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venerdì 22 agosto 2025

IL DESERTO FIORIRA'

  

  MESSAGGIO

 DEL PAPA 

AL MEETING 

DI RIMINI

I deserti sono in genere luoghi scartati e ritenuti inadatti alla vita. Eppure, là dove sembra che nulla possa nascere, la Sacra Scrittura continuamente ritorna a narrare i passaggi di Dio. Nel deserto, anzitutto, nasce il suo popolo. È infatti soltanto in cammino fra le sue asperità che matura la scelta della libertà. Il Dio biblico – che osserva, ascolta, conosce le sofferenze dei suoi figli e scende a liberarli (cfr Es 3,7-8) – trasforma il deserto in un luogo di amore e di decisioni, lo fa fiorire come un giardino di speranza. I profeti lo ricordano come scenario di un fidanzamento, al quale ritornare ogni volta che il cuore si intiepidisce, per ricominciare dalla fedeltà di Dio (cfr Os 2,16). Monache e monaci, da millenni, abitano il deserto a nome di tutti noi, in rappresentanza dell’intera umanità, presso il Signore del silenzio e della vita.

Il Santo Padre ha apprezzato che una delle mostre caratterizzanti il Meeting di quest’anno sia dedicata alla testimonianza dei martiri di Algeria. In essi risplende la vocazione della Chiesa ad abitare il deserto in profonda comunione con l’intera umanità, superando i muri di diffidenza che contrappongono le religioni e le culture, nell’imitazione integrale del movimento di incarnazione e di donazione del Figlio di Dio. È questa via di presenza e di semplicità, di conoscenza e di “dialogo della vita” la vera strada della missione. Non un’auto-esibizione, nella contrapposizione delle identità, ma il dono di sé fino al martirio di chi adora giorno e notte, nella gioia e fra le tribolazioni, Gesù solo come Signore.

Non mancheranno, come è consuetudine, dialoghi tra cattolici di diverse sensibilità e con credenti di altre confessioni e non credenti. Sono importanti esercizi di ascolto, che preparano i “mattoni nuovi” con cui costruire quel futuro che già Dio ha in serbo per tutti, ma si dischiude solo accogliendoci l’un altro. Non possiamo più permetterci di resistere al Regno di Dio, che è un Regno di pace. E là dove i responsabili delle Istituzioni statali e internazionali sembrano non riuscire a far prevalere il diritto, la mediazione e il dialogo, le comunità religiose e la società civile devono osare la profezia. Significa lasciarsi sospingere nel deserto e vedere fin d’ora ciò che può nascere dalle macerie e da tanto, troppo dolore innocente. Papa Leone XIV ha raccomandato ai Vescovi italiani di «promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro». E ancora ci chiede: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa» (Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025).

Il Santo Padre, dunque, incoraggia a dare nome e forma al nuovo, perché fede, speranza e carità si traducano in una grande conversione culturale. L’amato Papa Francesco ci ha insegnato che «l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica» ( Evangelii gaudium, 198). Dio, infatti, ha scelto gli umili, i piccoli, i senza potere e, dal grembo della Vergine Maria, si è fatto uno di loro, per scrivere nella nostra storia la sua storia. Autentico realismo è, allora, quello che include chi «ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti» (Fratelli tutti, 215). Senza le vittime della storia, senza gli affamati e gli assetati di giustizia, senza gli operatori di pace, senza le vedove e gli orfani, senza i giovani e gli anziani, senza i migranti e i rifugiati, senza il grido di tutta la creazione non avremo mattoni nuovi. Continueremo a inseguire il sogno delirante di Babele, illudendoci che toccare il cielo e farsi un nome sia il solo modo umano di abitare la terra (cfr Gen 11,1-9). Dal principio, invece, negare le voci altrui e rinunciare a comprendersi sono esperienze fallimentari e disumanizzanti. Ad esse va opposta la pazienza dell’incontro con un Mistero sempre altro, di cui è segno la differenza di ciascuno.

Disarmata e disarmante, la presenza di cristiani nelle società contemporanee deve tradurre con competenza e immaginazione il Vangelo del Regno in forme di sviluppo alternative alle vie di crescita senza equità e sostenibilità. Per servire il Dio vivente va abbandonata l’idolatria del profitto che ha pesantemente compromesso la giustizia, la libertà di incontro e di scambio, la partecipazione di tutti al bene comune e infine la pace. Una fede che si estranei dalla desertificazione del mondo o che, indirettamente, contribuisca a tollerarla, non sarebbe più sequela di Gesù Cristo. La rivoluzione digitale in corso rischia di accentuare discriminazioni e conflitti: va dunque abitata con la creatività di chi, obbedendo allo Spirito Santo, non è più schiavo, ma figlio. Allora il deserto diventa un giardino e la “città di Dio”, preannunciata dai santi, trasfigura i nostri luoghi desolati.

Papa Leone invoca l’intercessione della Beata Vergine Maria, Stella del mattino, affinché sostenga l’impegno di ciascuno in comunione con i Pastori e le comunità ecclesiali in cui è inserito: «In sinergia con tutte le altre membra del Corpo di Cristo agiremo, allora, in armoniosa sintonia. Le sfide che l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il discernimento meno difficile. Se insieme obbediremo allo Spirito Santo!» (Omelia nella Veglia di Pentecoste con i Movimenti, le Associazioni e le Nuove Comunità, 7 giugno 2025)

www.vatican.va

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sabato 19 luglio 2025

IL CIELO IN UNA CLASSE

 

Il cielo in una classe”: intervista a Sarah Marie Chigioni, quando l’insegnamento diventa un atto d’amore

L’insegnamento come atto d’amore, la musica come strumento di ascolto, la fede come guida silenziosa: in Il cielo in una classeSarah Marie Chigioni apre le porte della sua esperienza come docente di musica, raccontando emozioni, sfide e piccoli miracoli quotidiani. Un’intervista intima che ci accompagna tra le righe del suo diario, dove ogni nota e ogni parola diventano occasione per crescere, credere e riscoprire la bellezza di educare.

Da dove nasce l’idea di scrivere un diario della sua esperienza come insegnante di musica?

Tenere un diario è una cosa che ho fatto fin da piccola perché ho sempre amato il potere delle parole. Amo molto parlare e scrivere è stato il passaggio successivo e naturale. Ho iniziato a scrivere i miei aneddoti scolastici inizialmente come lunghi messaggi e piccole riflessioni per i miei colleghi, poi è arrivata la collaborazione con la rivista online Donna Cattolica e da lì la voglia di organizzare i pensieri in un’unica raccolta.

Qual è stato l’episodio in classe che più l’ha segnata come educatrice?

Ci sarebbero mille ricordi, dalle mani appiccicaticce che ti tengono ancorata, agli occhi che si illuminano quando si lasciano guardare dentro. Difficile sceglierne uno ma forse tra i momenti che più mi hanno segnato vi è stata l’urgenza, durante le restrizioni in pandemia, dell’essere presenti e vivi, quotidianamente a cercare di trasudare una certezza che in fondo non si ha. Una palestra dello stare saldamente.

In che modo la sua formazione musicale ha influenzato il suo approccio all’insegnamento?

Questa è una risposta molto semplice da dare, perché sono una docente di musica. Si è soliti pensare che la formazione musicale renda facile il creare, suonare, riprodurre… quando la realtà dei fatti è che insegna a porsi in ascolto analitico, attivo, e al valore del silenzio.

Che ruolo ha la fede nel suo modo di vivere la professione docente?

Sono un po’ l’anti-Tommaso, che per credere ha avuto bisogno di vedere. Io ho imparato vedere perché ho creduto.

Cosa spera che i lettori portino con sé dopo aver letto “Il cielo in una classe”?

Questo mio libretto è pensato soprattutto per condividere, non certo per elargire grandi verità: attraversano le nostre vite centinaia di ragazzi, che in qualche modo ci diventano figli, siano generati da noi o no. Spero che chi mi legge sia genitore, sia insegnante e sia figlio e che possa cogliere tra le righe una chiave di lettura personale. “Perché, quando capisci che ciò  che studi parla di te, può essere galvanizzante, forza motrice, un sasso nello stagno.”

Sarah Marie Chigioni, IL CIELO IN UNA CLASSE, ed. Uomo Vivo

domenica 11 maggio 2025

LA PACE DI AGOSTINO

 

La pace di Agostino: non astrazione 

ma ordine e armonia viva nella società


 -         di PAOLA MULLER

-          La pace sia con tutti voi! È il saluto che papa Leone XIV, “figlio di sant’Agostino”, rivolge a ciascuno di noi. Nel mondo inquieto di oggi, dove la parola “pace” sembra spesso ridotta a slogan, il pensiero di sant’Agostino offre una bussola sorprendentemente attuale. Il cuore della sua proposta? Cristo. Non come semplice riferimento dottrinale, ma come centro vivo e pulsante da cui scaturiscono sia la pace che l’unità vera. Agostino non si accontenta di definizioni astratte. Non cerca un’idea di pace da libri di filosofia o da tavoli diplomatici. Per lui la pace è anzitutto una persona: Cristo.

È la pace “del Cristo risorto”, “disarmata e disarmante”, augurata dal Papa appena eletto. È nel crocefisso risorto che l’umanità trova la propria convergenza: In Illo uno unum (in quell’Uno siamo un’unica cosa) è il motto episcopale scelto da Leone XIV tratto dalle Enarrationes in Psalmos (127, 3). Nel mondo di Agostino – come nel nostro – la pace era minacciata da guerre, scismi, ingiustizie. Eppure, la sua visione non si ferma alla constatazione del male (“che non prevarrà!”). Anzi, propone un modo nuovo di concepire la pace: non come assenza di conflitto, ma come ordine nell’amore, armonia viva che coinvolge ogni parte della persona e della società.

Pax est tranquillitas ordinis ( De Civitate Dei, 19, 13), scrive: la pace è la tranquillità dell’ordine. Ma questo “ordine” non è statico né imposto, bensì frutto di una giustizia abitata dalla carità. Una pace attiva, vigilante, da costruire con impegno quotidiano. Agostino insegna che la pace che l’uomo desidera non è un’idea astratta, ma ha due volti, strettamente intrecciati: uno interiore, l’altro sociale. Da una parte c’è il bisogno profondo di equilibrio dentro di sé, dall’altra, c’è la necessità di rapporti giusti e armoniosi con gli altri, con la società, con il mondo stesso in cui viviamo. Non c’è pace nel cuore se il mondo attorno è lacerato, e non c’è pace tra gli uomini se i cuori sono inquieti. Le due dimensioni non si oppongono: si richiamano, si sorreggono a vicenda. E forse non è un caso che in un’epoca segnata da ansia, polarizzazione e insicurezza globale, anche la pace interiore sembri sfuggire di mano. Prima di diventare un programma politico o una conquista sociale, la pace deve essere coltivata dentro di sé. Non si tratta solo di tranquillità, ma di una forza attiva, che nasce dalla carità e dalla consapevolezza di essere amati.

Il dramma della pace

Per Agostino, il vero dramma della pace è che tutti la vogliono, ma ognuno la intende a modo suo, modellata sui propri desideri, interessi, valori. E così, ci si batte – perfino con la forza – non contro la pace, ma per “la propria” idea di pace. È qui che nasce il paradosso: proprio mentre tutti dicono di volerla, la pace diventa terreno di scontro. Ognuno è convinto di difendere quella giusta, quella universale, ma spesso si tratta solo di una visione parziale, esclusiva. Agostino lo dice con parole dure e vere: «Ogni uomo cerca la pace, anche facendo la guerra» ( Epistola 189, 6). Non perché si rifiuti il bene della pace, ma perché si impone la propria versione, ignorando quella degli altri. Il rischio? Trasformare il desiderio più alto dell’umanità – vivere in pace – nella sua più dolorosa delusione. Finché la pace non sarà un bene condiviso, sarà sempre una conquista incompiuta.

« E intanto abbiate la pace tra voi, fratelli. Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all'interno, il lume acceso» ( Discorso 357, 3). In una prospettiva che invita all’ascolto reciproco, alla corresponsabilità, alla comunione nella diversità, le parole di Agostino risuonano come un appello diretto alla sinodalità: prima di costruire strutture sinodali, occorre diventare uomini e donne di pace. Perché senza la pace del cuore, ogni dialogo rischia di diventare contesa, ogni confronto una divisione. La sinodalità, in fondo, è anche questo: mettersi in cammino insieme perché si è già in pace tra di noi. E se così non fosse, è proprio da lì che bisogna cominciare.

Un cuore riconciliato

È proprio da questo cuore riconciliato che nasce l’unità. Nella visione di Agostino, la Chiesa è il luogo dove questa unità prende forma concreta. Non come uniformità sterile, ma come comunione nella diversità: ogni membro ha un dono, un carisma, che serve non per se stesso, ma per il bene di tutti.

Questa visione ecclesiale è oggi provocatoria. In un’epoca segnata dall’individualismo e dall’autoreferenzialità, Agostino invita a pensare e vivere “al plurale”. Nella Chiesa, l’unità non significa uniformità; al contrario, è proprio la diversità dei doni a costruire una comunione viva e dinamica. Agostino lo aveva capito: la comunità ecclesiale è un corpo composto, fatto di membra diverse, ciascuna con la propria funzione, ciascuna necessaria al bene di tutte le altre. Ed è solo rimanendo uniti, condividendo questi doni, che il Corpo di Cristo può crescere e vivere in pienezza.

Reciprocità e collaborazione

È in questa logica di reciprocità e collaborazione che la Chiesa mostra il suo volto più autentico: un popolo plurale che cammina insieme, diverso ma unito, guidato dallo stesso Spirito. La Chiesa è infatti comunione: madre che genera, comunità che accoglie, spazio di partecipazione attiva. E il suo compito è far vedere al mondo che l’unità non è un’idea astratta, ma un’esperienza possibile, concreta, incarnata.

Non si può amare Cristo – ammonisce Agostino – senza amare la sua Chiesa. Per Agostino, la Chiesa non può chiudersi nel recinto dei “già convinti”, ma deve abitare il mondo con umiltà e profezia, camminando accanto a ogni uomo e ogni donna, con la certezza di portare un tesoro che non appartiene a lei, bensì a Cristo. Il suo compito è quello di essere segno visibile di unità e strumento di riconciliazione, in una società spesso frammentata, dove la divisione rischia di diventare normalità.

In cammino

In questo senso, il cammino sinodale assume un significato profondo: è un processo che invita la Chiesa a riscoprirsi come popolo in cammino, capace di accogliere, ascoltare, condividere. Una Chiesa che non seleziona chi includere, ma si lascia continuamente interrogare dal Vangelo e dalla storia. L’ecclesiologia agostiniana, che parla di una comunità “per tutti” e “con tutti”, richiama la Chiesa di oggi a superare ogni autoreferenzialità per diventare davvero casa aperta, madre accogliente, compagna di viaggio. La sua Cattolicità, dunque, non è un’etichetta da conservare, ma una vocazione da incarnare, giorno per giorno, attraverso l’impegno concreto per la pace, la giustizia, la solidarietà universale.

In un mondo attraversato da crisi globali e nuove povertà, la Chiesa sinodale agostiniana è quella che si fa prossima, che non divide il mondo tra “dentro” e “fuori”, ma lo ama tutto, perché tutto il mondo è il suo campo di missione. 

Una Chiesa davvero cattolica non si ritrae: cammina, accoglie, dialoga, serve. E proprio così resta fedele al mandato di Cristo.

 *Docente di Storia della Filosofia medievale Università Cattolica di Milano

www.avvenire.it

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giovedì 13 febbraio 2025

LA VITA CI RESPIRA

 


L’Autrice Sara Ongaro con questo suo ultimo libro “La vita ci respira. La spiritualità del quotidiano quando i tempi sono difficili” ci offre la sua esperienza a servizio di chi si interroga sul senso della “malattia” e delle difficoltà della vita proponendoci tracce di “guarigione” e di felicità.

Dalla vita concreta dell’autrice giunge l’invito ad accogliere ciò che non ci piace o consideriamo sbagliato, ciò che ci arriva di inatteso e di negativo: è un’occasione di comprensione più grande su di noi, sulla trasformazione che ci attende e che ci indica il sentiero migliore da percorrere. L’autrice rivendica che la fiducia nella dimensione benigna della vita non è fondata sulla fede in se stessi o in qualcuno di superiore, ma sull’esperienza di vita, senza sconti o nascondimenti di fronte a malattie e difficoltà. Anche il momento faticoso di oggi la porta semplicemente a concludere che sono proprio i tempi bui quelli in cui si può risplendere di più. Una rivoluzione ci attende ogni giorno.

“La spiritualità è dentro la vita quotidiana”: davvero questa evidenza emerge intensa non solo da una riga del testo di Sara Ongaro, ma da ogni pagina.


Un testo che scaturisce dalla “pratica” del vivere. La quale sembra aver insegnato all’Autrice innanzitutto una postura, che emerge fin dal primo scritto e permane fino alla fine: “stare immobili, rilassati, in equilibrio, con calma totale, radici salde”. (…) Stare fermi è in antitesi alle richieste sociali pressanti, performative, competitive: è stare con se stessi, in pace. (dalla Prefazione di Antonia Tronti)

 Sara Ongaro, LA VITA CI RESPIRA, Gabrielli Editore, 2024


mercoledì 18 dicembre 2024

ARMONIA PER SALVARE IL MONDO

 


 "L’armonia è la chiave per salvare il mondo, solo così possiamo sognare giustizia e bellezza"

-         


di  Vito Mancuso

 La leva dell’intelligenza ci ha innalzati come teorizzava Archimede, ma serve una fede a cui appoggiarsi. Filosofia, religione o politica offrono una soluzione a patto di non crederle immobili, perché nulla lo è.

Immaginatevi (com’è capitato a me) di dover esporre pubblicamente quale sia la vostra filosofia di vita, la vostra scala di valori, il punto di appoggio della vostra mente per orientarvi nel mondo: quale sia insomma il vostro “ubi consistam”. L’espressione latina è tratta dalla frase pronunciata da Archimede dopo aver scoperto il principio della leva: “Da ubi consistam et terram caelumque movebo”, “Datemi un punto d’appoggio e solleverò la terra e il cielo”. Qui però non è in gioco un punto di appoggio materiale, quanto piuttosto il punto di appoggio immateriale necessario alla coscienza per non smarrirsi nel labirinto della vita. Ebbene, come rispondereste? 

 Ad Archimede nessuno fu in grado di dare il punto di appoggio fisico richiesto e il mondo proseguì nel suo corso regolare. E fu proprio questa regolarità cosmica a costituire lungo i secoli il punto di appoggio mentale degli esseri umani. Così Shakespeare illustrava la situazione: “I cieli, i pianeti, e questa terra ch’è centro di ogni cosa, rispettano grado, priorità, rango, stabilità, corso, proporzione, tempo, forma, dovere e fedeltà col massimo rigore” (Troilo e Cressida, I,3). Su questa cosmologia si appoggiavano la religione e la politica, l’etica e l’estetica, producendo ciò che nella sua bellissima autobiografia intitolata “Il mondo di ieri” Stefan Zweig definiva “il mondo della sicurezza” … 

 Oggi le cose sono cambiate. La leva dell’intelligenza umana è effettivamente riuscita a sollevare il mondo come sognava Archimede. Da qui lo scardinamento dell’antica cosmologia, della religione, dell’ideologia politica, dell’etica, dell’estetica, della socialità. Tutto il mondo di ieri, oggi, non esiste più. Si trattava di un lavoro che andava fatto? Penso di sì, ma la conseguenza è che noi ora siamo rimasti privi di punti fermi che ci consentano di avere un terreno comune su cui costruire anche solo un minimo di comunità. Il mondo di ieri faceva pagare la sicurezza e l’unità conferite negando libertà e diritti dei singoli, il mondo di oggi assicura libertà e diritti ai singoli ma lo fa sgretolando i valori e generando solitudine e insicurezza. Siccome però il primo bisogno della mente è la sicurezza (avvertita più urgentemente anche della libertà), da tale insicurezza deriva un malessere generale il cui nome più preciso è: paura.

La paura conosce diverse gradazioni: preoccupazione, inquietudine, timore, agitazione, ansia, tremore, smarrimento, sgomento, spavento, fobia, orrore, panico, terrore. Ma una cosa è certa: essa si vince ritrovando sicurezza, e la sicurezza necessita di un punto fermo archimedeo su cui sollevare non dico il mondo, ma se stessi rispetto al mondo. Ovvero: datemi un punto fermo e mi solleverò dal mondo. E una volta lassù con la mia mente, il mondo mi farà meno paura e il mio respiro tornerà normale. Ma esiste un punto fermo a cui la mente si possa appoggiare? 

 L’atto di fede costituisce la posizione di un punto fermo per esercitare su di sé il movimento della leva. Ci si appoggia a quel punto e si solleva se stessi. Forse è la missione più importante della vita: sollevare se stessi e così vincere le proprie paure. 

Esattamente come scriveva Etty Hillesum: “In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità”. 

Solo dalla serenità interiore infatti scaturisce una vita autenticamente capace di bene, di giustizia, di vera bellezza. 

 Ma in che cosa avere fede? Qui il discorso si fa strettamente personale, si può avere infatti una fede religiosa, una fede filosofica, una fede politica o ancora di altro tipo. Un tempo si cercava il punto fermo in cui avere fede pensando che qualcosa (Dio, il partito, la scienza…) potesse essere immobile, o, teologicamente parlando, infallibile, poi però si è capito che in realtà nulla sta fermo e nessuno è infallibile. Anche quando siamo fermi, ci troviamo su un pianeta che gira su di sé a una velocità di 1700 km/h e che ruota attorno al sole alla velocità di centomila. Nei nostri corpi poi è tutto un continuo movimento: cellule che nascono, cellule che muoiono, microrganismi del nostro microbiota che ora combattono ora collaborano, e mille altri incontrollati processi. Nulla sta fermo fuori di noi, nulla sta fermo dentro di noi. Noi quindi oggi possiamo onestamente ottenere un punto d’appoggio per la nostra fede solo a condizione di non ricercare un punto fermo che sia immobile, perché non c’è nulla che lo sia (e se, ciononostante, lo facciamo, cadiamo nel dogmatismo e nella durezza ideologica). Un punto fermo si può dare solo a patto che non sia immobile: ecco la condizione per avere un punto di appoggio per noi postmoderni. 

 Per questo la mia fede, che riprendendo Jaspers definisco “fede filosofica”, è fede nell’armonia quale logica complessiva del mondo e della vita. Il mio punto fermo ma non immobile è dato dall’armonia e dalla sua ricerca. In tutto questo incessante mutamento che produce spaesamento io tento come posso con la mia vita e il mio lavoro di inserire in me e fuori di me energia positiva finalizzata alla costruzione di armonia. Più c’è armonia, più c’è vita sana: questa è la mia verità. 

 A proposito di verità, un giorno mi colpì il fatto che in latino il termine verità (veritas) ha la medesima radice del termine primavera (ver). Non credo sia una mera coincidenza. 

Anzi, a mio avviso questo legame tra verità e primavera attesta che originariamente il concetto di verità non aveva a che fare con la mera esattezza (verità scientifica) né con un’immutabile dottrina (verità religiosa), ma con il dinamismo naturale che fa fiorire e rifiorire la vita: cioè, con l’armonia in quanto capacità di aggregazione. Per questo, inoltre, il colore primaverile per eccellenza venne denominato “verde” (in latino virĭdis). 

Si tratta di un dato che va attentamente considerato: le radici della nostra lingua ci consegnano la radice “vr” connessa alla primavera e alla verità, la quale perciò non va intesa come formula o come dottrina, ma come energia e informazione che fa fiorire e rifiorire la natura. Come armonia. 

 Ora scusatemi, ma invito chi ha letto fin qui a pronunciare ad alta voce la radice “vr” di veritas; anzi, la seguente sequenza: “vr vr vr vr vr”. Non sentite come il suono di un motore che cerca di mettersi in moto? Che cos’è questo motore? Io credo che qui abbiamo a che fare con la riproduzione, intuita dalla mente archetipale, della vibrazione originaria dell’essere come motore che genera vita, dell’essere come energia. Energia etimologicamente significa “al lavoro”, in questo caso potremmo dire “in moto”. 

Mediante la radice vr la mente antica della nostra civiltà giunse a cogliere l’energia che mette in moto e produce lavoro e così a esprimere l’armonia. Noi siamo all’interno di questo processo e più saremo conformi alla sua logica relazionale servendone la fioritura, più a nostra volta fioriremo. Ecco il mio “ubi consistam”. 

 Il punto fermo ma non immobile dell’armonia quale logica profonda della vita è stato colto da tutte le grandi civiltà dell’antichità e denominato in vari modi tra cui “logos, dharma, tao, hochmà, maat”. Per me il nome più bello è “sophia”, e per questo vivo il mio “ubi consistam” come philo-sophia: come servizio amorevole della logica più profonda della vita.

 Alzogliocchiversoilcielo

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martedì 8 ottobre 2024

MA CHE MUSICA ?


Dai motivi che ascoltiamo

 dipendono le motivazioni che abbiamo


La musica incanta il mondo, per questo la teniamo accesa: se il «fondo» della vita tace ci vuole un «sottofondo». Nella vita, come nella musica, dai «motivi di fondo» dipendono le motivazioni.

 - di Alessandro D'Avenia

«Motivo», da motus, in italiano è infatti sia la ragione di qualcosa sia il tema di un brano: entrambi mettono in moto ciò che è fermo, «motivano». Mentre scrivo ho in sottofondo The logical song dei Supertramp, uscita nel 1979 e nata dall'esperienza scolastica del leader Roger Hodgson: «Sono stato al college per dieci anni e quando ne sono uscito avevo in mente mille domande: ora che diavolo mi succederà? Qual è il significato della mia vita? Mi chiedevo perché molte delle cose che mi avevano insegnato fossero per me prive di senso. Mi avevano insegnato a uniformarmi, essere presentabile e accettabile, tralasciando ciò che per me era invece fondamentale. Nessuno mi aveva mai detto chi io fossi o quale fosse il significato della mia esistenza». Capita a tanti ragazzi di uscire da più di un decennio di scuola con la testa piena di istruzioni per funzionare ma senza un «motivo» per esistere, come sottolinea Hodgson: «Passiamo dall'innocenza e dalla meraviglia dell'infanzia alla confusione dell'adolescenza, che spesso finisce nella disillusione in età adulta e molti passano la vita cercando di tornare a quell'innocenza». Si può evitare di vivere tra disillusione e nostalgia?

 La canzone dei Supertramp, come la seconda parte di Another brick in the wall uscita poco dopo, criticava l'istruzione ma in modo diverso dai Pink Floyd. Si apre con un ricordo: «Quando ero bambino, la vita sembrava meravigliosa/ un miracolo, era bella, magica/ e tutti gli uccelli sugli alberi cantavano allegramente/ gioiosamente, scherzosamente mentre mi guardavano». Non abbiamo ancora ben capito perché gli uccelli cantino, i «motivi» funzionali alla specie non bastano. E questo perché la bellezza spesso è grazia: non ha una ragione ma dà una ragione, non ha un motivo ma dà un motivo. Ciò che conta allora non è tanto perché gli uccelli cantino ma che il loro canto sia così bello. L'adulto infatti ne ricorda l'in-canto, ora che vive nel dis-incanto. I genitori di quel bambino avevano divorziato e lui era stato spedito in collegio dove i «motivi di fondo» erano altri, come dice il brano: «Mi mandarono lontano per insegnarmi a esser ragionevole/ lineare, responsabile, pratico/ e poi mi mostrarono un mondo nel quale essere affidabile/ freddo, razionale, cinico».

 La scuola, invece di essere luogo in cui custodire e far eco al canto degli uccelli, allenando l'attenzione verso ciò che è vivo (bello, vero, giusto) per imparare a prendersene cura, si rivela un centro di addestramento per funzionare e sopravvivere. Quel bambino cresce «de-motivato», ma rimane in lui un'insopprimibile sete di senso, come rivela l'apertura sognante ma addolorata del ritornello: «A volte però quando tutto il mondo dorme/ le domande scavano troppo per un uomo così modesto./ Vi dispiacerebbe per favore dirmi che cosa abbiamo imparato?/ Sembra folle,/ ma, per favore, ditemi chi sono».

 Il dolore salva solo se diventa un'avventura di ritorno a casa. Quanto dolore, fisico e psichico, nei ragazzi viene interpretato come un problema da risolvere perché tornino presto a funzionare, quando invece è il sintomo di una vita che chiede di guarire anche in noi. Se il sintomo è il cibo, è nel rapporto con il mondo che manca pace, se il sintomo è una ferita autoinferta, è nel rapporto con il mondo che manca pace, se il sintomo è tristezza, è nel rapporto con il mondo che manca pace, se il sintomo è una dipendenza, è nel rapporto con il mondo che manca pace. La pace era nel canto perduto degli uccelli rivolto al bambino, perché solo se il mondo ci guarda allora ci ri-guarda e ne avremo poi ri-guardo, che è restituzione dello sguardo, in un gioco circolare che crea appunto un “mondo” (insieme di relazioni), dove non c'è questo cerchio di pace si dà semplicemente un «intorno» insensato, indifferente e pericoloso.

 E infatti per dominarlo veniamo addestrati a funzionare, rispettando standard e ottenendo risultati sempre migliori: «Ti vorremmo gradevole/ rispettabile, presentabile: vegetale/. Dai, dai, dai!».

 La vita è uniformità e carriera, l'ansia è il giusto prezzo da pagare. Segue un assolo ribelle di sassofono, che poi arricchisce il successivo ritornello insieme a inserti corali: è il dolore solitario di molti nella stessa notte cantata poco prima. Dolore e paura affiorano di nuovo non più sovrastati dal rumore della frenesia, della distrazione, dello stordimento: «Per favore ditemi che cosa abbiamo imparato./ Mi sentite? So che sembra folle/ ma per favore ditemi chi sono, chi sono, chi sono, chi sono...». Eppure il ragazzo «funzionava»: «E io che mi sentivo così lineare/ digitale», aggettivo che nel 1979 era seguito dal suono di un videogioco dei primordi, ironicamente e profeticamente inserito nella canzone...

 Nel 2012 il 62enne Hodgson ritornava sul motivo della canzone: «Avevo 29 anni quando l'ho scritta, cercavo risposte. La domanda bruciante era: ‘per favore, dimmi chi sono’. Adesso non ho ancora tutte le risposte, ma sapevo che c'era qualcosa di più profondo là fuori: un luogo di pace. E alla fine l'ho trovato».

 L'innocenza non è nell'età né in una illusoria proiezione nell'infanzia, ma è pace nel cuore, qui e ora, connessione piena - non solo digitale ma carnale - con la vita che, facendoci sentire «parte del mondo», ci «motiva» a fare la nostra «parte nel mondo». Dove si trova questo «motivo di pace»? Di certo non dove la domanda «chi sono?» viene ignorata: «Chi sei non è in programma. Siamo già in ritardo sulla marcia. Ti diciamo noi come funziona», scuole di sopravvivenza da cui si esce «armati» più che «amati», funzionari de-motivati più che cercatori motivati.

 Dobbiamo invece frequentare luoghi in cui la risposta suona «Ti aspettavamo: siediti e raccontaci la tua storia. Prenditi il tempo che ti serve, noi poi ti racconteremo come è andata ad altri che avevano la tua stessa domanda”». Sarà a scuola, in famiglia, in un bosco, nell'amore, nell'amicizia... e in tutti i luoghi in cui ancora suona il «sottofondo», il «motivo» della vita, che comincerà poi a risuonare dentro di noi e che neanche il frastuono quotidiano potrà più strapparci, come mi accadde in un'istante eterno, uno di quelli in cui senti che il mondo è casa.

 Mi ero innamorato del concerto di un compositore e mentre ero in metropolitana, nella calca della folla e nel rumore di pensieri confusi, tipico dell'età in cui ti chiedi invano chi sei, tra paura del futuro e insoddisfazione del presente, si è fatta largo una luce: quella musica ci sarà sempre per me. A questa bellezza io potrò tornare ogni volta che vorrò. Avrò sempre un «motivo» di gioia e ne farò un motivo di vita: provare, nel mio piccolo, a fare altrettanto.

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giovedì 5 settembre 2024

DICHIARAZIONE DI ISTIQLAL

 


Dichiarazione di Istiqlal: 

i credenti si impegnino a promuovere pace e dialogo

 Nell’incontro interreligioso alla Moschea Istiqlal di Jakarta firmata dal Papa e il Grande Imam una dichiarazione comune. Il documento si incentra sull’impegno di tutti i credenti contro la violenza e sul ruolo delle religioni per promuovere la pace e l’armonia

Vatican News

 Il nostro mondo sta affrontando due gravi crisi: “la disumanizzazione e il cambiamento climatico”. Muove da questa considerazione la Dichiarazione comune di Istiqlal 2024, documento che Papa Francesco e il Grand Imam, il prof. Nasaruddin Umar, firmano nel contesto dell’incontro interreligioso nella grande moschea di Jakarta. Nella Dichiarazione si constata con amarezza che “la religione sia spesso strumentalizzata” causando sofferenze a molti in un mondo sempre più segnato dalle violenze. Viene dunque ribadito che il ruolo delle religioni dovrebbe “includere la promozione e la salvaguardia della dignità di ogni vita umana” e non certo il suo contrario. Al tempo stesso si denuncia l’abuso del creato, della “nostra casa comune” con le “conseguenze distruttive come i disastri naturali” e il surriscaldamento del globo che rendono la crisi ambientale “un ostacolo alla convivenza armoniosa dei popoli”.

 La risposta delle religioni alle crisi del nostro tempo

La Dichiarazione indica dunque quali sono le risposte che le religioni, attraverso un impegno comune, possono dare a queste gravi crisi del nostro tempo. E rilevano che un contributo lo può offrire il “principio filosofico indonesiano della Pancasila”. Il Papa e il Grande Imam esortano a orientare i valori religiosi “alla promozione di una cultura di rispetto, dignità, compassione, riconciliazione e solidarietà fraterna per superare sia la disumanizzazione, sia la distruzione ambientale”. Un compito particolare, si legge nel documento, spetta ai responsabili religiosi che devono collaborare per il bene dell’umanità.

 Il dialogo interreligioso sia sempre più valorizzato

“Poiché esiste un’unica famiglia umana globale – afferma la Dichiarazione comune di Istiqlal – il dialogo interreligioso dovrebbe essere riconosciuto come uno strumento efficace per risolvere i conflitti locali, regionali e internazionali, soprattutto quelli provocati dall’abuso della religione”. Il documento si conclude dunque con l’invito a tutte le persone di buona volontà a “preservare l’integrità dell’ecosistema” per trasmettere le risorse ereditate alle generazioni future.


 

 


martedì 7 maggio 2024

RITROVARE L'ARMONIA

  


Il regno dei cieli o regno di Dio nel vangelo non è un posto sulle nuvole o da raggiungere dopo la morte, ma una metafora per indicare dove Dio regna, cioè, dove la vita trabocca, una vita viva da subito: la gioia qui, ora e sempre, anche nelle burrasche. E come si legge non è qualcosa da raggiungere ma che ci raggiunge dove siamo, una grazia, un dono

-       -  di Alessandro D’Avenia

 

«Il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia». Parole di Giuseppe Ungaretti nei Fiumi, poesia in cui tratteggia, nello scenario bellico della Prima guerra mondiale a cui partecipò, un rarissimo momento di felicità trovato immergendosi nelle acque di un fiume per lavarsi dalla sporcizia e dalle tenebre in cui era precipitato. Le vorrei usare per ringraziare della fortuna di aver festeggiato un nuovo compleanno e le 200 puntate di questa rubrica.

Il supplizio di cui parla il poeta ci tocca tutti: siamo infelici in misura di quanto siamo dis-armonici e dis-integrati, cioè mancanti di sintonia e unione nelle tre direzioni fondamentali dell'eros: con noi stessi (il supplizio è la distanza tra chi siamo e chi siamo chiamati a essere: in-autenticità), con il mondo (il supplizio è l'isolamento dalle cose, in-differenza, e dagli altri, in-appartenenza), con dio, con la minuscola a indicare la ricerca di senso (il supplizio è la paura che l'esistenza non ne abbia, in-sensatezza). Per un essere fatto di, nelle e per le relazioni le ferite di queste dimensioni sono il supplizio: l'eros, energia attraverso cui cresciamo e gioiamo, si spegne e noi con lui. Come fare a (ri-)trovare l'armonia e vivere la felicità del poeta purificato dalle acque del fiume? Perché e con chi siamo in guerra?

Il poeta soldato dice di soffrire non perché «non è» ma perché «non si crede» in armonia, differenza abissale: l'armonia non è un traguardo da raggiungere ma uno stato che perdiamo o dimentichiamo. Se dico ai miei studenti: «Adesso prestate molta attenzione», si mettono in tensione, quando invece dovrebbero chiudere gli occhi e rilassarsi, come nell'abbandono alle acque che fanno sentire il poeta «una docile fibra dell'universo», unito nelle tre direzioni, personale, relazionale e trascendente. Se il nostro corpo è arrivato a credere che l'armonia sia allerta e non abbandono, è perché siamo permeati dalla spossante convinzione che la felicità sia una performance, qualcosa da ottenere, raggiungere, afferrare, e non semplicemente da ricevere, coltivare, liberare. Mi ha spesso guarito da questa idea tossica la doppia (è rivolta alle due categorie sociali degli ascoltatori) parabola che Cristo usa nel vangelo per descrivere non una religione ma la vita: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt 13).

 Il regno dei cieli o regno di Dio nel vangelo non è un posto sulle nuvole o da raggiungere dopo la morte, ma una metafora per indicare dove Dio regna, cioè, dove la vita trabocca, una vita viva da subito: la gioia qui, ora e sempre, anche nelle burrasche. E come si legge non è qualcosa da raggiungere ma che ci raggiunge dove siamo, una grazia, un dono. Di fronte a questa «fortuna», si vende tutto, come quando ti innamori e tutto il resto passa in secondo piano. Credenti o no, qui ci si libera dalla felicità-traguardo e ci si apre a una possibilità diversa: la vita ti trova lei, tu lo senti dove e quando sei vivo, fai esperienza di ciò che ti fa crescere, e a quel punto non puoi perder tempo con il resto, perché hai l'essenziale e in abbondanza. Nel compleanno mi sono chiesto a che punto sono con questo essenziale nelle tre dimensioni dell'eros: me stesso, il mondo (cose e persone), dio. A che punto sono con l'esser vivo in ogni circostanza, anche nella tempesta? 

Lo psichiatra Viktor Frankl, pochi mesi dopo la liberazione dal campo di concentramento, tenne tre affollate conferenze all'Università popolare di Vienna, nella prima delle quali descrisse l'esperienza della prigionia da una prospettiva insolita: «Ciò che rimane è l’essere umano, il mero essere umano. Tutto lo aveva abbandonato: denaro, fama, potere; non c’era più niente di sicuro: non la vita, non la salute, non la felicità; tutto era stato messo in discussione: vanità, ambizione, relazioni. Tutto si era ridotto alla nuda esistenza. Reso incandescente dal dolore, tutto l’inessenziale si era fuso riducendo l’essere umano a ciò che, in ultima analisi, era: o uno qualunque nella massa, cioè nessuno di reale, cioè l’anonimo, nient’altro che il numero di matricola di un prigioniero; oppure riducendolo al suo sé». Se ci tolgono ogni cosa che resta di noi? Nulla o il sé autentico? Il discrimine tra la prima o la seconda opzione per Frankl dipende da «qualcosa di simile a una decisione... perché l’esistenza, alla cui nudità e inermità l’uomo era stato ricondotto, non è altro che questo: decisione». Che cosa intende lo psichiatra viennese per “decisione”? «Compiere un rovesciamento di 180° attraverso cui la domanda non è più “Cosa devo aspettarmi dalla vita?”, bensì “Cosa si aspetta la vita da me?”. Quale compito mi aspetta nella vita? Adesso comprendiamo quanto sia mal posta la domanda sul significato della vita, se la poniamo come si fa di solito: non siamo noi a poter fare domande sul senso della vita, ma è la vita stessa che le rivolge a noi, è lei a interrogarci! E siamo noi quelli tenuti a rispondere. 

La vita è un essere-interrogati, tutto il nostro essere è un rispondere alla, o della, vita, un esserne responsabili. Assumendo una posizione del genere più nulla può spaventarci, nessun futuro, nessuna apparente mancanza di futuro. Ora, infatti, il presente è tutto, poiché racchiude l’interrogativo eternamente nuovo che la vita ci rivolge. Quello che ci riserva il futuro, invece, non abbiamo bisogno di saperlo» (Sul senso della vita). Parole a cui sono tornato spegnendo le candeline: quante altre ne avrò? In questa prospettiva la domanda è mal posta e senza risposta. Il punto è invece sgombrare il presente, il più grande serbatoio di sorprese, nel bene e nel male, dal rumore, la paura, le illusioni che gli impediscono di farmi la domanda su cosa si aspetta da me. Che cosa mi chiede la vita ora? Che cosa mi rende vivo nei tre spazi del fiorire: me stesso, il mondo, dio? Mi sono allora chiesto quali siano i tesori nascosti trovati sino ad ora in ognuno di questi ambiti, per vendere tutto ciò che è nulla al confronto. 

Mi è tornato allora in mente che trent'anni fa, il 1° maggio, nel Gran Premio di Imola moriva il più forte pilota della storia: Ayrton Senna. Allora seguivo con passione la Formula Uno con mio padre. Vidi in diretta l'incidente, ricordo tutto. Avrei compiuto 17 anni l'indomani, e sentii il morso di quella fine incombere sul mio inizio da rinnovare. Volevo sapere tutto dell'incidente: se anche Senna muore, figurati io... Lessi che nella tuta che indossava in gara era stato trovato un biglietto con scritto: «Nessuno mi può togliere l’amore che Dio ha per me». Quello era tutto il suo presente, il tesoro nascosto. Più cresco più mi sembra che la vita non abbia un traguardo da raggiungere ma che il traguardo siamo noi se ci lasciamo raggiungere, qui e ora, dalla grazia di essere nati per poi, forti di questo eros, far nascere il presente. Solo quando trovo in me ciò che non può essermi più strappato riesco a vedere nelle candeline non quanti anni di vita compio, ma quanta vita si compie negli anni. E soffio.

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