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venerdì 22 maggio 2026

IL TERRORE DELLA FINE

 


 'Solo la cura 

ci salva 

dal terrore

 della nostra fine'

 


 L’uomo è sempre impegnato a rimuovere il pensiero della morte e persino la guerra è una estremizzazione di questo tentativo vano

 Ma per non avere paura l’unico antidoto

 è una solidarietà più forte.

-         di Massimo Recalcati 

Nessun altro tempo come il nostro, dopo la tragedia immane della Seconda guerra mondiale, ha sollevato con così grande angoscia il tema della salvezza. Ne usciremo vivi? E come? Sono domande che ricorrono e che non smettiamo di porci dimenticandoci però che nessuno di noi ne potrà davvero uscire vivo. L’essere umano è, infatti, destinato a finire nella polvere dalla quale proviene. È una verità inappellabile che si trova pronunciata anche dal testo biblico per bocca di Qohèlet

Se anche ai conflitti più aspri e irragionevoli, alla precarietà e al disagio sociale, alla crisi economica si potrebbero trovare delle soluzioni possibili, resta il fatto inamovibile che nessuno potrà uscirne vivo da quaggiù: la polvere che noi siamo ritornerà irreversibilmente alla polvere. Il punto è che questa verità viene costantemente rimossa dagli esseri umani. 

Anzi si potrebbe dire che l’uomo non sia solo un animale mortale – cosciente, come tale, diversamente dagli altri animali, della necessità della sua fine -, ma che sia un animale mortale costantemente impegnato nella rimozione individuale e collettiva del reale della morte. Solo la malattia e la sofferenza gli ricordano questo reale dalla cui presa vorrebbe sfuggire o semplicemente dimenticare. Altrimenti gli esseri umani dedicano il loro tempo ad occultare questo trauma. Lo fanno inventando filosofie o religioni come se fossero dei rimedi, provando a distrarsi in ogni modo, nel divertissement di ogni genere, nel culto igienista del proprio corpo sempre in forma, nel rifarlo attraverso la chirurgia estetica per scongiurare i segni del suo decadimento, nelle passioni più diverse che sembra mettano tra parentesi, seppur momentaneamente, la nostra fine, nell’immaginare le voci nell’aldilà, nel sacrificarsi senza riserve per il proprio lavoro o per i propri ideali. Ma il modo più inverosimile e al tempo stesso drammaticamente più umano per stornare il pensiero della morte è quello dell’ammazzarsi reciprocamente. Può accadere per diverse ragioni. Per puro prestigio, per denaro, per sete di potere. La storia degli uomini è la storia delle loro continue guerre. 

Siamo solo una “masnada di assassini” dichiarava senza speranza Freud di fronte alla tragedia della Prima guerra mondiale. Nessuna vicenda come quella della guerra rivela la stoltezza più profonda dell’umano. La guerra sposta sul nemico l’angoscia collettiva di fronte alla nostra fine? Si tratterebbe, come teorizzava già Franco Fornari, del rigetto paranoico del lutto. Anziché confrontarsi con l’ineluttabilità della nostra morte si dà la morte a qualcun altro. E se provassimo invece a cambiare il nostro modo di vedere le cose? Se provassimo a vedere nel carattere inaggirabile della morte quello che ci unisce come umani non potremmo trovare proprio in questo trauma il fondamento più sincero di una possibile fratellanza o sorellanza? Non sarebbe questo il più vero magistero di Giobbe? Ricordiamo la sua vicenda. Egli è l’uomo giusto che il Dio biblico vuole mettere alla prova togliendogli tutto. La sua fede resisterà o sarà spazzata via lasciando il posto al risentimento e alla rivendicazione? Troppo facile credere che la rettitudine sia sempre premiata con la fortuna. 

Proviamo invece a smuovere le cose, pensa il suo Dio sollecitato dal demonio. Proviamo a vedere come l’uomo giusto reagisce di fronte alla perdita, alla malattia e alla caduta. 

Proviamo a vedere cosa accade se ogni forma di giustizia retributiva venisse scossa alle sue fondamenta. La fede può resistere di fronte all’ingiustizia e all’insensatezza del dolore? Ma se davvero provassimo a prendere sul serio la lezione di Giobbe non ci perderemmo nella lotta fratricida dell’uno contro l’altro, se ci ricordassimo insieme a lui della polvere che portiamo nella nostra carne non rigonfieremmo il petto della superbia e dell’insulto, della aggressione e della costante imputazione rivolta verso l’altro. Se ci ricordassimo di Giobbe potremmo trovare forse davvero una via di salvezza. Non quella che rimuove la morte ma, al contrario, quella che il riconoscimento della nostra morte potrebbe rendere possibile. 

Si rilegga in questa luce anche La peste di Camus. In gioco non è come ritenne ingiustamente Sartre nella sua lettura una “morale da crocerossina”, ma un’etica della misericordia che riguarda il riconoscimento di chi cade come nostro fratello e nostra sorella. Il disprezzo aristocratico nei confronti di quest’etica non considera che la nostra destinazione mortale ci rende tutti bisognosi di cura, che senza la presenza dell’altro saremmo già polvere ancora prima di morire. Lo dichiara ancora una volta Qohelet: «guai a chi cade ed è solo!». Se tutto è un “soffio”, se la vita è una breve corsa sotto al sole, non dovremmo credere meno alla guerra? Se riconoscessimo davvero il nostro comune destino mortale potremmo davvero essere fratelli e sorelle. Mentre la pulsione di morte che domina la spinta alla guerra conduce verso la distruzione di ogni legame nel nome dell’Uno contro l’Altro, ricordarsi della nostra polvere dovrebbe mostrarci quanto la nostra vita dipenda dall’esistenza di questi legami, quanto il tempo sempre breve che ci resta da vivere meriterebbe di essere dedicato a qualcosa di più grande che non alla spinta a distruggere. Di fronte alla tragedia della peste gli uomini descritti da Camus si riconoscono fratelli e sorelle rispetto all’assurdità del male che li colpisce. Solo non dimenticare la nostra polvere potrebbe salvarci se non dalla morte almeno dall’orrore dalla guerra di tutti contro tutti. 

La Repubblica 

Alzogliocchiversoilcielo

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mercoledì 20 maggio 2026

I NOSTRI PUNTI CIECHI

 


 Talvolta non riusciamo a vedere

 i nostri limiti e vi restiamo impantanati. 

Ma c’è una buona notizia: 

insieme al Signore possiamo resistere.





di Mariapia Veladiano *

 

Ci sono dei punti ciechi nella nostra vita. La Bibbia lo ha scritto tante volte. Davide, che pure è un grande re, non vede il suo peccato. Ha circuito Betsabea, ha fatto morire suo marito Uria eppure si indigna, sinceramente a quanto possiamo leggere, quando il profeta Natan gli pone il caso di un uomo che si comporta come lui. Davide non vede se stesso. Proprio non si vede. In Matteo 7, Gesù mette in guardia dall’ipocrisia di chi osserva la pagliuzza nell’occhio di chi ha davanti e non vede la trave che oscura la sua vista. E ancora più drammatico è Giovanni 8, nel quale viene narrato l’episodio dell’adultera, dove questa cecità (collettiva, di un gruppo socialmente accreditato) sta portando alla morte di una donna. Cecità che uccide. E solo il brusco rovesciamento dello sguardo (un selfie dell’anima, potremmo dire) che Gesù regala con semplicità disarmante a scribi e farisei riesce a ripristinare la verità e a salvare la vita. E permette a tutti, da allora fino a noi oggi, di capire l’enormità che si sta commettendo. 

A volte ci sembra di vedere bene il mondo, ma invece non è così, crediamo di vederlo ma abbiamo la trave davanti. La paura? Il pregiudizio? Il buon nome? Quello che pensiamo essere il bene della Chiesa? Serve un percorso intimo, una volontà di sé, un voler davvero capire. Non c’è niente di più difficile del mettersi in discussione, soprattutto quando si è adulti. I ragazzi invece ci riescono. Chi ha abitato a lungo le aule ha visto quanto sia possibile cambiare, da giovani. Ragazzi e ragazze che arrivano già sfiduciati e disillusi riprendono fiducia in se stessi e si espandono, diventano curiosi del mondo e si spendono per cause che nemmeno «vedevano» prima. Ragazzi e ragazze che cambiano completamente il proprio pensiero rispetto ai ruoli famigliari e sociali. Un ragazzo di quarta liceo artistico, tornato da uno scambio culturale di quindici giorni in un Paese del Nord Europa, che in classe dice: «Nella famiglia che mi ospitava, padre madre e due bambini piccoli, la madre aveva un lavoro che la teneva fuori anche per qualche giorno, lui faceva tutto come una cosa nomale, cucinava, giocava con i bambini, li portava al nido, li faceva addormentare. Io ho capito che voglio essere così». Questo ragazzo si è visto nello specchio dell’altro, è cambiato. Forse aveva dei pregiudizi o forse no, forse semplicemente non aveva mai messo a fuoco il tema dei ruoli e avrebbe riprodotto in assoluta buona fede quello (unico) che conosceva. Ma ha scoperto una realtà nuova e questo lo ha trasformato profondamente. L’altro ci espande lo sguardo. Incontro folgorante. 

Il nostro spirito è conteso tra un trascorrere dei giorni rassicurante e conosciuto e invece un originario (cioè che è dentro di noi, nel punto più profondo del nostro essere persone) desiderio di un nuovo che ci orienti, sempre, ogni giorno, verso la vertiginosa possibilità di amare senza limiti. 

La nostra zona cieca non è (solo) rispetto al nostro universo morale ma è anche nei confronti di quel che ci circonda. Lo sguardo di un Dio che ci ama, tutti, che vede sempre il bene di noi e dell’altro, è per noi cristiani la buona notizia attraverso la quale guardare noi stessi e il mondo. A volte non sappiamo davvero che cosa fare, e allora scatta la nostra zona cieca. Rassicurante, come un recinto chiuso dentro il quale poter circoscrivere il bene e il male. 

La buona notizia è che tutti i recinti sono stati aperti e che al male possiamo, insieme al Signore, resistere.

«Messaggero di sant'Antonio»! 

*Mariapia Veladiano, scrittrice, laureata in filosofia e teologia, ha lavorato per più di trent’anni nella scuola, come insegnante e poi come preside. Collabora con la Repubblica e con la rivista Il Regno.

 

giovedì 29 gennaio 2026

LA SFIDA DELLA SPERANZA

 


In un tempo in cui il secolarismo determina una realtà dove l'uomo resta come riferimento veritativo e di senso, l'autore affronta le riflessioni sui temi fondamentali della nostra epoca, per confrontarsi sull'idea di uomo e su una comune grammatica dell'umano, che consenta di esercitare una competenza educativa efficace.

Tuttavia, è lecito parlare di un'epoca post-secolare, in quanto le religioni starebbero vivendo una fase di rinascita. 

Però più che un ritorno di Dio, ovvero di una religiosità dai toni pubblici, si evidenzia una religiosità fatta di una pluralità di forme de-istituzionalizzanti e legate alla preminenza dell'autonomia individuale nell'ambito della ricerca e delle pratiche spirituali.

 Nel libro l'autore offre approfondite riflessione per rispondere ad alcune domande: Come siamo passati dal coraggio di rischiare per il bene proprio e della società alla paura che ogni incertezza ci possa travolgere?

Cosa fa di noi dei soggetti umani? Cosa costituisce e fonda la nostra identità?

A quali fondamenti antropologici e pedagogici dovrebbero riferirsi adulti, genitori, insegnanti ed educatori, per guidare la crescita di ragazzi e giovani?

Questo libro nasce da un corso durato tre anni, per un complesso di ventuno lezioni, sette per ogni anno, indirizzato ai docenti delle diverse discipline, di ogni ordine e grado, organizzato dall’Associazione A.I.M.C. di Torino.

Il tema era: L’età secolare e le sue ricadute in ambito educativo.

 

La sfida della speranza nell'età secolare

di Fabio Rondano (Autore)

 Edizioni Ecogeses, 2026

sabato 17 gennaio 2026

IL RISCHIO DELLA PAURA

 

Una ragazza piangedopo aver deposto le loro candele nel punto in cui vengono portati fiori e lumini vicino al bar Le Constellation

Dopo la tragedia

 di Crans-Montana: 

«Cari genitori,
 
non abbiate paura della vita»


La tragedia di Crans-Montana rischia di spingerci, come genitori, in una paura di dimensioni tali da farci credere che l’unico modo per proteggere i nostri figli sia limitarne le uscite. 

Alberto Pellai: «Diventare grande è esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontarlo»


di Sara De Carli

 Una traumatizzazione collettiva in diretta, enorme. In cui morte e adolescenza – due termini che raramente stanno vicini – si sono saldati entro quella che è stata una tragedia generazionale. La strage di Crans-Montana, dove sono morti 40 ragazzi, di cui sei italiani e altri 121 sono stati feriti, ci riguarda da vicino: anche se quei ragazzi non li conoscevamo. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, nei giorni scorsi ha scritto che «la strage di Crans-Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo. Invece, l’unica cosa che ai nostri figli serve veramente è non smettere mai – noi adulti – di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro». Pellai nei suoi scritti parla spesso di un “allenamento alla vita” e di una crescita in cui la vita si impara passo dopo passo, affrontando le sfide e imparando a gestire il “guado” e l’ignoto.

Qual è il rischio che vede, dopo il dolore e il senso di immedesimazione che tutti abbiamo vissuto verso queste famiglie?

È una tragedia che ha generato una enorme traumatizzazione collettiva in diretta, molto simile a quel che è accaduto con le torri gemelle: per giorni abbiamo assistito impotenti a un evento terribile, su cui non abbiamo controllo, ci siamo identificati con le famiglie, abbiamo percepito un dolore enorme associato a una paura gigantesca. Tutto ciò che è imprevedibile nei genitori risuona e dà forma alla domanda “E adesso come lo proteggo mio figlio?”. Si tratta di una domanda fondamentale per un genitore, che ovviamente deve proteggere il figlio: ma se la abbiniamo ad una emozione divorante, usando questa emozione come filtro per le scelte del nostro progetto educativo, diventa un problema. Diventiamo impotenti, paralizzati e rendiamo impotenti e paralizzati anche i nostri figli. Rischiamo di concepire il mondo fuori come pieno di pericoli e a quel punto implicitamente o esplicitamente diciamo di non uscire fuori nel mondo, perché uscire vuol dire esporsi a pericoli di difficile controllo. Un’ora dopo aver scritto quell’articolo su Famiglia Cristiana, per dire, ho ricevuto il messaggio di una mamma che raccontava che suo figlio era appena andato al cinema, ma che prima di farlo uscire gli aveva fatto una serie di domande per verificare se sapeva come comportarsi nel caso in cui fosse scoppiato un incendio… Si rendeva conto di aver caricato il figlio di ansia. Non è sbagliato spiegare a un figlio come gestire un’emergenza: è sbagliato riversargli addosso, ogni volta che esce nel mondo, una paura che io genitore non so come gestire. “Uscire” fuori serve a esplorare il nuovo e l’ignoto, facendo i conti con la paura e la sorpresa. Ma se il mondo fuori è percepito e presentato come una trincea, l’assetto in cui muoversi diventa quello difensivo anziché quello esplorativo: un figlio a quel punto tenderà a fare sempre meno cose “fuori” e a rimanere nella comfort zone.

Che siamo una generazione di genitori tentati dall’iperprotezione non è una novità… aiutati anche dalla tecnologia.

È il tema grande della genitorialità del terzo millennio: l’iperprotezione, il controllo continuo, la geolocalizzazione dei figli. La tecnologia digitale ha fatto sì che il genitore di oggi pretenda che le uscite nel mondo dei figli adolescenti siano a rischio zero per i figli e ansia zero per sé. Ma questo non è possibile, significa pretendere di ribaltare il concetto di crescita. Inseguiamo il concetto di una crescita con ogni rischio previsto, gestito e prevenuto ma diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire. È chiaro che l’uscita nel “fuori” non deve essere un azzardo: bisogna avere una buona mappa dei rischi fase specifici che il figlio può affrontare.

Diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire

Quali strategie concrete possono aiutare noi genitori a gestire questa ansia, senza limitare eccessivamente la libertà dei figli?

Da una parte sapere che il livello di protezione che diamo ai nostri figli quando hanno 9 anni non è la stessa che dobbiamo dargli a 13 anni o a 19 anni: ci sono invece genitori geolocalizzatori nei confronti di figli universitari, che vivono a centinaia di km da casa. Il secondo tema è lavorare molto sulla dinamica della coppia: quando non c’erano gli strumenti digitali, di solito, quando un figlio usciva la sera c’era un genitore che stava in ansia e restava sveglio sul divano, ma l’altro dormiva. Uno dei due testimoniava che era possibile restare tranquilli. Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia.

Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia

In questi giorni abbiamo letto tante critiche ai comportamenti dei ragazzi, mentre è connaturale negli adolescenti non avere contezza del rischio: come mediare?

Molte delle cose che state scritte, dimostrano una gigantesca mancanza di empatia sui social. Detto questo, io penso che i ragazzi oggi siano poco allenati al principio di realtà. Questa permanenza enorme nel virtuale, che rende tutto apparentemente finto, ha disallenato la capacità di abitare la vita con uno sguardo attento e competente. La percezione del rischio è un passaggio fondamentale dalla prevenzione e il mondo adulto deve dotare i ragazzi di questa percezione. È anche vero, però, che non è un compito degli adolescenti percepire il rischio in un locale pubblico, dove paghi un biglietto per entrare: garantire la sicurezza, lì, toccava ad altri.

In questo momento di grande paura e incertezza, quale messaggio dare ai genitori che temono di non riuscire a proteggere i propri figli da tutto?

Lo dico da genitore di quattro figli: sento un dolore enorme per una tragedia che era prevenibile, ma questo non cambia di un centimetro il copione di come regolo l’autonomia dei miei figli, pur sapendo che ogni volta che escono di casa non ho nessuna garanzia che torneranno vivi. Tutto ciò che ritengo adeguato per il loro sviluppo e la loro crescita, continueranno ad avere il diritto di farlo.

E agli insegnanti e agli educatori, al di là del minuto di silenzio chiesto dal ministro Valditara?

Invito a lasciare uno spazio di decantazione dei vissuti emotivi: cosa hanno percepito, da quali emozioni sono abitati, cosa vuol dire fare memoria di un ragazzo che non c’è più. Farli lavorare sulle potenziali conseguenze che un fatto del genere può avere sulle loro vite, smantellare l’effetto di traumatizzazione indiretta, che non deve diventare un blocco nella loro fiducia nella vita, nell’uscire.

Paura e blocco: crede che questo sia un rischio concreto per i nostri figli, oltre che per noi genitori?

L’ansia e la depressione sono tratti molto frequenti negli adolescenti, molto più che in passato, anche per via del fatto che tutti noi siamo immersi in una narrazione quotidiana catastrofica. Ma questo evento tragico è stata la narrazione continuativa per giorni: è ovvio che sia entrato nel nostro qui e ora e abbia turbato tantissimo i ragazzi, anche perché ha parlato in modo massiccio di morte e di morte generazionale, mentre morte e adolescenza solitamente non stanno in associazione.

Foto di Marco Alpozzi /LaPresse

VITA

 

venerdì 2 gennaio 2026

SAPER RISCHIARE

 

 

"Senza rischi

 non si cresce, 

la paura di sbagliare 

sta spegnendo sogni,

 ambizioni e unicità"

 


La Redazione

 

Crepet riflette su rischio, ambizione e libertà in una società che educa alla prudenza e finisce per spegnere sogni e unicità.

Viviamo in una società frenetica, dove tutto scorre rapidamente davanti ai nostri occhi. Gli istanti si susseguono senza lasciare traccia e spesso perdiamo la capacità di cogliere il senso profondo di ciò che viviamo. Così anche le esperienze più importanti rischiano di trasformarsi in momenti passeggeri, privi di radici e di significato.

Questa difficoltà è aggravata da una crescente confusione attorno al concetto di libertà, sempre più spesso separato dalle idee di rischio e ambizione. Oggi esporsi, osare, mettersi in gioco viene percepito come qualcosa da evitare, piuttosto che come una possibilità di crescita. Su tali aspetti si sofferma, con particolare attenzione, il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, il quale esprime il suo pensiero in tal modo: "La tendenza diffusa a identificare «rischio» con «pericolo», «limite», mette in secondo piano «il rischio di non rischiare», non meno inquietante.

Anzi. In questo senso, vedo un parallelismo tra «rischio» e «felicità». Paradossalmente, ma non troppo, molti sono stati educati a pensare che nella vita non valga la pena di rischiare nemmeno per cercare la felicità”.  

Si diffonde così un messaggio implicito che invita a non osare, a restare nel gruppo, a non coltivare fino in fondo le proprie capacità. L’ambizione viene guardata con sospetto, come se rappresentasse un pericolo anziché una risorsa per la crescita personale. Si tratta di una vera e propria esortazione “a non osare, a rimanere nel mucchio, a non mostrare le proprie attitudini e capacità, a smussare perfino il proprio talento, a temere qualsiasi cosa richiami il concetto di ambizione”.

I genitori, in tale ambito, giocano un ruolo fondamentale e, in particolare, sono responsabili di aver trasmesso ai giovani un messaggio fortemente diseducativo e limitativo della crescita. Infatti, gli adolescenti sono ormai convinti che l'ambizione rappresenti una malattia mentale. Invero, "insegnare a un figlio adolescente che l'essere ambizioso significa essere mentalmente disturbato non è solo un atto di cattiveria, ma una dimostrazione di straordinario egoismo e cecità". Tuttavia, alcuni educatori, senza neppure accorgersene, incorrono in tali errori, dimenticando, secondo Crepet, che "l'esistenza stessa è un'ambizione. Occorrerebbe spiegare ai bambini che è nel coltivare desideri e aspirazioni che si costruisce la ricerca della felicità. Essi devono poter crescere pensando che la libertà conduce all'unica speranza che vale la pena di vivere: quella di contribuire a costruire un futuro migliore, per se stessi e non solo".

Insomma, è compito delle istituzioni scolastiche, e delle famiglie stesse, esortare i più giovani ad assumersi il rischio di vivere, e non farsi bastare la sopravvivenza, comprendendo che l'ambizione può esserne molla, motore, carburante e non limite.

“L’esistenza non è contenibile all’interno di un recinto, ma nasce costretta per diventare libera: dall’utero all’universo. Quindi è nel salto, nel gettarsi nel nuovo che è racchiuso il senso di ogni vita consapevole della propria unicità”, così come ci spiega molto accuratamente lo psichiatra.

Il noto sociologo Crepet sostiene, inoltre, che un bambino viene al mondo accanto ai propri genitori ma, successivamente, durante la crescita, si imbatte in una continua evoluzione, mettendosi a confronto con se stesso e con una serie di regole familiari, che lo condurranno all'età adulta, proprio attraverso il raggiungimento dei suoi obiettivi, da intendere quale "capacità di superare i limiti iniziali", non solo in senso fisico, ma come consapevolezza che attraverso il rischio e l'ambizione si possano realizzare i propri sogni ed i relativi progetti.

Dunque “oltrepassare i recinti di infanzia e adolescenza è l’atto magnifico che dovremmo augurare a chiunque stia per entrare nell’età adulta, anche quando non si può pretendere di sapere che cosa ci aspetti oltre le staccionate”.

Non si può non sottolineare, a tal proposito, come la maggior parte della popolazione ritenga che la ricerca della felicità sia molto onerosa, comportando fatica, sudore ed impegno quotidiano, laddove invece i moderni stereotipi si fondano su un assetto culturale del tutto opposto, secondo cui tutto dev'essere confortevole ed alla portata di mano, facilmente ottenibile.

Ciò determina, secondo Crepet, che la moderna popolazione sia per la maggior parte affetta da cherofobia poiché "convinta che, se si raggiunge un qualche grado di felicità, ci si espone a fragilità e a declino moraleOppure c'è chi pensa che la gioia debba essere gustata a misuratissimi sorsi, nell'illusione di farla durare più a lungo, senza sapere che così non si fa altro che allontanare...l'impulso istintivo". 

È necessario, dunque, attraverso l'azione sinergica della scuola e dei genitori, che i bambini, sin dall'infanzia vengano istruiti a non accettare pedissequamente ciò che la realtà propone, formando un proprio pensiero critico, personale, sempre attraverso il confronto ed il dialogo, senza timore dei limiti e dei sacrifici che ne derivano, ma nella consapevolezza che l'ambizione rappresenta una marcia in più, un motore di continua ricerca e scoperta della vera essenza della felicità.

Infatti, parte dell'umanità vive in una condizione di infelicità poiché "non ha imparato a essere libera, in quanto la libertà è una conquista ancora troppo recente e precaria".

“Alla fine, quel poco o quel tanto che si può avere nella vita bisogna comunque desiderarlo, imparare ad approntarlo dentro di sé come potenzialità, auspicio di una primavera speciale. C’è della fatica in tutto questo, forse anche una forma legittima di ansia, come quella del poeta davanti al foglio bianco di cui parla Borges, ma è lo sforzo che predispone alla luce della felicità”, attraverso tali parole conclude la sua significativa disamina Paolo Crepet.

 Ascuolaoggi


mercoledì 22 ottobre 2025

CERCASI PRUDENZA

 

Parola antica, spesso fraintesa, indica una dote molto diversa dalla cautela o dalla paura.

Non consiste nel ritirarsi, ma nel saper agire tenendo conto della complessità.




- di Mauro Magatti 


Sono ormai diversi anni che il mondo vive in uno stato di profondo disordine. È come se il mondo fosse entrato in una fase entropica: l’ordine non si rigenera più spontaneamente, le connessioni si moltiplicano ma non producono coesione, e le società oscillano tra paura e smarrimento. 

La sicurezza

In questo clima, non sorprende che la sicurezza appaia come il valore assoluto del nostro tempo: sicurezza sanitaria, energetica, digitale, militare, finanziaria. Si moltiplicano le richieste di protezione, i dispositivi di sorveglianza, le recinzioni fisiche e simboliche. Ogni minaccia, reale o percepita, diventa un argomento per restringere spazi di libertà, giustificare il controllo, consolidare il potere. 

La logica della sicurezza si fonda sulla paura dell’altro e sull’idea che il disordine possa essere neutralizzato solo erigendo barriere o rafforzando gli eserciti. Ma così facendo, ciò che si ottiene non è la pace, bensì una condizione di sospensione permanente: un equilibrio statico, difensivo, che congela la vita invece di permetterle di rigenerarsi. 

La sicurezza, intesa come eliminazione del rischio, porta infatti con sé una rinuncia all’azione. Se ogni passo può essere pericoloso, la risposta più ovvia è non muoversi affatto. Ma una società che non agisce, che vive soltanto per proteggersi, è destinata a implodere. L’azione, come ricordava Hannah Arendt, è la dimensione costitutiva dell’umano: essa apre il mondo, lo rinnova, lo fa esistere nel tempo. 

Quando l’azione viene sostituita dalla mera reazione, la storia si ferma e subentra la paralisi. Ecco perché la ricerca ossessiva di sicurezza, per quanto comprensibile, finisce per alimentare proprio quel disordine da cui vorrebbe difendere: perché immobilizza le energie vitali, spegne il desiderio, cancella la fiducia. 

La prudenza

In realtà, ciò di cui avremmo davvero bisogno è la prudenza — una parola antica, spesso fraintesa, che indica una virtù molto diversa dalla cautela o dalla paura. La prudenza (dal latino prudentia, derivato di providere, cioè “vedere prima”) non consiste nel ritirarsi, ma nel saper agire tenendo conto della complessità. È la capacità di discernere, di valutare le conseguenze, di pesare i diversi fattori in gioco senza ridurli a uno solo. 

Aristotele la considerava la virtù pratica per eccellenza, quella che permette di tradurre i principi etici nell’azione concreta, in situazioni incerte e mutevoli. La prudenza, dunque, è un sapere dell’agire, un’intelligenza incarnata, che riconosce i limiti e le possibilità del reale. 

A differenza della sicurezza, che cerca di abolire il rischio, la prudenza lo assume consapevolmente. Essa non nega l’incertezza del mondo, ma impara a navigarla. È la virtù di chi non si lascia paralizzare dalla paura, ma neppure si illude di poter dominare tutto con la tecnica o la forza. 

La prudenza non è la virtù del forte, ma del sapiente: di chi comprende che la vita è fragile e proprio per questo va custodita, non chiusa. Significa muoversi nel mondo con attenzione, ma anche con fiducia; riconoscere i pericoli, ma non rinunciare al futuro. 

La generatività

Oggi, in un’epoca dominata da algoritmi che calcolano ogni probabilità e da poteri che promettono protezione totale, riscoprire la prudenza è un atto politico e spirituale insieme. È riconoscere che il futuro non si costruisce evitando gli urti, ma affrontandoli con discernimento. L’idea di sicurezza tende a fissare il presente; la prudenza, al contrario, apre la via a un futuro che ancora non esiste. 

Chi è prudente non si limita a reagire: immagina, prevede, orienta. È capace di decisioni che non si basano solo sul calcolo, ma anche sulla misura, sull’equilibrio, sul rispetto della complessità vivente. In questo senso, la prudenza è la virtù della generatività: di chi sa che ogni scelta comporta un rischio, ma anche la possibilità di dare vita al nuovo. 

Una società prudente non è una società chiusa in se stessa, bensì una società che impara a prendersi cura del proprio cammino, a pensare le conseguenze delle proprie azioni, a intrecciare la libertà con la responsabilità. Dove la sicurezza immobilizza, la prudenza mette in moto; dove la sicurezza chiude, la prudenza apre. La storia ci mostra che i momenti di grande trasformazione — come quello che stiamo vivendo — richiedono proprio questa virtù. 

Il discernimento

Nel disordine globale non servono nuovi muri né la corsa agli armamenti ma nuove forme di discernimento: la capacità di riconoscere ciò che vale, di distinguere l’essenziale dal superfluo, di comporre differenze invece di cancellarle. Prudenza significa, in fondo, fare spazio all’intelligenza del limite, contro l’illusione di onnipotenza. 

È la virtù che permette di abitare il mondo senza distruggerlo, di agire senza devastare, di scegliere senza temere. Oggi più che mai abbiamo bisogno di una prudenza capace di diventare cultura collettiva. Nelle istituzioni, nella politica, nell’economia, nella vita quotidiana. Una prudenza che non sia solo individuale, ma civile, condivisa: che aiuti a tenere insieme libertà e responsabilità, innovazione e custodia, sicurezza e apertura. Solo così potremo uscire dal disordine non rifugiandoci nel controllo, ma ritrovando il senso dell’azione umana.

 

Avvenire 

venerdì 10 ottobre 2025

LA PAURA DELLA SOLITUDINE

 



I ragazzi oggi hanno bisogno più che mai di sapere se c’è qualcuno che li ama (li vuole al mondo, si impegna per il loro esserci) così come sono e non così come il mondo li vuole




- di Riccardo D'Avenia   


Ho chiesto ai miei studenti la loro paura più grande. La maggioranza ha risposto: rimanere soli. Un timore connaturato all’uomo, ma che stupisce nell’epoca della condivisione costante. Sebbene iper-connessi siamo iper-slegati, e “social” non è sinonimo di relazione significativa ma di solitudine di massa. E questo perché l’unico modo per non sentirsi soli è il riconoscimento della propria unicità: volersi ed essere voluti al mondo come si è. Se ciò non accade non dipende dai social ma dalle relazioni primarie (personali, familiari, amicali). L’onlife, come Luciano Floridi (La quarta rivoluzione) definisce l’identità oggi, si sposta fuori dalla vita spirituale che è il luogo dell’amarsi e del sentirsi amati, e si affida a rappresentazioni (“Chi sono per te?” diventa “Chi sono online?”).

Ma se ad essere amata è la rappresentazione di me e non io, allora ci si sente soli anche in mezzo alla folla (o ai follower). Il concetto di auto-stima, oggi tanto diffuso, è l’ingannevole correttivo di questa mascherata, perché non può auto-amarsi chi non si sente amato, e non esiste doping spirituale per una identità relazionale come quella umana: l’io nasce e rinasce da un tu che ci fa sentire voluti. I social non possono darci l’amore, perché non arrivano al sé, possono darcene l’impressione, ma amata è la post-produzione che facciamo di noi, non noi. Figuriamoci per un ragazzo che sta cercando di dare alla luce il sé autentico e viene invece allenato a farsi “un profilo, cioè a identificarsi con l’ego voluto dal mondo. Questo alimenta la paura della solitudine. Che fare?

Il sé è una nascita graduale che richiede parti dolorosi. Quando mi è capitato di perdermi, sono riuscito a dare alla luce un sé più autentico solo rinunciando alle rappresentazioni rassicuranti dell’ego, compromessi d’amore che amore non erano, e ci sono riuscito grazie alla forza ricevuta da persone che non amavano quelle rappresentazioni, ma me: mi vogliono bene “a prescindere”, cioè per loro è un bene che io ci sia, a prescindere da cosa io rappresenti.

Ci accade come nel Cyrano de Bergerac di Rostand in cui il protagonista, innamorato di Rossana, non ha il coraggio di dichiararsi a causa della bruttezza del suo volto deturpato da un naso gigantesco, e si limita a prestare le parole del corteggiamento al giovane spasimante di lei, Cristiano, bello quanto vuoto. Cristiano è come il profilo social di Cyrano. A un certo punto Cyrano, nella scena memorabile in cui, nascosto, detta le parole d’amore a Cristiano, fa chiedere alla donna: “Mi ameresti anche se fossi orrendo?”. Tradotto: anche se fossi me stesso?

Ecco il punto: i ragazzi oggi hanno bisogno più che mai di sapere se c’è qualcuno che li ama (li vuole al mondo, si impegna per il loro esserci) così come sono e non così come il mondo li vuole. A quell’età poi ci si sente brutti non tanto o non solo per l’aspetto fisico in trasformazione, ma perché, messi da parte i genitori, ci si scopre “soli”, cioè unici, ma si teme che questa unicità non interessi a nessuno là fuori. E così si cerca approvazione (non amore) ovunque, anche a costo di vendersi, tradirsi, nascondersi. La paura di rimanere soli non è la paura di non trovare qualcuno, ma di non essere “belli” abbastanza perché qualcuno ami proprio noi, anche perché l’unicità, scambiata per “farsi vedere”, è fatta proprio di ciò che nascondiamo: i nostri limiti. In una cultura della performance, auto-promozione e post-produzione di se stessi, si teme di non essere amabili e farsi amare diventa un lavoro. Tutti i ragazzi sono generati biologicamente ma pochi spiritualmente, cioè non riescono a contattare il sé, quel nucleo della persona che non è frutto di costruzioni, prestazioni, risultati, ma che si scopre e si abita se è amato gratuitamente, a prescindere da qualsiasi risultato.

La domanda di Cyrano è la domanda di tutti: “Posso essere amato anche se sono brutto?”, dove “brutto” non è estetica ma la verità di chi io sono, l’unicità dei miei limiti. I social che parlano il linguaggio del mondo, cioè dove gli umani ricevono attenzione solo perché se lo meritano o perché ti seducono, non possono nutrire la vita spirituale, che è vita amata gratuitamente. Nessuno di noi si è dato la vita e quindi per sentirsi amato ha bisogno di sapere che quella vita è stata voluta a prescindere da tutto (per questo i ragazzi adottati hanno la cosiddetta ferita dell’origine e prima o poi vanno alla ricerca dei genitori biologici, per sapere quella verità oscurata dal fatto di essere stati “abbandonati”). Ma un amore che ci ama anche “brutti”, che ci vuole esistenti a prescindere è una chimera? No, se il poeta può così testimoniare della sua amata: “Possesso di me tu mi davi, dandoti a me” (Pedro Salinas, La voce a te dovuta). Ecco la vita spirituale: il possesso di sé che nasce dall’amore gratuito.

Questo amore è stato da sempre ritenuto “divino” da noi umani perché noi non riusciamo ad amare così, eppure si dà anche nel quotidiano quando qualcosa o qualcuno smette di farmi sentire un mezzo e mi rende un fine: “sei il fine e quindi la fine del mondo!”. Può accadere in un bosco, in un quadro, in un angolo di città, in un volto, in una carezza, in una parola… insomma in tutte quelle situazioni in cui cose e persone non “si aspettano” nulla ma “ci aspettano”, lasciano “in pace” (danno pace al-) la nostra alterità (unicità), non ci manipolano, non ci rendono oggetti ma soggetti, ci rendono liberi, in ultima istanza ci testimoniano un amore che ci vuole esistenti, a prescindere da quanto siamo belli e bravi. Questo amore è la vita vera, la vita che non muore, la vita eterna, l’unica realtà che vince la paura di rimanere soli. E se in noi troviamo questo desiderio, allora questo amore c’è, altrimenti non ne avremmo notizia o nostalgia. La paura della solitudine dei ragazzi si rivela per quello che è: desiderio di spogliarsi delle rappresentazioni con cui l’ego crede di meritarsi di esistere ed essere amato, per far nascere il sé, che è dove la vita limitata che abbiamo si sente amata a prescindere.

Abbiamo appena festeggiato San Francesco che comincia la sua vita nuova proprio da giovane, con un denudamento sulla pubblica piazza: rinuncia a tutte le finzioni dell’ego per abbracciare la vita vera, quella in cui tutti sono figli e quindi fratelli e sorelle, dal fuoco alla morte. Non fa altro che seguire la frase paradossale di Cristo secondo cui chi perde la vita la trova, cioè solo chi smette di nascondersi e si libera dalle illusioni d’amore trova l’amore. Cyrano, alla fatidica domanda sul poter essere amato anche brutto (convinto com’è che la sua vita sia tutta definita dal naso deforme) si sente rispondere da Rossana: «Ma certo! E ti amerei ancora di più». Solo quando mi vengono restituite amate le mie insufficienze, le cose di cui io stesso mi vergogno, allora mi sento amato, e la mia vita è in pace, perché è voluta sino alle sue fondamenta. La paura di rimanere soli di questa generazione non è altro che la ricerca dell’amore “a prescindere”, non sotto condizione, che Social, dio delle inesauribili aspettative e solitudini, non potrà mai dare.

Prof 2.0

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mercoledì 20 agosto 2025

SPEGNI LA SCIMMIA


 ESCI DAL CIRCOLO 

DI ANSIA E PAURA 

PER TROVARE LA FELICITA'


Vi sembra di vivere respirando ansia? Prendere decisioni vi tiene svegli la notte? Vi arrovellate continuamente e vi sentite responsabili per tutto? Controllate cento volte se avete chiuso la porta? Persino il relax pare che vi stressi?

Non siete soli: sono condizioni che condividono più della metà dei nostri connazionali, tutti ostaggio della mente scimmia.

Si tratta di un concetto millenario che indica quella piccola parte del nostro cervello che reagisce istintivamente in caso di pericolo o minaccia.

La mente scimmia non ragiona, non media, non valuta: il suo scopo è salvarci la vita. Il problema è che, nelle persone ansiose, è sempre in allerta, anche in mancanza di grandi e veri pericoli. Il tizio che ci passa davanti al supermercato, il figlio che non risponde a un messaggio o la carica di un orso inferocito sono motivi ugualmente validi per far scattare l’allarme.

Come una scimmietta, è perennemente in movimento, vigile, sospettosa. E noi con lei, 24 ore su 24.

Ma, come spiega la nota psicoterapeuta Jennifer Shannon, uscire dal ciclo dell’ansia e dello stress è possibile. Con un approccio chiaro e scorrevole ed esplicative illustrazioni di supporto, questo illuminante manuale ispirato alla terapia cognitivo-comportamentale insegna innanzitutto a tenere a bada i tre cibi di cui la mente scimmia è ghiotta, che sono alla base di ogni forma di ansia: intolleranza all’incertezza, perfezionismo, iper-responsabilità.

Una volta trovato l’interruttore per spegnere la scimmia, non ci sono limiti a quanto la nostra vita possa ampliarsi e a quanta pace e felicità possano trovare spazio dentro di noi.

Spegni la scimmia. Esci dal circolo di ansia e paura per ritrovare la felicità 

di Jennifer Shannon (Autore), Francesca Sassi (Traduttore)

Libreria Pienogiorno, 2025

 

lunedì 16 giugno 2025

IL NEMICO


 “Nel tempo della paura e delle guerre,

l'altro non è mai il nemico”


- di Mauro Magatti

Il periodo storico successivo alle tragedie della prima parte del XX secolo ci aveva fatto credere che l’umanità si fosse finalmente emancipata dalla necessità di ricercare nel volto dell’altro un nemico da combattere.
Che il pluralismo fosse ormai un fatto acquisito.
Che chi è diverso – per cultura, genere, lingua, religione, posizione sociale, visione del mondo – potesse essere parte, a pieno titolo, della vita comune.
I fatti di questi ultimi anni e giorni (dopo l’Ucraina e Gaza, l’escalation Israele-Iran, quello che sta accadendo in California e in Irlanda) ci costringono a prendere atto che le cose sono più complicate.
Non stiamo andando verso un mondo più capace di inclusione, comprensione e coesistenza.
Al contrario, si assiste a un lento arretramento del riconoscimento dell’altro.
L’alterità, lungi dall’essere accolta, viene sempre più percepita come una minaccia.
I segnali sono così numerosi e diffusi che non è più possibile ignorarli.
La partner che delude le aspettative si trasforma nell’ostacolo alla nostra autorealizzazione.
Fino al punto in alcuni casi di essere uccisa.
Lo straniero che cerca rifugio è trattato come un invasore.
Il diverso è percepito come un errore da correggere.
Il Paese limitrofo diventa terreno di conquista.
Al di là della scala, la dinamica è sempre la stessa: prima l’altro è allontanato, poi opacizzato, infine privato del volto e della parola.
Ridotto a oggetto da classificare, a pericolo da sradicare.
E, infine, a nemico da combattere.
In una società sempre più frammentata, ad aumentare è l’intolleranza.
Nella sfera pubblica, le posizioni si polarizzano, il linguaggio si fa bellico, le categorie si irrigidiscono.
Le differenze non sono più occasione di confronto ma trincee da difendere.
E a peggiorare le cose ci sono anche le piattaforme digitali che favoriscono nuove forme di tribalismo e chiusura.
Viviamo in un paradigma culturale che ci induce a difendere a ogni costo la nostra/mia zolla di benessere, potere o identità.
Ogni cambiamento, ogni segnale di trasformazione, ogni imprevisto viene percepito come una minaccia.
Al punto che si vanno perdendo persino le competenze necessarie per gestire la relazione complessa con l’altro concreto.
Stiamo scivolando lungo un piano inclinato, con un esito incerto.
Tuttavia, non è troppo tardi per invertire la rotta, a condizione di prendere coscienza della situazione prima che peggiori ulteriormente, prima che la diffidenza e l’autoassoluzione rendano irreversibile il nostro isolamento.
Uscire da questa deriva richiede di riconoscere che l’altro non rappresenta un ostacolo al nostro benessere, ma una condizione imprescindibile della nostra umanità.
«Nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro», ha detto ieri papa Leone al termine dell’udienza giubilare.
Nessuno cresce, si realizza o diventa pienamente se stesso senza l’incontro, talvolta faticoso ma sempre trasformativo, con ciò che è diverso da sé.
Nessuna società è possibile senza l’esercizio, difficile ma entusiasmante, del dialogo e dell’incontro, che rigenera il tessuto sociale e culturale.
Fissati su un principio rigido di identità, perdiamo la bellezza della vita che deriva dall’incontrare, dall’ascoltare, dall’accogliere.
E non certo dall’erigere barriere per difendersi dal mondo intero.
«Torniamo a costruire ponti – ancora il Papa, ieri – dove oggi ci sono muri.
Apriamo porte, colleghiamo mondi e ci sarà speranza».
Indubbiamente, la relazione con l’altro comporta sempre un rischio.
La relazione è intrinsecamente esposta alla possibilità di ferita.
Pensare di poter sterilizzare questo rischio, significa impoverire la nostra stessa vita.
Che, ripiegandosi su di sé, finisce per appassire.
È pertanto necessario impegnarsi attivamente per promuovere una nuova cultura della coesistenza.
Non si tratta di una semplice tolleranza, che preserva lo status quo mantenendo le distanze, bensì di un’ospitalità reciproca, capace di generare legami, progetti condivisi e nuove narrazioni.
Questo principio si applica tanto alle comunità locali quanto alle istituzioni globali, alle famiglie, alle scuole, alle imprese, alla politica e alle religioni.
In una società in cui l’alterità diventa un problema, la cura inizia con il disarmo delle pretese assolute.
È fondamentale riconoscere che il mondo non ci appartiene, ma ci è stato affidato in comune, che la nostra identità è intrinsecamente relazionale e che la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel saper condividere spazi, tempi, risorse e aspirazioni con gli altri.
In definitiva, si tratta di scegliere che tipo di mondo vogliamo abitare: se rimanere intrappolati nella logica della zolla, ciascuno arroccato nel proprio recinto, facendo piazza pulita di tutto ciò che è fuori dai suoi schemi o se siamo disposti a costruire una nuova ecologia relazionale.
Solo riconoscendo il volto dell’altro possiamo ritrovare anche il nostro.