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mercoledì 6 maggio 2026

NON LA POTENZA, MA LA CURA

 

Maria ci ricorda che il legame, la compassione, la preoccupazione per la felicità altrui sono le dimensioni più qualificanti dell’umano. Non la potenza. Non il controllo. La cura.


-        di Chiara Giaccardi

Maggio è il mese di Maria. E Maria è una figura che continua a interrogarci, ben oltre i confini della devozione. Una donna che ha parlato pochissimo. Che ha molto meditato. Che ha fatto di una non-scelta la via della propria libertà, e del proprio dolore di madre la capacità di portare su di sé tutti i dolori del mondo. Una donna che colpisce per l’audacia, come quando viaggia sola per visitare la cugina Elisabetta. E per la sensibilità, come nelle nozze di Cana, quando si accorge prima di tutti che il vino buono sta finendo. 

Maria ci ricorda che il legame, la compassione, la preoccupazione per la felicità altrui sono le dimensioni più qualificanti dell’umano. Non la potenza. Non il controllo. La cura. Maria testimonia che il confine tra l’umano e il divino è labile, quasi cancellato dalla filiazione. C’è un paradosso che vale la pena sottolineare. 

L’uomo che vuol farsi Dio uccidendo Dio, resta vittima, la prima vittima del proprio stesso delirio di onnipotenza. Oggi questa sconfitta è tristemente evidente nell’oscillazione tra senso di impotenza e deliri del transumanesimo

 Cogliere invece che l’essenza del divino è il generare, il far esistere nel voler bene, è comprendere insieme la natura di Dio Padre e il destino dell’essere umano. La generazione è il principio di tutto. È la forma più alta dell’essere. In questo paradossale andare oltre se stessi, quando ne siamo capaci, si coglie il senso più pieno della vita, della libertà e della felicità. Maria lo sapeva. 

Messaggero di sant'Antonio 

 

lunedì 25 agosto 2025

LA REGINA DELLA PACE

 

La teologa Albano: «Vi spiego perché invochiamo Maria e come ci protegge»

 


-       di Lorenzo Rosoli 

 

«Invocare Maria come Regina della pace significa riconoscere che la vera pace inizia nel cuore umano, nella riconciliazione con Dio, e non nasce da equilibri instabili o strategie politiche». Così Giuliana Albano aiuta ad andare alla radice della proposta lanciata da Leone XIV al termine dell’udienza di mercoledì 20 agosto: «Vivere la giornata» di venerdì 22 agosto «in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso». Il 22 agosto, ha sottolineato il Pontefice, si celebra la memoria della Beata Vergine Maria Regina: da qui l’invito a chiedere la sua intercessione di «Regina della pace». Giuliana Albano, dottore in Teologia Dogmatica, è docente di Arte sacra e condirettrice della Scuola di Alta Formazione in Arte e Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (dove ricopre anche il ruolo di segretario generale). Così, nelle riflessioni offerte ai lettori di Avvenire, teologia e arte si chiamano e intrecciano.

Professoressa Albano, che cosa significa – anzitutto – definire Maria quale “Regina”? Si tratta di un titolo forse lontano dalla sensibilità delle donne e degli uomini d’oggi...

«Il titolo di Regina attribuito a Maria non rimanda a un potere che domina o schiaccia, come spesso la nostra sensibilità contemporanea associa al termine, ma a una regalità di amore e di servizio. Maria è Regina perché ha accolto in pienezza la volontà di Dio, diventando Madre di Cristo, la sua regalità è inseparabile dalla maternità. Non è distanza, ma prossimità; non è dominio, ma cura. Dal punto di vista ecclesiologico, questo titolo esprime che Maria è icona della Chiesa: la comunità dei credenti è “regale” quando vive nell’obbedienza al Vangelo e nel dono di sé. Anche l’arte ha interpretato il titolo di Regina: pensiamo alle numerose Incoronazioni della Vergine dove la corona non segna il trionfo mondano, ma la trasfigurazione luminosa del volto materno. È immagine di una dignità che non esclude nessuno, ma indica la vocazione di ogni credente a essere trasfigurato dall’amore di Dio. Nell’arte questa regalità si esprime spesso con immagini che, pur dotate di corona, trasmettono dolcezza e protezione: un trono che diventa grembo, una corona che illumina, non separa».

E invocare Maria quale “Regina della pace”?

«Significa riconoscere che la vera pace inizia nel cuore umano, nella riconciliazione con Dio, e non nasce da equilibri instabili o strategie politiche. Come ha ricordato Leone XIV proponendo questa giornata di digiuno e preghiera, “Maria è madre dei credenti” ed “è invocata anche come Regina della pace”, alla cui intercessione affidarsi “perché i popoli trovino la via della pace”. Dandole il titolo di “Regina della pace”, la Chiesa afferma che la pace autentica è dono divino, unisce cielo e terra, trasforma i cuori. Nella catechesi pronunciata all’udienza generale, il Papa ha sottolineato che realizzare la pace è possibile anche attraverso il perdono, insegnando che “amare significa lasciare l’altro libero” e invitando a “fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro”. Ecco che Maria diventa modello per la Chiesa: una comunità che promuove la pace quando è riconciliata, accogliente e perdonante. L’arte la rappresenta spesso come Regina non guerresca, ma materna: un trono che consola, una corona che è carezza, una regalità che disarma con la tenerezza».

C’è chi ritiene che pregare o digiunare per la pace e la giustizia sia inutile. O, peggio, che sia addirittura un alibi, un modo per mettersi la coscienza a posto di fronte alle tragedie e alle ingiustizie della storia. Ecco: come stanno davvero le cose, per un cristiano? E che cosa ci insegna Maria, la donna del Magnificat, il canto che pochi giorni fa – nella solennità dell’Assunzione – la liturgia ha offerto al nostro ascolto e alla nostra vita?

«Pregare e digiunare non è un alibi, ma un modo profondamente cristiano di entrare nella storia con la forza del Vangelo. La preghiera apre il cuore a Dio e cambia lo sguardo sugli altri; il digiuno libera da ciò che ci appesantisce e ci rende solidali con chi soffre. Sono gesti semplici ma veri, che rendono possibile la pace perché cominciano da noi. Maria, la donna del Magnificat, ci mostra che la fede non è passività ma energia che trasforma. Nel suo canto proclama che Dio rovescia i potenti e innalza gli umili: non rassegnazione, ma annuncio di giustizia, che nasce dalla fiducia in Dio e invita a non arrendersi al male. Ecco perché il Papa parla di una pace “disarmata e disarmante”: non costruita con le armi, ma con la forza più grande del perdono e della misericordia. È la pace di Maria, che, come Madre, ci custodisce sotto il suo manto, e ci ricorda che il bene è più forte del male. Un manto che protegge più delle armi».

Cosa suggerisce, infine, a quanti hanno sete di giustizia e di pace la Parola offerta dalla liturgia nella memoria della Beata Vergine Maria Regina?

«Un legame molto eloquente: la profezia di Isaia sul “Principe della pace” trova compimento nell’Annunciazione a Maria. La pace promessa dai profeti non è un’idea astratta, ma una persona viva che prende carne nel grembo di una donna. In Maria, la Parola diventa storia. Il suo “sì” fa nascere il Figlio che è la pace stessa di Dio donata al mondo. Per questo la pace cristiana non è semplice assenza di guerra, ma presenza di Cristo che riconcilia, perdona, guarisce le ferite. E ancora una volta l’arte ci aiuta a contemplare questo mistero: nelle tante Annunciazioni ad esempio del Beato Angelico, quello spazio silenzioso e luminoso tra l’angelo e Maria diventa simbolo del luogo interiore dove la pace scende e si fa carne. È il silenzio fecondo in cui la Parola prende dimora, ed è lì che comincia il mondo nuovo».

www.avvenire.it

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sabato 19 luglio 2025

MARTA E MARIA


 -20 luglio 2025-

 XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Anno C 

Genesi 18, 1-10a Salmo 14 Colossesi 1, 24-28 Luca 10, 38-42 38 

  • "In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. 39 Ella aveva una sorella di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. 40 Marta, invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».41 Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42 ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta»

L’introduzione "mentre erano in cammino…" colloca l’episodio di Marta e Maria nel “viaggio” intrapreso da Gesù (da Lc 9,51 a 19,45-48) verso Gerusalemme per affrontare l’istituzione religiosa.

Durante questo “viaggio” Luca ci presenta Gesù che affronta tante situazioni di Vita per formare tutti coloro che desiderano diventare suoi discepoli secondo il suo spirito. Collocare Marta e Maria nel contesto proprio è importantissimo per sfuggire alle interpretazioni stereotipe (ospitalità-vita attiva-vita contemplativa) tramandate fino ai nostri giorni. Gesù è fermamente deciso ad intraprendere questo viaggio perché come profeta carismatico ebreo sente l’urgenza di far riscoprire il vero cuore della Torah, deformato dal groviglio di leggi elaborate dall’apparato religioso: la Torah, da dono di amore di Dio per l’uomo, spesso è stata trasformata in una sorte di gabbia imposta come bavaglio e strumento di espiazione per la redenzione degli uomini, trasformati in schiavi di Dio e dell’istituzione religiosa. Mentre lo “Shemà Israel = Ascolta Israele” già evidenziava un rapporto fondato sull’ascolto/accoglienza/ospitalità di un dono per riscoprire la massima gratuità dell’Amore di Dio, per Gesù, oltre tutto questo, sarà fondamentale un completamento che contempli un rapporto, esclusivamente filiale, attraverso il quale si possa assomigliare all’amore di un Dio, esclusivamente Padre. Marta, l’osservante/diaconessa per Legge; Maria, discepola capace di ascolto/accoglienza/ospitalità e diaconessa per scelta di amore, libera e responsabile, protesa ad assomigliare all’amore di un Dio-Padre: è tutto ciò che vogliamo scoprire…

 Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Gesù (“egli”), mentre i discepoli (“essi”) erano in cammino, entra in un villaggio (“villaggio”, roccaforte del fanatismo, simbolo di una mentalità chiusa, dove predomina una determinata ideologia comune a tutti quelli che vi abitano). Il villaggio, a differenza di Marta e di Maria, non ha nome. Viene così sottolineato il realismo della situazione descritta attraverso Marta e Maria personaggi reali (hanno un nome), a scapito di un’ipotetica situazione storica. Solo Gesù entra in esso. Luca precisa che qualche personaggio o gruppo aveva già fatto qualcosa di simile: “… egli entrò in un villaggio”. Quando conosceremo il contenuto della pericope, potremo identificare questa situazione del passato. «Una donna, di nome Marta…», Marta è un personaggio rappresentativo («una») e reale («di nome Marta»). A differenza dei samaritani che non “accolsero” (Lc 9,53) Gesù perché i discepoli li avevano prevenuti contro di lui, Marta lo «accoglie» in qualità di discepola. Vedremo in seguito come. Marta in aramaico significa “signora” e come signora della sua casa accoglie Gesù. Insieme con Maria formano la loro comunità/famiglia (“due”, minima espressione comunitaria, e “sorella”, sottolineano rapporti di intimità e affetto). Per questo Luca non ha fatto entrare i discepoli (rappresentanza maschile) in questo villaggio; per poter descrivere il gruppo di Gesù nella sua componente femminile. Nemmeno in questo caso la comunità sarà omogenea (ricordiamo la descrizione del gruppo di Gesù mediante i Dodici e i Settanta, da una parte, o i Dodici e le Tre E a questa era (una) sorella chiamata Mariam, che essendosi seduta presso i piedi del Signore ascoltava la parola di lui. Ella aveva una sorella di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta ha anche una sorella: Maria. Di quest’ultima viene precisato che “seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola “seduta”, come un discepolo davanti al maestro, in ascolto attento del messaggio di Gesù; diversamente lo accoglie Marta. - Invece Marta era occupata per (il) molto servizio. Essendo venuta allora disse: Signore, non importa a te che la sorella di me sola me lasci a servire? Di’ dunque a lei che a me venga in aiuto. Marta, invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

 Ora Luca precisa che: “Marta, invece, era…”. In sé, la diaconia, cioè il servizio fatto agli altri, tipico della comunità di Gesù, non è negativo; tutto dipende dallo spirito con cui viene svolto. Nel presente contesto la diaconia è negativa ed equivale alle “faccende casalinghe”, secondo la lettera e, secondo lo spirito, “al compimento del dovere” spinto fino alla sua espressione estrema. L’accento è posto sul fare perché comandato dalla Legge, mentre nel caso di Maria è posto sulla scelta libera di ascoltare la novità del messaggio di Gesù. Marta è talmente sicura di sé (della sua Legge) che è pronta a giudicare il comportamento degli altri, come ogni persona osservante, che non si tira indietro di fronte alla situazione e affronta Gesù: «Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Lo zelo della fedele osservante della Legge la spinge a coinvolgere il “Signore”, perché faccia più attenzione e usi il suo ascendente per far osservare la Legge. L’imperativo «Dille dunque che mi aiuti» tradisce l’ascendente che pretende di avere su Gesù. Invece del «messaggio/parola/buona notizia», Gesù deve inculcare la Legge! Marta si sente autorizzata ad ottenere. La Legge infatti risveglia in chi la osserva l’istinto di possesso (mia sorella-mi abbia lasciata sola-mi aiuti). ( Rispondendo allora disse a lei il Signore: Marta, Marta, ti preoccupi e ti agiti intorno a molte cose, Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, una (sola) ma è necessaria: Mariam infatti la buona parte ha scelto che non sarà tolta a lei. ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta». Gesù risponde alla recriminazione di Marta con un monito severo (ripetizione del nome al vocativo): «Marta, Marta». Marta è decisa: vuole dominare tutto. 

 Marta, che è sostenitrice dell’osservanza scrupolosa della Legge, vuole essere fedele e vuole imporre questa fedeltà a Gesù e a sua sorella. Per Gesù tutto è secondario, eccetto l’ascolto attento del messaggio e la sua accoglienza «Maria ha scelto la parte migliore…». Marta aveva scelto la parte che le dava più sicurezze, cioè l’eredità dell’Antico Testamento compendiata nella Legge mosaica; Maria, invece, che si trovava anch’essa nel “villaggio”, ha scelto «la parte migliore», che nessuno potrà toglierle, perché non si esprime attraverso simboli esterni, come la casa, le terre, l’osservanza legale, ecc., ma è un patrimonio interiore della persona (la libertà). Gesù, come anticamente Giosuè (=Gesù, in greco), è entrato «… nel villaggio», in viaggio verso la terra promessa, che ha come meta Gerusalemme.

Mentre Marta ha preso possesso della terra/casa, come le tribù di Ruben, Gad e mezza tribù di Manasse, che ereditarono territori della Transgiordania (cfr. Nm. 32; Gs 13), Maria, come la tribù di Levi, ha come unica eredità il Signore (cfr. Gs 13,14). Maria, quindi, vive nel «villaggio», ma senza condividere l’ideologia che vi domina. 

Riflessioni…  Lo Sposo è in cammino. Sta per arrivare. E questa volta è una donna-vergine che lo invita ed ospita. Donna da mille risorse, che sa svolgere relazioni, governare e prendere iniziative: imprenditrice di sé e della sua casa-azienda.  Ella svolge trattative alla pari con il Signore: pone problemi di giustizia, di eguaglianza, di opportunità e di convenienza. È un’esperta del libro della legge e delle sue parti componenti. Sa porre questioni, propone soluzioni, e a suo modo avvia ricomposizioni giuridiche. Come ogni buon giurista, di fronte a Dio, allora, ora e forse sempre…  E prospetta la sua lezione al Signore-Maestro: Tutto nella Legge, niente fuori della Legge. Come, Tutto nello Stato, niente fuori dello Stato. Perché il giusto/diritto è e fa parte della legge. E Marta è l’ortodossa catechista della Legge, quella antica, meno di quella nuova dell’Amore senza condizioni. Ma l’imprevisto, la carità, l’emergenza e l’urgenza, la solidarietà, la condivisione, gli ultimi, gli stranieri, gli altri, non contemplati nei codici e nelle circolari applicative, dove trovano spazio vitale?  Marta ha osservato tutte le prescrizioni dell’ospitalità. Avrà offerto l’acqua di purificazione, avrà dato il saluto di accoglienza secondo la vigente ritualità, ed ora pretende giustizia dal Signore-ospite della sua casa, anzi riconoscenza. E la sua esistenza prosegue tra corretti rapporti di parentela e di relazioni sociali. Ma le è carente l’Amore, che si compiace dell’altrui bene.  A una diaconia rituale il Signore contrappone messaggi-proposte di salvezza, di autenticità, di originalità, connotati da nuovi stili di vita: capacità di ascolto, disponibilità per la ricerca che pone e scioglie dubbi, che sollecita interrogativi. Come Maria seduta ai piedi ed è attenta all’ascolto, e pone domande senza imporre soluzioni, oltre i dubbi per la ricerca. E attende risposte.  Maria è dunque alla ricerca di quell’unica cosa di cui c’è bisogno: il senso dell’esistenza, il valore della relazione, un colore dominante che ravviva i grigiori della vita. E pertanto ascolta, medita ed accoglie proposte, per assimilarle e farne parte di sé.  Tanti perché disciolti, oltre i numerosi e transitori relativismi, possono offrire luce per interpretare, sostegno per continuare a sperare, aiuti per condividere l’esistenza, interventi per rendere vivibili e gioiosi gli incontri tra gli uomini. I messaggi del Maestro di Maria e di Marta che transitano su onde di un’intelligenza libera aiutano a sciogliere dubbi e propongono umane soluzioni.

 Sono proposte di amori universali, vissuti e accolti tra mani innocenti e cuori puri.

Alzogliocchiversoilcielo


sabato 7 giugno 2025

VIENI SANTO SPIRITO


 NOI, MADRI DI VANGELO

Vangelo:  Gv 14,15-16.23b-26

Commento di p. Ermes Ronchi

Con lo Spirito Santo le parole non ce la fanno.

Lo Spirito è Dio in libertà e non sopporta recinti, nemmeno di parole sacre. Lui forza tutte le porte.

La prima porta che abbatte è quella sbarrata di una casa dove manca l’aria. Luca ci racconta di apostoli che ne escono come ubriachi, fuori di sé, storditi da una improvvisa predazione di Dio.

E’ la prima chiesa, stremata e impaurita; un gruppo deluso che, barricato in casa, si stava sfaldando e che improvvisamente viene rovesciato come un guanto, e affronta la città che uccide i profeti: “Quel Gesù che voi avete ucciso è vivo!”.

Parevano “ebbri”, come esagerati, fuori misura, i folli di Dio; perché il cristianesimo non si diffonde per dottrine o divieti, ma, come allora, per la consegna amorosa e contagiosa della passione per Dio e per l’uomo.

La seconda porta è aperta dal salmo tra le letture, con il suo registro maestoso, una melodia che naviga e aleggia sul mondo: del tuo Spirito, Signore, è piena la terra (Sal 103). Tutta la terra, nessuna creatura esclusa, ne è piena; non solo sfiorata dal vento di Dio, ma riempita. Anche se non è evidente, anche se rimane gonfia di sangue, di follia, di guerre ovunque.

La terza porta dello Spirito si apre su altre cento: Paolo racconta di una fiamma di fuoco che si divide e che, come una musica riempie e sposa vite diverse, benedice la genialità e l’unicità di ognuno, domanda discepoli creativi che non ripetono parole d’altri: liberi, leggeri e limpidi.

P. Vannucci: “nella grande Cattedrale che Dio va costruendo con le nostre persone, ognuno di noi è una pietra insostituibile”.

Che opera compie lo Spirito? L’opera che ha realizzato con Marco, Matteo, Luca e Giovanni: genera evangelisti. Ognuno di noi lo è, col suo vangelo da proclamare. E nessuno ci può sostituire proprio là, dove Dio ci ha posto.

La quarta porta è spalancata dal vangelo: lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera. È l’umiltà di Gesù, che non pretende di aver detto tutto, ma ci parla con verbi tutti rivolti al futuro: lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà. Ricorderà cose antiche e scoprirà cose nuove. Lui, sommo inventore.

E pregarlo è affacciarsi al balcone del futuro, dove la verità, sempre incompiuta, cresce e matura.

Lo Spirito compie in noi l’opera stessa realizzata in santa Maria: incarna in me la Parola, la fa crescere, ci rende tutti e tutte madri di Dio.

Allora niente cattolici depressi! Perché non mancherà mai il vento al mio piccolo veliero. Niente ansia per la rotta, perché su di noi soffia un Vento libero e liberante. E ci fa tutti vento nel suo Vento. Perché il Vangelo non è finito, è infinito, e cresce con chi lo legge (Gregorio Magno). Cresce con te. Tu ne sei madre.

Cercoiltuovolto

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sabato 18 gennaio 2025

ACQUA e VINO

 



 Is 62,1-5; Sal 95 (96); 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11

 

 Commento di Matias Augé

 

In questa domenica ci viene proposta la scena semplice e toccante del miracolo delle nozze di Cana. Gesù si trova con sua madre Maria ed i suoi discepoli ad una festa di nozze nella cittadina di Cana di Galilea. Venendo a mancare il vino, Gesù cambia sei giare d’acqua in vino. Ciò che sembra interessare particolarmente a san Giovanni, che racconta il fatto, è che con questo primo miracolo Gesù ha manifestato la sua gloria ed i discepoli hanno creduto in lui. Questo prodigio, come i restanti miracoli compiuti da Gesù, sono chiamati da san Giovanni “segni”, in quanto mostrano che Gesù è il Figlio di Dio, il Messia, il Salvatore atteso.

 La presenza di Maria non è una presenza di contorno, ma determinante e attiva. È Lei infatti a provocare l’intervento di Gesù. Alle parole di Maria “Non hanno più vino”, Gesù risponde: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Ma quale ora? Con Gesù giunge l’ “ora” attesa annunciata dai profeti: in lui Dio manifesta la sua gloria afferma san Giovanni, facendo eco alle parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria”. Secondo il vangelo di Giovanni, la gloria nascosta di Dio è apparsa nel Cristo fra gli uomini (cf. Gv 1,14; 11,4.40) ed è riconoscibile attraverso la fede (cf. Gv 2,11). Il dono della fede fa sì che i discepoli intravedano nel miracolo o “segno” operato da Gesù a Cana la presenza di Dio che salva. Il gesto compiuto da Gesù alle nozze di Cana è quindi una “epifania” messianica, cioè una manifestazione di ciò che egli è e della sua missione salvifica.

 Nell’Antico Testamento la felicità promessa da Dio ai suoi fedeli è espressa sovente sotto la forma di una grande abbondanza di vino, come si vede negli oracoli di consolazione dei profeti d’Israele. Gesù, col miracolo dell’acqua cambiata in vino mostra che è cominciata l’era messianica in cui Dio comunica in abbondanza i suoi beni. Il momento culminante di quest’era sarà costituito dalla morte e risurrezione di Cristo, cioè dal mistero della sua pasqua. A questa fase culminante della sua opera si riferisce Gesù quando dice a Maria sua madre: “Non è ancora giunta la mia ora” (cf. Gv 7,30; 8,20; 12,23.27; 13,1; 17,1). In ogni caso, il vino nuovo che egli fornisce miracolosamente a Cana è già segno del dono completo della redenzione offerto sulla croce e perennemente presente nel sacrificio dell’altare: il vino distribuito in abbondanza è segno del sangue che sgorga dal costato di Gesù in croce, sangue della nuova ed eterna alleanza, versato per noi e per tutti in remissione dei peccati.

 La salvezza attesa dai profeti e compiuta da Cristo è sempre presente in mezzo a noi nei segni del pane e del vino dell’Eucaristia che celebriamo in obbedienza alle parole del Salvatore: “Fate questo in memoria di me”. Ci possiamo domandare se per noi la partecipazione alla santa Messa è veramente un incontro di fede con il nostro Salvatore, un momento in cui riscopriamo il senso della nostra vita cristiana come vita di comunione con Dio e con i fratelli e sorelle, un momento di gioia e di grazia.

 Alzogliocchiversoilcielo


 

sabato 21 dicembre 2024

ANDO' IN FRETTA



IV domenica di Avvento


*Mi 5,1-4a; Sal 79 (80); Eb 10,5-10;

 Lc 1,39-45*



 Commento di Ester Abbattista

 

Nel racconto del Vangelo di Luca, che questa quarta e ultima domenica di Avvento ci propone, assistiamo a un viaggio e a un incontro alquanto particolari.

Innanzitutto, il viaggio. Il testo ci dice che Maria «si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda». Non viene spiegata la ragione di quella che sembra essere la decisione improvvisa e repentina di questo viaggio, la cui meta non è precisata. Nella tradizione il villaggio di Zaccaria e Elisabetta viene identificato con un sobborgo di Gerusalemme, distante circa 8 km dalla città vecchia, di nome Ein Karem, la cui possibile traduzione sarebbe «fontana del vigneto».

La stranezza di questo viaggio non è solo data da questa partenza repentina, ma anche dal fatto che per raggiungere questo villaggio, partendo da Nazaret, Maria deve fare diversi chilometri a piedi. Per avere un’idea del percorso, la strada più breve – che però è quella meno probabile perché passa dalla Samaria – sarebbe all’incirca di 140 km. È possibile che Maria abbia approfittato di un «passaggio» da parte di qualche gruppo di pellegrini che si recavano a Gerusalemme o di qualche carovana di mercanti.

Ciò che spinge comunque Maria a intraprendere il viaggio è il desiderio di incontrare la sua parente Elisabetta, il cui nome può significare «il (mio) Dio è pienezza», oppure «Dio è un giuramento». Già il significato del nome di questa donna ci riporta all’antefatto di questo incontro; infatti, l’evangelista Luca ha già informato il lettore sul fatto che Zaccaria e sua moglie Elisabetta erano avanti negli anni (Lc 1,7) e non avevano figli perché la donna era sterile.

La situazione però riceve un cambiamento attraverso l’annuncio dell’angelo Gabriele a Zaccaria, che lo informa sulla futura gravidanza della moglie. Sei mesi dopo qualcosa di simile avviene a Maria che, sempre per mezzo dell’angelo Gabriele, riceve anche la notizia del fatto che Elisabetta è incinta di sei mesi: «Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,36-37).

Il giuramento di Dio si è realizzato e ora Elisabetta può davvero proclamare «il mio Dio è pienezza» e tutto questo, inoltre, crea un legame tra le due donne ancora più forte. È proprio la visitazione dell’angelo Gabriele, che reca a Maria la notizia riguardo Elisabetta, insieme a quanto è successo a lei stessa «per opera dello Spirito Santo», che spinge questa giovane donna a voler incontrare l’anziana parente. In comune non hanno solo un figlio che nascerà, ma anche una «parola» che si è incarnata, una promessa che è diventata realtà.

Veniamo ora al compimento del viaggio, ovvero all’incontro di Maria con Elisabetta. La cosa che stupisce non è la gioia delle due madri nel ritrovarsi, ma quella dei loro grembi, come se il ventre dell’una fosse trasparente al ventre dell’altra: «Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo». C’è un midrash (un racconto della tradizione ebraica) che può aiutarci a comprendere questa scena.

Il racconto parla del passaggio del mar Rosso e di come il popolo, messo in salvo dopo aver attraversato il mare all’asciutto, proruppe in un canto di gioia. Eccone il testo in una versione riproposta da G. Limentani in Gli uomini del libro, 147-148: «Il popolo contava seicentomila anime, ma le voci che si fusero nell’inno furono innumerevoli come la sabbia del mare, come le stelle del cielo. Tutte le generazioni di Israele, da quel momento fino alla fine dei giorni, cantarono perché, quando i fuggiaschi si erano gettati in mare fidando solo nell’Eterno, i ventri delle donne erano diventati cupole di cristallo trasparente, attraverso le quali i figli a venire e i figli dei figli e i figli dei figli dei figli poterono contemplare il miracolo».

Non sappiamo quanto sia antico questo midrash, ma certamente ci può aiutare a comprendere il senso del racconto lucano: Maria porta con sé il Messia, l’incontro tra queste due donne si trasforma nella «visione» del compimento, una visione non solo della madre, ma anche del figlio che porta in grembo; un grembo che diventa trasparente. Così, ciò che non è ancora è già visibile, è già pienezza, è già annuncio di salvezza.

Inoltre, bisogna riconoscere, con amara ironia, che anche in questa pagina evangelica è a una donna, Elisabetta, che viene affidato l’annuncio di colui che «sta per nascere», dell’avvento del Messia, così come di nuovo sarà a una donna che verrà affidato l’annuncio della risurrezione, della pienezza di vita e della salvezza divenuta ormai realtà, promessa e futuro compimento.

Peccato che a tutt’oggi, nell’assemblea dei fedeli riunita nel nome del Signore, alle donne non sia ancora riconosciuto questo ruolo di «annunciatrici» del Vangelo.

 Il Regno

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sabato 7 dicembre 2024

AVE, PIENA DI GRAZIA


 Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria


8 dicembre - (II dom Avvento C)

Vangelo: Lc 1, 26-38

 

Commento del Patriarca di Gerusalemme, Card. Pierbattista Pizzaballa

 L’evangelista Luca incornicia l’episodio dell’annunciazione con alcuni elementi che offrono chiavi di lettura preziosi e capaci di gettare una luce su tutta la scena.

Il primo elemento su cui ci soffermiamo è dato dal richiamo alla gravidanza della cugina Elisabetta, e a tutto quanto era stato raccontato immediatamente prima dell’annuncio a Maria.

Il nostro brano, infatti, inizia con una precisazione temporale: siamo al sesto mese (Lc 1,26), ed è il sesto mese proprio dal concepimento di Giovanni battista. Il discorso dell’angelo Gabriele a Maria, poi, si conclude con il richiamo esplicito ad Elisabetta e alla sua gravidanza (Lc 1,36-37); ed è proprio in seguito a queste parole che Maria acconsente alla proposta del Signore, per cui l’angelo può partire da lei (Lc 1,38).

L’evento miracoloso della gravidanza di Elisabetta, dunque, apre e chiude l’episodio dell’annunciazione e si rivela importante per la risposta di Maria.

Perché? Cosa vuole dire?

Quanto successo ad Elisabetta rivela qualcosa di fondamentale, su Dio e sulla nostra relazione con Lui. Dice, cioè, che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37).

L’esperienza che spesso il popolo della salvezza si è trovato a fare è quella di trovarsi davanti a qualcosa di impossibile: è impossibile che Dio salvi, che apra il mare, è impossibile che Dio perdoni, è impossibile che Dio ritorni. È impossibile che Dio nutra nel deserto, è impossibile che Dio continui ad amarci.

La storia della relazione tra Dio e l’uomo è fatta di tanti impossibili, una litania di situazioni senza speranza, che però, ad un certo punto, diventati di nuovo possibili.

E questo fino a scoprire ogni volta che ciò che rende “impossibile” il cammino dell’uomo verso Dio non è tanto la sua lontananza, quanto la nostra paura, come abbiamo visto domenica scorsa: una paura che blocca la vita, la paura che non sia più possibile accogliere il dono di Dio, che non sia più possibile cominciare una cosa nuova.

Questa è la grande paura che ci abita, che la nostra vita sterile, proprio come quella di Elisabetta.

Lo dice anche l’angelo Gabriele, con chiarezza: “Tutti dicevano sterile Elisabetta”: l’uomo, da solo, non può se non constatare la propria sterilità, ma la gravidanza di Elisabetta dice il contrario, dice che nulla è impossibile a Dio.

È questo il messaggio che ritorna dall’inizio alla fine del brano, è questo il motivo per cui Maria può non avere più paura (Lc 1,30).

Il secondo elemento riguarda il messaggero che Dio ha mandato a portare l’annuncio, ovvero l’angelo Gabriele. Nel Libro di Daniele e nella tradizione biblica, la presenza di questo angelo ha sempre un legame con gli ultimi tempi, con i tempi della fine.

Anche in questo caso lo è: un tempo si conclude, e ne inizia un altro. Si conclude il tempo della preparazione e dell’attesa, e si apre il tempo del compimento, si apre il tempo della pienezza.

Infine, ci soffermiamo sul luogo dove la scena si svolge: Nazaret (Lc 1,26).

Nazaret è un luogo piccolo, sconosciuto, marginale, da dove è difficile aspettarsi qualcosa di buono (cfr Gv 1,46). Ebbene, proprio da lì hanno inizio i tempi ultimi, quelli dove si compie ciò che è impossibile agli uomini.

Dio sceglie un luogo insignificante, perché questo è il suo stile, lo stile del suo Regno, che non viene nella potenza, non attira l’attenzione, ma si cala dentro la quotidianità ordinaria di una giovane donna di un paesino sconosciuto.

Maria, in tutto questo, entra in scena con una domanda: come (Lc 1,34)?

Come può accadere che l’impossibile diventi possibile e che inizi una nuova fase nella storia della relazione tra Dio e l’uomo?

Tutto questo è possibile semplicemente perché il Signore è con lei (Lc 1,29), perché Lui trova sempre nuovi modi per compiere quell’alleanza che da sempre ha desiderato stabilire con le sue creature.

E anche quando queste hanno cercato di rendere impossibile questa relazione, Lui ha ricominciato, sempre in modo nuovo, sempre da capo.

Una cosa ha sempre cercato: la collaborazione con l’uomo, la sinergia con le creature.

Perché la salvezza è impossibile all’uomo da solo, ma neanche Dio può realizzarla senza la nostra collaborazione, ovvero senza la nostra fede, senza che qualcuno apra lo spazio del corpo e del cuore per accogliere la presenza di Dio che prende dimora nella storia degli uomini.

 

+ Pierbattista

Patriarcato Latino di Gerusalemme

 

 

lunedì 14 agosto 2023

CON L'ASSUNTA VERSO IL FUTURO


 Con l'Assunta, incamminati verso il futuro 

con occhi e cuori ben alzati

 

-         di Matteo Maria Zuppi*

 

La festa dell’assunzione di Maria al cielo ci aiuta, con la dolcezza di rivolgerci ad una madre, ad alzare gli occhi e guardare il cielo. A volte farlo ci fa provare sgomento, vertigine: relativizza la dittatura del nostro io, abituato a piegare tutto a sé. Se non guardiamo il cielo non capiamo la terra e farlo – non si smette di imparare a contemplare il mistero – ci aiuta a vedere il dono che è ogni persona. L’Assunzione di Maria è la sua nascita al cielo. È la Pasqua di Maria, dopo quella del suo Figlio. La morte è nascita alla vita del cielo, figli nel suo Figlio venuto dal cielo per “portarci” in cielo con Lui.

 La tradizione voleva che, mentre si stava avvicinando il giorno della fine della vita terrena della madre di Gesù, gli apostoli sparsi ovunque nel mondo, avvertiti dagli angeli, si ritrovarono attorno al letto di Maria. E mentre raccontavano le meraviglie della evangelizzazione, Maria si addormentò. E Gesù venne a prenderla tra le sue braccia per portarla con sé nel cielo. Questa scena è divenuta, in Oriente, l’icona che descrive la festa odierna: Maria distesa sul letto con gli apostoli intorno in preghiera e Gesù al centro che tiene tra le sue braccia una bambina: è l’anima di Maria, divenuta “piccola” per il Regno, e che Gesù conduce accanto a sé sul trono. Potremmo dire che la festa di oggi ricorda l’ultimo tratto di quel viaggio che Maria iniziò subito dopo il saluto dell’angelo, come si legge nel Vangelo della Festa di questo anno. Oggi Maria è giunta a destinazione: la Gerusalemme celeste. È la prima creatura umana che fa il suo ingresso nel mondo di Dio, al seguito del Figlio crocifisso e risorto. Ella porta con sé anche il compimento del suo corpo trasfigurato ad opera dello Spirito d’amore, ed è una donna, una madre. La maternità, che ha segnato il suo corpo per amore, entra nella gloria di Dio. Lo splendore del legame materno, che il corpo custodisce per sempre, arricchisce di tenerezza e di gioia il mondo di Dio.

 È la ragione del Magnificat di Maria che diviene – deve diventare – anche il nostro Magnificat. Dio rovescia i potenti dai loro troni, posando il suo sguardo – a loro umiliazione – proprio sull’umile fanciulla di Nazareth. Nel cantico di questa giovane donna dobbiamo saper ascoltare il canto di tutte le donne senza nome, le donne che nessuno ricorda, le donne che vengono considerate inutili se non sono proprietà di un uomo, che vengono umiliate per la loro scelta materna, che vengono consegnate ad una vita di seconda scelta – o anche senza alcuna scelta – che l’economia mondiale tiene saldamente in ostaggio. Queste donne, oggi, sono abbracciate da mani affettuose e forti che le sollevano e le conducono sino al cielo. Sì, oggi è anche la festa dell’assunzione delle donne, violate e consumate, ferite nella dignità della loro condizione e umiliate nella loro cura della generazione. È anche l’assunzione di Dosso Fati e della piccola Marie, sua figlia, morte di stenti nel deserto. Sì, l’assunzione di Maria nel cielo di Dio ci parla di un corpo trasfigurato che nulla e nessuno potrà più sfigurare.

 La Madre del Signore ci precede e tutti noi, figli di Dio e di questa madre, prendiamo animo. Prendono animo i giovani: sono invitati per primi come Maria ad alzare lo sguardo, ad affrettare il passo – Maria «in fretta» si recò dall’anziana Elisabetta –, a muoversi verso i loro fratelli e le loro sorelle, superando le montagne e colmando le valli. Ho ancora impressa nei miei occhi la distesa enorme dei giovani a Lisbona radunati attorno a papa Francesco. Un incredibile e significativo movimento giovanile – non corporativo, ma veramente universale – che si è manifestato al mondo intero. Molti erano i giovani italiani. La presenza di papa Francesco ha confermato la commozione e la gratitudine di un segno che ha sorpreso la Chiesa stessa: la rinfranca, la rianima, le restituisce la letizia nella quale, come umile ancella, porta il Signore in grembo. I giovani della Gmg hanno sentito la vibrazione di questa presenza del Corpo del Signore, e ci hanno trasmesso l’irradiazione del mistero della compiuta destinazione di questa vita per ogni figlio e figlia che viene in questo mondo.

 I giovani della Gmg, con il loro passo lieto, ne riportano l’incanto nelle loro case, nelle loro strade, nelle loro città, nei loro villaggi. Anche nella nostra Italia. L’impegno a rendere il nostro Paese una terra ospitale per tutti, la decisione di nutrire una fraternità vitale fra i popoli, è nelle corde di questa nuovissima generazione, assai più di quanto non sia nelle nostre più adulte.

 Dobbiamo riconoscerlo. E a loro spetta il compito e la forza di ispirare un nuovo futuro. Sono la nostra speranza. La loro riscoperta dell’insostituibile contatto con i corpi viventi di molti fratelli e sorelle, che ci rende certi della felice diversità dei singoli e della comune umanità di tutti, promette di farsi inarrestabile e incontenibile.

 La “religione” della guerra – come anche ogni guerra di religione – apparirà sempre più come un disturbo mentale da curare. La guerra deve diventare insopportabile. L’algoritmo mercantile della competizione e dell’esclusione, che giustifica i privilegi e impone gli scarti, deve avere con loro i giorni contati. Questi giovani, che da grandi saranno sollecitati ad abitare il nostro Paese e la stessa Europa, non lo sopporteranno più. Ed è salutare anche per noi adulti fare spazio alla loro audacia, alla loro voglia di un futuro più pulito, più fraterno, più ospitale.

 La giovane Maria di Nazareth è un esempio per tutti, per i più giovani anzitutto. Sì, i ragazzi e le ragazze radunati a Lisbona ci stanno davanti: si sono levati per tempo e in fretta si sono incamminati verso il futuro. Contro ogni accidioso pronostico di insuperabile smarrimento, hanno preso l’iniziativa di ridestarci al senso del cammino della terra che abitiamo perché sia bella e abitabile da tutti, nessuno escluso.

 La Madre del Signore, riconciliata per sempre con il corpo vivente che ha portato il Figlio, certamente dal cielo sorride, compiaciuta per il germoglio di un nuovo cielo e di una nuova terra che a Lisbona abbiamo visto.

 Alziamoci per sollevare chi non ce la fa, chi soffre, quelli che sono caduti a terra o scompaiono nell’immensità del mare, chi è precipitato nella depressione, chi nell’abisso della solitudine. Così il cielo e la terra si uniscono e possiamo vedere pezzi di cielo sulla terra e pezzi della terra salire al cielo.

 *Matteo Maria Zuppi è cardinale arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana

www.avvenire.it


 

MARIA, DONNA DEL PRIMO PASSO

 
Un commento 

di don Tonino Bello 

al Vangelo 

della festa dell’Assunzione

 

La risolutezza di Maria. È lei che decide di muoversi per prima: non viene sollecitata da nessuno. È lei che s'inventa questo viaggio: non riceve suggerimenti dall'esterno. È lei che si risolve a fare il primo passo: non attende che siano gli altri a prendere l'iniziativa. Dall'accenno discretissimo dell'angelo ha avuto la percezione che la sua parente doveva trovarsi in serie difficoltà. Perciò, senza frapporre indugi e senza stare a chiedersi se toccasse a lei o meno dare inizio alla partita, ha fatto bagagli, e via! Su per i monti di Giudea. «In fretta», per giunta. O, come traduce qualcuno, «con preoccupazione».

Ci sono tutti gli elementi per leggere, attraverso questi rapidi spiragli verbali, lo stile intraprendente di Maria. Senza invadenze. Stile confermato, del resto, alle nozze di Cana, quando, dopo aver intuito il disagio degli sposi, senza esserne da loro pregata, giocò la prima mossa e diede scacco matto al re. Aveva proprio ragione Dante Alighieri nell'affermare che la benignità della Vergine non soccorre soltanto colui che a lei si rivolge, ma «molte fiate liberamente al dimandar precorre».

Santa Maria, donna del primo passo, ministra dolcissima della grazia preveniente di Dio, «alzati» ancora una volta in tutta fretta, e vieni ad aiutarci prima che sia troppo tardi. Abbiamo bisogno di te. Non attendere la nostra implorazione. Anticipa ogni nostro gemito di pietà. Prenditi il diritto di precedenza su tutte le nostre iniziative.

 Quando il peccato ci travolge, e ci paralizza la vita, non aspettare il nostro pentimento. Previeni il nostro grido d'aiuto. Corri subito accanto a noi e organizza la speranza attorno alle nostre disfatte. Se non ci brucerai sul tempo, saremo incapaci perfino di rimorso. 

Se non sarai tu a muoverti per prima, noi rimarremo nel fango. E se non sarai tu a scavarci nel cuore cisterne di nostalgia, non sentiremo più neppure il bisogno di Dio.

mercoledì 21 dicembre 2022

MARIA ANDO' IN FRETTA


 "Maria si alzò e andò in fretta.

(Lc 1,39, tema della GMG 2023)

 All'Annunciazione, la Vergine Maria accoglie nel suo grembo Gesù, il Figlio di Dio, grazie all'azione dello Spirito Santo. Ella diventa consapevole della grazia unica e traboccante che Dio le dona. Una tale scoperta è fonte di gioia e non può che essere condivisa. Così corre ad Ain Karim, in Giudea, per visitare la cugina Elisabetta.

A Natale, Maria dà alla luce Gesù e lo offre in adorazione a San Giuseppe, ma anche ai pastori e ai Magi giunti a Betlemme, nome che significa "casa del pane" e che annuncia il sacramento dell'Eucaristia.

 La Vergine Maria ci conduce ancora oggi a Gesù e ci apre alla gioia di accoglierlo come il Salvatore che Dio dona all'umanità. Gesù è la risposta sconcertante alla nostra ricerca della felicità e del senso della vita. Attraverso di lui, Dio ce li offre non come un Babbo Natale che vizia i suoi figli, ma come un padre che ama i suoi figli, non come un mago che distrae per un momento i suoi spettatori, ma come un amico che li accompagna in ogni fase della vita. Questa scoperta trasforma un'esistenza e ci fa entrare nella gioia della speranza che il mondo sta cercando.

 La Vergine Maria vuole condividere con noi la sua esperienza dell’accoglienza di Cristo nel sacramento dell'Eucaristia, dove possiamo adorarlo sotto l'umile aspetto del pane e accoglierlo come pane per il nostro cammino. Quest'anno il Natale si celebra di domenica, il giorno per eccellenza dell'Eucaristia. Una coincidenza che evidenzia questo sacramento come un'estensione dell'incarnazione. Essendo stato formato nel grembo della Vergine Maria dall'azione dello Spirito Santo, Gesù può donarsi realmente e totalmente nell'Eucaristia. Come la Vergine Maria, possiamo non solo vederlo, toccarlo, ma accoglierlo nella nostra vita più intima. Le celebrazioni dell'Eucaristia durante il periodo natalizio ci portano non solo a testimoniare la speranza, ma anche a portare Cristo, fonte di ogni speranza, al mondo.

 Alla scuola della Vergine Maria, la festa della Natività di Cristo rinnovi la gioia della sua presenza umile e salvifica nella nostra vita. Possa sostenere la nostra preghiera e il nostro impegno al servizio della persona umana, giovane e adulta, malata e sana, nascituro e persona alla fine della vita.

 +Vincent DOLLMANN

Arcivescovo di Cambrai

A.    E. UMEC-WUCT


 

lunedì 15 agosto 2022

RIAPRIRE VITA E SPERANZA

 “Zuppi: riaprire

 ora vita e speranza.

Disincanto, valori 

e scelte forti”

- Card. Matteo Zuppi *

Nel cuore del mese di agosto, in quasi tutti i paesi e le città del nostro Paese, si celebra la festa dell’assunzione di Maria al cielo.

Un mistero che ci dice qual è la nostra destinazione: ossia essere assunti con il nostro corpo risorto nel cielo di Dio.

Maria, la prima che ha creduto alla Parola del Signore, è la prima a entrare nel cielo di Dio con il suo corpo.

Questa festa è celebrata da tutti i cristiani di tutte le confessioni, ovunque nel mondo. In Occidente la chiamiamo, appunto, Assunzione.

In Oriente l’iconografia la trasmette con l’icona della "Dormizione": gli apostoli circondano in preghiera la madre di Gesù "addormentata" nel suo letto di morte (la morte dei credenti non è mai da sola, ma sempre circondata dalle presenze degli amici di Gesù).

Gesù è raffigurato sopra di lei e tiene tra le sue mani una piccola Maria - quasi "bambina". Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli.

Per tanti anni l’ho contemplata nel mosaico absidale della Basilica di Santa Maria in Trastevere.

Ed è bello che la prima persona che transita direttamente al cielo di Dio, anima e corpo, sia l’anziana madre di Gesù: lei che ha inaugurato la storia della nostra fede e ospitato il Figlio del nostro riscatto, entra per prima, con un corpo risorto, nella pienezza del Regno.

Il corpo risorto vuol dire che non perderemo la sensibilità umana: al contrario, essa diventerà così pura, così profonda, così fine, da renderci capaci di intercettare direttamente la sensibilità di Dio per tutto il creato e per tutte le creature, dalle più piccole alle più emozionanti che abitano l’eterna fantasia dell’amore di Dio che genera e ispira da sempre i ritmi e i riti della vita che ha creato.

E Maria è il simbolo reale del legame profondo della generazione e dell’ispirazione divina della vita con l’origine e la destinazione.

In Gesù risorto questo legame irrevocabile abita per sempre l’intimità divina da cui proviene e la condizione umana nella quale si irradia.

L’intera storia dell’uomo e quella dell’umanità, lungi dall’essere abbandonata al suo destino mortale, vi appare destinata al riscatto di ogni abbandono che la umilia, la ferisce, la perde: nell’anima e nel corpo.

La cultura moderna ci ha resi gelosi della nostra libertà di vivere: e persino di morire. Ma siamo anche diventati molto rassegnati al corto respiro del nostro modo di godere la vita.

Possiamo chiamarlo disincanto, per dare un tono molto adulto e molto razionale a questo pensiero. 

Di fatto, da quando abbiamo abbassato il cielo dei nostri desideri restringendolo all’orizzonte del nostro io, anche la terra ci sembra più avara di vere soddisfazioni e di autentici entusiasmi.

A ragione si parla di passioni tristi. Non sappiamo più stupirci del tanto che pure abbiamo e scoprire l’incanto che è ogni persona che nasconde il riflesso di Dio.

Ci affanniamo giustamente ad aggiustare la società e l’habitat per tanti individui, ma non crediamo più nella comunità e nel mondo che dovrebbero ospitare la fraternità di cui abbiamo bisogno e alla quale apparteniamo.

Dobbiamo chiederci se per caso non ci stiamo rassegnando a essere una sorta di colonia di insetti, certo, evoluti e ingegnosi.

La società che stiamo costruendo rischia di avere paura della vita e diffidare della speranza. Scopriamo di avere politiche da amministrazione di condominio, aspettative di vita giovanilistiche, distanze umilianti e in crescita: fra ricchi e poveri, uomini e donne, vecchi e bambini, mediatici e anonimi, onesti e furbi.

Nello spaesamento dell’incertezza, cresce il fascino della chiusura in spazi ristretti e orizzonti chiusi e angusti.

L’autoreferenzialità porta a ripiegarci su noi stessi e contagia le persone, i popoli e le culture, anche noi credenti: non di rado appariamo senza idee, senza parole, senza azioni che riaprano i cuori al senso della destinazione dell’esistenza nostra e del mondo.

Come Maria troviamo forza facendo nostra la visione di Dio che si fa uomo per iniziare il suo Regno di amore, che sarà di tutto il popolo.

La rassegnazione a un mondo ingiusto non è l’effetto – che ora diventa particolarmente visibile – di una certa depressione escatologica che affligge lo stesso cristianesimo?

Il mistero dell’Assunta ci ri-apre al cielo della nostra destinazione. Mercoledì scorso il Papa, riferendosi proprio alla nostra destinazione finale, ha affermato con efficacia: «Il meglio deve ancora venire».

Il cielo – che pure pensiamo pieno di santi rimane forse povero di Vita. E quindi poco attrattivo.

Gesù quando parla del Regno lo descrive come un pranzo di nozze, una festa con gli amici, il lavoro che rende perfetta la casa, le sorprese che rendono il raccolto più ricco della semina.

Tutto ciò lo iniziamo già sulla terra. Con il "sì" di Maria a divenire la madre del Figlio.

Con il nostro sì a farlo nascere e crescere in noi. Il Signore è «nato da Donna», scrive l’Apostolo.

Come ogni essere umano: certo, la sua destinazione è il grembo di Dio; ma il rispetto per la qualità spirituale del grembo che l’ha portato da Dio a noi è la discriminante della qualità umana della nostra esistenza.

La donna comunica al corpo umano la sua sensibilità spirituale, fin dal concepimento, fin dalla gestazione. La donna che diventa madre non è una donna violata, consumata, di seconda scelta.

La maternità deve apparire – ed essere trattata – come un valore aggiunto dell’autodeterminazione femminile, non come un uso e un abuso che le fa perdere valore.

La società civile, la politica e tutta la comunità cristiana debbono impegnarsi a riconoscere il prestigio della maternità e il valore che la natalità rappresenta per i nostri tempi e per il Paese di cui siamo cittadini e cittadine.

L’Assunta è Vergine e Madre, senza pregiudizio di entrambe. Il riscatto dall’attuale depressione escatologica della vita cristiana (e dell’umano che ci è comune) incomincia forse proprio da qui: da una madre che, proprio perché umile, ha saputo dire di sé: «grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente».

Il nostro Paese – il mondo – ha sempre più bisogno di grandi visioni e di uomini e donne umili che se ne lasciano appassionare e non hanno paura di donare la vita per trovarla.

*Presidente CEI