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martedì 27 gennaio 2026

IL DOVERE DELLA MEMORIA

 


La Shoah e il dovere della Memoria


“Quel che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo” 



-         di Pasquale Hamel 

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Il Novecento è stato il secolo che, grazie alle scoperte scientifiche e alle relative applicazioni tecniche, ha dato una fantastica accelerazione al progresso umano. Eppure è stato anche il secolo delle grandi tragedie, di orrori tali da seppellire ogni ottimismo sull’idea di un’innata bontà umana.

La Shoah, lo sterminio del popolo ebraico in Europa da parte del regime nazionalsocialista, è la più emblematica di queste tragedie. Ma, per la portata storica, emotiva e culturale, che ha tratti assolutamente epocali, si configura per la sua unicità. Essa è infatti una ferita profonda e inguaribile nel cuore stesso dell’identità europea.

Nessuno prima di allora avrebbe potuto immaginare che, nel cuore dell’“Europa civile” a metà del XX secolo, potesse accadere una tragedia simile.

E cioè che milioni di uomini, sol perché considerati dai tratti specifici della cultura d’origine, potessero essere portati al macello fra immani sofferenze.

Ma c’è di più. La peggiore delle condanne non fu la morte ma l’annientamento, programmatico e sistematico, di un intero popolo. Fu l’umiliazione, la perdita dei diritti della dignità umana attraverso leggi immonde. E tutto ciò nell’indifferenza di quanti, intellettuali in primo luogo, fino a pochi anni prima vivevano, lavoravano, condividevano gioie e dolori con le stesse persone che poi hanno condannato col loro silenzio.
Milioni di tedeschi, e non solo loro, visto che tale atteggiamento fu proprio di altri popoli europei italiani compresi, distolsero lo sguardo davanti agli incendi delle sinagoghe, al boicottaggio dei negozi di ebrei e alle leggi che una dopo l’altra rendevano impossibile la vita degli ebrei all’interno della società in cui fino ad allora avevano vissuto.

Proprio questa indifferenza, esemplificata nei versi del pastore Niemoller, erroneamente attribuiti a Brecht, costituisce il più rilevante scandalo di quella orrenda vicenda.

Per questo motivo oggi abbiamo il dovere della memoria, il dovere di fare memoria, affinché drammi simili non abbiano a ripetersi. L’antisemitismo è, infatti, ancora vivo e come un cancro devastante s’insinua anche nei corpi sani.

“Quel che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo” questo è l’ammonimento che ci ha lasciato Anna Frank – una delle vittime più tragicamente note di quella “irrazionale” “follia” – che oggi, come domani, come sempre, dobbiamo far nostro.

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martedì 22 luglio 2025

EBRAISMO E CRISTIANESIMO ADESSO

 

Quale valore ha per i discepoli di Cristo l’esistenza del popolo ebraico? Come riconoscere con onestà la responsabilità nei confronti dell’antisemitismo? Come coniugare l’amore alla “santa radice” alla novità rappresentata da Gesù?

 Se è chiaro che Israele e la Chiesa non possono essere in alcun modo confusi, non è meno evidente alla fede cristiana che sono inseparabili.

-di BRUNO FORTE

Quanto sta avvenendo nella Striscia di Gaza, con l’esercito israeliano impegnato in una sistematica distruzione di un intero popolo come risposta al barbaro attentato compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, sta producendo una crescita esponenziale dell’antisemitismo in ogni parte del mondo, in particolare nella nostra Europa.

L’attacco poi alla Chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, con la morte di alcune persone e il ferimento di altre, fra cui il parroco Gabriel Romanelli, evidenzia ancor più l’assurdità di quanto sta avvenendo. Ha affermato il patriarca di Gerusalemme dei latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa: « È ora di fermare questa guerra che è sempre stata assurda e ora è ancora più insensata. Oggi hanno colpito i cristiani, ma ogni giorno muoiono ancora decine di persone nella Striscia».

In conseguenza di tutto questo, anni di dialogo ebraico-cristiano sembrano compromessi e le pur tante voci che si levano dal mondo ebraico, critiche verso le scelte del premier Netanyahu, sembrano ignorate nel generale dissenso nei confronti dell’azione dell’esercito israeliano. Tutto questo pone domande gravi alla coscienza cristiana, consapevole che il raduno escatologico d’Israele è – secondo diversi esegeti – la causa per la quale Gesù, ebreo ed ebreo per sempre, ha speso la Sua vita e non ignara dell’enorme apporto che l’ebraismo ha dato alla formazione della coscienza europea e della civiltà in generale.

Radicati nella tradizione ebraica sono alcuni dei paradigmi di fondo dell’ethos dell’Occidente, come il senso di una storia orientata all’éschaton e la relazione al Dio unico e personale. Innumerevoli sono i protagonisti della nostra crescita culturale, morale e sociale, che vengono dall’ebraismo, quali – per fare solo qualche nome del nostro tempo – Sigmund Freud, Martin Buber, Franz Rosenzweig, Emmanuel Lévinas, Zygmunt Bauman... Come concepire e vivere il rapporto fra ebraismo e cristianesimo in quest’ora drammatica della storia? È ancora possibile sperare che la probabile maggioranza silenziosa che anche in Israele è contraria alla politica del suo governo riesca a incidere perché si compiano scelte in grado di arrivare a patti di pace nella verità e nella giustizia?

La differenza di posizioni fra il presidente Herzog, favorevole a una tregua con Hamas, e il primo ministro Netanyahu è di per sé uno spiraglio verso una lettura più articolata e complessa di quanto sta avvenendo: il sogno di due popoli - due Stati che vivano in armonia sullo stesso territorio non può, né deve considerarsi fallito e impossibile. Ed è qui che il ruolo dei cristiani in Terra Santa e nel mondo può risultare rilevante: se è chiaro che Israele e la Chiesa non possono essere in alcun modo confusi, non è meno evidente alla fede cristiana che sono inseparabili.

Gli accorati appelli di papa Leone XIV a una pace «disarmata e disarmante», da realizzare dovunque, si muovono in questa direzione. Le presenze cristiane in Terra Santa concordano con questa posizione. Quello che allora è necessario promuovere nel modo più ampio possibile è un movimento di opinione che abbracci arabi e israeliani, ebrei, cristiani e musulmani in ogni parte del mondo, e che spinga i responsabili delle forze in gioco a cercare vie di dialogo e di collaborazione per il bene di tutti. C ertamente non potrà esserci un cammino di riconciliazione senza il riconoscimento del pieno diritto di Israele alla sua esistenza nella pace. Non di meno, risulterà chiaro che la presenza araba in Terra Santa dovrà prendere sempre più le distanze dalla sua identificazione con Hamas, gruppo terroristico costruito solo sull’odio e la volontà di vendetta, e perciò del tutto incapace di candidarsi ad esprimere i diritti della popolazione araba nel suo insieme. Proprio qui può collocarsi un ruolo significativo delle presenze cristiane, che pur nella loro varietà e diversità riconoscono i diritti inalienabili sopra accennati sia d’Israele, che delle diverse componenti arabe presenti in Terra Santa.

Coglie precisamente questa prospettiva la Dichiarazione Tra Gerusalemme e Roma, pubblicata in occasione del cinquantesimo anniversario di Nostra Aetate, la dichiarazione del Vaticano II, che ha trasformato l’atteggiamento della Chiesa cattolica verso le altre religioni del mondo, in particolare l’ebraismo. Datato Rosh Chodesh Adar I, 5776 (10 febbraio 2016), il testo è stato adottato nel marzo 2016 dalla Conferenza dei Rabbini europei e dal Comitato Esecutivo del Consiglio rabbinico d’America e presentato a papa Francesco il 31 agosto 2017. Proprio a partire da questo testo le domande che dobbiamo porci non sono eludibili: quale valore ha per i discepoli di Cristo l’esistenza del popolo ebraico? Come definire e riconoscere con onestà la responsabilità dei cristiani nei confronti dell’antisemitismo?

Come coniugare l’amore alla “santa radice”, che è Israele, alla novità rappresentata dal Signore Gesù e all’amore che essa richiede verso ogni popolo e nazione, a cominciare dalla presenza sia ebraica, che araba nella terra promessa?

Come una più profonda conoscenza dell’ebraismo vivente, come dei vari volti dell’islam, potrà favorire un cammino di riconciliazione fra musulmani, cristiani ed ebrei, nell’attesa dello “ shalom” finale da tutti atteso e sperato? Anche all’interlocutore ebraico i cristiani dovranno porre domande, incoraggiati a farlo da alcune voci particolarmente incisive provenienti dallo stesso Israele odierno, che sperimenta la condizione del tutto nuova dopo duemila anni di essere maggioranza forte in un Paese libero: che cosa è possibile ed è giusto chiedere ai nostri fratelli ebrei perché questo cammino sia più facile e spedito per tutti?

In che senso e in quali forme la conversione (in ebraico “teshuva”) può riguardare anche loro, ad esempio nei confronti della minoranza araba, islamica e cristiana, presente in Israele?

Come tutti potremo collaborare alla ricerca di patti di pace ispirati a verità e giustizia? A queste domande – rilanciate anche da figure significative della presenza ebraica in Italia, come Liliana Segre o Edith Bruck – è urgente che tutti diano una risposta.

Frédéric Manns, biblista di fama mondiale, che ha vissuto a Gerusalemme fino alla morte amando immensamente la Terra Santa, ha affermato una volta: « La riconciliazione sarà possibile solo se ognuno perdonerà le offese ricevute e abbandonerà la pretesa di essere l’unico che ami Gerusalemme. Questo è il prezzo da pagare per la pace. Non si tratta di elaborare nuove ideologie, ma di accogliere Dio che bussa alla porta. Il Dio dell’Alleanza ha sempre chiesto a Israele di rispettare lo straniero che vive nel suo seno. Fin quando non ci sarà pace nelle religioni non ci sarà pace a Gerusalemme». 

Un compito, una sfida, una promessa…

* Arcivescovo di Chieti-Vasto

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sabato 19 luglio 2025

IL VOLTO SFIGURATO DEL DIO D'ISRAELE

 

La lettura fondamentalista e fanaticamente nazionalista che danno dei testi biblici personaggi come Ben-Gvir e i suoi sostenitori è un tradimento, non una conseguenza strutturale, dell’ebraismo.



-di Giuseppe Savagnone 

 

L’aspetto religioso della guerra d’Israele

Un aspetto particolarmente inquietante, e forse per questo poco approfondito dai media, nella drammatica escalation che in questo ultimo anno e mezzo ha portato lo Stato d’Israele al centro delle cronache, è quello religioso.

È un dato di fatto che un ruolo decisivo nel governo Netanyahu hanno avuto e continuano ad avere i partiti degli ebrei ortodossi, come «Potere Ebraico», il cui leader, Itamar Ben-Gvir, noto per il suo estremismo, è il ministro della Sicurezza e contribuisce in modo determinante ad assicurare l’appoggio della maggioranza. 

Sta di fatto che sono questi partiti ad aver dato, a quella che inizialmente era stata presentata come un’operazione difensiva, il carattere, ormai evidente a tutti, di una spietata pulizia etnica se non, come sostengono molti, di un vero e proprio genocidio. Ed è in nome della loro fede che essi perseguono il progetto del “grande Israele”, che implica la coincidenza dello Stato ebraico con la “terra promessa” di cui parla la Bibbia.

Che di questo fattore si parli molto poco è comprensibile. Siamo così abituati a identificare il fondamentalismo religioso con l’islam, che diventa imbarazzante  riconoscerlo in quelli che Giovanni Paolo II ha definito «i nostri fratelli maggiori», i quali, per di più, invocano a loro giustificazione la stessa Bibbia che costituisce un testo sacro per il cristianesimo e che viene utilizzata quotidianamente nella liturgia delle Ore e nella celebrazione eucaristica.

Eppure, è indubbio che, ancor prima del 7 ottobre, ancor prima del governo Netanyahu, si è via via verificata una trasformazione dello Stato ebraico in senso religioso. La storica ebrea Anna Foa, nel suo recente libro Il suicidio d’Israele, ha scritto che il suo fondatore, Ben Gurion, «laico convinto», era persuaso che la religione si sarebbe presto estinta. «In realtà è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultra-ortodossi».

Ne è risultato, secondo la Foa, un profondo cambiamento della originaria prospettiva sionista: «Non era certo questa l’ideologia del sionismo delle origini e nemmeno quella della formazione dello Stato». Sono stati gli sviluppi politico-militari successivi alla sua nascita, nel 1948, che ne hanno cambiato la fisionomia.

In particolare, ella scrive, dopo la vittoria nella “guerra dei sei giorni” del giugno 1967, «il sionismo subiva una vera e propria metamorfosi e si diffondeva un diverso tipo di israeliano, un sionista religioso aggressivo e ispirato da Dio a colonizzare tutta la terra di Israele. Sebbene al governo fossero i laburisti, a partire dal 1967 iniziava nella West Bank occupata il fenomeno degli insediamenti da parte dei gruppi estremisti messianici».

Il trauma della violenza subìta il 7 ottobre 2023 ha contribuito a esasperare questa tendenza. Constata la Foa: «Dopo il 7 ottobre l’attività di insediamento si è moltiplicata (. . . ). I coloni sono ora quasi 700.000».

Così come si è scatenata una campagna militare che, nata con l’intento di combattere i terroristi di Hamas, si è via via trasformata essa stessa in una azione terroristica su larga scala nei confronti del popolo palestinese, mettendo in seria difficoltà i tradizionali alleati di Israele, tenaci sostenitori della sua legittimità democratica .

Viene spontaneo chiedersi come sia possibile che a giustificare questa politica, che viola non soltanto le risoluzioni dell’ONU dal 1947 in poi, non solo il diritto internazionale, ma anche – come purtroppo ci dicono quotidianamente i mezzi d’informazione e ci mostrano le immagini della televisione – i più elementari diritti umani, possa essere invocata la volontà di Dio, e non di una qualunque divinità, non di Allah, ma del Dio della Sacra Scrittura .

Due opposte letture

Ha provato a spiegarlo, in un recente articolo, Vito Mancuso, facendo notare che «la religione ebraica ha una duplice essenza: spirituale e politica». E mentre la prima contiene i germi dell’amore del prossimo, la seconda si ispira al primato della forza. «Esattamente per questo motivo nella Bibbia ebraica, accanto alla spiritualità della solidarietà, vi è un’ideologia del potere e dell’oppressione nazionalista e razzista verso altri popoli che partorisce i molti Ben Gvir».

L’autore conia, a questo proposito, il termine “israelismo”, contrapponendolo all’autentico ebraismo. «L’israelismo rappresenta il lato oscuro dell’ebraismo (ogni religione, anzi ogni realtà, ha il proprio)».

Su questa linea Mancuso arriva a parlare di un «nazi-sionismo». E cita dei passi del libro del Deuteronomio, in cui Mosè si rivolge al suo popolo, prima di entrare nella terra promessa, esortandolo ad annientare le popolazioni che vi risiedono: «Quando il Signore, tuo Dio, le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio in ebraico, cherem]. Con esse non stringerai alcuna alleanza e nei loro confronti non avrai pietà» (Dt 7,2.6).

All’articolo di Mancuso ha risposto uno di Massimo Giuliani, docente di Pensiero ebraico, che giudica «aberrante la categoria di nazi-sionismo»: «Associare o equiparare il sionismo al nazismo è una perversione storica, dettata da puro accanimento ideologico. Si possono legittimamente criticare le politiche militari e le strategie belliche dell’attuale governo israeliano (…), ma non si può ascrivere alla “religione ebraica” la logica di quelle politiche».

Più alla radice, secondo Giuliani, «è contrario a ogni approccio critico scindere l’ebraismo in due essenze, una spirituale (supposta buona e accettabile) e una politica (ovviamente cattiva, demoniaca sin dall’origine)».

Torti e ragioni

In realtà, leggendo il libro di Anna Foa, si scopre che il paragone coi nazisti era già stato fatto proprio da un filosofo ebreo, Yeshayahu Leibowitz, detto «la coscienza di Israele» e vincitore nel 1993 del prestigioso Premio Israele, da lui rifiutato. «Leibowitz negava ogni diritto divino degli ebrei alla terra di Israele e sosteneva che l’occupazione avrebbe avvelenato l’animo degli israeliani trasformandoli in “giudeo-nazisti”».

Ed è molto difficile negare che i fondamentalisti religiosi e gli ultra-ortodossi attualmente al potere in Israele pretendano di ispirarsi ai testi biblici, visto che li invocano esplicitamente a giustificazione della loro campagna militare e del loro progetto politico.

Ha dunque ragione Mancuso nell’attribuire la violenza all’ “israelismo” che inevitabilmente accompagna l’ebraismo?  In realtà, neanche la sua tesi sembra corretta, perché non guarda alla complessità dei testi biblici e si ferma al Deuteronomio.

Un primo punto cruciale è quello sottolineato da un autorevole biblista, Giuseppe Barbaglio, in un libro intitolato Dio violento? Lettura delle Scritture ebraiche e cristiane: «L’esame delle diverse parti della bibbia giudaica mostra, senza ombra di dubbio, che il popolo dell’antico Israele ha avuto sempre e costantemente lucida coscienza dell’intangibilità della vita umana».

Nel libro della Genesi Dio dice: «Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello». La motivazione è teologica: «Perché ad immagine di Dio è stato fatto l’uomo» (Gn 9, 5-6).

Un secondo punto decisivo è la guerra, pur presente abbondantemente nelle pagine bibliche, non è considerata inevitabile. In particolare, scrive Barbaglio, i profeti «hanno creato una vasta e sensibilissima coscienza antiviolenta». Ad essi innanzi tutto si deve la prospettiva «di un futuro di pace universale e cosmica e di distruzione di tute le armi».

Sta di fatto che «nella bibbia giudaica non si parla mai di “guerra santa”» C’è un intervento di Dio nelle guerre di Israele, «ma nel raffigurarsi il proprio Dio come guerriero e le guerre quali imprese in cui interviene la divinità adorata, l’antico Israele non tradisce alcuna originalità, dal momento che si tratta di un’ideologia diffusa allora in quell’area geografica e culturale». 

E, se è vero che la tradizione letteraria che sta dietro il libro del Deuteronomio è «caratterizzata da una forte bellicosità», come ha sottolineato Mancuso, va anche detto che quella  «presente soprattutto nei primi quattro libri della bibbia ebraica, Genesi, Esodo, Levitico, Numeri» evidenzia uno «spirito pacifista e non violento».

Un’ulteriore importante precisazione viene da un altro noto studioso  del problema della violenza nella Bibbia, Norbert Lohfink, nel suo libro Il Dio della Bibbia e la violenza. A proposito del cherem – lo sterminio delle popolazioni vinte, di cui si parla nel Deuteronomio, citato da Mancuso – , egli osserva: «Forse la realtà storica potrebbe anche avere conosciuto solo la cacciata delle élites al potere nelle città cananee e quindi il rovesciamento del sistema sociale e politico in vigore».  In realtà «il cherem era una rinunzia di carattere sacrale al bottino (…) riferita preferibilmente ai beni materiali. Solo la sistemazione deuteronomistica della tradizione ne fece uno sterminio dell’intera popolazione comandato da Dio». Insomma, si tratta probabilmente solo di una elaborazione letteraria posteriore.

A questo punto, l’anima violenta della Bibbia, attribuita da Mancuso alla sua dimensione politica, nazionale (l’“israelismo”), sembra in realtà dovuta a condizionamenti culturali e non è dunque un inesorabile risvolto dell’ebraismo.

Lo dimostra il grande fiume dalla spiritualità ebraica, con la tradizione dei chassidim e con personalità come quella di Martin Buber, filosofo che ha celebrato la  relazione e il dialogo, che pure aderì al sionismo e fu favorevole alla creazione di uno Stato ebraico, inteso però come luogo di pacifica convivenza  tra ebrei e palestinesi.

La lettura fondamentalista e fanaticamente nazionalista che danno dei testi biblici personaggi come Ben-Gvir e i suoi sostenitori è un tradimento, non una conseguenza strutturale, dell’ebraismo. Sono loro, con la loro religiosità distorta, non la Bibbia, all’origine della violenza a cui stiamo assistendo. E, seguendo loro, Israele non si sta solo suicidando, ma sta profanando e sfigurando il vero volto del suo Dio.

 www.tuttavia.eu

 Immagine: Foto di Cole Keister su Unsplash



venerdì 15 novembre 2024

LA QUESTIONE EBRAICA

 

La “questione ebraica” 

tra antisemitismo e pulizia etnica


 

·        di Giuseppe Savagnone*

Gli Ebrei e Israele 

È apparsa in questi giorni su tutti i quotidiani una notizia che rinfocola ancora di più – dopo la vicenda delle violenze contro i tifosi del Maccabi Tel Aviv, ad Amsterdam – i timori di una rinascita dell’antisemitismo: un albergo di Selva di Cadore ha respinto una coppia di turisti israeliani accusandoli di essere «responsabili di un genocidio».

Quando sembrava che le millenaria “questione ebraica” fosse ormai per sempre consegnata alla storia – sotto il tragico segno dell’Olocausto e col giusto senso di colpa di un mondo che l’aveva provocato o comunque non aveva saputo impedirlo – , l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la successiva reazione di Israele, ancora in corso, l’hanno drammaticamente riaperta e riportata di attualità.

Solo che ora essa è complicata dal fatto che ormai si intreccia inevitabilmente con quella delle sorti e della politica dello Stato di Israele, come l’episodio di Selva di Cadore evidenzia.

Sono gli stessi ebrei, peraltro, a vivere dolorosamente questo intreccio. Diceva in un’intervista un rappresentante del movimento ebraico liberale in Francia, il rabbino David Meyer: «Per la stragrande maggioranza degli ebrei, siano essi israeliani o meno, penso che si abbia la sensazione che, dopo il 7 ottobre, il mondo sia cambiato. Credo che ciò che è cambiato sia innanzitutto la percezione che la sicurezza che pensavamo che lo Stato di Israele offrisse a sé stesso e all’ebraismo, ebbene, quella sicurezza, è andata in frantumi. Per questo abbiamo parlato di pogrom, perché ha rimandato gli ebrei a una realtà del passato che pensavamo fosse abolita da qualche parte dalla storia e dalla creazione dello Stato di Israele (…). La realtà è che ci sentiamo estremamente soli ed estremamente odiati».

Si spiega così l’incondizionata solidarietà data dalle organizzazioni ebraiche alla guerra condotta da Tel Aviv nella Striscia di Gaza, che tante dure critiche ha suscitato nell’opinione pubblica mondiale.

Il fatto è che, come osservava ancora il rabbino Meyer, se è vero che non sempre gli ebrei condividono la politica israeliana, «allo stesso tempo, non può esserci nemmeno una disconnessione tra ebraismo e Stato di Israele. Il popolo ebraico non è solo una religione, non è solo l’ebraismo, è anche una nazione, un’etnia, una storia. In qualche modo, non possiamo separare i due». E di questa nazione Israele è, dopo quasi duemila anni, la prima espressione politica.

Tutto questo merita una comprensione che purtroppo non sempre si manifesta nelle proteste di piazza in cui sono contestati, a colpi di slogan, lo Stato ebraico e gli ebrei che lo sostengono.

Ma si può, per rispetto agli ebrei, limitarsi a condannare la ferocia di Hamas, tacendo su ciò che gli israeliani stanno facendo a Gaza e in Cisgiordania? Non c’è il rischio che l’antisemitismo diventi, come ha detto qualcuno, «un’arma di guerra» per coprire e giustificare atteggiamenti e comportamenti inaccettabili da parte di Israele e dei suoi sostenitori?

I fatti di Amsterdam

Emblematica, in questo senso, è stata la rappresentazione che i media e la politica hanno dato degli avvenimenti di Amsterdam. Un grido unanime di sdegno si è levato per esecrare la «caccia all’ebreo», si evocata la “notte dei cristalli” (l’ondata di pogrom scatenatasi nella Germania nazista tra il 9 e il 10 novembre 1938), si sono perfino paragonate le vittime dei pestaggi ad Anna Frank, la mite fanciulla ebrea vissuta proprio ad Amsterdam e morta in un lager.

I primi a dare questa versione, naturalmente, sono stati il premier Benjamin Netanyahu – che ha condannato l’aggressione come «un attacco antisemita premeditato» e ha inviato due aerei per soccorrere i suoi cittadini – e il presidente israeliano, Yitzhak Herzog, il quale su X ha scritto: «Dopo il 7 ottobre speravamo di non vedere mai più le immagini e i video con cui ci siamo svegliati stamattina: le immagini di un pogrom antisemita».

Ma molti, anche al di fuori del mondo ebraico, hanno provato «vergogna» di fronte all’accaduto. Per citare solo due voci particolarmente autorevoli, il re d’Olanda Willem-Alexander ha riconosciuto amaramente: «Abbiamo fallito come ai tempi della Shoah»; e il presidente francese Emmanuel Macron ha scritto su X che gli avvenimenti di Amsterdam ricordano «le ore più buie della Storia», promettendo che «la Francia continuerà a lottare contro l’odioso antisemitismo senza tregua».

Solo a fatica è emersa, successivamente, una visione più complessa e articolata di ciò che è effettivamente accaduto. Le violenze sui tifosi israeliani ci sono state davvero e sono inaccettabili. Ma quelli presenti ad Amsterdam erano in gran prevalenza membri dei Maccabi Fanatics (significativo il nome), un gruppo ultras di estrema destra, vicini al Likud del premier Benjamin Netanyahu, conosciuti per la loro predisposizione alla violenza, che lo scorso 7 marzo, ad Atene – dove il club israeliano era andato in trasferta in casa dell’Olympiakos -, avevano aggredito in gruppo una persona di origini egiziane.

Ed anche ad Amsterdam i Maccabi Fanatics si sono comportati da pari loro. Già al loro arrivo nella capitale olandese, mercoledì, il giorno prima della partita, dei video li hanno ripresi mentre strappavano delle bandiere della Palestina esposte alle finestre, tirando sassi contro le case a cui erano appese e bruciandone una in una piazza della città.

Altri video li hanno ritratti mentre cantavano per le strade slogan irridenti nei confronti dei palestinesi, come «Non ci sono più scuole a Gaza perché i bambini sono tutti morti» e «Israele distruggerà gli arabi». Quanto basta per essere certi che Anna Frank con loro non c’entra proprio.

Sempre mercoledì un tassista di origine marocchina, era stato aggredito all’interno della sua auto, e il taxi era stato vandalizzato, suscitando la reazione dei numerosi tassisti arabi della città, che a quanto risulta, hanno attivamente collaborato, la sera dopo, con coloro che hanno a loro volta aggredito i tifosi del Maccabi, gridando “Free Palestine” o “Fuck Israel”, picchiandoli selvaggiamente e costringendo i passanti a mostrare i passaporti per verificare se fossero israeliani.

Comportamenti che, opponendo violenza a violenza, finiscono per legittimare proprio la disumanità che si vorrebbe combattere. Ma è chiaro che l’equiparazione dell’accaduto a un pogrom è stata una pura e semplice falsificazione.

Più in generale, il grande pericolo che in questo momento si corre è che il fantasma dell’antisemitismo mascheri ciò che realmente sta accadendo a Gaza.

Un progetto di pulizia etnica

Nel marzo scorso l’alto rappresentante Josep Borrell, intervenendo allo European Humanitarian Forum 2024, ha denunciato: «La fame a Gaza è usata come arma di guerra, diciamolo chiaro. Ci sono sette mesi di derrate alimentari bloccate. Israele deve aprire i cancelli e fare entrare gli aiuti».

Ma non si tratta solo di fame. Negli scorsi giorni alcuni giornalisti di Haaretz – un giornale israeliano – sono potuti entrare nel Nord della Striscia e hanno riferito che l’esercito sta portando avanti in tutta la zona una sistematica «distruzione di massa delle case e delle infrastrutture, alcune delle quali non sembrano essere coinvolte nei combattimenti (…). Ad al Attar e Beit Lahia non c’è più nemmeno una casa in cui le persone potrebbero tornare ad abitare.

Sembra che l’area sia stata colpita da un disastro naturale. Ci sono civili in mezzo alle rovine e, nel tentativo di farli andare via, di notte l’esercito spara colpi di artiglieria».

È la messa in atto del cosiddetto “piano Eiland”, dal nome dal suo ideatore, il generale maggiore in pensione Giora Eiland. Intervistato qualche giorno fa da Franccsca Mannocchi , il generale Eiland ha spiegato che puntare, a Gaza, sul successo militare, è stato fallimentare e ha portato l’esercito israeliano  solo a impantanarsi  in un territorio ostile, senza speranza di vittoria.

In effetti, è quello che tutti abbiamo sotto gli occhi. Israele vince le battaglie, ma, dopo più di un anno di sforzi immensi, la guerra non ha raggiunto nessuno dei due obiettivi che si proponeva, lo sradicamento di Hamas e la liberazione degli ostaggi.

E allora? Allora, sostiene Eiland, «se quello che abbiamo fatto finora non ha funzionato, serve l’assedio. E se le persone scelgono di restare e morire, è una loro scelta». A Gaza, «l’unico modo per vincere è affamarla», finché tutta la popolazione civile non sarà stata costretta ad andarsene.

E poi? Nel maggio scorso a una manifestazione il potente ministro della Sicurezza del governo di Tel Aviv Ben-Gvir, parlando a una manifestazione di coloni, ha detto: «Dobbiamo tornare a Gaza adesso! Stiamo tornando a casa in Terra Santa! E dobbiamo incoraggiare l’emigrazione. Incoraggiare l’emigrazione volontaria dei residenti di Gaza. È un’azione morale! È etico! È razionale! È giusto! È la verità! È la Torah ed è l’unico modo! E sì, è umano! È la vera soluzione».

Corrisponde a questo la dichiarazione di un alto ufficale israeliano, il brigadiere generale Itzik Cohen, il quale, parlando con i giornalisti, ha detto che «non c’è intenzione di consentire ai residenti del nord della Striscia di Gaza di tornare alle proprie case».

Siamo davanti a una operazione consapevole e sistematica di pulizia etnica, considerata universalmente dal diritto internazionale un crimine gravissimo. Ma nessun governo occidentale lo denunzia e tanto meno propone sanzioni per impedirlo. Ora, peraltro, l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti potrà solo portare a legittimare esplicitamente quello che già di fatto stava accadendo.

E così c’è il pericolo non immaginario che la questione ebraica resti segnata, nella storia, da un secondo Olocausto, anche se di proporzioni numeriche più limitate, in cui questa volta – con la complicità delle grandi democrazie occidentali – gli ebrei non sono le vittime, ma i carnefici.

 

www.tuttavia.eu

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo

 

venerdì 3 novembre 2023

ANTISEMITISMO, DIALOGO E PACE

Non lasciamoci abbagliare dall’albero che brucia, 

c’è anche un’amicizia che cresce

Le immagini drammatiche della folla che nella capitale del Daghestan prende d’assalto un aereo proveniente da Israele. 

La nota della presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche in Italia che parla anche nel nostro Paese di “un clima crescente di intolleranza”.

-         di Brunetto Salvarani

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Il conflitto scoppiato in Medio Oriente il 7 ottobre sta avendo un impatto potente anche in Europa, rimescolando i termini del dialogo, generando un diffuso clima di odio e violenza e portando anche qui le lancette del tempo all’11 settembre 2001. “L’antisemitismo purtroppo – commenta Brunetto Salvarani – è il pregiudizio più antico della storia dell’umanità ed è un pregiudizio che non si spegne mai. Viene da lontano e trova il suo culmine durante la Shoah. Risorge soprattutto in momenti di crisi”. Salvarani è teologo, esperto di dialogo e pluralismo religioso, presidente dell’Associazione Italiana Amici di Nevè Shalom Wahaat as Salam, un villaggio situato in Israele dove ebrei e palestinesi, tutti di cittadinanza israeliana, vivono insieme in equità e giustizia.

Anche in Italia, si sta registrando un clima di odio.

Sul piano italiano, non dobbiamo mai dimenticare che gli ebrei dal punto di vista numerico sono una minoranza molto esigua, nel senso che gli iscritti alle comunità ebraiche sono circa 30.000. Stiamo parlando paradossalmente di una situazione che coinvolgerebbe in teoria pochi italiani. E invece la questione ebraica, se vogliamo chiamarla così, è sempre forte. Fa i conti oggi con l’irrompere della situazione in Israele e in Palestina. L’antisemitismo si avvale sempre di una situazione costantemente irrisolta e – non dimentichiamolo – fa breccia su un terreno di ignoranza complessiva per cui l’italiano medio fa fatica a conoscere le dinamiche storiche che hanno generato una situazione che non nasce dall’oggi al domani, tanto più in quella terra dove c’è una memoria così così forte del passato e di riflesso anche da noi.

Come si caratterizzano le comunità ebraiche in Italia?

L’ebraismo italiano storicamente è stato un ebraismo integrato nella storia della nostra Nazione. È stato un ebraismo anche molto liberale.

Penso a figure illuminate come il Rav. Elio Toaff, storico rabbino capo della Comunità ebraica di Roma e come Amos Luzzatto che è stato a lungo Presidente dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia.

Figure ben inserite nella vita e nella società italiane e consapevoli del ruolo importante che questa, seppur esigua minoranza, svolgeva nella dinamica di un Paese che tra l’altro stava diventando sempre più multireligioso e multiculturale.

In un clima come quello di oggi, quali sono gli errori che le comunità religiose del nostro Paese devono assolutamente evitare?

Il primo errore è quello di chiudere con questa esperienza di dialogo che si è radicata anche nel nostro Paese in questi anni. Il dialogo interreligioso è necessario. Anzi, è ancor più necessario oggi.

L’altro errore è quello di non cedere alle sirene dei fondamentalismi e schierarsi tra le opposte tifoserie.

 Mi sembra che lo schieramento alla fine non produca quello di cui c’è bisogno. E quello di cui oggi c’è bisogno è di offrire spazi di riflessione critica della realtà, in chiave però di educazione alla pace e al dialogo. C’è bisogno soprattutto di qualcuno che sappia indicare cosa succede quando si intraprendono le strade dell’odio e della violenza.

Il conflitto scoppiato il 7 ottobre sembra aver segnato purtroppo un punto di non ritorno. Quale impatto sta avendo anche sul dialogo tra le comunità religiose?

 È vero, in questo momento, tra gli effetti collaterali di quello che è successo il 7 ottobre, sembra che stia riprendendo la logica dello scontro di civiltà. Lo si avverte sia nei mass media sia nell’immaginario collettivo.

 Uno schema che pensavamo di aver messo da parte, grazie anche al costante rifiuto di esso da parte di Papa Francesco e invece sono bastati pochi giorni, e siamo ripiombati in un clima di guerra anche di religione. Dopo l’11 settembre e l’irruzione dell’Isis, si sono avviati faticosi processi di dialogo interreligioso. Di integrazione virtuosa anche nel nostro paese.

 Questi processi avviati riusciranno a tenere anche in queste situazioni di conflitto o subiranno una brusca frenata?

La domanda è, saremo ancora una volta vittime di un accecamento che impedisce il discernimento? Da parte di chi lavora nel dialogo, in queste settimane la prospettiva che ci anima è quella di ricordare il percorso che è stato fatto fino ad ora e che non va buttato via ma anzi va valorizzato. Il rischio è lasciarci abbagliare dall’albero che brucia e non vedere la foresta che cresce. C’è un’amicizia. In questi anni abbiamo costruito tra membri di comunità religiose diverse un rapporto di una stima reciproca che comunque va avanti.

Vorrei rivolgermi soprattutto ai ragazzi, ai giovani cresciuti purtroppo in questa bolla mediatica che li porta a far credere che tutto sia negativo. Non cediamo a questa logica che vuole far vedere le religioni solo come detentori di fondamentalismo e chiusura.

E non dimentichiamo che, come dicevo, le religioni sono state, soprattutto nei momenti più difficili della storia recente, e possono, anzi devono, diventare oggi spazio di riflessione critica e di ascolto.

 Agensir

venerdì 27 ottobre 2023

SIAMO TUTTI EBREI E PALESTINESI

 

-         di Giuseppe Savagnone

 

Uno scontro senza precedenti

Ha suscitato un’ondata di violentissime polemiche l’intervento, al Consiglio di sicurezza, del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, a proposito della drammatica crisi esplosa il 7 ottobre scorso con l’attacco di Hamas ad Israele.

 L’ambasciatore israeliano all’ONU, Gilad Erdan ha immediatamente reagito con estrema durezza al discorso di Guterres, definendolo «completamente disconnesso dalla realtà della nostra regione» e chiedendo le sue immediate dimissioni: «Il segretario generale dell’ONU, che mostra comprensione per la campagna di sterminio di massa di bambini, donne e anziani, non è adatto a guidare l’ONU. Lo invito a dimettersi immediatamente».

 Gli ha fatto eco il ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen, anche lui presente alla riunione: «Signor segretario generale, in che mondo vive? Sicuramente non nel nostro». L’ONU, ha aggiunto il ministro israeliano, «non avrà motivo di esistere» se le nazioni che la compongono non si schiereranno dalla parte di Israele «e dalla parte dei principi fondamentali dell’umanità descritti nella Carta dell’ONU».

 Su questa linea, un comunicato il Forum delle famiglie dei dispersi e dei rapiti nell’attacco di Hamas ha definito «scandalose» le dichiarazioni di Guterres. Secondo il Forum, il segretario dell’ONU «ignora vergognosamente il fatto che sabato 7 ottobre è stato perpetrato un genocidio contro il popolo ebraico e ha trovato un modo indiretto per giustificare gli orrori che sono stati commessi contro gli ebrei».

 La clamorosa rottura ha avuto anche degli effetti pratici. Continuando la sua aspra polemica con Gutierres, Erdan ha detto, parlando alla Radio militare: «Viste le sue parole, negheremo il rilascio dei visti ai rappresentanti dell’ONU. Del resto, abbiamo già rifiutato il visto al sottosegretario per gli affari umanitari Martin Griffiths. È arrivato il tempo di dare loro una lezione».

 È stata questa la posizione anche di molti giornali italiani. «Repubblica», con un titolo di scatola in prima pagina, dava così la notizia: «L’ONU attacca Israele. “Hamas ha le sue ragioni”». (A dire il vero, è stato notato che la frase “Hamas ha le sue ragioni” attribuita a Guterres e virgolettata, come una citazione testuale, in realtà il segretario dell’ONU non l’ha mai pronunziata)

 Anche secondo l’ANSA Guterres «accusa» Israele, provocando uno «scontro» alle Nazioni Unite.

 E uno dei più autorevoli opinionisti italiani, Paolo Mieli, sul «Corriere della sera», ha commentato: «Il segretario generale Antonio Guterres, dopo parole di condanna all’attacco del 7 ottobre che potevano apparire insincere, ha ricondotto la responsabilità dell’accaduto a “cinquantasei anni di soffocante occupazione israeliana”. Un’enormità. Parole dall’innegabile sottinteso giustificazionista».

 «L’atto originario dell’attuale conflitto», continua Mieli nel suo editoriale – significativamente intitolato «Il mondo alla rovescia» – , «gli oltre mille abitanti di Israele sgozzati, bruciati vivi e in parte rapiti, quell’atto è pressoché scomparso dall’universo della comunicazione. Ha dovuto cedere il passo al “genocidio” perpetrato contro la popolazione di Gaza cui allude il segretario dell’ONU». E definisce «impressionante» questo modo di guardare «il mondo alla rovescia».

 Il discorso di Guterres

Ma che cosa ha detto effettivamente il segretario generale dell’ONU? Riporto di seguito la traduzione testuale delle parti più significative del suo intervento:

 «Ho condannato in modo inequivocabile gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas il 7 ottobre in Israele. Nulla può giustificare l’uccisione, il ferimento e il rapimento deliberato di civili – o il lancio di razzi contro obiettivi civili. Tutti gli ostaggi devono essere trattati umanamente e rilasciati immediatamente e senza condizioni».

 Al tempo stesso, però, ha continuato, «è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e tormentata dalla violenza; la loro economia soffocata; la loro gente sfollata e le loro case demolite. Le speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite».

 Poi ha aggiunto: «Ma le rimostranze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas. E questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese».

 E che una simile “punizione” sia in atto, secondo Guterres, è innegabile: «L’incessante bombardamento di Gaza da parte delle forze israeliane, il livello di vittime civili e la distruzione di quartieri continuano ad aumentare e sono profondamente allarmanti.

 Piango e onoro le decine di colleghi dell’ONU che lavorano per l’UNRWA [l’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati] – purtroppo almeno 35 – uccisi nei bombardamenti su Gaza nelle ultime due settimane (…).

 Proteggere i civili non significa ordinare a più di un milione di persone di evacuare verso sud, dove non ci sono ripari, cibo, acqua, medicine e carburante, e poi continuare a bombardare il sud stesso. Sono profondamente preoccupato per le chiare violazioni del diritto umanitario internazionale a cui stiamo assistendo a Gaza. Voglio essere chiaro: nessuna parte di un conflitto armato è al di sopra del diritto internazionale umanitario».

 Quanto al “dopo”, rimane valida la linea indicata dall’ONU nel 1947, che costituisce ancora oggi, secondo Guterres, «l’unica base realistica per una vera pace e stabilità: la soluzione dei due Stati. Gli israeliani devono vedere concretizzate le loro legittime esigenze di sicurezza e i palestinesi devono vedere realizzate le loro legittime aspirazioni a uno Stato indipendente, in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite, il diritto internazionale e gli accordi precedenti».

 Una strage senza cause?

Ho voluto riportare per intero i brani più discussi del discorso di Guterres, perché mi sembra che la prima considerazione da fare riguardi le interpretazioni che ne sono state date. In cui a me pare evidente che si siano attribuite al segretario dell’ONU – nel caso di «Repubblica» addirittura con un falso – una «comprensione» (Erdan), anzi addirittura «una giustificazione» (Cohen) della strage compiuta da Hamas, che nel suo discorso sono non solo assenti, ma esplicitamente escluse.

 Guterres ha detto chiarissime parole di condanna all’attacco del 7 ottobre – perché mai dovrebbero «apparire insincere» (Mieli)? – e non ha affatto minimizzato quelli che definito «gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas».

 Ha solo aggiunto – ed è questo che ha fatto infuriare i rappresentanti di Israele – una ovvietà, e cioè che «è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla». Non c’è bisogno di uno storico di professione per sapere che ogni evento, anche il più spaventoso, ha le sue spiegazioni.

 E, in questo caso, la spiegazione – che non significa giustificazione – è che «il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione». «Un’enormità. Parole dall’innegabile sottinteso giustificazionista», ha commentato Mieli.

 Ma neppure la giusta indignazione per la ferocia dimostrata dagli uomini di Hamas può far dimenticare che in questi ultimi cinquant’anni Israele ha sistematicamente ignorato e violato tutte le risoluzioni dell’ONU che gli imponevano di rispettare i diritti dei palestinesi.

 Un atteggiamento abituale di aperto disprezzo delle indicazioni di questo organismo – che raccoglie 193 Stati di tutto il pianeta e costituisce ancora, malgrado la sua attuale debolezza, l’unica autorità a livello internazionale – che ora si manifesta nella pretesa di farne dimettere il segretario perché non è in linea con la politica della Stato ebraico  (addirittura, l’ONU, secondo Cohen, «non avrà motivo di esistere» se le nazioni che la compongono non si schiereranno dalla parte di Israele»)  e nella scelta di «dargli una lezione», negando il visto di entrata ai suoi rappresentanti.

 È difficile non avere l’impressione di una seria difficoltà di auto-critica, da parte di Israele (come del resto da parte di Hamas), che purtroppo esclude ogni possibilità di un futuro di pace.

 Se non si accetta di mettere in relazione ciò che accaduto con l’occupazione da parte israeliana del territorio che l’ONU, con la risoluzione del 1947, aveva assegnato al popolo palestinese; con la costruzione del muro che lo ha spaccato in due; con la illegale  proclamazione di Gerusalemme – la città santa degli ebrei, ma anche dei musulmani e dei cristiani (che per questo, sempre secondo la decisone dell’ONU, avrebbe dovuto rimanere internazionale)  – nella capitale dello Stato ebraico; con il moltiplicarsi degli insediamenti illegali  di coloni israeliani sulle residue terre rimaste in mano agli antichi abitanti palestinesi; con la recentissima scelta del governo di Netaniahu di promuoverne altri e di presentare un progetto in cui lo Stato palestinese non figura affatto; se non si accetta, insomma, che «gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla», come ha detto Guterres, la sola risposta possibile ad essi è una violenza assolutamente simmetrica, che sta uccidendo donne e bambini palestinesi per vendicare quelli  ebrei massacrati il 7 ottobre.

Una causa, a dire il vero, è stata indicata nei riferimenti dei rappresentanti e delle famiglie israeliani alla «campagna di sterminio di massa» e al «genocidio». Si evoca l’ombra della Shoah e dell’antisemitismo e c’è davvero una frangia dell’opinione pubblica mondiale che, nelle manifestazioni di questi giorni, è sembrata animata dall’odio verso gli ebrei come tali.

 Ma non si può ricondurre automaticamente a questo antisemitismo ogni critica alla politica dello Stato ebraico, specialmente quando questo, a sua volta, dà l’impressione di violare negli altri quei diritti umani elementari di cui in passato è stato privato e di trasformarsi, da vittima, in carnefice.

 Di fronte all’antisemitismo, noi siamo tutti ebrei. Ma nessuno può criminalizzare il fato che – di fronte a ciò che sta accadendo in questi giorni a Gaza –  siamo anche tutti palestinesi.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo.

www.tuttavia.eu

 

giovedì 27 gennaio 2022

OLOCAUSTO, EBREI e CRISTIANI


 La Memoria dell’Olocausto, quale il contributo della Chiesa cattolica e l’eredità custodita dagli uomini. 

Intervista al prof. p. Carmelo Raspa

 

-di  Mari Cortese

 -

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, viene celebrato in tutto il mondo dalla politica, dalle scuole, dalle associazioni e dal mondo della cultura da oltre quindici anni.

A dire il vero, sembra trascorso un tempo più longevo dalla sua istituzione. Invece, il ricordo istituzionale di eventi tragici come l’Olocausto e la Shoah del popolo ebraico ha solo varcato la soglia dell’adolescenza. Ciò è evidente non solo a causa di una questione “anagrafica” quanto perché la portata di tale eredità storica, con le sue brutture ma anche con il senso di quanto avvenuto, non è ancora stata raccolta nel profondo all’unanimità, nel nostro quotidiano. Ne abbiamo parlato con don Carmelo Raspa, parroco di San Giovanni Bosco (Acireale), docente di ebraico biblico presso la facoltà Teologica di Sicilia e lo Studio Teologico S.Paolo di Catania, profondo conoscitore della cultura e delle tradizioni legate al mondo complesso e affascinante dell’ebraismo.

Si parla tanto di Shoah anche se, purtroppo, solo durante il periodo che ruota intorno alla ricorrenza del 27 gennaio. Qual è, secondo lei, l’eredità storica e umana che ci ha lasciato questa tragedia?

La Shoah è stata, nel passato, un punto di partenza da parte del mondo cattolico e protestante per avvicinarsi maggiormente all’ebraismo. A testimonianza di ciò, finita la guerra ebbero luogo gli incontri di Seelisberg, dove cristiani ed ebrei si riunirono per stilare un documento contro l’antisemitismo; ricordiamo, negli anni Sessanta, lo storico incontro fra papa Giovanni XXIII e Jules Isaac, a suggellare il dialogo interreligioso; poi il Concilio Vaticano II col documento Nostra aetate: sono tutti passi fatti per una mutua conoscenza. Inoltre, Il fatto di ricordare la Shoah affinché certe ferocie non si ripetano più già rende la memoria “luminosa”. Ricordiamoci, infatti, che il male è sempre all’opera nel mondo e va contrastato con la forza del ricordo.

Come si inseriscono le comunità ebraiche all’interno dell’Italia odierna?

Oggi realtà come l’UCEI o l’UNEDI, il Gran Rabbinato e l’UGEI  agiscono per il dialogo ebraico-cristiano sia a livello istituzionale che territoriale. Ciò avviene soprattutto nel Nord. Noi in Sicilia purtroppo soffriamo di ciò perché non abbiamo una presenza numericamente massiccia di ebrei come a Roma, Milano o Napoli.

Cosa, eventualmente, un cattolico potrebbe imparare da un ebreo che pratica l’ebraismo?

Com’è noto, fra gli ebrei troviamo praticanti ortodossi ma anche moderati, laici e atei. Tutti però, anche i più lontani dalle pratiche religiose conoscono le scritture e la tradizione d’Israele: aspetto che a noi manca a livello di formazione. Bisogna ammetterlo: la nostra fede a volte si fonda su devozionalismi e sentimentalismi che ci allontanano dall’essenza della spiritualità. Invece, una conoscenza delle fonti, dai padri della Chiesa ai teologi alla lettura dei documenti del concilio, aprirebbe a una visione della religione senza pregiudizi, anche da parte dei non praticanti.

Malgrado il carico di malvagità che ha segnato le deportazioni di massa del popolo ebraico e il suo sterminio, una fetta di ragazzi nelle scuole non smette di fare ironia su questi accadimenti storici. Quali le responsabilità del mondo dell’istruzione e della Chiesa per educare i giovani al senso di quanto accaduto?  

È chiaro come oggi i nostri ragazzi risentano di una trasmissione valoriale mancata ed è per questo che cadono spesso nell’indifferenza. Parlerei perfino di un diffuso sospetto nei confronti della cultura che porta inevitabilmente a leggere e osservare poco o nulla. Ecco perché è necessaria la presenza di testimoni della Shoah, come la senatrice Liliana Segre. La scuola ha il dovere di educare i ragazzi all’ascolto e all’amore per la memoria storica. Tutto fuorché semplice, in questi tempi del consumo e del “tutto e subito”.

Invece, per custodire la memoria una fetta della Chiesa dovrebbe rivedere omelie e catechesi, dove purtroppo si evidenzia poco l’ebraicità di Gesù e se ne parla com’egli fosse un cristiano nato. Per non parlare di pregiudizi che danno “i farisei come i cattivi” e la Chiesa come nuovo Israele. Ciò è frutto di una  tradizione antisemitica cristiana che attribuisce agli ebrei segni come la stella gialla, il cappello a punta, il naso adunco, la figura dell’usuraio. Abbiamo bisogno di convertire la nostra conoscenza verso ilo popolo ebraico ma affinché questo sia possibile è necessario formarsi e formare tutto l’anno.

Eppure parte della Chiesa italiana e dei cattolici ha fatto tanto per gli ebrei durante il rastrellamento del ghetto di Roma.

Chiaramente una fetta della Chiesa, dei cattolici e degli istituti religiosi ha aiutato molti ebrei a salvarsi, addirittura facendoli passare per sacerdoti o consacrati o falsificandone i documenti. Nel contesto, la “politica prudente” di Pio XII ha impedito che si scatenasse una rivolta contro la Chiesa, che ha in tal modo avuto la possibilità di salvare vite umane lontano dai riflettori. Quindi, dal mirino dei nazifascisti. Molti ebrei fanno testimonianza di come siano stati nascosti o fatti emigrare. Purtroppo, c’era anche qualche cristiano delatore che spiava della loro presenza ai nemici.

Domanda che, invero, potrebbe sorgere nel cuore di chiunque: “Dio dov’era?”

In quell’oscurità si levano voci bellissime: Bonhoeffer, a esempio, arrestato dai nazisti e ucciso in un campo di concentramento, si è posto il problema di Dio non come un’entità tappabuchi ma come quel Dio che si incarna in un Cristo che soffre. Oppure, ricordiamo di Hetty Hillesum col suo Diario, in cui il principio di gravitazione non è di Dio intorno all’uomo ma il contrario. “E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio” è il principio di responsabilità degli uomini per far emergere l’immagine dell’Altissimo dai cuori in cui questa è stata sepolta.

Nel buio più profondo i deportati professavano la Fede, come si evince da pezzettini di preghiere ricopiate dai detenuti nei pochi stralci che riuscivano a trovare nei campi di concentramento. Oppure da piccoli oggetti legati al culto dello Shabbat. Ancora, da libri di preghiere rinvenuti in quei luoghi di atroci torture. È stata la professione di Fede nell’oscurità che ha consentito un ritorno di molti alla normalità.

Alcuni non trovano un equilibrio fra il rispetto per il popolo ebraico e il suo vissuto e un’idea politica contraria all’operato governativo israeliano nella questione israelo-palestinese.

Sono gli ebrei i primi a criticare l’operato dello Stato di Israele, così come i palestinesi fanno verso i terroristi. Ciò che emerge poco dalla nostra stampa, però, è la collaborazione fra ebrei e palestinesi all’interno di iniziative comuni che non vengono propagandate, come Neve Shalom o il teatro di Angelica Edna Calò Livne. Sono elementi che creano ponti e non muri, per citare papa Francesco.  Suggerirei di apprendere la questione israelo-palestinese da giornali del luogo, possibilmente tradotti in lingua inglese, come il Jerusalem Post, per una visione più ampia e senza pregiudizi su un tema così complesso, dove la morte si palesa sa entrambi i lati.

 Freepress on line