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lunedì 30 marzo 2026

SINODALITA' ALLA PROVA

 


UN SINODO

 PER LA FAMIGLIA



Severino Dianich 


Leggo sui notiziari: «Papa Leone XIV convoca i vescovi del mondo per un summit sulla famiglia» e mi dico: «Sarà la prova del nove per verificare se il papa intende prendere sul serio, oppure no, la fatica di quei milioni di fedeli che in tutto il mondo, lungo il Cammino Sinodale degli anni 2023-2024, si sono ripetutamente riuniti, al livello locale, nazionale e continentale, per elaborare l’idea della sinodalità e promuoverne la pratica costante nella Chiesa». 

A tema la vita familiare 

L’occasione per una verifica è la più felice che si possa immaginare. Se c’è un’esperienza, infatti, che i pastori della Chiesa non fanno, essendo votati al celibato, e per la quale non godono dei corrispondenti carismi dello Spirito, è proprio quella della vita familiare. 

Se c’è, quindi, una problematica pastorale per affrontare la quale è indispensabile che il discernimento, e le eventuali decisioni da prendere, avvengano in forma sinodale, è quella per la quale il papa sta convocando i presidenti delle Conferenze episcopali per il prossimo ottobre. 

Il fatto è che vescovi, preti, frati e suore, nella normalità dei casi, non hanno fatto l’esperienza di chi è alla ricerca del partner perché desidera sposarsi, del ritrovarsi alle prese con il difficile discernimento della decisione da prendere, con la necessità di affrontare la complessa impresa di mettere insieme ad un’altra persona tutti gli aspetti, anche i più intimi, della propria esistenza, con la gioia e la fatica, ma spesso anche con i drammi che la crescita dei figli porta con sé, e così via. 

Là dove non c’è un’esperienza vissuta, neppure è dato scorgere i segni dei carismi che lo Spirito dona ai fedeli per affrontare alla sua luce i problemi concreti dell’esistenza. 

Se c’è, quindi, una problematica che i vescovi intendono approfondire, e in ordine alla quale vorranno proporre ai fedeli delle linee di orientamento per vivere una felice esistenza cristiana conforme al Vangelo, e per la quale devono riconoscere di non avere essi stessi i carismi di cui lo Spirito Santo arricchisce i fedeli che si sposano e che si prendono cura dei figli, è proprio la problematica della vita familiare. 

È stato detto ufficialmente che non si tratta di un’assemblea del Sinodo dei vescovi. Sarebbe utile, però, riferirsi proprio alle due assemblee sinodali, che sono state celebrate nel 2023 e nel 2024 e che restano a modello di una vera pratica sinodale. 

In quelle due assemblee, per la prima volta, salvo smentite, nella storia della Chiesa, 70 fedeli non vescovi, fra preti e laici, uomini e donne, si sono seduti accanto ai 264 vescovi, agli stessi tavoli, con lo stesso diritto di voto. Non sono, personalmente, molto disposto a quel timore reverenziale che, non di rado, i cattolici manifestano quando si trovano di fronte a vescovi e cardinali, eppure devo riconoscere che, durante il Sinodo, mi faceva un certo effetto ritrovarmi seduto, gomito a gomito, accanto al card. Parolin, avendo di fronte a me il cardinale Müller, con i quali discutere alla pari e giungere, votando, ad una risoluzione comune dei quesiti proposti, facendo il computo della maggioranza e delle minoranze che vi venivano espresse. 

In questo caso si può dire seriamente, e non con la stessa superficialità con la quale spesso lo si dice di tanti eventi, che si è trattato di un evento storico. 

Le famiglie devono avere voce in capitolo 

Mentre stavo elaborando nella mia mente la migliore espressione che mi riuscisse formulare per avanzare un appello a proposito dell’incontro episcopale indetto per il prossimo ottobre, vedo comparirne in rete, nel sito Catholic Church Reform Internationals, un testo indirizzato direttamente al papa: «In un sinodo sulla famiglia, le famiglie devono avere il diritto di un voto deliberativo. Non c’è sinodalità se i vescovi si riuniscono senza il popolo. Le famiglie devono essere presenti e avere voce in capitolo nelle discussioni sulla pastorale familiare». 

Ci si attende, quindi, di vedere in ottobre ricomparire nell’Aula Paolo VI quei tavoli rotondi, cui ormai ci siamo abituati, in numero sufficiente da accogliere, accanto ai 115 vescovi, uno più uno meno, almeno altrettanti fedeli laici già sposati, un certo numero di fidanzati e una presenza significativa anche di divorziati, perché il Sinodo non si riunisce per compiacersi dei successi della pastorale familiare, ma per discernere quali siano «i passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi». 

Non si tratta di sostituire il magistero episcopale, fondato sul sacramento, ma di determinare gli ambiti nei quali si esercita la sua autorità. Se lo Spirito del Signore ha voluto un ministero, dotato di autorità, questo è avvenuto per assicurare alla Chiesa la preservazione fedele della predicazione autentica degli Apostoli e la custodia di quell’unità della Chiesa che direttamente ne deriva. 

Da qui risulta possibile e congrua quella pratica sinodale nella quale risultano determinanti, di volta in volta, i fedeli dotati dei carismi pertinenti alla res de qua agitur, e dove i ministri ordinati siano i garanti dell’autenticità della fede a salvaguardia, nella pluralità dei giudizi emergenti, della comunione nella comunità. 

Data la fondazione trascendente dell’autorità nella Chiesa, troppo spesso accade che si perda il senso dei limiti dell’autorità. Un’autorità senza limiti, in qualsiasi ambito della vita sociale, non è altro che un monstrum, che malamente incombe sulla convivenza umana. 

È celebre la sentenza di Agostino: «Io non crederei al Vangelo se non mi ci conducesse l’autorità della Chiesa cattolica», ma una volta raggiunto il Vangelo, il Vangelo si erge a giudice dell’autorità della Chiesa: «Non dobbiamo sottometterci all’autorità per sé stessa, ma per amore della verità».


Settimana News

 


venerdì 20 marzo 2026

IL FASCINO DELLA GUERRA

 

GUERRa ! 

GUERRA ! 






UN GIOCO PERVERSO



I soldati di Napoleone, impugnata la spada, si buttavano addosso all’avversario a squarciare la pancia e a spaccare la testa del nemico, in abito da cerimonia, con la coda di rondine e la feluca in testa.

L’orrore e la vergogna, abbigliati come per una solenne cerimonia. Ci sono spade e corazze che si conservano nei musei, vere opere d’arte. 

La guerra come ”gioco” 

Meno capaci di produrre e gustare la bellezza, oggi gli influencer della Casa Bianca trasformano le bombe sui grattacieli di Teheran in videogiochi per ragazzi stupidi. «Disgustoso» – così l’ha definito il card. Cupicharcivescovo di Chicago – il video messo in rete dagli uomini di Trump. Inconsapevolezza di gente ignorante o bisogno di camuffare in qualche maniera la propria indecenza? Probabilmente è vera una cosa e l’altra. 

Prima che si scatenasse la guerra, tutti erano per la pace. Ora che è scoppiata, bisogna denunciare che sono troppi coloro che ci si appassionano. Come fosse una partita di calcio: chi sta vincendo? Un fenomeno banale. 

Alle sue spalle, però, con enorme impiego di capitali, opera un fior fiore di accademie militari, vere e proprie università in cui si fanno ricerche di alto livello scientifico. Ne sono uscite, lungo i tempi, filosofie di differenti tendenze e diverso valore e teorie, le più sofisticate, sulle tattiche e le strategie con cui condurre la guerra. Non per nulla è un’arte. 

A sua volta, è oggetto trattato con arte dagli artisti delle lettere e del pennello, che l’hanno rappresentata in tutti i tempi e in mille forme. Fotografi e cinematografari ne ricreano le immagini nei social, sui giornali e sugli schermi e hanno riempito i magazzini delle sedi, nelle quali la si studia, dei loro pregevoli prodotti, documentazioni preziose per chi domani ne scriverà la storia. Archivi e biblioteche dedicano la massima cura nell’acquisirne e conservarne le testimonianze. 

Ai tempi degli dei, anche la dea della sapienza, Atena, non disdegnava di farsi la guida delle più dissennate imprese del mondo, le guerre, e, dall’Olimpo dei greci, troneggiava Ares, il dio della guerra, che a Roma prendeva il nome di Marte, cui rendere culto. 

Neanche la diffusa e ben affermata secolarizzazione della cultura dell’ultima modernità è riuscita a desacralizzare la guerra che, nelle conquiste coloniali si fregiava della croce di Cristo e della missione di portare la fede cristiana agli infedeli, che ha potuto far incidere sui suoi gagliardetti il motto “Gott mit uns”, che ancor oggi, nella propaganda dei sovranisti, sotto l’egida degli onori da rendere alla Patria, continua ad abbigliarsi di una sua sacralità. 

L’intelligenza a servizio dell’orrore 

Nella Costituzione italiana, la carta fondamentale di uno stato assolutamente aconfessionale e laico, compare, con quell’alone di sacralità che lo caratterizza, il termine «Patria» ed è definito «sacro» il dovere del cittadino di difenderla (art. 52). 

La liturgia della Chiesa, da parte sua, nulla concede alle pretese di onorare la guerra: alle Messe in tempo di guerra attribuisce un carattere penitenziale, le veste di viola e invoca: «Dio misericordioso e forte, che annienti le guerre e abbassi i superbi, allontana dall’umanità gli orrori e le lacrime della guerra». 

La guerra significa orrori e lacrime, e, per produrre orrori e lacrime, si mettono in atto le più alte potenzialità dell’intelligenza umana, dalla progettazione delle armi più sofisticate alla formazione dei militari nelle accademie, che si costituiscono come vere e proprie università e sono finanziate come lo sono le facoltà di medicina. 

Alla cura della massima efficienza, si unisce anche la ricerca della bellezza: un aereo d’attacco o un cacciabombardiere sono bellissimi nelle loro sagome slanciate e luccicanti. La guerra deve essere bella. 

Ritorna la domanda: inconsapevolezza o bisogno di redimere la brutalità di uno strumento di morte? Fuori di ogni dubbio, è il felice risultato della propaganda promossa dai signori della guerra, come lo è, negli Stati Uniti, quella che dai giornalisti viene chiamata la “gamificazione della guerra”, trasformata in un gioco offerto gratis ai dissennati del momento. 

Gli oltre 1.000 iraniani uccisi, diventano pedine sulla scacchiera dei perditempo e posta in gioco su piattaforme dalle quali si «possono comprare contratti legati alle previsioni di alcuni eventi», per fare laute scommesse, sperando nella fortuna. Sulla Kalshi, piattaforma online di “prediction markets”, a proposito della destituzione di Khamenei, erano stati puntati, a suo tempo, più di 50 milioni di dollari. 

È una questione “politica” 

Sarebbe di rito alla fine dire che sarebbe inutile, per non dire ipocrita, fare gran discorsi sulla pace nel mondo se non si prendesse cura, prima di tutto, della pace nel proprio quotidiano, in famiglia, nel posto di lavoro, nel vicinato. 

Io non credo sia opportuno farlo, né che alla fine questo sia vero. Le politiche di guerra o di pace nulla hanno a che fare con la frequenza dei divorzi. Non avanzerei un simile argomento, perché si rischia di ridurre una questione eminentemente politica nei termini ristretti del comportamento morale del singolo. Il cittadino non è un buon cittadino semplicemente perché non litiga con il vicino di casa. Il dovere del cittadino nella costruzione della pace va assolto sul piano politico, perché di una questione politica si tratta. Ogni cittadino sa in quali forme, con quali strumenti di azione e in quali luoghi spetti a lui assolverlo. 

Ma nessun cittadino può esimersi dall’elaborare un suo giudizio su governanti, parlamentari, aspiranti tali, militanti dei partiti, influencer e comunicatori, a proposito dei loro atteggiamenti nei confronti della pace e della guerra. Non fosse altro – sarà suo dovere – nelle conversazioni quotidiane che riempiono le nostre giornate, contraddire i guerrafondai e decidere, in coerenza, il suo voto nelle sedi elettorali e referendarie.

sabato 13 dicembre 2025

GUERRA ! GUERRA !


IL GRANDE INGANNO

 Una bella notizia, che farà inorridire i patriottici, è pubblicata da Avvenire del 3 dicembre.



- di Severino Dianich 

Alla domanda, proposta dall’Autorìtà garante per l’infanzia e l’adolescenza a un campione di adolescenti (14-18enni): «Se il mio Paese entrasse in guerra, mi sentirei responsabile e, se servisse, mi arruolereì. Quanto sei d’accordo con questa affermazione?”, il 68% dei ragazzi ha risposto di non essere d’accordo. 

Si potrebbe anche dire che non è una bella notizia, perché testimonierebbe la diffusa e preoccupante fragilità dei nostri ragazzi. Ma è una bella notizia venire a sapere che la nuova generazione ha demitizzato i sedicenti valori della guerra, prendendo coscienza dell’insensatezza dei suoi orrori e della sua fondamentale schifezza. 

Al di là della sensazione immediata, derivante dalla visione dei suoi effetti disastrosi, resta necessario, però. fare un passo in avanti: sbugiardare le ragioni della guerra. 

Dietro ogni mitragliata sparata per la difesa della patria, da un lato, sul fronte e sotto le macerie dei bombardamenti, cadono i morti e, dall’altro lato, piovono i dollari e i dividendi nelle tasche dei signori della guerra. I proiettili costano e chi li ha venduti ci ha guadagnato. Una sola scarica di mitraglia, affidandoci alle stime abitualmente diffuse, può costare fino a 20 euro. Un solo soldato, in una giornata di sparatoria di bassa intensità, può farci spendere fino a mille euro al giorno. Sono mille euro che, ovviamente, vanno a finire nelle tasche di qualcuno. 

Pur lasciando all’IA di chatgpt la responsabilità ultima della veridicità dei dati, è utile vedere la scheda che ce ne viene fornita a proposito della crescita dei dividendi, avvenuta nell’arco di un anno, in favore di chi investe nelle società che producono armi: RTX +45%; Leonardo +79.8%; General Dynamics +22%; Northrop Grumman +16%; L3Harris +15-16%. 

Sono dati, ovviamente, che non ignorano né il presidente Macron che sta preparando, come da lui stesso è stato dichiarato, la popolazione del suo paese alla guerra, né il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, il generale Carmine Masiello che, sulla stessa linea, in un’intervista del 2 ottobre 2025, ha ammonito gli italiani che «se si va in guerra non combatte solo l’Esercito, combatte l’Italia intera». 

Da Macron i francesi, e dal generale Masiello gli italiani, hanno il diritto di sapere se essi, mandandoci in guerra per l’Ucraina, sono sicuri di vincerla e se il prezzo da pagare per vincerla, il numero dei morti, sia in qualche modo proporzionato al valore dell’indipendenza e della libertà dell’Ucraina, che si intende tutelare. 

Si dice che, in realtà, è l’Europa chiamata a difendere se stessa dalle mire espansionistiche di Putin, ma i popoli hanno buona memoria e non dimenticano di essere già stati ingannati su presunti pericoli, che poi si sono svelati non veri, quando l’amministrazione Bush, per giustificare la seconda Guerra del Golfo, con i suoi 13.000 morti solo fra gli irakeni, sosteneva essere necessario neutralizzare Saddam, perché egli possedeva armi chimiche e biologiche, cosa che risultò non vera. 

Progettare una guerra senza prevedere i morti che costerà, per un politico e un militare, è immorale già in partenza, perché chi progetta una guerra pretendendo che venga considerata giusta, deve, prima di tutto, poter esibire la certezza che la vincerà, e poi che il numero dei morti previsto è, per quanto mai lo si possa dire con un minimo di decenza, proporzionato al valore da difendere, l’indipendenza e la libertà del paese. 

Anche questi, pur altissimi, valori non sono un valore assoluto e l’Ucraina, con i suoi 39 milioni e mezzo di abitanti corre il rischio di veder morire la maggioranza della sua popolazione, mentre la Russia resta in grado di attingere coscritti dai suoi 143 milioni e mezzo di abitanti, tanti quanti le sono necessari per continuare la guerra. 

È notorio e assodato che, a guerra finita, appurare il numero dei morti è impresa molto difficile, non solo per le difficoltà obiettive di registrare puntualmente tutti i dati degli eventi che occorrono, ma anche, e soprattutto, perché i governi li occultano. Ben si sa che la verità e le garanzie costituzionali di un regime democratico sono fra le prime vittime della guerra. Caso mai i governi pubblicano vistosamente, e maggiorandolo, il numero dei morti del fronte opposto. 

Eppure, anche Gesù, per suggerire agli aspiranti discepoli suoi di fare bene i conti sul prezzo che dovranno pagare per seguirlo, invitava a domandarsi se mai un re, «partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace» (Lc 14,31-32). Se oggi questa saggezza degli antichi viene dimenticata, è perché sotto le ragioni fasulle, accampate per giustificarla, ci sono le ragioni nascoste di chi ci guadagna. 

Impostando la riflessione a proposito della guerra e della pace sulla base concreta delle cose che accadono e non solo su argomentazioni di carattere teoretico, sembra di dover dire che quanti intendono promuovere le politiche di pace debbano, prima di tutto, studiare la guerra e metterne a nudo il grande inganno.

Alzogliocchiversoilcielo

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venerdì 9 agosto 2024

LA PACE NEL CREDO DEI CRISTIANI

   


 

BEATI 

COSTRUTTORI 

DI PACE

 



di Severino Dianich 

-          

Nel 1959 l’URSS donava al palazzo dell’ONU a New York un monumento con, in epigrafe, il testo del profeta Isaia, «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci» (Is. 2,4). Lo scultore, Mirko Vucetich, fondendo nel bronzo un uomo vigoroso, con un braccio alzato a brandire il martello, e l’altro con la spada che diventa una falce, nell’ammannirla, smascherava la menzogna: «Falce e martello»: pax sovietica.

Anche Tacito, mettendo in bocca a Calgaco il giudizio dei Britanni sui Romani, «Fanno il deserto e lo chiamano pace», senza volerlo, denunciava l’ipocrisia della pax romana. Putin oggi ha l’impudenza di citare il Vangelo e Netanyahu di riferirsi alla Torah e ai Profeti di Israele. Gesù. ben consapevole di quante menzogne si deturpa la figura della pace, ci ha lasciato detto: «Vi do la mia pace, non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). 

Non fosse altro che per questo, è dovere di coscienza dei cristiani prendere posizione di fronte alla radicale iniquità della guerra. Dispiace che, facendolo papa Francesco con grande passione e senza stancarsi, la voce delle Chiese, quella italiana in prima fila, non lo accompagni in maniera adeguata e che i teologi italiani, in grande maggioranza, rimangano silenziosi sul drammatico tema, come se il Vangelo nulla avesse da dire. Lo ha fatto la Conferenza Episcopale Tedesca nel febbraio scorso, pubblicando un ampio documento «Pace a questa casa». Dichiarazione dei vescovi tedeschi sulla pace (cf. Il Regno-Documenti, 9/2024). 

Il «Vangelo della pace» 

Chi si domandasse se la pace sia davvero parte del Credo dei cristiani, basterà che vada in libreria e sfogli il Dizionario di teologia della pace, pubblicato dalle Dehoniane nel 1979, con 74 voci, da Amore a Vita, per un totale di 1063 pagine. 

Nell’AT, stracolmo di storie di violenza, pour cause la pace è la sigla della missione del futuro Messia: «Il suo nome sarà … Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine» (Is 9, 5-6). Egli «farà cessare le guerre sino ai confini della terra, romperà gli archi e spezzerà le lance, brucerà nel fuoco gli scudi» (Sal 46, 10). Il NT coronerà la lunga litania sul Messia re della pace con il saluto e l’augurio del Risorto ai discepoli: «Venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!” … E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi!”» (Gv 20). 

Quello del Risorto, però, non fu solo un felice augurio, poiché si è risolto nel comandamento di trasmetterlo a tutti i popoli della terra: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 15, 15). I discepoli, quindi, andranno nel mondo, esercitando il «ministero della riconciliazione» (2Cor 5,18). Affrontarono la pericolosa spedizione bene «armati», ma dentro un immaginario collettivo totalmente rovesciato. Si sentiranno protetti dalla «armatura di Dio», rivestiti della «corazza della giustizia», con in testa «l’elmo della salvezza», in una mano «lo scudo della fede» e nell’altra «la spada dello Spirito, che è la parola di Dio» (Ef 6, 13-17). 

Per il suo «Vangelo della pace» (Ef 6, 15) Gesù ha predicato il dovere di superare tutti i confini. Nonostante l’annuncio messianico dei profeti, la rivelazione dell’amore di Dio per tutti i popoli, che Gesù andava predicando, risultava dirompente. La sua proposta apparve, fin dall’inizio, talmente rivoluzionaria, dall’avergli fatto correre il rischio, in una delle sue prime manifestazioni in pubblico, nella sinagoga di Nazareth, di essere linciato. 

Era bastato ricordare che il profeta Eliseo aveva guarito dalla lebbra il comandante del temuto esercito della Siria, Naaman, perché «tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno, si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù» (Lc 4, 28-29). 

Riconciliazione senza confini 

Il mondo, per il popolo in mezzo al quale Gesù viveva, era nettamente diviso in due: Israele, con cui Dio aveva sancito il suo patto, e i gojim, tutte le altre genti. La dura esperienza dell’oppressione e dello sfruttamento che stava subendo, lo portava all’odio per i Romani e per gli stranieri in genere, nonostante si leggessero nei profeti lieti annunzi della salvezza universale. In questo contesto Gesù sentiva la sua missione come la missione della riconciliazione universale. 

Sarà un’impresa a tutto campo. Basti ricordare il colloquio di Gesù al pozzo di Giacobbe con la donna samaritana. Saranno tre i confini da lui demoliti in quell’evento. Il primo, quello fra uomini e donne, con l’essersi trattenuto in un intenso colloquio, loro due soli, con una donna. Il secondo, quello fra giusti e disonesti, con l’aver trattato amabilmente una donna di cattiva fama, ben meritata. Il terzo, quello fra i Giudei e gli odiati Samaritani, perché la donna era una samaritana. 

Quando, in un mondo che non riconosce affatto come suo «prossimo» ogni persona umana, gli pongono una domanda, che in bocca a un dottore della legge assume un carattere istituzionale: «Chi è il mio prossimo?», Gesù risponde proponendo la figura emblematica dell’estraneo, anzi del nemico. Un samaritano, scorgendo sul ciglio della strada un uomo che «scendeva da Gerusalemme a Gerico», un giudeo, mezzo morto per un’aggressione subita, lo «vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10, 29-35). 

Mai Gesù aveva lesinato i suoi elogi alla fede, che stranieri e pagani gli esprimevano, dalla donna cananea incontrata nei pressi di Tiro al centurione di Cafarnao, un militare di quell’impero, che stava opprimendo Israele (Mt 15,28 e 8,13). 

Parallelamente, di fronte al rifiuto dei suoi di accoglierlo, non teme di proclamare che nel giorno del giudizio Tiro, Sidone e anche Sodoma, l’emblema tradizionale di tutte le malvagità del mondo, «saranno trattate meno duramente» di loro (Mt 11, 2). Come dire che per Dio nessuno è straniero e nessuno è nemico. Non solo, ma accogliere lo straniero sarà considerato da Gesù un atto di amore verso lui stesso: «Venite, benedetti del Padre mio, … ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25, 35). 

La svolta più radicale 

Fra quei sei «Ma io vi dico …», con i quali nel discorso della montagna egli intende «dare pieno compimento» alla legge antica, la replica, declinata per tre volte, al detto: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”» costituisce la svolta più radicale che Gesù intende imprimere alla morale corrente: «Non ucciderai; … Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio … Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio … Odierai il tuo nemico, ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5, 17-48). 

L’episodio più inatteso e toccante, narrato dai vangeli, del felice fruttificare del suo messaggio sarà, nel momento culminante della sua morte, quello del centurione, l’ufficiale dell’odiato esercito dei Romani, che aveva comandato la pattuglia addetta alla sua crocifissione, «che si trovava di fronte a lui» e che, «avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15,39). Il primo frutto della morte di Cristo è la conversione dello straniero, del militare della potenza nemica. 

Dopo Gesù, Pietro avrà ancora bisogno di esserne confermato da una visione, per osare di entrare in casa di Cornelio, anche in questo caso un centurione, un militare delle odiate armate dei Romani, dove, dopo aver annunciato il Vangelo, vide come «anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo» (At 10, 45). La Parola di Dio cadeva con forza sul terreno dal quale spunta e vigoreggia la mala erba della guerra, il mondo dei confini fra i popoli e della rivalità fra le nazioni: «Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2,17). 

Il superamento della divisione fra giudei e greci è stata la grande passione e il tormento dell’apostolo Paolo. Scrivendo alle comunità, spesso divise al loro interno, egli inizia sempre con l’augurio della pace: «Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!» (Rm 1, 7). 

Per i cristiani, farsi costruttori di pace non è un superficiale decorarsi della bellezza annunciata dal profeta, «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7), ma la condizione essenziale per sentirsi ed essere, in Cristo, figli di Dio: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). 

 

  •  Pubblicato sulla rivista Studium, luglio 2024.
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giovedì 28 marzo 2024

LA BARCA E IL MARE

 


La Chiesa che c’è. Quella che ci sarà

Da laico nella città – 

Rubrica a cura di Daniele Rocchetti 

 L’unico cristianesimo, il variegato mondo. 

L’evento cruciale del Concilio Vaticano II. 

Le prospettive future della Chiesa. 

 

Intervista a Severino Dianich, teologo

 

La barca e il mare

 Don Severino Dianich è stato certamente uno dei più significativi teologi italiani del Novecento, autore di molte opere e animatore instancabile per decenni dell’Associazione Teologica Italiana (ATI) che ha fondato insieme ad altri nel 1967. 

Nato a Fiume nel 1934, ordinato prete a Pisa nel 1958, laureato in Teologia alla Gregoriana di Roma, don Severino è stato professore ordinario di Ecclesiologia e di Cristologia alla Facoltà di Teologia di Firenze. 

Nei mesi scorsi ha pubblicato un libretto (“Troppo breve il mio secolo”, San Paolo, 2023, 208 pp, 18 euro) dove racconta, con uno sguardo sapienziale, lucido e non risentito, alcune vicende della sua lunga esistenza. Dall’esodo forzato dalla terra istriana al Concilio Vaticano II, a cui partecipa lateralmente come segretario del suo vescovo, dall’esperienza della FUCI a Pisa alla fondazione dell’ATI per passare nei numerosi luoghi e popoli incontrati grazie ai viaggi e ai molti seminari di formazione tenuti in diverse parti del mondo. Un libro che merita di essere letto perché anche nelle pieghe delle complessità viste e affrontate sa riconoscere con fiducia il seme buono del Vangelo che è dentro la storia e le storie di ciascuno. Un’ultima lezione per tanti cristiani preoccupati di difendersi e di perimetrare in modo rigido confini e pareti. 

Don Severino: lei ha attraversato quasi un secolo, vivendo moltissimi eventi che fanno parte della storia. Quali sono quelli decisivi per la sua vicenda e come questi hanno influenzato il suo sguardo su Dio? 

Il passo fondamentale, un passo lungo lungo, è quello di un cammino nella fede, iniziato da bambino, soprattutto grazie a don Alberto, il cappellano della mia parrocchia, che poi ho ritrovato a Pisa, tutti e due esuli da Fiume, e che è continuato nella lunga preparazione al mio ministero di prete. Poi direi, senz’altro, il concilio. Quindi le mie esperienze in paesi e situazioni le più diverse, dove si scopre come Dio sia presente dovunque, in infinite forme diverse. 

Per tante ragioni, lei ha incontrato donne e uomini di diverse parti del mondo. Dal punto di vista spirituale, come è riuscito a coniugare la molteplicità delle vicende religiose con l’unicità della parabola cristiana? 

Quando in Cambogia, in un tempietto dedicato a uno spirito, osservavo quella signora che veniva in lacrime a portargli l’offerta di una porchetta (un patrimonio per una famiglia di poveri), capivo la forza liberante del Vangelo. Ricordavo quel che un missionario mi aveva raccontato, di alcuni cristiani che avevano preparato il presepio proprio accanto a un tempietto di uno spirito ma, giunta la mezzanotte di Natale, avevano tolto dal tempietto la statuetta dello spirito e messo nel presepio il bambino Gesù. Detto questo, comunque fosse, nella preghiera dei poveri, qualunque destinazione avesse, mi pareva di scorgere sempre la presenza dello stesso Dio Padre che Gesù ci ha rivelato. 

Il Concilio Vaticano II rappresenta un vero e proprio spartiacque nell’autocoscienza della Chiesa contemporanea. Lei ha trascorso la sua vita insegnando ai futuri preti e cercando di trasmettere le novità che l’assise conciliare ha introdotto. Perché è stato così faticosa l’attuazione del Concilio Vaticano II? 

Perchè il “Si è sempre fatto così”, se pure in maniera illusoria, è rassicurante per i timidi. E i timidi sono molto più numerosi di quel che sembra. Ma, curiosamente, alla difficoltà hanno contribuito anche gli intellettuali di cultura laica. Anticlericali quanto si voglia, vedevano messo a rischio il giocattolino (mi si perdoni la parola, ma tale lo è di fronte alla decisività e grandezza della fede) di una tradizione culturale plasmata dal cristianesimo. Non è escluso che vi abbiano contribuito anche i grandi poteri economici, che vedevano la Chiesa ulteriormente spostarsi su una sponda opposta alla loro. 

Ritorna in ogni tempo la questione della tradizione. Lo stesso Sinodo che si sta svolgendo si colloca in una tradizione ecclesiale. Quale ermeneutica della tradizione intravede all’orizzonte all’interno dei processi ecclesiali? Quanto è possibile tradire certi schemi? 

Con quel “Quanto…?” non si vorrà certamente ricevere una risposta, tipo: “Questo sì, questo no!” Quel che spesso manca ai tradizionalisti è la conoscenza della storia. Non di rado la loro “tradizione”, da difendere, è quella degli ultimi due tre secoli, quando non, nei più sprovveduti, quella della loro infanzia. Il culto della Tradizione fa parte della fede cattolica, certamente, perché la Sacra Scrittura non deve essere considerata un cimelio del passato e viene letta nell’alveo del grande fiume della tradizione. E’ che la tradizione è appunto come un fiume, cioè essa stessa in continuo movimento. Scoprirne la storia significa scoprire che la tradizione per prima ha attraversato infinite variazioni. Non pochi oggi si oppongono all’accesso delle donne al diaconato, perché tale prassi non sarebbe mai esistita. Ma se ricordassero quanti cambiamenti ha subito nella tradizione il sacramento dell’Ordine, comprenderebbero che la Chiesa vi può introdurre una nuova prassi senza offendere la tradizione. Basti pensare che in origine solo il vescovo presiedeva l’Eucarestia o che l’ordinazione a vescovo senza la destinazione al governo pastorale di una sua Chiesa particolare era considerata invalida. Ancora al concilio di Trento l’ordinazione del vescovo non era considerata un grado del sacramento dell’Ordine, mentre lo era il suddiaconato che poi è scomparso. 

A livello ecclesiale, stiamo vivendo il travaglio di un parto. Indietro non possiamo più tornare ma è pure complicato immaginare il futuro. Come immagina potrà essere la forma della Chiesa di domani? 

Non è possibile tentare previsioni riguardanti la Chiesa intera. Una cosa è l’Europa, altra è l’Africa, altra ancora è l’America Latina. E’ più facile dire qualcosa sull’Europa dove i flussi migratori, la diminuzione delle famiglie fondate sul sacramento del Matrimonio, la crescita dell’abbandono della fede di battezzati, stanno portando a un dimagrimento del corpo di tutte le Chiese, non solo di quella cattolica. Lo sbilanciamento, poi, che si sta creando fra il numero dei fedeli e dei preti in costante diminuzione e la perdurante imponenza delle strutture, financo del patrimonio immobiliare, costituisce un problema assai intricato che rischia di rallentare il rinnovamento e la ripresa dell’evangelizzazione a tutto campo. Ma per quel che conta ai fini dello scopo, per il quale il Signore ha voluto la Chiesa, cioè il perpetuare nel mondo la memoria storica di Gesù e più ancora la memoria di fede in Gesù risorto, il nostro è momento di grazia e inizio di un’epoca nuova. La Chiesa è chiamata a spogliarsi di tante sovrastrutture, che rischiano di ostacolare invece di favorire la sua missione, per ritrovare la freschezza del Vangelo e “la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime”. E’ un’affermazione di Paolo VI che papa Francesco cita nella Evangelii gaudium

La cosa che più colpisce leggendo il suo libro è lo sguardo pacificato e sapienziale con cui legge le vicende del mondo e della Chiesa. Come custodire questo sguardo perché non prevalgano rancore e risentimento? 

E’ molto semplice. Basta imparare a memoria e riportare a galla, ogni volta che è necessario, l’invito di Gesù: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita”. 

Un’ultima curiosità. Perché chiude il suo libro con i capitoli finali di Apocalisse? 

Perché sono (o meglio, desidero essere) cristiano. 

 

alzogliocchiversoilcielo



domenica 25 febbraio 2024

UCRAINA DUE ANNI DOPO


UNA GUERRA SENZA FINE


Il 24 febbraio 2022, il presidente russo Putin ordinava − non provocato − l’aggressione militare dell’Ucraina, invadendo con il suo esercito il territorio di un paese sovrano. Due anni dopo, Severino Dianich riflette su questa tragica guerra ancora aperta nel cuore dell’Europa.

- di Severino Dianich

 L’8 marzo del 2022, tredici giorni dopo che la Russia aveva invaso l’Ucraina, dopo averne già occupata la Crimea, un cittadino qualsiasi, non un esperto di strategie militari, non uno storico delle relazioni Russia-Ucraina, non un competente in geopolitica, ma un semplice osservatore dei fatti accaduti negli ultimi otto decenni, che ama conservarne la memoria e rifletterci, postava in rete una sua considerazione (Il Sismografo 8 marzo 2022).

 Il diritto di difendersi

«Chi potrebbe negare – scriveva – a un popolo aggredito il diritto di difendersi anche con le armi? Eppure, non posso evitare di domandarmi: quando? sempre? a quali costi? con quali previsioni?». Diceva, quindi, di essere andato a leggersi il Catechismo della Chiesa cattolica e di aver rilevato che, per la dottrina cattolica, neppure la guerra di difesa poteva essere ritenuta giusta a qualsiasi condizione. Fra queste, se ne poneva una che, a dire il vero, è nient’altro che puro buon senso, cioè «che ci siano fondate condizioni di successo» (n. 2309).

«L’Ucraina aggredita ha davvero davanti a sé “fondate condizioni di successo”?… Al di là delle propagandistiche proclamazioni della propria futura vittoria da ambedue le parti, è ben difficile pensare che l’esercito ucraino possa prevalere sull’enorme potenza militare della Russia. Stati Uniti e Comunità Europea stanno fornendo di armi l’Ucraina, contribuendo a prolungare il conflitto e aumentare il numero dei morti, da ambedue le parti, ma con non pochi dubbi sull’esito della guerra».

 Sarà ancora lunga

Ora, a due anni dall’inizio della guerra, si comincia a temere che l’incompetente cittadino qualsiasi possa aver avuto ragione sulla politica dei governanti e l’arte degli strateghi di tutti e due i fronti, convinti (o forse solo impegnati a convincere) che avrebbero vinto la loro guerra in un tempo ragionevolmente breve.

 Si vadano a risentire le loro dichiarazioni rese ai media e i discorsi pubblici di quei primi mesi. Mi si risvegliano brutti ricordi di quando il Duce ci faceva cantare «Vincere, vincere, vincere, e vinceremo in cielo, in terra, in mare!», mentre l’Italia stava andando allo sfacelo.

 Ci si continua a dire, senza pudore, perché abbiamo ad armarci di una fiducia incrollabile di una vittoria, sempre più lontana, che la guerra sarà ancora lunga. Quanto? Un anno? Due anni? Tre anni? E quanti ragazzi ucraini dovranno ancora lasciare il lavoro, gli studi, la fidanzata, la famiglia per andare al fronte, abbandonando tutti gli altri loro sogni, pronti ad immolarsi per la patria?

 Domandare dei ragazzi russi non si può, perché significa essere pro-Putin. Per ora, la conclamata controffensiva ucraina è fallita. La guerra si svolge in una logorante e drammatica alternativa: ora ha la meglio una parte ora l’altra.

 A tempi lunghi, sta accadendo quello che, osservando come stanno andando tutte le guerre di questi ultimi decenni, era facile prevedere: una guerra di stallo di cui non si vede la fine. Quel che bisogna indovinare, ma che viene accuratamente nascosto da ambedue le parti, è proprio il dato che dovrebbe essere decisivo, sia per chi decide il da fare, sia per l’opinione pubblica che vorrebbe potersi fare un giudizio corretto, è il prezzo che si sta pagando, il numero dei morti.

 Vatican News, in un lungo, ben articolato e documentato articolo sulla situazione di Guglielmo Gallone, dà come seriamente credibile un totale di soldati, fra ucraini e russi, morti o feriti di circa 500.000 morti. Già che si dica «circa» e non si abbia il numero esatto delle vittime, come se uno più uno meno non cambiasse nulla, è di una vergognosa immoralità. Le vittime militari russe sarebbero quasi 300.000 (120.000 morti e 170.000 feriti), mentre quelle ucraine si aggirano intorno ai 70.000 morti e ai 120.000 feriti.

 Il martirio di un popolo

Quel che impressiona maggiormente, però, è la sproporzione fra il bacino di risorse umane utilizzabile dalle due parti, cioè il numero delle vittime da sacrificare sull’altare della patria di cui i due governi possono disporre nel continuare la guerra: Kiev conta circa 500.000 soldati, tra truppe in servizio attivo, di riserva e paramilitari, Mosca ne vanta 1.330.000.

 Che l’Ucraina possa continuare a oltranza la sua guerra di difesa, per più che legittima essa sia, di fronte all’esecrabile invasione della Russia, sembra impossibile.

 Così l’affollarsi delle domande conduce inesorabilmente al loro annodarsi intorno alla questione fondamentale, che sorge là dove nella guerra si giocano i valori fondamentali della coscienza dell’uomo: ha un senso plausibile condurre un popolo a immolarsi per la pura proclamazione dei valori della libertà e della democrazia?

 Il cristianesimo conosce ed esalta il martirio: dare la vita per l’adorazione di Dio. Vera e propria immolazione, pura dossologia, priva di effetti concreti a salvaguardia della fede. Ma davanti a Dio, il creatore e il custode supremo della dignità dell’uomo. Il martirio, inoltre, è una scelta della persona che si compie nel profondo della propria coscienza. È un’esperienza della persona, non dei popoli.

 Il martirio per la Patria è stato costruito sulla sacralizzazione della nazione e dei suoi valori e solo nell’esasperazione di questi valori provocata dai nazionalismi esasperati che abbiamo ben conosciuto si sono consacrati altari alla Patria sui quali si sono condotte all’immolazione fosse di martiri.

 Alzogliocchiversoilcielo

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