono tante. Secondo le cifre che danno gli uffici delle Nazioni Unite, oggi in Ucraina ci sono 5 milioni di persone che sperimentano una emergenza umanitaria, e solo 2 milioni possono essere assistiti con le risorse che vengono concesse da queste strutture internazionali. Ma come mi ha detto una volta il sindaco della città di Kyiv, dalla Chiesa, più dei vestiti, del pane e degli alimenti, noi abbiamo bisogno della parola della speranza. Allora, questo momento di grande sofferenza per milioni di ucraini è un momento di nuova evangelizzazione, è il momento, il kairos di una grande conversione: è fame e sete per Dio. Soltanto la Chiesa di Cristo è capace di sanare queste ferite e rispondere, dare il pane della vita, l’eucarestia, la parola di Dio a quelli che sono affamati e assetati di Dio.

Nell’incontro con l’arcivescovo Gallagher avete toccato il tema della riconciliazione e del perdono. Come si fa a farsi portatori e promotori di questi due grandi doni in una situazione così difficile a livello internazionale?

In questi mesi in Ucraina stiamo commemorando il 25° anniversario della storica visita di Giovanni Paolo II. Egli, come parte integrante del suo ministero petrino per l’Europa, vedeva di essere al servizio della riconciliazione fra i popoli del continente. E lui stesso diceva che suo dovere era quello di sanare la memoria storica dei popoli europei, soprattutto quando si tratta delle ferite che ancora oggi sono molto profonde nei nostri cuori, dopo la seconda guerra mondiale. A queste ferite antiche, si aggiungono ora quelle di questa guerra blasfema che viviamo in Ucraina. Ma qual è la medicina che ci ha donato Papa Wojtyla? Lui ci ha detto che questo balsamo per sanare la memoria è il perdono, concesso e ricevuto. Tutti siamo peccatori, tutti siamo coscienti che abbiamo offeso il nostro vicino: sempre i popoli confinanti hanno una memoria negativa talvolta del passato doloroso. Ma non dobbiamo essere schiavi di questo. È un passato che non possiamo rifare di nuovo.

Ma possiamo, attraverso il perdono, costruire un futuro migliore. Perciò il dono del perdono, concesso e ricevuto, è la medicina che sana la memoria storica dei popoli europei.

Vatican News

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domenica 21 luglio 2024

RICONCILIARSI CON SE STESSI


 -di Lisa Cremaschi




Per-dono = iperdono = dono grandissimo

Vorrei iniziare questa nostra conversazione con una breve nota filologica. Il termine perdono contiene la parola “dono” con un prefisso, quel “per” che deriva dal greco “ypér”; in italiano noi diciamo “iper” (ad es.: iperattivo, ipermercato, iperprotettivo) dove quell’iper indica la grandezza, una grandezza vorrei dire quasi eccessiva. Perdono è un dono grande enorme, grande fino all’eccesso che Dio ci ha fatto e che noi siamo chiamati a fare agli altri, al nostro prossimo, ma anzitutto al primo prossimo che noi incontriamo, che siamo noi stessi. Sì, il primo prossimo che incontro sono io e il vangelo chiede “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Mt 19,19). Potremmo parafrasare: “Perdona il tuo prossimo come perdoni a te stesso”.

 Ma diciamo anzitutto qualche cosa sul perdono a partire dalla Prima lettera ai corinzi 13,5: “L’amore non aggredisce, non tiene conto del male, non si rallegra dell’ingiustizia, mette la sua gioia nella verità. Esso copre tutto, aderisce a tutto, spera tutto, soffre tutto”. 

 L’amore perdona. Perdonare è qualcosa di gratuito, è un dono che noi facciamo a chi ci ha fatto del male. É un atto creativo che ci trasforma da prigionieri del passato in uomini liberi, in pace con le memorie del passato. Solo chi è libero sa perdonare, perché il perdono non è una re-azione, una risposta vincolata, predeterminata, ma è un atto nuovo, non condizionato da ciò che l’ha provocato; è spezzare la logica del taglione, il desiderio di vendetta. Il perdono è una risposta a una sofferenza che si subisce per mano di qualcun altro. Essa esige, dunque, l’onesto riconoscimento che stiamo soffrendo a motivo di un altro dal quale aspettavamo amore. “Proprio da lui! Proprio da lei!”. 

Ci è più difficile perdonare le persone che amiamo di più. Se patiamo ingiustizia da parte di un estraneo, la sopportiamo più facilmente. Il perdono è rivolto a coloro che non scusiamo, perché capiamo che in qualche modo sono responsabili dell’offesa che stiamo subendo. Siamo disillusi, ci attendevamo molto da alcune persone, e invece ... Ci sentiamo vittime di gesti di slealtà e di tradimento. Il perdono esige anzitutto un ritorno in se stessi, l’assunzione della coscienza della propria povertà interiore: vergogna, sentimento di rifiuto, aggressività, vendetta. Uno sguardo più lucido su di sé è una tappa obbligatoria sul difficile cammino del perdono. 

 Il perdono è un atto intenzionale. Dobbiamo volerlo, porre dei gesti, fare un cammino. Non è un atto, è un processo, un cammino che richiede ripetuti atti di volontà. Non basta dirci una sola volta: “Ho perdonato”. Spesso la ferita subìta riprende a sanguinare e ancora una volta dobbiamo perdonare. 

 Tante volte non abbiamo perdonato il passato, anche un lontano passato: i nostri genitori, un torto subito nell’infanzia ... Oppure non ci perdoniamo di essere stati deboli, di non aver saputo affrontare le difficoltà della vita, di non aver saputo cogliere occasioni che forse ci avrebbe portato a vivere in altro modo. Ci sentiamo fallimentari. Il rischio è quello di vivere nel rancore: rancore con noi stessi, rancore verso la vita. Rancore deriva dal latino rancēre essere rancido. Quante volte abbiamo il cuore rancido, amaro, un’amarezza di fondo che diventa lo scenario sul quale trascorrono le nostre giornate. Diventa un grigiore che colora le nostre giornate. 

 Che fare allora? Dimenticare? Voltare pagina? Perdonare è dimenticare? È possibile dimenticare? Ci sono ferite che forse non si rimargineranno mai o che a volte si riaprono dinanzi a eventi che ci fanno rivivere traumi passati. Sul monumento innalzato a Parigi ai deportati morti nei campi di concentramento tedeschi, per la maggior parte ebrei, sta scritto: “Perdoniamo ma non dimenticheremo mai”. È secondo il vangelo? Dobbiamo dimenticare? A volte si dice che il tempo guarisce; no, il tempo non basta. Rimuovere il male subìto, o il male che abbiamo fatto non ci aiuta a ritrovare la pace né con noi stessi né con gli altri. È necessario rivisitare il passato e questo significa concretamente riconoscere che soffriamo per il male subìto, riconoscere la propria ferita, fare la verità. Gesù non ha mai chiesto di dimenticare, chiede molto di più. 

 Perdonare significa ricordare il passato, che non vuol dire ripetere mentalmente il passato, ma far riemergere la memoria dell’atto per convertirla. L’oblio non cancella, bensì seppellisce il ricordo indesiderato nella profondità della memoria, dov’è inaccessibile alla coscienza e produce distruzioni tanto più gravi quanto più nascoste. Dimenticare è un modo per non affrontare un ricordo fastidioso o di relegarlo nel passato. É diverso dalla rimozione, perché è deliberato. Posso distinguere tra peccato e peccatore, non ridurre l’altro al male che mi ha fatto, a quelle parole che mi ha detto, riconoscere che è più grande di quel singolo gesto, di quelle parole. Per giungere a perdonare è essenziale continuare a credere alla dignità di colui o di colei che ha ferito, oppresso, tradito. Sul momento chi ha fatto il male sembra un essere cattivo da condannare. 

 Ripeto la domanda: Perdonare è dimenticare? Gesù non chiede di dimenticare, chiede molto di più. Ci sono ferite che non è possibile dimenticare perché, dopo anni sanguinano ancora. 

C’è il rischio di essere dominati dall’odio, dall’avversione, ma proprio in quest’odio per chi mi ha fatto del male gli consento di diventare signore e padrone della mia vita. La tragedia più grande dell’essere oggetto del male è il fatto che facilmente la vittima viene trasformata in peccatore, e per questa via si accresce la spirale della violenza. Non c’è da meravigliarsi se i giudei dissero che Gesù stava bestemmiando quando perdonò i peccati. Umanamente il perdono sincero e incondizionato sembra al di là delle nostre possibilità naturali. Scrive Vladimir Jankelevitch: “C’è una sola cosa che Dio non sa fare … fare in modo che le cose fatte non siano mai state fatte” (La mauvaise conscience, p. 82). 

 Il perdono non è oblio del passato: è il rischio di un avvenire diverso da quello imposto dal passato o dalla memoria. È spezzare la legge della ripetizione. Ma come perdonare? Cessando di guardare a ciò che mi ha fatto l’altro per guardare a ciò che ha fatto per me l’Altro, il Signore. Cristo che abita in me può perdonare, lui che ha concluso la sua vita terrena perdonando (Lc 23,34: “Padre, perdona loro; non sanno quello che fanno”). Hanno ucciso Gesù, ma non il potere dell’amore sconfinato. Gesù non chiede il risarcimento delle offese fatte contro di lui, infrange la legge del taglione e va incontro alla morte liberamente, vivendola non come condanna, ma come dono d’amore. 

È iniziata una nuova via per far fronte al male. La base del rapporto non è più costituita dalle offese che ci procuriamo reciprocamente, ma dall’amore che è capace di vincere il dolore e l’amarezza delle offese. “L’amore non tiene conto del male, non si rallegra dell’ingiustizia, mette la sua gioia nella verità. Tutto copre, a tutto aderisce, spera tutto, soffre tutto”. 

 L’amore ci spinge a cercare di comprendere in profondità l’atteggiamento dell’altro. Forse non si rendeva conto di quello che stava dicendo; forse era arrabbiato per qualche altro motivo, forse aveva semplicemente dormito male ... o non si rendeva conto di quello che diceva. Quante volte è successo anche a te di dire cose che non avresti voluto dire, frasi che hai detto alla moglie, ai figli, frasi in cui non credevi veramente eppure le hai dette. Tante volte usiamo un doppio peso e una doppia misura: una misura con noi stessi, un’altra molto più severa ed esigente con gli altri. Ma se il perdono potesse ridursi alla comprensione, diventerebbe la semplice scusa di un errore di giudizio, la correzione di una traiettoria deviata. 

 A volte uno non perdona altri perché non sa perdonare a se stesso di aver permesso che l’altro lo offendesse. Perdonarsi: accettare di essere persone fragili, limitate, che sbagliano, accettare i propri errori con serenità senza rabbia contro di sé, avere comprensione e misericordia per se stessi. Nel cammino di guarigione delle proprie ferite è essenziale poter condividere con qualcuno la propria sofferenza, dare il nome a ciò che si è perso con il male subìto e poter esprimere i nostri sentimenti: la frustrazione, la collera, il desiderio di vendetta. Solo se accettiamo che in noi ci sono queste reazioni, questi sentimenti possiamo guardarli in faccia ed evangelizzarli. 

 A volte non perdoniamo a noi stessi di avere iniziato una relazione che si è rivelata un inferno, di esserci infilati in situazioni che sono poi diventate a cielo chiuso. Se non abbiamo il coraggio di assumere la nostra storia, di rileggerla dandole un senso non riusciremo neppure a perdonare gli altri. 

Non illudiamoci: il passato lo portiamo con noi. Pensiamo alla guarigione dell’uomo paralizzato in Mc 2,1-12; Gesù lo perdona, lo guarisce e poi gli dice: “Alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua” (Mc 2,11). Alzati, in greco si usa il verbo egheíro, che è uno dei due verbi impiegati per indicare la resurrezione; potremmo tradurre “risvegliati” oppure “risorgi”. Ma c’è quella annotazione che potrebbe sembrare fuori luogo: “prendi la tua barella”; ormai a che cosa gli serve? La barella è il suo passato, non può rigettarlo sugli altri, lo tiene con sé ma quella barella muta di significato: non è più segno di malattia, ma segno di guarigione. 

 E qui dobbiamo aver chiaro che non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il modo di viverlo. Non si piange sul latte versato. Non serve a nulla ripetere mentalmente ciò che abbiamo vissuto, ricordare i nostri fallimenti, ripeterci che abbiamo sbagliato tutto. Con un lavoro interiore, con un lungo lavoro interiore possiamo giungere a riconciliarci con noi stessi; sì, sono questo e nient’altro che questo. Mi accolgo così come sono smettendo di sognare di essere diverso, abbandonando i periodi ipotetici dell’irrealtà che possono servire per fare esercizi grammaticali (ricordate a scuola: periodo ipotetico dell’irrealtà; ecc.), ma fanno tanto male nella vita. “Se invece di comportarmi in quel modo, mi fossi comportato in un altro …, se invece di sposare quella persona ne avessi sposata un’altra, se invece di farmi monaca, mi fosse sposata …”. Mi perdono di non essere altro. Più si va avanti nella vita e più ci rendiamo conto che tante cose si sono avverate diversamente da come avremmo pensato, desiderato, sognato. Forse il bilancio è in rosso. Eppure, se siamo cristiani, c’è un filo rosso che attraversa la nostra vita: il vangelo, la ricerca del Signore. e allora possiamo abbandonare la nostra vita, il passato, il presente, il futuro, nelle mani del Signore che ci conosce più di quanto noi stessi ci conosciamo, che ci vuole bene più di quanto noi siamo capaci di volerci bene e di voler bene. “Come un bambino in braccio a sua madre è tranquillo il mio cuore”, recita il salmo 131. Dice un padre della chiesa siriaca: “Sii in pace con te stesso, e il cielo e la terra saranno in pace con te” (Isacco di Ninive, Prima collezione 2). E Serafino di Sarov: “Trova la pace e migliaia di persone attorno a te troveranno salvezza”. 

 Ma per trovare la pace con il nostro passato dobbiamo cercare di dargli un senso. Vorrei qui riprendere la storia di Giuseppe, che tutti conoscete. È una storia di rapporti fraterni “sbagliati”, se così si può dire. Giuseppe non è un modello di santo; provoca i fratelli con i suoi sogni in cui si vede come il più grande di tutti, davanti al quale tutti si devono piegare. È il più amato dal padre e sa sfruttare questo amore a suo vantaggio contro gli altri. E gli altri fratelli non hanno pazienza, non lo sopportano più, fino a decidere di ucciderlo. Poi interviene un fratello e li convince a venderlo come schiavo invece di ucciderlo. E Giuseppe in Egitto attraversa una serie di vicende; grazie alla sua abilità e alla sua intelligenza, fa strada fino a diventare viceré dell’Egitto. Quando la carestia si abbatte sulla terra di Canaan il vecchio Giacobbe manda i suoi figli in Egitto a cercare del grano e Giuseppe riconosce i suoi fratelli. Poco dopo si farà riconoscere, svelerà: “Io sono Giuseppe, vostro fratello che voi avete venduto come schiavo in Egitto”, e farà venire in Egitto tutta la sua famiglia. Ma, dopo la morte del padre, Giacobbe, i suoi fratelli temono che ora si vendicherà di loro, di tutto il male che gli hanno fatto patire. Hanno paura, ma Giuseppe dice loro: “Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Se voi avevate pensate del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso” (Gen 50,19-20). Giuseppe non tiene conto del male ricevuto dai suoi fratelli, anzi sa trasformarlo, trasfigurare il male che ha patito da parte dei fratelli, ricavando da quella storia che è stata così dolorosa, qualcosa di buono, di positivo, sa trarre il bene anche dal male. A volte è proprio così; se viviamo tutto con bontà e pazienza scopriamo che anche da quello che è andato male, dal dolore, dalla sofferenza possiamo ricavare un insegnamento, imparare un po’ di bontà. Il dolore va riscattato, è sempre un grido alla vita, un’attesa della resurrezione, un’invocazione al Signore perché venga presto. Nulla è perduto e niente ci può separare da Cristo Gesù (Rm 8,35-39). 

 I padri giungono a dire che il nemico può diventare nostro maestro. Quando qualcuno ci fa del male, noi che ci credevamo tanto buoni, scopriamo di avere dentro di noi desideri di vendetta, tanta rabbia, il desiderio cattivo di farla pagare all’altro. In questo il nemico ci fa da maestro: ci fa toccare con mano che non siamo buoni, ci fa conoscere i sentimenti che abbiamo nel cuore, ci offre un’occasione per convertirci. 

  Il nemico come medico e come maestro 

 Vorrei leggervi due testi tratti da monaci 

Abba Zosima: (Palestina, fine V sec. - inizio del VI) 

  “Abba Zosima diceva: ‘Se uno accoglie un pensiero riguardo a chi lo ha afflitto, gli ha fatto torto, lo ha offeso o gli ha fatto del male, e trama pensieri contro di lui, costui tende un laccio alla propria anima al pari dei demoni. Si tende un laccio da solo! Ma perché dico: trama? Se non pensa a chi gli ha fatto del male come a un medico, fa torto a se stesso … Devi accogliere quanto ti viene da lui come una medicina che Gesù ti ha mandato’” (Zosima, Colloqui 3). 

 Un secondo testo è tratto dagli insegnamenti che Doroteo, monaco nel deserto di Gaza, nel VI secolo, dava ai suoi fratelli. Dice in una sua catechesi: “A volte uno pensa di essere nella pace e nella tranquillità ma, non appena un fratello gli dice una parola che lo rattrista, si turba e ritiene di aver tutto il diritto di rattristarsi, dicendo dentro di sé: ‘Se quel fratello non fosse venuto a parlarmi e non mi avesse turbato, non avrei peccato!’. Questa è un’illusione, un falso ragionamento. Forse che chi gli ha detto quella parola ha messo in lui la passione? Gli ha solo manifestato la passione che era in lui, perché, se vuole, possa pentirsene. Costui somiglia a un pane di grano puro, esteriormente di bell’aspetto, ma che appena spezzato, rivela il suo marciume; così anche lui credeva di starsene in pace, ma dentro di sé aveva la passione senza saperlo. Una sola parola del fratello ha fatto uscire il marciume che teneva nascosto dentro. Se dunque vuole ottenere misericordia, si penta, si purifichi, cerchi di fare progressi, e vedrà che deve piuttosto ringraziare il fratello per essere stato per lui motivo di profitto” (Doroteo di Gaza, Insegnamenti 7,82). 

 A questi due testi ne vorrei accostare un altro che non è stato scritto da un cristiano, ma dal Dalai Lama, la massima autorità tibetana: 

 “La compassione di cui parla il buddismo mayahana non è l’amore comune che sentiamo verso coloro che ci sono cari e vicini; questo amore può essere accompagnato da egoismo e ignoranza. 

Dobbiamo amare anche i nostri nemici … Se io ho aiutato qualcuno per quanto ne ero capace e costui mi offende nel modo più vergognoso, io devo considerare questa persona come il mio più grande maestro. Se i nostri amici si trovano bene con noi e ci sono vicini, niente ci può rendere consapevoli dei nostri sentimenti o delle nostre idee negative. Solo quando qualcuno ci combatte e ci critica possiamo accedere alla conoscenza di noi stessi e giudicare la qualità del nostro amore. In questo i nostri nemici sono i nostri grandi maestri. Essi ci mettono in grado di vagliare la nostra forza, la nostra tolleranza e il nostro rispetto per gli altri. Se noi invece di nutrire sentimenti di odio verso i nostri nemici, li amiamo ancora di più, allora non siamo lontani dal raggiungimento dello stato del Budda: la consapevolezza illuminata che è lo scopo di tutte le religioni” (citato in Parole dal deserto, a cura di L. Cremaschi, Magnano 1992, pp. 125-126). 

 L’AT esorta all’amore per lo straniero, alla compassione per il nemico; in Es 23,4-5, fra le disposizioni riguardanti il dovere di rendere giustizia in modo imparziale nei processi, si trova il seguente precetto: “Se tu trovi il toro del tuo nemico o il suo asino smarrito, abbi cura di ricondurglielo. Se tu scorgi l’asino del tuo nemico soccombere sotto il suo carico, guardati bene dall’abbandonarlo; al contrario aiutalo a scaricarlo”. E Lv 19,17-18 ammonisce: “Non odiare il tuo fratello in cuor tuo ... Non vendicarti e non conservare rancore verso i figli del tuo popolo, e ama per il tuo prossimo ciò che ami in te”. La regola d’oro: “Non fare a nessuno ciò che non ti piacerebbe subire”, fa la sua comparsa per la prima volta in Tb 4,15. Verrà ripresa da rabbi Hillel, che, quando un non-ebreo gli chiese di insegnargli tutta la Legge nel lasso di tempo in cui riusciva a stare ritto su un piede solo, disse: “Ciò che risulta odioso non farlo al tuo prossimo. Questa è tutta la Torah e il resto non è che commento. Va’, imparalo”. Gesù la trasformerà in senso positivo: “Fa al tuo prossimo ciò che vorresti fosse fatto a te” e nel discorso sul monte ammonisce ad amare i nemici e a pregare per i persecutori (Mt 5,43-45; Lc 6,27-28.35). Se il cristiano, vivendo lo spirito delle beatitudini, conosce opposizioni, rifiuti, persecuzioni, d’altro non deve essere lui a entrare in conflitto con gli altri, crearsi dei nemici. È nemico di nessuno, ma ha molti nemici. Il suo amore per chi gli ha fatto del male è generato dall’amore che Dio ha avuto per lui mentre ancora gli era nemico (Rm 5.8.10). Dobbiamo amare fino alla fine, come ha amato Gesù. Rabbi Natan diceva: “Il più grande eroe è colui che trasforma il suo nemico in amico”. Occorre uscire dalla demonizzazione dell’altro: il pagano, lo straniero, l’ebreo, l’eretico, il musulmano sono alcuni dei visi storici in cui i cristiani hanno incarnato il nemico. 

 Ma il vero nemico è in noi e non fuori di noi e la lotta che dobbiamo ingaggiare è quella interiore. Lotta per non cedere alla cattiva tristezza (2Cor 7,10), per non lasciare che l’amarezza domini la nostra vita; una lotta “secondo le regole” come dice Paolo (2Tm 2,5), cioè secondo il vangelo, secondo la legge dell’amore. 

 Ma come realizzare tutto questo? Ne siamo capaci? È solo il Signore che sa perdonare, solo se accogliamo il Signore dentro il nostro cuore, dentro la nostra vita, allora sarà lui stesso a perdonarci e a perdonare. È l’invocazione che rivolgiamo nel Padre nostro: “Perdona i nostri peccati, come anche noi perdoniamo a chi è in debito con noi”. Perdonaci, Signore! Insegnaci a perdonarci e a perdonare. 

 E anch’io, alla fine di questa nostra conversazione, sento di dover chiedere a Dio e a voi il perdono, perché avverto la distanza tra le parole e la mia vita, tra quello che dico e quello che riesco a realizzare. Nel vangelo di Luca si racconta che il padrone, che ha consegnato le monete ai suoi servi perché le facessero fruttare, a quel servo che ha avuto paura e non ha fatto lavorare la moneta che gli era stata affidata dice: “Dalle tue stesse parole ti giudico” (Lc 19,22). Che il Signore ci perdoni! Ma se Dio non si stanca di perdonare, perché dovremmo stancarci noi?


Fonte: Parrocchia San Giovanni Maria Vianney

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sabato 30 luglio 2022

UN GESTO, UN MESSAGGIO

IL PAPA IN CANADA'

La prossimità del Papa, specie negli incontri con le popolazioni indigene, è stato il segno distintivo del viaggio apostolico in Canada. Tanti i gesti che hanno sottolineato la dimensione penitenziale e di riconciliazione che Francesco ha voluto dare alla visita in terra canadese.

 

- di Alessandro Gisotti

 

“Un efficace processo di risanamento richiede azioni concrete”. Francesco lo aveva sottolineato concludendo il discorso alle delegazioni dei popoli indigeni del Canada, ricevute in Vaticano, la scorsa primavera. Il viaggio in terra canadese, affrontato con gioia dal Papa nonostante le difficoltà di deambulazione, si è contraddistinto proprio per quelle “azioni concrete” che sono i gesti. Atti che hanno preceduto o accompagnato le parole pronunciate dal Pontefice nel grande Stato nord-americano e, in particolare, i suoi richiami alla giustizia e al perdono come premessa di un autentico cammino di riconciliazione. In un qualche modo, si può affermare che il viaggio stesso sia stato un’azione concreta “dall’impatto enorme”, per riprendere l’affermazione del premier Justin Trudeau. Anche i giornali canadesi hanno pubblicato in questi giorni sulle loro prime pagine grandi foto che immortalavano tali gesti così significativi. Del resto, passati solo pochi minuti dall’arrivo a Edmonton, prima tappa della visita, il Papa aveva già compiuto un gesto tanto semplice quanto efficace per dare sostanza alla definizione “pellegrinaggio penitenziale” da lui indicata per questo viaggio apostolico: baciare la mano di un’anziana signora indigena, durante la cerimonia di accoglienza in aeroporto.

Ogni viaggio papale si può (anche) raccontare per immagini. Ciò vale forse ancora di più questa volta, tanto è stato forte il valore simbolico degli eventi e degli incontri a partire da quello di lunedì scorso a Maskwacis, che ha avuto un suo ideale raccordo con quello conclusivo a Iqaluit, con i giovani e gli anziani del popolo Inuit. Il Papa che, sulla carrozzina, prega silenziosamente nel cimitero della comunità di Ermineskin. Il Papa che bacia lo striscione rosso con impressi i nomi dei bambini morti nelle scuole residenziali e poi in piedi, senza l’ausilio del bastone, sta davanti al capo indigeno “Aquila dorata” che gli pone sulla testa un copricapo segno di rispetto e riconoscimento di autorevolezza. Ancora, quel gesto di riconsegna dei mocassini rossi, simbolo del dolore di tanti ragazzi indigeni, che gli erano stati donati in Vaticano quattro mesi fa. Particolarmente evocativa l’immagine di Francesco assorto in meditazione sulle rive del Lac Ste. Anne, un luogo che unisce nella devozione popoli indigeni e fedeli cattolici. Un’istantanea dal sapore evangelico che ci riporta alle sorgenti della fede e che, come ha poi sottolineato nell’omelia, ci fa immaginare un altro lago, a migliaia di chilometri di distanza, quello di Galilea inscindibilmente legato alla vita e alla predicazione di Gesù.

 Anche un gesto “ordinario” come la benedizione di un’immagine sacra qui assume un valore “straordinario”. Quando il Papa, nella chiesa del Sacro Cuore dei Primi Popoli, benedice la statua di Kateri Tekakwitha, la prima indigena nord-americana ad essere proclamata Santa, ci sta infatti dicendo che il lievito del Vangelo può, anzi deve, crescere e fecondare i popoli che incontra senza annullarne l’identità e il patrimonio culturale e spirituale, perché la fede si annuncia non si impone. C’è poi un gesto che non ha fatto i titoli dei giornali ma che dà testimonianza non solo del senso profondo di questo viaggio, ma di una delle direttrici portanti del ministero petrino: “la rivoluzione della tenerezza”. Giovedì, al termine della Messa nel Santuario di Sant’Anna di Beaupré, una mamma ha portato al Papa per farlo benedire il suo bambino, affetto da una grave malformazione. Un momento di grande dolcezza con il Papa che, non solo ha benedetto il bimbo, ma lo ha pure tenuto in braccio accanto alla madre. Anche in questa circostanza, come in tante altre durante il viaggio, la sedia a rotelle non ha ostacolato la prossimità alla gente. Anzi, questa condizione di fragilità ha reso - se possibile - ancora più vicino il Papa a quanti soffrono.

Francesco non è mai rimasto distante dal dolore delle persone che ha incontrato. Per ascoltare, ascoltare con il cuore - ci ha testimoniato tante volte - bisogna stare vicino al prossimo. Un atteggiamento che si è visto molto bene nell’incontro di ieri con gli ex alunni della scuola residenziale di Iqaluit, “ai confini del mondo”. Francesco si è seduto in mezzo a loro in una fila di sedie a forma di cerchio, ponendosi dunque “alla pari”. Arrivato fino a soli trecento chilometri dal Circolo Polare Artico, ha così ribadito concretamente con questo gesto che il pastore deve avere l’odore delle pecore, soprattutto di quelle più lontane e ferite.

Un viaggio quindi che ha visto intrecciarsi armonicamente - come i fili delle fasce colorate delle vesti degli indigeni - gesti e parole, discorsi e azioni concrete. Il gesto, parafrasando il noto mass-mediologo Marshall McLuhan (canadese e cattolico), si è così fatto messaggio. Un messaggio di amore e di riconciliazione.

 

Vatican News

 

 

 

sabato 15 febbraio 2020

DENTRO AL CUORE DELLA NORMA

- " GLI ANTICHI VI HANNO DETTO, 
          MA IO VI DICO .... " -
  
Dal Vangelo secondo Matteo 
- Mt 5, 17-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

Commento di P. Ermes Ronchi
Gesù viene a guarirci, non a rifare un «codice»

Un altro Vangelo impossibile: se chi dà del matto a un fratello in un impeto d’ira fosse trascinato in tribunale, non ci sarebbe più nessuno a piede libero sulla terra e, nei cieli, Dio tutto solo a intristire nel suo paradiso vuoto! 
Il Vangelo non è un manuale di facili istruzioni, anzi! Ci chiede di pensare con la nostra testa convocando la coscienza, che non si delega a nessun legislatore.
Gesù stesso sembra contraddirsi: afferma l’inviolabilità della legge e ne trasgredisce il precetto più grande, il riposo del sabato. Ma ogni sua parola converge verso un unico obiettivo: andare dentro al cuore della norma, verso il suo senso più profondo.
Non è né lassista né rigorista, Gesù; non è più rigido o più accondiscendente degli scribi; fa un’altra cosa, prende la norma e la porta avanti, le fa fare un salto di qualità, la fa schiudere come un fiore in due direzioni decisive: la linea del cuore e la linea della persona.
La linea del cuore: Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira col fratello, cioè alimenta rabbie e rancori, è omicida dentro. Non amare qualcuno è togliergli vita; non amare è un lento morire.
Gesù va dritto al laboratorio dove si forma ciò che uscirà fuori come parola e gesto, e indica: ritorna al tuo cuore, alla sorgente, alla radice che genera vita o morte, e guarisci lì. Solo dopo potrai curare la tua vita. E non giurare affatto! 
Dal divieto del giuramento, Gesù punta al divieto della menzogna: dì la verità sempre, e non ti servirà giurare.
La linea della persona: Se guardi una donna per desiderarla sei già adultero … Non dice: se tu desideri una donna o se tu desideri un uomo. Non è il desiderio ad essere condannato, poiché egli è un servitore necessario alla vita. Ma quel viscido ‘per’, vale a dire quando ti adoperi con gesti o parole per manipolare l’altro, quando trami per ridurlo ai tuoi scopi, tu compi un reato contro la sua profondità e dignità, perché alteri, falsifichi, manipoli la sua bellezza. Sappi che rubi a Dio la sua icona! Gli rubi il suo sogno!
Le persone non sono per questo, esse sono abisso e cielo, profondità e vertigine, pezzetti di divinità lungo la strada, angeli di sconvolgimento e pace.
Il reato allora non è contro la morale, ma un delitto contro la persona e la sua dignità. 

Cos’è la legge morale? Ascolti Gesù e capisci che per lui la norma è a servizio e a salvaguardia della vita, custodia di ciò che fa crescere o diminuire in umanità, coltivazione e fioritura dell’umano.
Allora il Vangelo non è impossibile, è facile! Facile e felice anche quando dice parole da vertigini. E non aggiunge fatica, non cerca eroi, ma uomini e donne veri che passino dalla legge alla persona, e dalla religione dell’apparire a quella dell’essere.



venerdì 13 dicembre 2019

LA PACE, CAMMINO DI SPERANZA

La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica” è il tema del Messaggio del Papa in occasione della 53.ma Giornata Mondiale della Pace che si celebra il prossimo primo gennaio. “Non si ottiene la pace - scrive Francesco - se non la si spera” ravvivando la vocazione umana alla fratellanza

di Benedetta Capelli - Città del Vaticano

La speranza ci mette in cammino sulla via del la pace mentre la sfiducia e la paura aumentano “la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza”. Da qui il richiamo del Papa ad essere artigiani di pace, aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni, camminando anche verso una conversione ecologica che è un "nuovo sguardo sulla vita". Sono tanti gli aspetti toccati da Francesco nel Messaggio, diviso in 5 capitoli, per la 53.ma Giornata Mondiale della Pace dedicata al tema: “La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica”.
La speranza ci dà le ali per la pace
Aspirazione dell'umanità, “oggetto della nostra speranza”, “bene prezioso”. Francesco disegna così la pace, una meta verso la quale tendere nonostante le fatiche. “La speranza - scrive il Papa - è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, anche quando gli ostacoli sono insormontabili”. Il Pontefice ricorda “i segni della guerra e dei conflitti”, impressi “nella memoria e nella carne”, che “non cessano di colpire specialmente i più poveri ei più deboli”. Traumi che sono frutto di umiliazione, esclusione, lutto, ingiustizia come pure l'accanimento sistematico contro il proprio popolo e la propria famiglia.
La fratellanza è la vocazione dell'umanità
“Anche intere nazioni - si legge nel messaggio - stentano a liberarsi dalle catene dello sfruttamento e della corruzione, che alimentano odi e violenze”. Così gli uomini e le donne, i bambini e gli anziani sono privati ​​della dignità, dell'integrità fisica, della libertà, “compresa quella religiosa”. "Ogni guerra - scrive il Papa - si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana". Francesco spiega le ragioni della guerra che spesso nasce dall'insofferenza per la diversità dell'altro e che "fomenta il desiderio di possesso e la volontà di dominio".
Perversione e abusi di potere
La guerra scaturisce dal cuore dell'uomo inquinato dall'egoismo, dalla superbia e dall'odio verso l'altro, “immagine negativa” e perciò da cancellare ed escludere. È “perversione delle relazioni, delle ambizioni egemoniche, degli abusi di potere, della paura dell'altro e della differenza vista come ostacolo”. Ricordando quanto detto in Giappone, Francesco sottolinea che "la pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale" ma nascono solo da "un'etica globale di solidarietà e cooperazione" .
La fratellanza genera dialogo e fiducia
“Sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre una relazione di pace. In questo senso, anche la dissuasione nucleare non può creare una sicurezza illusoria ”. Quale strada allora percorrere, spezzando la dinamica della diffidenza? “Dobbiamo perseguire - evidenzia il Papa nel Messaggio - una reale fratellanza, controllata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell'uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo ”.
La memoria del passato per un futuro di pace
“La memoria è l'orizzonte della speranza: molte volte nel buio delle guerre e dei conflitti, il ricordo anche di un piccolo gesto di solidarietà ricevuto può ispirare scelte coraggiose e persino eroiche, può rimettere in moto nuove energie e riaccendere nuova speranza nei singoli e nelle comunità ”. Francesco per questo ricorda il commovente incontro con gli  Hibakusha , i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, che ancora oggi  testimoniano l'orrore del passato per garantire e costruire un futuro “più giusto e fraterno”. La memoria infatti è “la radice” e “la traccia per le presenti e future scelte di pace”.
La pace, sfida che nasce dal cuore
Così, "aprire e tracciare un cammino di pace è una sfida, tanto più complessa in quanto gli interessi in gioco, nei rapporti tra persone, comunità e nazioni, sono molti e contradditori". Da qui l'appello del Papa “alla coscienza morale e alla volontà personale e politica”, perché la pace nasce dal cuore umano e “la volontà politica va sempre rinvigorita per aprire nuovi processi che riconcilino e uniscono persone e comunità”.
Artigiani di pace
Francesco usa l'immagine di un edificio da costruire per definire la pace, un cammino da fare insieme per cercare il bene comune, mantenere la parola data e rispettare il diritto. "Il mondo - spiega il Papa - non ha bisogno di parole vuote ma di testimoni convinti, di artigiani di pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni". La via da battere è il confronto, l'impegno a cercare la verità al di là delle diverse ideologie, facendo crescere la stima verso l'altro, “fino al punto di riconoscere nel nemico il volto di un fratello”. Un lavoro paziente che apre ad una speranza, “più forte della vendetta” e che può “risvegliare nelle persone la capacità di compassione e di solidarietà creativa”. La Chiesa pertanto,  facendo memoria di Cristo, partecipa alla ricerca di un ordine giusto, servendo il bene comune.
Nel perdono riconoscersi fratelli
Francesco raccomanda di “abbandonare il desiderio di dominare gli altri" ed esorta ad imparare a guardarci a vicenda "come persone, come figli di Dio, come fratelli”. Camminando su questa strada si potrà rompere “la spirale della vendetta” e abbracciare la via della speranza. “Imparare a vivere nel perdono accresce la nostra capacità di diventare donne e uomini di pace”. La vera pace passa attraverso un sistema economico più giusto come sottolineava Benedetto XVI, dieci anni fa, nella Enciclica  Caritas in veritate,  invocando forme di attività economiche “caratterizzate da quote di gratuità e comunione”.
La conversione ecologica, sguardo nuovo sulla vita
Richiamando la  Laudato si ', il Papa invoca una conversione ecologica dinanzi alle conseguenze della nostra ostilità verso gli altri, del mancato rispetto della casa comune e dello sfruttamento abusivo delle risorse naturali, viste come strumenti utili unicamente per il profitto di oggi , senza rispetto per le comunità locali, per il bene comune e per la natura ”. Il cammino intrapreso con il Sinodo sull'Amazzonia è uno sprone per rinnovare “una relazione pacifica tra la comunità e la terra, tra il presente e la memoria, tra le esperienze e le speranze”. Un cammino fatto di ascolto e contemplazione del dono di Dio che ci apre all'incontro con l'altro, sviluppando “il bene comune dell'intera famiglia umana”. “La conversione ecologica alla quale facciamo appello - scrive il Papa - ci conduce quindi ad un nuovo sguardo sulla vita, considerando la generosità del Creatore che ci ha donato la Terra e che ci richiama alla gioiosa sobrietà della condivisione”, lasciando “emergere tutte le conseguenze dell'incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo ”.
Si ottiene tanto quanto si spera
“Il cammino della riconciliazione - sottolinea Francesco nell'ultimo capitolo del Messaggio - richiede pazienza e fiducia. Non si ottiene la pace se non la si spera ”. È necessario crederci, ispirandosi all'amore di Dio per ciascuno di noi, “amore liberante, illimitato, gratuito, instancabile”. L'invito del Papa è di andare oltre le paure, fonte di conflitto, facendo crescere la cultura dell'incontro, “possibilità e dono dell'amore generoso di Dio”, per vivere la fraternità universale. Un cammino sostenuto, nei fedeli, dal sacramento della Riconciliazione, via sanante contro la violenza dei pensieri, delle parole e delle opere verso il prossimo e il creato. Nel perdono ricevuto ci si mette in cammino per offrirlo agli altri, giorno dopo giorno, arrivando a diventare sempre più “artigiani di giustizia e di pace”.

Vatican News


venerdì 15 settembre 2017

SAPER DONARE IL PERDONO

FABBRICARE PECCATORI

               Ventiquattresima domenica durante l’anno -  Sir 27,30-28,7/ Rm 14,7-9/ Mt 18,21-35


           "Nel mio ministero voglio fabbricare peccatori". Così pare si sia presentato il giovane padre David Maria Turoldo ad un immagino perplesso e timido Cardinal Montini neo-eletto vescovo di Milano alla fine degli anni Cinquanta. Eppure in quella intuizione, che allora pareva inopportuna e stramba, c’era già il futuro. 
         Fabbricare peccatori. Aiutare le persone, cioè, ad avere un corretto approccio al peccato e al perdono. Convertire i cattolici alla vera logica del Vangelo e gli atei alla novità straordinaria del messaggio di Gesù. Per far superare, agli uni e agli altri, visioni superficiali, piccine, moralistiche, inutilmente cariche di sensi di colpa. Chissà cosa direbbe l’energico padre servita della situazione attuale? Di questo crescendo senso di disagio che attraversa l’Occidente che confonde la bontà col buonismo, che abbandona la fede cristiana per abbracciare la laicissima fede del politicamente corretto, che fa del perdono un’emozione da donare a prescindere, che giustifica la violenza vera e il populismo aggressivo e becero ma pretende il perdono nei propri confronti. Perché il tema del perdono non è più argomento per chierichetti e baciapile. Ma ci tocca in prima persona quando assistiamo alla strage fanatica di inermi turisti, quando leggiamo di branchi, di uomini come lupi, che stuprano donne, quando assistiamo, attoniti, alle bravate di giovani stravolti dall’alcol e dalle droghe. Cosa significa, in questi casi, perdonare? Non è un cedimento? E se l’altro approfitta del perdono? E se insiste? Fino a quante volte dobbiamo perdonare? Fino a settanta volte? 
        Sempre !
         Storicamente, nella Bibbia, il grido orribile di Lamech, figlio di Caino, che minaccia di uccidere settanta volte sette per uno screzio (Gn 4), è attenuato dalla legge del taglione che pone almeno un freno alla rabbia, introducendo un criterio di proporzionalità nella vendetta: occhio per occhio, dente per dente. Nel Pentateuco già troviamo qualche accenno alla misericordia, sempre però limitata ai fratelli di fede. Al tempo di Gesù i rabbini suggerivano di perdonare fino a tre volte un torto subito, per manifestare clemenza. Pietro, nel vangelo di oggi, vuole esagerare, proponendo di perdonare fino a sette volte. Tenero. Sette volte. Come se il vostro amico che avete appena perdonato per avere sparlato male di voi, tornasse dopo dieci minuti e vi dicesse di avere nuovamente sparlato di voi. Lo perdonate? E Gesù rilancia: settanta volte sette, cioè sempre. Perché? 
         Da giudice ad imputato 
         Perché noi per primi siamo perdonati e con una tale larghezza e generosità che non possiamo che perdonare. Il piccolo credito che abbiamo verso i fratelli non è nulla rispetto al debito mostruoso che abbiamo contratto verso Dio. E che egli ha cancellato. Il debito del servo è volutamente assurdo: un talento equivale a trentasei chili d’oro. Diecimila talenti è una cifra inimmaginabile. Il Prodotto Interno Lordo di una nazione come l’Italia. Mai e poi mai sarebbe stato saldato. 
         Eppure quel debito viene condonato, non il debito dell’altro servo che, pur dovendo una cifra consistente al collega, circa duecento giornate lavorative, non ha di che pagare. La reazione del padrone è feroce: sei chiamato a perdonare perché ti è stato condonato molto di più. Ecco la ragione del perdono cristiano: perdono chi mi ha offeso perché io per primo sono un perdonato. Non perdono perché l’altro migliori, o si converta, o si intenerisca. A volte l’altro non sa nemmeno di essere stato perdonato e può disprezzare il mio gesto. Non perdono perché l’altro cambi, ma perché io ho urgente bisogno di cambiare! Il perdono mi situa in una posizione nuova, diversa, mi rende simile a quel Dio che fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti. 
         Non perdoniamo perché siamo migliori e il perdono non è un’amnesia. Dire perdono ma non dimentico fa sorridere. Perdono perché scelgo di perdonare, perché voglio perdonare. Vederti mi riapre le ferite, sto male come un cane, ma ho scelto la strada della libertà. Per molte persone che hanno avuto la vita rovinata dalla superficialità e dalla cattiveria altrui è già un grosso risultato non augurare la morte, ma la conversione di chi mi ha ferito. Ti perdono e prego che tu ti penta del male che mi hai fatto. Non aspettiamo mai il perdono perfetto, quello angelico, straordinario. Perdoniamo come riusciamo, al meglio delle nostre capacità e delle nostre forze. Perdoniamo perché siamo perdonati, perché il perdono ci rende straordinariamente liberi. E se l’altro considera il perdono come debolezza? È un rischio da correre, è un rischio che Gesù ha corso, perdonando i suoi assassini dalla croce. E, pure, io credo, noi crediamo, che quel paradosso smuove i cuori. Non tutti, forse, ma li smuove. Figli del perdono Quanto è adulto e virile il perdono! Quanto è forte e deciso! Quanto è eroico e umano! Abbiamo bisogno di donare e ricevere il perdono, di vivere da figli della riconciliazione.
            E se l’altro considera il perdono come debolezza? È un rischio da correre, è un rischio che Gesù ha corso, perdonando i suoi assassini dalla croce. E, pure, io credo, noi crediamo, che quel paradosso smuove i cuori. Non tutti, forse, ma li smuove. Figli del perdono Quanto è adulto e virile il perdono! Quanto è forte e deciso! Quanto è eroico e umano! 
         Abbiamo bisogno di donare e ricevere il perdono, di vivere da figli della riconciliazione. Di accettare il perdono degli altri, senza rivendicazioni e ripicche. Di chiedere perdono, ammettendo il nostro limite. Le famiglie, le società, la Chiesa cambierebbero volto se vivessimo meglio il perdono! Come ha intuito il grande Giovanni Paolo, riprendendo e ampliando Isaia: non c’è pace senza giustizia. Ma non c’è giustizia senza perdono. Prendere consapevolezza del peccato, fabbricare peccatori, è il primo passo per capire la logica del perdono che siamo chiamati a donare, sempre, per assomigliare al Padre.
Paolo Curtaz


lunedì 28 novembre 2016

LA CORREZIONE FRATERNA: PRENDERSI CURA CON AMORE E CON "ARTE"

PRENDERSI CURA DEI FRATELLI,
 per crescere insieme, 
perché nessuno si perda.

“Ogni volta che correggiamo o ci lasciamo correggere contribuiamo a risanare un pezzettino di questo mondo. Se invece con lo facciamo lo renderemo sempre più falso ed invivibile …. Meglio correggere per operare il bene che tacere e diventare complici del male”. Così padre Leoluca Pasqua nella sua recentissima opera “Fatta per amore. La correzione fraterna”, appena edita dalle Edizioni Paoline.

Il libro - di facile, gradevole e scorrevole lettura – sviluppa il tema della correzione fraterna delineando l’orizzonte in cui si colloca, il suo significato, le sue finalità.

Dopo un breve excursus biblico, con particolare riferimento all'insegnamento di Gesù, l’autore si sofferma sulle dinamiche della correzione, sugli ostacoli da superare e gli atteggiamenti da assumere.

Alla fine sono proposte alcune modalità pratiche per intraprendere  la correzione e per comprendere la sua straordinaria capacità di creare benessere e di avviare percorsi di pace e riconciliazione.

La correzione fraterna diventa così un valido strumento per aiutarsi reciprocamente a camminare nella verità.

Padre Leoluca Pasqua, dopo aver conseguito la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università di Udine, ha studiato Teologia alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia. Già educatore nel Seminario di Palermo ed esorcista, attualmente è Parroco in Marineo (Pa).
Tra le sue pubblicazioni: “L’inganno della magia. Come liberarsi dai falsi profeti”, “La preghiera che libera. Ostacoli, deviazioni e tendenze magiche nella preghiera cristiana”, “Lottare per vivere. Il combattimento spirituale”, “Dal rancore al perdono”.
Diverse opere sono state tradotte in varie lingue.

Leoluca Pasqua, Fatta per amore … La correzione fraterna, edizioni Paoline, Milano novembre 2016, pagg. 86, € 12