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martedì 27 gennaio 2026

IL DOVERE DELLA MEMORIA

 


La Shoah e il dovere della Memoria


“Quel che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo” 



-         di Pasquale Hamel 

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Il Novecento è stato il secolo che, grazie alle scoperte scientifiche e alle relative applicazioni tecniche, ha dato una fantastica accelerazione al progresso umano. Eppure è stato anche il secolo delle grandi tragedie, di orrori tali da seppellire ogni ottimismo sull’idea di un’innata bontà umana.

La Shoah, lo sterminio del popolo ebraico in Europa da parte del regime nazionalsocialista, è la più emblematica di queste tragedie. Ma, per la portata storica, emotiva e culturale, che ha tratti assolutamente epocali, si configura per la sua unicità. Essa è infatti una ferita profonda e inguaribile nel cuore stesso dell’identità europea.

Nessuno prima di allora avrebbe potuto immaginare che, nel cuore dell’“Europa civile” a metà del XX secolo, potesse accadere una tragedia simile.

E cioè che milioni di uomini, sol perché considerati dai tratti specifici della cultura d’origine, potessero essere portati al macello fra immani sofferenze.

Ma c’è di più. La peggiore delle condanne non fu la morte ma l’annientamento, programmatico e sistematico, di un intero popolo. Fu l’umiliazione, la perdita dei diritti della dignità umana attraverso leggi immonde. E tutto ciò nell’indifferenza di quanti, intellettuali in primo luogo, fino a pochi anni prima vivevano, lavoravano, condividevano gioie e dolori con le stesse persone che poi hanno condannato col loro silenzio.
Milioni di tedeschi, e non solo loro, visto che tale atteggiamento fu proprio di altri popoli europei italiani compresi, distolsero lo sguardo davanti agli incendi delle sinagoghe, al boicottaggio dei negozi di ebrei e alle leggi che una dopo l’altra rendevano impossibile la vita degli ebrei all’interno della società in cui fino ad allora avevano vissuto.

Proprio questa indifferenza, esemplificata nei versi del pastore Niemoller, erroneamente attribuiti a Brecht, costituisce il più rilevante scandalo di quella orrenda vicenda.

Per questo motivo oggi abbiamo il dovere della memoria, il dovere di fare memoria, affinché drammi simili non abbiano a ripetersi. L’antisemitismo è, infatti, ancora vivo e come un cancro devastante s’insinua anche nei corpi sani.

“Quel che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo” questo è l’ammonimento che ci ha lasciato Anna Frank – una delle vittime più tragicamente note di quella “irrazionale” “follia” – che oggi, come domani, come sempre, dobbiamo far nostro.

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venerdì 12 settembre 2025

UN GENOCIDIO ?!

 

Finalmente qualcuno dice la verità, ma il qualcuno non è uno qualunque: «Riconosco un genocidio quando lo vedo». Con queste parole, Omer Bartov – professore di Studi sull’Olocausto e sul genocidio alla Brown University – ha rotto un silenzio che per mesi ha tenuto in ostaggio gran parte della comunità accademica, culturale e istituzionale dell’Occidente.

- di FEDERICO LIBERTI (Da “Compagno è il mondo”)

Lo ha fatto con un lungo saggio sul New York Times, pubblicato il 14 luglio 2025, che segna un punto di svolta nella ricezione pubblica del massacro in corso a Gaza. Perché Bartov, israeliano di nascita, già ufficiale dell’IDF, sionista nella formazione familiare, non è solo un esperto autorevole: è il testimone di una frattura epistemologica e morale. Scrive: «Essendo cresciuto in una casa sionista, ho vissuto la prima metà della mia vita in Israele, ho servito nell’IDF come soldato e ufficiale, e ho trascorso gran parte della mia carriera a fare ricerche e scrivere sui crimini di guerra e sull’Olocausto, questa è stata una conclusione dolorosa da raggiungere… Ma io insegno lezioni sul genocidio da un quarto di secolo. Ne riconosco uno quando ne vedo uno».

A differenza di chi brandisce con leggerezza l’accusa di genocidio come arma retorica, Bartov aderisce alla definizione rigorosa fornita dalla Convenzione ONU del 1948: il genocidio si configura laddove vi sia «l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale». Due, dunque, sono i criteri: l’intenzione e la messa in atto. Entrambi, nel caso israeliano, risultano documentati.

«Tale intento», scrive Bartov, «è stato espresso pubblicamente da numerosi funzionari e leader. Ma l’intento può anche derivare da uno schema di operazioni sul campo, e questo schema è diventato chiaro a maggio 2024 e da allora è diventato sempre più chiaro poiché l’IDF ha sistematicamente distrutto la Striscia di Gaza».

La strategia della distruzione totale

Secondo i dati raccolti, oltre il 70 per cento delle strutture di Gaza è stato distrutto o danneggiato. La stima dei morti supera i 58.000, di cui almeno 17.000 bambini. Oltre 2.000 famiglie sono state completamente cancellate. Gaza detiene oggi un primato grottesco:  stato distrutto o danneggiato. Gaza detiene oggi un primato grottesco: quello del più alto numero di bambini amputati per abitante del mondo».

Ma non è solo la distruzione materiale a essere sotto accusa. È il piano che guida la demolizione. Dopo la rottura del cessate il fuoco il 18 marzo, l’IDF ha concentrato la popolazione in tre aree del sud: Gaza City, i campi profughi centrali e la zona costiera di Mawasi. L’obiettivo, sostiene Bartov, è «rendere inabitabile la Striscia di Gaza per la popolazione palestinese, costringerla a fuggire o, non avendo dove andare, annientarne la capacità di esistenza collettiva».

È una definizione che non lascia ambiguità: «L’IDF è impegnata principalmente in un’operazione di demolizione e pulizia etnica». Un tentativo deliberato di spostamento forzato di popolazione, bombardamenti ripetuti di zone dichiarate “sicure”, fame come strumento di controllo, e infine la costruzione, parole del ministro della Difesa Israel Katz, di una “città umanitaria” sulle macerie di Rafah per 600.000 persone, a cui non sarà permesso di andarsene.

Bartov lo dice con chiarezza: «Quando un gruppo etnico non ha nessun posto dove andare e viene costantemente spostato da una cosiddetta zona sicura all’altra, bombardato e affamato senza sosta, la pulizia etnica può trasformarsi in genocidio. Questo è avvenuto in diversi genocidi del XX secolo, dagli Herero in Namibia agli armeni nella Prima Guerra Mondiale, fino all’Olocausto».

Il collasso della memoria dell’Olocausto

Ma il cuore del saggio di Bartov, e la sua gravità filosofica, stanno in una riflessione devastante sul fallimento della cultura della memoria. Le istituzioni nate per commemorare la Shoah, scrive, «sono rimaste in silenzio. Nessuna ha lanciato un avvertimento che Israele potrebbe essere accusato di crimini contro l’umanità, pulizia etnica o genocidio. Questo silenzio ha fatto beffe dello slogan ‘Mai più’».

Così, il riferimento all’Olocausto si è trasformato da monito universale a giustificazione etnica. Il genocidio diventa irrilevante se perpetrato in nome della propria sopravvivenza. La memoria si piega a ideologia: «Il rischio, conclude Bartov, è che dopo Gaza non sarà più possibile insegnare e studiare l’Olocausto come si faceva prima».

Bartov è impietoso: «Quando coloro che hanno dedicato la loro vita a insegnare l’Olocausto rifiutano di denunciare la disumanità ovunque essa si manifesti, essi minano tutto ciò per cui la ricerca e la commemorazione dell’Olocausto hanno lottato: la dignità di ogni essere umano, il rispetto del diritto, la necessità di opporsi all’odio».

La faglia tra studiosi dell’Olocausto e studiosi di genocidio

Questa catastrofe ha generato una frattura irreparabile anche all’interno del mondo accademico. Da un lato, una schiera crescente di studiosi di genocidio, tra cui Francesca Albanese, Raz Segal, William Schabas, Melanie O’Brien, che descrivono l’operazione israeliana a Gaza come «genocidio assoluto». Dall’altro, storici della Shoah come Norman Goda e Jeffrey Herf, che denunciano queste affermazioni come «calunnie antisemite».

Scrive Bartov: «Discreditare gli studiosi di genocidio che denunciano Gaza come genocidio mina le basi stesse di questi studi: la necessità permanente di definire, prevenire, punire e ricostruire la storia del genocidio».

Il futuro d’Israele e il tramonto della sua autorità morale

La conclusione è amara. Israele, nato come risposta alla Shoah, sta cancellando con le proprie mani il credito morale faticosamente accumulato nel secolo scorso. «La leadership politica e la cittadinanza israeliana», scrive Bartov, «dovranno decidere se continuare su questa strada disastrosa. Temo che Israele stia trasformandosi in uno stato d’apartheid autoritario pienamente realizzato. E questi stati, la storia lo insegna, non durano».

L’unica possibilità, remota ma salvifica, è che una nuova generazione di israeliani impari a vivere «non più all’ombra dell’Olocausto come giustificazione dell’umanità perduta», ma guardando in faccia la realtà: sette milioni di ebrei e sette milioni di palestinesi condividono la stessa terra. Pace, uguaglianza e dignità sono l’unico esito possibile per un futuro che non sia costruito sul sangue.

In questa prospettiva, conclude Bartov, «Israele dovrà imparare a vivere senza ricorrere all’Olocausto per giustificare l’inhumanitas.

Questo non riparerà il dolore inflitto a Gaza. Ma potrebbe, forse, restituire all’umanità intera un barlume di giustizia».

 www.tuttavia.eu


martedì 27 maggio 2025

LA CRUDELTA' DELL'INDIFFERENZA

 

Il dolore dell’altro

 e la lezione di Primo Levi. 

La crudeltà inizia

 con la nostra indifferenza

 

 

 

 

 

 

 

 Lo scrittore americano JONATHAN SAFRAN FOER: «Chi ci ha raccontato Auschwitz ci insegna che il silenzio e l’ombra sono complicità. L’ebraismo deve vivere nel mondo, ci chiederanno se siamo intervenuti di fronte al mondo che grida».

 Pubblichiamo il discorso che lo scrittore americano, autore di «Ogni cosa è illuminata» ha tenuto a Genova, alla cerimonia del premio Primo Levi, che gli è stato conferito. 

 Sono turbato dalla responsabilità che deriva dall'invocare il nome di Primo Levi. È giusto che sia così. Levi non ha scritto per confortarci, intrattenerci o redimerci. Ha scritto per turbarci. Credeva, come diceva lui stesso, che «è successo, quindi può succedere di nuovo», ciò che può succedere non è il cataclisma dell'Olocausto, ma l'indifferenza che ha permesso che accadesse. C'è una domanda alla base di tutta la sua opera: restare svegli. Non solo vigili nei confronti della storia, ma vulnerabili al presente. Levi non mirava a scioccare, ma a turbare. Il suo turbamento non era estetico o psicologico, era morale. Aveva lo scopo di mantenerci in una sorta di inquietudine sospesa. Non era solo un sopravvissuto che raccontava una catastrofe morale, ma un pensatore ebreo, profondamente radicato in una tradizione che diffida dell'agio e guarda con sospetto l'anima serena. 

 L'ebraismo ha sempre posto il disagio al centro del risveglio morale. Ad Abramo, il patriarca del monoteismo, viene comandato di non rimanere dove si trova, ma di «andare avanti» - lech lecha - un doppio comando di lasciare il luogo fisico e di allontanarsi da se stessi, dal proprio comfort, dalla stasi. Mosè non diventa profeta in virtù della sua discendenza o della sua intelligenza, ma perché si ferma a notare la violenza contro uno schiavo. La sua grandezza inizia con l'attenzione, il turbamento. I profeti della Torah sono figure profondamente turbate. Camminano per le loro città gridando contro l'ingiustizia, le loro parole sono come sirene contro l'autocompiacimento di chi vive nell'agiatezza. Non sono venerati dai loro contemporanei, anzi vengono derisi, esiliati, ignorati. Eppure, nella coscienza ebraica, sono la coscienza del popolo. Coloro che non permettono che la sofferenza diventi normalità. Nelle parole del profeta Amos: «Guai a coloro che vivono nell'agio». Non perché l'agio sia intrinsecamente sbagliato, ma perché genera dimenticanza. I profeti ci turbano perché la dimenticanza è il seme della crudeltà. 

 Essere turbati, nell'immaginario morale ebraico, non è una debolezza. È una forma di forza. È ciò che Dio loda in Giobbe: il suo rifiuto di accettare in silenzio le ingiustizie. Giobbe discute con Dio. Abramo discute con Dio. Mosè discute con Dio. Il tratto distintivo dell'esempio morale ebraico è la protesta. E non la protesta come rumore, ma la protesta come empatia, come rifiuto di accettare un mondo in cui la vita umana non viene venerata. 

 Il turbamento di Levi non era performativo. Non era autocelebrativo. Era faticoso. Era uno scienziato e uno scrittore, e ha usato gli strumenti di entrambe le professioni per illuminare i meccanismi della disumanizzazione: il linguaggio, i sistemi e i silenzi. Ci ha mostrato non solo cosa è successo ad Auschwitz, ma come è successo, come questa mancanza di reazione potrebbe succedere ovunque. 

 E così voglio parlare non solo di Levi, ma di questa tradizione più profonda su cui ha lavorato. Che dice: essere umani significa essere turbati. Diamo un'occhiata al mondo in cui viviamo. A Gaza sono stati uccisi più di 30.000 civili, molti bruciati nelle loro case, i loro nomi mai registrati, le loro vite a mala pena compiante. È una presa d'atto, un'emergenza che diventa politica. Gli esseri umani non sono statistiche. Sono bambini che cercano le braccia delle madri, madri che cercano di proteggere i figli. Dopo un anno e mezzo, ci sono ostaggi israeliani ancora nei tunnel, molti dei loro nomi dimenticati dai titoli dei giornali, il loro destino non menzionato nelle conversazioni quotidiane. La loro prigionia è uno specchio del nostro distacco. 

 In Sudan, ci sono quasi 9 milioni di sfollati per la guerra, la carestia e il collasso politico. Eppure, per la maggior parte di noi, il Sudan rimane un nome su una cartina, e che forse non proviamo neppure a cercare. In Ucraina, una guerra che un tempo ha sconvolto la coscienza dell'Occidente non fa più notizia. Ogni giorno muoiono civili. Abbiamo imparato a scorrere lo sguardo sugli schermi oltre la loro sofferenza, a tenere gli occhi e la bocca chiusi. Ma, come ben sapeva Levi, il silenzio non è assenza. È complicità. E mentre ci aggiorniamo in silenzio sulle notizie dai cellulari, 45 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione, la forma più letale di denutrizione. Corrisponde quasi alla popolazione della Spagna. 

Fermiamoci un attimo a immaginare la Spagna popolata esclusivamente da bambini che muoiono di fame di età inferiore ai cinque anni. Proviamo a immaginarli mentre camminano come zombie lungo Le Ramblas, seduti per terra dentro Reina Sofia, o che affollano ristoranti senza cibo... 

 Undici bambini muoiono di fame ogni minuto. Quasi un miliardo di persone va a letto affamato ogni sera. Quando è stata l'ultima volta che avete avuto fame? Una fame perenne? 

Per me, la fame è un concetto astratto. Ma per chi ha bisogno di mangiare, non è qualcosa di astratto. È un bambino che piange ed esausto si addormenta. È una madre che finge di aver già mangiato lasciare al figlio l'ultimo cucchiaio di riso. Non è solo una vergogna, non è solo una tragedia. Primo Levi aveva compreso qualcosa di essenziale: l'atrocità non inizia con la brutalità. Inizia con l'indifferenza. 

 Il pericolo più grande oggi non è una minaccia esterna, ma il fatto che non siamo più sufficientemente inorriditi. Diciamo: «È terribile» e andiamo avanti. Diciamo: «Non ce la faccio più», come se fosse un peso per noi e non la morte del figlio di qualcun altro. Nel Talmud c'è un insegnamento: «Se qualcuno può protestare per i peccati del mondo e non lo fa, è responsabile dei peccati del mondo». 

Nei suoi ultimi sermoni pubblici, Papa Francesco ha insistito sul fatto che la nostra speranza risiede in quella che ha definito una «cultura dell'incontro». Non la carità a distanza, non la pietà da uno schermo, ma l'incontro. Come ha affermato: «Dobbiamo aprire il nostro cuore a coloro che sono scartati e riconoscerli non come un peso, ma come uno specchio». Questa non è poesia. È strategia. Non combattiamo l'indifferenza con le statistiche. La combattiamo con i volti, i nomi, le storie. Questo è il ruolo della letteratura: non distrarci, ma disarmarci. Farci sentire più di quanto sia comodo. Riumanizzare ciò che il mondo ha reso anonimo, gettare luce dove le ombre si sono radicate più profondamente. 

 Io sbaglio costantemente. Vedo titoli che non clicco perché non voglio sapere. C'è uno strano conforto nell'indignazione: ci fa sentire svegli, giusti, impegnati. Ma l'indignazione senza azione è solo teatro. E io sono stato così spesso un attore. Quindi non vi parlo stasera da una posizione di chiarezza morale. Sono al vostro fianco come qualcuno che cerca, continuamente, di rimanere turbato. E fallisce. E ci riprova. 

 Da dove cominciare? La valanga di sofferenza non esiste solo nei titoli dei giornali di Paesi lontani. Vive nei nostri quartieri. Si nasconde in bella vista. Cosa significherebbe guardare i senzatetto. Non l'archetipo, ma l'individuo. L'uomo che dorme vicino alla stazione avvolto in coperte di recupero. Lo guardiamo. Ma non lo vediamo. E che dire del bambino che mangia solo a scuola, per il quale le vacanze estive sono una stagione di fame? Che dire del vicino malato di mente di cui non conosciamo il nome? O dell'immigrato le cui qualifiche non vengono mai riconosciute? Le loro vite non sono note a piè di pagina nelle nostre vite. Sono testi a sé stanti, testi sacri. E noi li stiamo ignorando. 

 Primo Levi ci ha chiesto di fermarci a leggerli. Levi non ha scritto solo di Auschwitz. 

L'immaginazione etica di Levi appartiene a questa tradizione. La sua scrittura è una forma di testimonianza, non solo dell'orrore, ma della struttura della coscienza. In questo, il suo lavoro riecheggia la filosofia di Emmanuel Levinas, che insegnava che il volto dell'altro è l'inizio di ogni etica. Per Levinas, il volto umano non è una maschera, è una chiamata. Dice, senza usare parole: «Non uccidere». Ma solo se lo guardiamo. Martin Buber, un altro pensatore ebreo la cui influenza aleggia sull'opera di Levi, ha scritto della relazione «Io-Tu», quello spazio in cui un essere umano si rivolge completamente a un altro, non come oggetto, ma come presenza. 

L'etica di Buber non parte dalle leggi, ma dall'incontro. E l'opera di Levi è piena di incontri di questo tipo: il compagno di prigionia che non può dimenticare, la guardia di cui non ha mai saputo il nome, i momenti di inaspettata gentilezza che hanno attraversato la nebbia dell'atrocità. Non sono momenti sentimentali. Sono eventi etici. 

 Hannah Arendt, anch'essa segnata dai traumi del totalitarismo, sosteneva che il male spesso assume la forma della banalità: non mostri, ma funzionari. Anche Levi lo sapeva. Non ha scritto solo della crudeltà, ma anche dell'ordine. Di persone che seguivano le regole. Che spuntavano caselle. Che non alzavano mai la voce. Eppure il loro silenzio ha facilitato la morte di massa. Questo è ciò che intendeva quando ci avvertiva: è successo, può succedere di nuovo. 

 Ecco perché Levi ha scritto. Ed ecco perché dobbiamo essere lettori, di libri ma anche dei nostri fratelli uomini. Leggere Sopravvivere ad Auschwitz non significa piangere i morti, ma leggerne i volti e così facendo, fare della loro memoria una protesta contro il mondo così com'è. Ma la memoria da sola non basta. È necessaria l'azione. Il Talmud ci dice che in un mondo alla deriva, ogni piccola azione diventa un'àncora. Visitare i malati. Vestire gli ignudi. Istruire gli ignoranti. Non sono opzioni caritatevoli, sono obblighi. 

 Sì, il mondo è vasto. Sì, le sue ferite sono profonde. Ma dobbiamo resistere alla paralisi causata dalle dimensioni globali. Dobbiamo scegliere: interrompere il meccanismo dell'ingiustizia con la nostra presenza. Colui che ha raccontato non solo le atrocità dei campi di concentramento, ma anche il progressivo cedimento della coscienza, sarebbe addolorato da come il benessere e la sicurezza degli ebrei in Occidente hanno, in troppi punti, offuscato il nostro impulso profetico. Mentre un tempo eravamo un popolo la cui antenna morale vibrava ad ogni ingiustizia, siamo ora anestetizzati dal nostro stesso successo. Siamo gli eredi di Abramo, che trattò con Dio per salvare la vita a stranieri; di Mosè, che ruppe le tavole piuttosto che ignorare l'idolatria; di Ester, che rischiò tutto per salvare il suo popolo. E di Levi, che capì che sopravvivere non è sufficiente: bisogna testimoniare. 

 Cosa penserebbe Levi di una comunità che raccoglie milioni per i musei ma rimane in silenzio mentre i vicini hanno fame? Che racconta la storia della propria schiavitù storica senza reagire con urgenza all'attuale schiavitù di altri? Il cui valore fondamentale è: «Chi salva una vita, salva il mondo intero», ma nella pratica spesso permette la morte. Non ricordiamo solo la sofferenza ebraica, ma risvegliamone la responsabilità. 

 L'ebraismo deve vivere nel mondo. Perché il mondo sta gridando, e non ci sta chiedendo se abbiamo acceso le candele il venerdì sera. Ci sta chiedendo: Dove eravate quando il voto è stato rubato? Quando il profugo è stato espulso? Quando il padre ha sollevato in alto il suo bambino morto? E noi dobbiamo essere in grado di rispondere, non con teorie o difese, ma con tremore e verità: Noi c'eravamo. Levi ci ha ricordato che «gli obiettivi del fascismo non sono stati raggiunti convincendo, ma trasformando le persone in ombre». Il nostro compito è quello di trasformare le ombre in persone: insistere sul colore, sull'individualità, sull'umanità. 

 Fonte: La Stampa

 


venerdì 27 gennaio 2023

UNA GIORNATA DELLA MEMORIA ... PER IL SUD




- di Giuseppe Savagnone *

 -  Il rischio delle celebrazioni ufficiali

- Sui giornali è stata abbondantemente celebrata, con una fioritura di titoli ad effetto, la “Giornata della Memoria”, sottolineando, giustamente, la necessità di educare le nuove generazioni a non dimenticare gli orrori dell’Olocausto. Ha indubbiamente costituito un incentivo il monito dolente di Liliana Segre riguardo al pericolo che, col trascorrere del tempo, vada attenuandosi, fino a spegnersi del tutto, l’indignazione per quanto è accaduto.

Il grande rischio di queste corali rievocazioni, tuttavia, è che esse finiscano per trasformarsi in rituali che, concentrando l’attenzione sui drammi del passato, distolgono lo sguardo da quelli del presente. Perché la memoria di ciò che di terribile hanno fatto i nostri padri – a perseguitare gli ebrei non sono stati solo i tedeschi, ma anche gli italiani! –  ha un senso solo se ci spinge a chiederci se non siamo anche noi passivi spettatori, e per ciò stesso complici, di nefandezze magari meno atroci, ma comunque tali da offendere l’umana dignità di tante persone.

Sarebbe facile osservare che, mentre continuiamo a ripetere, con sincera commozione, il nostro “Mai più!” a proposito delle persecuzioni  razziali contro gli ebrei, il governo italiano – col vento in poppa nei sondaggi – favorisce l’accoglienza dei profughi ucraini, ma perseguita sistematicamente i migranti che vengono dall’Africa, cercando di ostacolare come può l’opera di soccorso delle navi delle Ong e costringendo i poveracci tratti in salvo a lunghissimi tragitti in mare, in condizioni estremamente disagiate, prima di potere sbarcare. E forse i nostri figli dovranno istituire una “Giornata della Memoria” in cui ricordare le migliaia di vittime annegate in questi anni nel Mediterraneo fra l’indifferenza generale.

Il naufragio del Meridione

Ma c’è un’altra mostruosità ancora più vicina a noi – e forse proprio per questo invisibile ai nostri occhi – con cui continuiamo tranquillamente a convivere, ed è il divario crescente tra Nord e Sud d’Italia. In un bell’articolo su «Avvenire» del 27 gennaio scorso Roberto Petrini riferisce i dati del più recente rapporto Istat su questo tema: «Il Sud si sta spopolando: nell’ultimo decennio la popolazione è calata di 642mila unità, contro una crescita di 335mila nel Centro-Nord». E ad andarsene, per mancanza di prospettive di lavoro, sono i giovani, soprattutto i più qualificati, che lasciano dietro di sé il deserto.

Per rendersi conto dell’abisso, basta guardare il Pil pro capite, che nelle regioni meridionali «è circa la metà, 55-58%, di quello del Centro Nord: 18mila euro contro 33mila euro». Oppure la scolarizzazione: «Nel 2020 il 32% dei meridionali in età adulta aveva concluso al più la terza media, al Centro-Nord la percentuale scende al 24,5%». E poi i servizi: «L’obsolescenza delle reti idriche segna tre quarti delle Province del Mezzogiorno (nel Centro-Nord solo un quarto)». Per non parlare della sanità…

Quasi una secessione

Non si può dire che il governo attuale non stia facendo nulla, di fronte a questa situazione: sta preparando, su impulso della Lega, un’autonomia regionale che consentirà alle regioni del Nord di utilizzare in proprio le loro risorse economiche, lasciando al loro destino quelle meridionali. Recentemente il ministro per gli affari Regionali, Roberto Calderoli, ha presentato alla conferenza Stato-Regioni una proposta per l’attuazione del “regionalismo differenziato”, del resto chiaramente previsto dal programma della coalizione che gli italiani hanno premiato col loro voto.

In base al progetto del ministro leghista – di cui recentemente Salvini ha detto che «sarà realtà nel 2023» – alcune regioni, che già scalpitano per essere sciolte dai vincoli di solidarietà nazionale che ne limitano i poteri: Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia (ma in pole position ci sono pure Emilia-Romagna e Toscana), potrebbero organizzare e gestire autonomamente il sistema scolastico quello sanitario, quello energetico, quello dei trasporti (porti, aeroporti). Per citare solo alcune delle ventitré materie che sarebbero devolute dallo Stato ai governi regionali. Quasi una secessione.

È in questo contesto che Giuseppe Valditara, ministro (anche lui leghista) dell’Istruzione e del Merito, ha proposto, suscitando  varie e opposte reazioni, una differenziazione degli stipendi degli insegnanti in base al costo della vita nel luogo in cui vivono, dicendosi anche disposto ad aprire al finanziamento privato delle scuole pubbliche.

In sé, l’idea non è affatto assurda, perché è vero che un professore, che a Noto o a Reggio Calabria col suo stipendio può vivere decentemente, a Milano è un poveraccio. Ma un testo va letto alla luce del contesto. E le parole di Valditara non possono non far venire alla mente il progetto di Calderoli – suo compagno di partito – sui sistemi scolastici autonomi. Tanto più che il riferimento ai finanziamenti privati – subito rimangiato dal ministro, ma evidentemente presente nel suo pensiero – si presta perfettamente a una riorganizzazione della scuola in funzione di esigenze territoriali.

La linea del governo

Perché, invece, non alzare gli stipendi a tutti gli insegnanti italiani, portandoli ai livelli degli altri paesi europei? Di questo Valditara non ha parlato. Perché lo Stato non ha i soldi. Ma non li ha anche perché la Destra (con la complicità della “Sinistra”) si è sempre aspramente opposta ad ogni riforma fiscale che colpisca i ricchi – emblematica la bassissima tassa di successione, assurdamente inferiore, nel nostro paese, a quella di tutto il resto d’Europa! – e, ora che è al governo, ha anzi nel suo programma di favorirli con la flat tax, che abolisce la progressione delle imposte a vantaggio dei redditi più cospicui.

Quel che è certo è che per il Sud non si prospetta un futuro migliore, anzi… Si dirà che questa è la democrazia: evidentemente gli elettori italiani – e non certo solo da ora – non sembrano avere particolarmente a cuore la soluzione di questo problema e anzi, con le loro ultime scelte, hanno avallato una linea che esaspererà il divario tra regioni povere e regioni ricche.

Con i costi umani che saranno pagati dai più deboli economicamente e socialmente. In Italia, secondo le statistiche ufficiali, ci sono cinque milioni e mezzo di persone in condizione di povertà assoluta, la maggior parte nel Meridione, destinate a essere sempre più emarginate e costrette a vivere in condizioni di crescente indigenza.

Certo, non è un sacrificio umano neppure lontanamente paragonabile all’Olocausto. Ma è una ferita profonda a uomini e donne che vorrebbero anche loro vivere in pienezza. Perciò vorremmo tanto che, mentre ci indigniamo per quello che è accaduto nel passato e ci sforziamo di non perderne la memoria, provassimo a essere meno indifferenti verso quello che accade nel presente e sta per accadere nel futuro a questi uomini e a queste donne.  Per evitare che i nostri figli debbano istituire una “Giornata della Memoria” per quello che è stato fatto al Sud.

 * Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo,

Scrittore ed Editorialista.


 www.tuttavia.eu 


giovedì 26 gennaio 2023

L'OLOCAUSTO, UNA FOLLE TRAGEDIA DA NON DIMENTICARE

Ogni anno, il 27 gennaio, l'UNESCO rende omaggio alla memoria delle vittime dell'Olocausto e riafferma il suo impegno costante nel contrastare l'antisemitismo, il razzismo e altre forme di intolleranza che possono portare alla violenza di gruppo. La data segna l'anniversario della liberazione del campo di concentramento e sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau da parte delle truppe sovietiche il 27 gennaio 1945. Nel novembre 2005 è stata ufficialmente proclamata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell'Olocausto.

L'Olocausto ha colpito profondamente i Paesi in cui sono stati perpetrati i crimini nazisti, con implicazioni e conseguenze universali in molte altre parti del mondo. Gli Stati membri condividono la responsabilità collettiva di affrontare il trauma residuo, di mantenere politiche di memoria efficaci, di prendersi cura dei siti storici e di promuovere l'istruzione, la documentazione e la ricerca, oltre sette decenni dopo il genocidio. Questa responsabilità implica la formazione sulle cause, le conseguenze e le dinamiche di tali crimini, in modo da rafforzare la resistenza dei giovani contro le ideologie dell'odio. Poiché i genocidi e i crimini di atrocità continuano a verificarsi in diverse regioni e poiché stiamo assistendo a un aumento globale dell'antisemitismo e dei discorsi di odio, questo aspetto non è mai stato così importante.

Mantenere viva la memoria dell'Olocausto è l'adempimento di un dovere universale, un dovere verso l'umanità, che è la ragion d'essere dell'UNESCO: sradicare l'odio, costruire la pace e, quindi, proteggere l'umanità. In questa Giornata internazionale, impegniamoci a ricordare sempre. Lo dobbiamo alle vittime della Shoah, lo dobbiamo ai sopravvissuti, lo dobbiamo, infine, a tutte le generazioni future.

UNESCO




giovedì 27 gennaio 2022

OLOCAUSTO, EBREI e CRISTIANI


 La Memoria dell’Olocausto, quale il contributo della Chiesa cattolica e l’eredità custodita dagli uomini. 

Intervista al prof. p. Carmelo Raspa

 

-di  Mari Cortese

 -

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, viene celebrato in tutto il mondo dalla politica, dalle scuole, dalle associazioni e dal mondo della cultura da oltre quindici anni.

A dire il vero, sembra trascorso un tempo più longevo dalla sua istituzione. Invece, il ricordo istituzionale di eventi tragici come l’Olocausto e la Shoah del popolo ebraico ha solo varcato la soglia dell’adolescenza. Ciò è evidente non solo a causa di una questione “anagrafica” quanto perché la portata di tale eredità storica, con le sue brutture ma anche con il senso di quanto avvenuto, non è ancora stata raccolta nel profondo all’unanimità, nel nostro quotidiano. Ne abbiamo parlato con don Carmelo Raspa, parroco di San Giovanni Bosco (Acireale), docente di ebraico biblico presso la facoltà Teologica di Sicilia e lo Studio Teologico S.Paolo di Catania, profondo conoscitore della cultura e delle tradizioni legate al mondo complesso e affascinante dell’ebraismo.

Si parla tanto di Shoah anche se, purtroppo, solo durante il periodo che ruota intorno alla ricorrenza del 27 gennaio. Qual è, secondo lei, l’eredità storica e umana che ci ha lasciato questa tragedia?

La Shoah è stata, nel passato, un punto di partenza da parte del mondo cattolico e protestante per avvicinarsi maggiormente all’ebraismo. A testimonianza di ciò, finita la guerra ebbero luogo gli incontri di Seelisberg, dove cristiani ed ebrei si riunirono per stilare un documento contro l’antisemitismo; ricordiamo, negli anni Sessanta, lo storico incontro fra papa Giovanni XXIII e Jules Isaac, a suggellare il dialogo interreligioso; poi il Concilio Vaticano II col documento Nostra aetate: sono tutti passi fatti per una mutua conoscenza. Inoltre, Il fatto di ricordare la Shoah affinché certe ferocie non si ripetano più già rende la memoria “luminosa”. Ricordiamoci, infatti, che il male è sempre all’opera nel mondo e va contrastato con la forza del ricordo.

Come si inseriscono le comunità ebraiche all’interno dell’Italia odierna?

Oggi realtà come l’UCEI o l’UNEDI, il Gran Rabbinato e l’UGEI  agiscono per il dialogo ebraico-cristiano sia a livello istituzionale che territoriale. Ciò avviene soprattutto nel Nord. Noi in Sicilia purtroppo soffriamo di ciò perché non abbiamo una presenza numericamente massiccia di ebrei come a Roma, Milano o Napoli.

Cosa, eventualmente, un cattolico potrebbe imparare da un ebreo che pratica l’ebraismo?

Com’è noto, fra gli ebrei troviamo praticanti ortodossi ma anche moderati, laici e atei. Tutti però, anche i più lontani dalle pratiche religiose conoscono le scritture e la tradizione d’Israele: aspetto che a noi manca a livello di formazione. Bisogna ammetterlo: la nostra fede a volte si fonda su devozionalismi e sentimentalismi che ci allontanano dall’essenza della spiritualità. Invece, una conoscenza delle fonti, dai padri della Chiesa ai teologi alla lettura dei documenti del concilio, aprirebbe a una visione della religione senza pregiudizi, anche da parte dei non praticanti.

Malgrado il carico di malvagità che ha segnato le deportazioni di massa del popolo ebraico e il suo sterminio, una fetta di ragazzi nelle scuole non smette di fare ironia su questi accadimenti storici. Quali le responsabilità del mondo dell’istruzione e della Chiesa per educare i giovani al senso di quanto accaduto?  

È chiaro come oggi i nostri ragazzi risentano di una trasmissione valoriale mancata ed è per questo che cadono spesso nell’indifferenza. Parlerei perfino di un diffuso sospetto nei confronti della cultura che porta inevitabilmente a leggere e osservare poco o nulla. Ecco perché è necessaria la presenza di testimoni della Shoah, come la senatrice Liliana Segre. La scuola ha il dovere di educare i ragazzi all’ascolto e all’amore per la memoria storica. Tutto fuorché semplice, in questi tempi del consumo e del “tutto e subito”.

Invece, per custodire la memoria una fetta della Chiesa dovrebbe rivedere omelie e catechesi, dove purtroppo si evidenzia poco l’ebraicità di Gesù e se ne parla com’egli fosse un cristiano nato. Per non parlare di pregiudizi che danno “i farisei come i cattivi” e la Chiesa come nuovo Israele. Ciò è frutto di una  tradizione antisemitica cristiana che attribuisce agli ebrei segni come la stella gialla, il cappello a punta, il naso adunco, la figura dell’usuraio. Abbiamo bisogno di convertire la nostra conoscenza verso ilo popolo ebraico ma affinché questo sia possibile è necessario formarsi e formare tutto l’anno.

Eppure parte della Chiesa italiana e dei cattolici ha fatto tanto per gli ebrei durante il rastrellamento del ghetto di Roma.

Chiaramente una fetta della Chiesa, dei cattolici e degli istituti religiosi ha aiutato molti ebrei a salvarsi, addirittura facendoli passare per sacerdoti o consacrati o falsificandone i documenti. Nel contesto, la “politica prudente” di Pio XII ha impedito che si scatenasse una rivolta contro la Chiesa, che ha in tal modo avuto la possibilità di salvare vite umane lontano dai riflettori. Quindi, dal mirino dei nazifascisti. Molti ebrei fanno testimonianza di come siano stati nascosti o fatti emigrare. Purtroppo, c’era anche qualche cristiano delatore che spiava della loro presenza ai nemici.

Domanda che, invero, potrebbe sorgere nel cuore di chiunque: “Dio dov’era?”

In quell’oscurità si levano voci bellissime: Bonhoeffer, a esempio, arrestato dai nazisti e ucciso in un campo di concentramento, si è posto il problema di Dio non come un’entità tappabuchi ma come quel Dio che si incarna in un Cristo che soffre. Oppure, ricordiamo di Hetty Hillesum col suo Diario, in cui il principio di gravitazione non è di Dio intorno all’uomo ma il contrario. “E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio” è il principio di responsabilità degli uomini per far emergere l’immagine dell’Altissimo dai cuori in cui questa è stata sepolta.

Nel buio più profondo i deportati professavano la Fede, come si evince da pezzettini di preghiere ricopiate dai detenuti nei pochi stralci che riuscivano a trovare nei campi di concentramento. Oppure da piccoli oggetti legati al culto dello Shabbat. Ancora, da libri di preghiere rinvenuti in quei luoghi di atroci torture. È stata la professione di Fede nell’oscurità che ha consentito un ritorno di molti alla normalità.

Alcuni non trovano un equilibrio fra il rispetto per il popolo ebraico e il suo vissuto e un’idea politica contraria all’operato governativo israeliano nella questione israelo-palestinese.

Sono gli ebrei i primi a criticare l’operato dello Stato di Israele, così come i palestinesi fanno verso i terroristi. Ciò che emerge poco dalla nostra stampa, però, è la collaborazione fra ebrei e palestinesi all’interno di iniziative comuni che non vengono propagandate, come Neve Shalom o il teatro di Angelica Edna Calò Livne. Sono elementi che creano ponti e non muri, per citare papa Francesco.  Suggerirei di apprendere la questione israelo-palestinese da giornali del luogo, possibilmente tradotti in lingua inglese, come il Jerusalem Post, per una visione più ampia e senza pregiudizi su un tema così complesso, dove la morte si palesa sa entrambi i lati.

 Freepress on line

 

 

venerdì 6 agosto 2021

CONVIVERE CON LA PAURA


QUATTRO GENERAZIONI

 A CONFRONTO

- -di Luigi Sanlorenzo

- I recenti cento anni sono stati caratterizzati da timori periodici che hanno condizionato la crescita, lo sviluppo e la consistenza della coscienza collettiva e formato il carattere individuale di almeno quattro generazioni. Con cospicue differenze culturali, le paure hanno condizionato sia l’oriente che l’occidente del Pianeta. Dove maggiormente erano protagoniste, le società moderne e via via più complesse hanno sperimentato il sentimento di insicurezza verso il futuro, temendo non solo per la propria vita ma anche e soprattutto per le libertà e le conquiste sociali acquisite nel corso del XIX secolo.

Differentemente, nel mondo orientale, in larga misura influenzato da fedi e filosofie dell’ineluttabilità del destino – si pensi alla ruota del Karma che campeggia nella bandiera indiana,  al lamaismo tibetano e al buddismo – o all’abbandono alla volontà divina che caratterizza in larga misura il mondo islamico ed è sintetizzato nell’espressione “Inshallah” una diversa consapevolezza rispetto al futuro inteso come diretta conseguenza delle azioni umane,  ha in qualche modo ridotto l’ansia e la paura ma, non è poco, anche i sentimenti di scelta e di responsabilità individuale e collettiva. Soltanto da pochi decenni, singole individualità illuminate, spesso perseguitate e in molti casi soppresse con la violenza, hanno lottato contro ogni fatalismo, scuotendo ampi strati di popolazione che ancora oggi sono in cerca di una via per affrontare le tante complessità del mondo contemporaneo, combattute tra il rispetto della “tradizione” e la necessità di superarla, mantenendo integra ma flessibile la propria identità culturale, spesso maturata in secoli molto lontani.

Il lento procedere delle idee nate dalle Rivoluzioni americana e francese e la conseguente formazione dell’idea di responsabilità, quale irrinunciabile portato dell’esistenza umana in relazione alla società e all’ambiente si è dunque dispiegato con consistenti differenze tra i popoli e le nazioni e il fenomeno storico del colonialismo, vecchio e nuovo,  ha ritardato, fino a quanto è stato possibile, i processi di maturazione sociale e politica, il superamento, effettivo e non retorico, del sistema delle caste e delle divisioni razziali. Pochi paesi in via di sviluppo hanno seguito l’esempio del Sud Africa, dove grazie a personalità quali Nelson Mandela e il vescovo anglicano Desmond Tutu, la pratica dell’Ubuntu – espressione in lingua bantu che indica “benevolenza verso il prossimo” diventando  una regola pubblica di vita sociale, basata sulla compassione, il rispetto dell’altro – ha evitato che il ribaltamento delle posizioni di potere tra bianchi e neri si trasformasse in un massacro come quello avvenuto nel 1994 in Ruanda tra le etnie Hutu e Tutsi a cui la comunità internazionale ha assistito passivamente, scrivendo con il sangue di oltre un milione di vittime in circa cento giorni una delle pagine più vergognose della storia dell’Umanità.

Tra le decine di paure “minori” che hanno attraversato i recenti cento anni, quattro possono essere considerate cause ormai accertate dagli storici di eventi di inimmaginabile portata in grado di pregiudicare l’esistenza stessa del genere umano, a motivo del profondo sentimento di insicurezza che quegli eventi hanno generato, irrompendo nel mondo come lupi che aggrediscono un gregge,  disseminandolo non solo di vittime fisiche ma distruggendone la struttura sociale, al punto da lasciare tracce nel DNA dei sopravvissuti e della loro prole.

Volendo adottare un criterio strettamente cronologico il primo evento del XX secolo fu certamente la Rivoluzione d’Ottobre che, per la prima volta nella storia universale, realizzava il socialismo reale, ribaltando non solo una dinastia, quella dei Romanov che, forse ad eccezione di Pietro il Grande,  mai aveva brillato per lungimiranza e capacità di lettura dello spirito del tempo con la conseguente necessità di introdurre nello sterminato paese delle “anime morte” di Gogol, le riforme necessarie per evitare, o comunque contenere in un alveo costituzionale il cambiamento.

Nel più grande paese europeo, della cui grande letteratura ho scritto altrove, furono sradicati insieme il grano e il loglio in una furia rivoluzionaria che terrorizzò l’umanità già alle prese con primo grande conflitto mondiale. Non essendo questa la sede per entrare nel dettaglio dei “dieci giorni che sconvolsero il mondo , “Ten Days that Shook the World” come recita il titolo  dell’ opera scritta dal giornalista e saggista statunitense John Reed nel 1919, che testimonia in chiave di lungo reportage gli avvenimenti della Rivoluzione d’ottobre, sarà sufficiente ricordare qui quali furono le conseguenze in ogni parte del mondo, alimentando in paesi come la Cina nuove speranze ma scatenando un’indicibile paura in Occidente dove, a partire dagli Stati Uniti di Woodrow Wilson, ogni energia fu impiegata per contrastare il “pericolo bolscevico”.

Complice la situazione disastrosa lasciata in Europa dalla guerra, il profondo disagio sociale investì ogni strato della popolazione europea, scatenando forme di reazione che nel volgere di dieci anni avrebbero visto estendersi i fascismi, sostenuti in larga misura dal terrore che colpì come un vento panico le classi più abbienti e la piccola borghesia. Dall’Italia alla Spagna, dalla Germania ai Paesi Scandinavi il virus dell’autoritarismo e la strategia comunicativa del capro espiatorio furono, veicolati dalla concezione dello “stato etico”. Persino il Regno Unito non fu immune da tale tentazione e non pochi esponenti dell’aristocrazie non nascosero le proprie simpatie, a partire dall’erede al trono Edoardo VIII, figlio di Giorgio V e zio della regina Elisabetta II, che avrebbe abdicato dopo pochi giorni per contrarre matrimonio con l’americana divorziata Wally Simpson. Protagonista locale del tentativo di fascistizzare la più antica democrazia del mondo fu Oswald Mosley che nel 1932 fondò l’Unione britannica dei fascisti, poi disciolta dopo l’inizio della guerra. Solo la grinta del bull dog Winston Churchill impedì che quella macchia indelebile si allargasse in tutto il paese con la complicità interessata degli irredentisti irlandesi.

Le vicende di quel periodo breve ma allarmante della storia britannica fanno da sfondo al film del 1993 per la regia di James Ivory “Quel che resta del giorno” tratto dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro del 1989 con le indimenticabili interpretazioni di Anthony Hopkins, Emma Thompson, James Fox, Cristopher Reeve (Superman) e un giovane Hugh Grant.

Peraltro, è ormai noto a tutti che perfino il democratico Franklin Delano Roosevelt, in un’America che aveva accolto Italo Balbo come un eroe internazionale e che sin quasi alla vigilia di Pearl Harbour, non tenne in alcun conto le prime notizie dello svolgimento dell’Olocausto che giungevano alla comunità ebraica statunitense attraverso i propri parenti europei, testimoni oculari del genocidio più famoso, tra i molti dimenticati, al mondo.

La generazione dei nati nei primi anni del ‘900 visse quei tempi e ne assorbì gli umori pestilenziali ma anche gli anticorpi civili.

La seconda grande paura esplose con il bagliore accecante delle due atomiche sganciate dagli Stati Uniti  nel mese di agosto del 1945 su Hiroshima, il 6, e Nagasaki, il 9, per annichilire l’Impero Giapponese, già membro dell’Asse con Roma e Berlino, che nonostante  le pesanti sconfitte nel Pacifico si preparava ad un infinita lotta di resistenza casa per casa che sarebbe costata un numero di vittime non inferiore a quelle delle due esplosioni nucleari; questa almeno fu la giustificazione del Presidente  Harry Truman,  che tuttavia ancora oggi non convince molti che ritengono fosse anche un avvertimento agli alleati/nemici sovietici. Era iniziata l’Era atomica con il proprio corredo di paure ancestrali, di diffidenze interne ed internazionali, di purghe anticomuniste negli USA che non risparmiarono larga parte degli intellettuali di allora, culminando nella costruzione nel 1961 del Muro di Berlino che avrebbe marchiato per sempre “il secolo breve”, come lo ha definito lo storico britannico Eric Hobsbawm, fino all’inevitabile crollo nel 1989 e le conseguenze che tutti conoscono e che ancora oggi sono rintracciabili nella politica italiana e internazionale.

La generazione di chi scrive – quella dei baby boomers – ha vissuto profondamente quel clima, si formò schierandosi su fronti opposti, spesso ingenuamente cadde anche nell’equivoco di un falso pacifismo, manovrato e finanziato dall’Unione Sovietica per indebolire l’Alleanza Atlantica ed attrarne alcuni paesi membri dove consistente era il peso politico dei partiti comunisti, tra cui l’Italia, nella propria orbita.

Molti scelsero la lotta armata, tingendo del colore del piombo quegli anni.

Non saremo mai abbastanza grati ad Enrico Berlinguer per aver fiutato la trappola, dando vita allo “strappo da Mosca” nonostante la contrarietà di alcuni massimi dirigenti del PCI che avevano assistito in colpevole silenzio alla repressione sovietica in Ungheria nel 1956 ed a Praga nel 1968.

Della terza grande paura ricorderemo l’11 settembre i venti anni. Con l’attentato alle Twin Towers di New York durante il quale perirono 2753 persone di ogni nazionalità, si apriva il nuovo millennio. Quasi un avvertimento che il trono su cui regna la paura non sarebbe rimasto vuoto a lungo, quasi ad avvertire i millennials, detti anche generazioni “Y” e “Z”.

Quel tremendo pomeriggio Paolo Mieli, presente a Palermo per una manifestazione della Provincia Regionale a Villa Giulia promossa dall’allora assessore alla cultura Tommaso Romano, fu il primo a dire “Nulla sarà più come prima”. Non aveva torto, perché la nuova paura si diffuse come un incendio in tutto il mondo e continua sotto traccia, poco al disotto della quarta e più grande che il mondo sta vivendo in relazione alla pandemia e di cui Lo Spessore fu tra i primi a vaticinare la pericolosità quando i media si affannavano a minimizzare.

La paura dunque è questo sentimento travolgente che fa perdere il lume della ragione e rivela in modo spietato i lati migliori e peggiori dell’animo umano. Così l’ha voluta definire Il filosofo Umberto Galimberti, tra i più ascoltati in modo trasversale, che in molte occasioni ha saputo orientare mote coscienze:

“E’ un’emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia. La paura è spesso accompagnata da una reazione organica, di cui è responsabile il sistema nervoso autonomo, che prepara l’organismo alla situazione d’emergenza, disponendolo, anche se in modo non specifico, all’apprestamento delle difese che si traducono solitamente in atteggiamenti di lotta e fuga. Esiste una differenza sostanziale tra paura e angoscia. La paura, infatti, è un ottimo meccanismo di difesa, perché siamo di fronte a un soggetto determinato. L’angoscia invece subentra quando non si capisce da dove viene il pericolo. Non c’è un soggetto chiaro davanti a noi, ma un nemico che non si vede. I bambini, non a caso, non hanno paura ma provano angosce, La pandemia è la tempesta perfetta. Il coronavirus è la tempesta perfetta. Perché mescola la paura con l’angoscia. Come il terrorismo”

“Proprio l’essere liberi ci rende vulnerabili e indifesi: di fronte alla possibilità come dimensione autentica dell’uomo, è chiaro che ombre spaventose offuscano il lume della ragione, facendoci temere il naufragio dell’esistenza”. Così definisce il vivere Karl Jaspers, e similmente lo avverte Jean Paul Sartre quando ne “La nausea” descrive quel sentimento che ci attanaglia mentre osserviamo il mondo.

Libertà e paura vanno di pari passo, e ci inseguono sempre, perché implicano non soltanto l’eventualità dell’orrore, ma anche – ancor più inquietante – che quell’angoscia venga evocata proprio dalle nostre azioni, consapevolmente o meno. Non è forse Amleto, principe di Danimarca, il simbolo dell’uomo che tituba, che non riesce ad agire, sconvolto ma anche paralizzato davanti agli eventi imponderabili?

Davanti alla vita, dopo la religiosa caduta nel regno della polvere, persa la sicurezza edenica, l’uomo è costretto a brancolare nel buio, e dentro quel buio immaginare dita che si allungano, arti mostruosi, figure indicibili pronte a rubargli l’anima, a offenderlo, a privarlo della possibilità di una redenzione.

Mentre accogliamo queste parole come definitive nell’accettare la paura come compagna di strada dell’Uomo sin dal suo primo costituirsi come soggetto pensante, non posiamo non fare i conti con una nuova angoscia che si insinua a poco a poco nella coscienza collettiva e che accompagnerà a lungo le prossime generazioni, nella difficile transizione tra la visione del mondo come possesso esclusivo ed irresponsabile dell’ambiente e quella di un patrimonio in prestito da tramandare, migliorandolo ove possibile. L’unica consolazione risiede nel fatto che, a differenza degli stati e delle dominazioni, l’ambiente non conosce confini e ogni violazione perpetrata in suo danno si estende a tutti gli angoli del pianeta. Un argomento, su cui si sono espressi pontefici, capi religiosi, intellettuali e leaders degni di questo nome, che per la prima volta potrebbe essere finalmente unificante.

Ma, attenzione, anche su questa nuova e imminente paura ci sarà sempre chi vorrà cavalcarla per piegarla ai propri interessi, incrementare le schiere dei propri seguaci, distorcere la verità e, come al solito, tentare di controllare il mondo, replicando un copione, da molti ignorato,  che viene da lontano. Un avvertimento lanciato con il cuore di nonno alla generazione Alpha, nata dopo il 2010 e che dovrà sostenere il peso maggiore o soccombervi. In entrambi i casi sarà stata nostra responsabilità.

Ed è forse questa l’angoscia più grande.

Lo Spessore