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sabato 26 agosto 2023

IL GENERALE E IL MONDO AL CONTRARIO


 -         di Giuseppe Savagnone*

 

La frattura all’interno della destra

Sulla vicenda del generale Vannacci e del suo ormai famoso libro «Il mondo al contrario» si sono creati molti equivoci, su cui vale la pena di soffermarsi perché, al di là della polemica contingente, è in gioco una questione più di fondo, che riguarda l’esistenza o meno di una cultura “di destra” e la sua capacità di sfidare quella, finora ampiamente egemone, “di sinistra”.

 È noto che, fin dai suoi esordi, l’attuale governo ha puntato su questa sfida per legittimare il proprio successo elettorale e trasformarlo in una svolta epocale. Lo ha fatto, per la verità, in modo maldestro, quando il ministro della Cultura Sangiuliano, ansioso di rivalutare la tradizione del pensiero di destra, – «la destra», ha affermato orgogliosamente,  «ha cultura, deve solo affermarla» – si è spinto fino a sostenere arditamente che ne era stato Dante il fondatore, suscitando le divertite ironie dei competenti.

 È in questo contesto che si colloca la pubblicazione del libro di Vannacci, che decisamente si pone su una linea alternativa a quella “di sinistra” e ne contesta puntualmente, una dopo l’altra, tutte le tesi. Un testo ambizioso – già per la mole: 354 pagine! – , che si propone di denunziare e ribaltare la visione del mondo oggi dominante e che perciò, più che “conservatore”, va senz’altro definito, in senso proprio, “reazionario”.

 Ma qui è cominciato il gioco degli equivoci. Forse il generale, in questo attacco frontale, contava sulla tacita solidarietà del governo. E invece si è trovato davanti a una reazione durissima del ministro della Difesa Crosetto, che lo ha destituito dall’incarico di responsabile dell’Istituto Geografico Militare di Firenze e ha annunciato l’apertura di un’azione disciplinare nei suoi confronti, e ha parlato di «farneticazioni personali (…) che screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione».

 A questo punto si è scatenata, però, una serie di reazioni che hanno spaccato non solo il fronte dei partiti di destra, ma anche ciascuno di essi al proprio interno. La rottura di gran lunga più grave è venuta con l’intervento del vicepremier leghista Matteo Salvini, che, sconfessando pubblicamente la decisione di un ministro del suo stesso governo, ha espresso la propria solidarietà al generale, appellandosi alla libertà di espressione del pensiero, prevista dalla nostra Costituzione.

 Ma non meno traumatica è stata la presa di posizione, nello stesso senso, di due importanti esponenti dello stesso partito di Crosetto, Giovanni Donzelli, responsabile dell’Organizzazione di Fdi e vicepresidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, e Galeazzo Bignami, viceministro alle Infrastrutture. Tutti, anche prescindendo dal merito dei problemi affrontati nel libro,  hanno evocato il pericolo di una censura imposta in nome del “politicamente corretto” a favore del pensiero unico dominante.

 Le ragioni del ministro …

Crosetto, da parte sua, si è difeso, negando che alla base del suo provvedimento vi sia stato l’intento di limitare la libertà di espressione. «Solo senso delle istituzioni e dello Stato», ha chiarito. Il ministro ha ricordato che «le Forze Armate e di polizia, cui è consentito per legge e Costituzione, l’uso della forza, devono operare prive di pregiudizi di ogni tipo (razziali, religiosi, sessuali). «Perché tutti devono sentirsi sicuri».

 Per certi versi la risposta è senz’altro corretta. Il richiamo indiscriminato, da parte dei critici del ministro, alla libertà di pensiero e di espressione prevista dalla Costituzione nasconde un evidente equivoco. Essa non esclude, infatti, delle precise limitazioni legate al ruolo e alla funzione che il singolo è chiamato a svolgere. I rappresentanti delle istituzioni dello Stato, che sono al servizio di tutti i cittadini, non possono permettersi di assumere pubblicamente posizioni ideologiche che implicherebbero una discriminazione a favore di alcuni e a danno di altri. 

 Questo è particolarmente vero quando i membri di queste istituzioni godono di particolari prerogative, non concesse ad altri funzionari pubblici, come nel caso della magistratura e dell’esercito. Un giudice, a cui la comunità conferisce lo straordinario potere di decidere della libertà fisica di altre persone, non può dire, al di fuori delle rigide regole processuali, tutto ciò che sa e che pensa personalmente di un imputato, perché verrebbe immediatamente ricusato. E un alto ufficiale, a cui è affidato il monopolio dell’uso delle armi, non può permettersi di esprimere opinioni che possano gettare una qualsiasi ombra sulla assoluta imparzialità del suo operato.

 Se uno vuole dire quello che pensa senza limiti, non entra nella magistratura e non fa la carriera militare. Il generale Vannacci è probabilmente un ottimo soldato – il suo curriculum lo attesta senza ombra di dubbio – , ma forse non ha sufficientemente meditato sulle regole della convivenza civile e sugli obblighi che il suo status gli imponeva. Altrimenti non avrebbe preso pubblicamente posizioni così nette e discriminanti – a torto o a ragione – nei confronti di particolari categorie di persone che dovrebbero poter contare sulla sua  assoluta neutralità.

 …  E quelle dei suoi critici

Eppure, le proteste dei rappresentanti della destra hanno un fondamento. Perché Crosetto non si è limitato a condannare la presa di posizione del generale: ha parlato di «farneticazioni personali (…) che screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione». Questo è un giudizio di merito e colpisce il contenuto specifico del libro di Vannacci.

 Ora, il paradosso è che questo contenuto esprime in larga misura proprio le posizioni culturali espresse dai partiti di destra nel loro programma elettorale e nelle loro prese di posizione pubbliche. Non a caso la stragrande maggioranza della sinistra, coerentemente, è stata subito solidale con il ministro. Con l’eccezione significativa di Marco Rizzo, presidente onorario dei Comunisti italiani, che ha avanzato il sospetto che la rimozione di Vannacci sia piuttosto legata, in realtà (come il suo esilio da comandante della Folgore a direttore dell’Istituto Geografico Militare) ai due esposti presentati dal generale in cui denunziava l’uso di uranio impoverito durante le missioni all’estero a cui ha partecipato.

 Quel che è certo è che gli italiani, che avevano votato in maggioranza per la destra alle elezioni politiche, hanno sancito il successo editoriale del libro. «Il mondo al contrario», anche sospinto dal vento delle polemiche, è balzato al primo posto nella graduatoria delle vendite estive, mentre il suo autore è stato subissato di interviste e di inviti a trasmissioni televisive.

 Niente di nuovo sul fronte della destra

Ma che cosa dice il libro? Esso costituisce una denunzia di quello che considera un vero e proprio assalto alla normalità e al buon senso, compiuto in questi anni in nome di minoranze che non vi si inquadrano e che vogliono la prevalenza del marginale sulla norma generale. Emblematico, secondo l’autore, il caso della cultura che oggi equipara i legami tra omosessuali e transgender a quelli “naturali” tra uomo e donna.  

 Vannacci non contesta la liceità delle pratiche omosessuali, non contesta il rispetto dovuto anche agli omosessuali e i diritti recentemente acquisiti – ivi incluse, lo dice esplicitamente, le unioni civili. Ciò che rifiuta è la pretesa di essere riconosciuti come “normalità”, ossia in tutto e per tutto alla pari e intercambiabili con l’unione eterosessuale. «Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione!».

A dispetto delle tre lauree conseguite, il linguaggio del generale risente a volte pesantemente del clima della caserma. Come quando, proprio a proposito degli omosessuali, si lamenta di non poter più usare tanti bei vocaboli che andavano invece di moda una volta: «Pederasta, invertito, sodomita, finocchio, frocio, ricchione, femminiello, culattone sono ormai termini da tribunale, non ci resta che chiamarli gay importando un’altra parola straniera nel nostro lessico italiano». O come quando sottolinea che a differenziare uomo e donna è il «batacchio» che si trova fra le gambe del primo e di cui è sprovvista la seconda.

 Niente di nuovo, insomma, rispetto a una mentalità diffusa in passato e ancora presente in molti ambienti, in cui ad essere dominante era soprattutto il disprezzo verso chi era diverso – le maledette minoranze, che ora invece hanno preso il sopravvento e schiacciano le persone “normali”.

 Tra queste minoranze non potevano mancare gli immigrati. «Ma non prendiamo la migrazione come una fatalità alla quale ci dobbiamo arrendere, è una balla madornale!». Sembrava inserirsi in questo contesto anche la battuta sul colore della pelle della pallavolista Paola Egonu, di origini nigeriane, ma a pieno titolo cittadina italiana, di cui Vannacci sottolinea nel libro che «i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità che si può invece scorgere in tutti gli affreschi, i quadri e le statue che dagli etruschi sono giunti ai giorni nostri». Anche se poi in un’intervista, ha precisato che la Egonu «non solo è bravissima, ma è anche molto intelligente perché non si è lamentata. È giustissimo che giochi con l’Italia».

 Sulla stessa linea l’esaltazione indiscriminata della legittima difesa privata: «Come si può limitare il diritto alla difesa della propria abitazione e della propria famiglia? (…) Il danno (la morte del ladro) qualora ci fosse, ed anche la perdita della vita, nei casi più estremi, sarebbe da considerarsi auto-procurato (…). Perché non dovrei essere autorizzato a sparargli, a trafiggerlo con un qualsiasi oggetto mi passi tra le mani o a catapultarlo giù dalle scale o dalla finestra dalla quale sta tentando di entrare e renderlo per sempre inoffensivo?». 

 Insomma, siamo davanti a un repertorio di luoghi comuni del pensiero e del linguaggio leghista. Non c’è da stupirsi che Salvini abbia offerto la propria piena solidarietà al generale, che, come possibile candidato della Lega, alle prossime elezioni europee, potrebbe garantire al Carroccio un recupero di voti a destra.

 Resta da chiedersi se, dopo la spontanea reazione negativa di Crosetto, la Meloni si ricorderà di aver finora in sostanza avallato questa linea e tornerà ad uniformarsi ad essa, anche per non rischiare di perdere consensi, o se avrà il coraggio di cercare piste nuove, che vadano al di là di questa stanca rimasticatura di vecchi slogan.

 Per il bene dell’Italia, che ha urgente bisogno di trovare finalmente una vera cultura “di destra” (così come ce ne vorrebbe una “di sinistra”, anch’essa latitante), non possiamo che augurarci che si verifichi questa seconda ipotesi.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale Cultura Diocesi di Palermo

www.tuttavia.eu


 

sabato 6 maggio 2023

UN'ECOLOGIA DEL LINGUAGGIO

 - LIBERI 
DALLE CATENE 

DI PAROLE STORTE - 

 

- di GLAUCO GIOSTRA

Da troppo tempo, nel dibattito pubblico, gli slogan e i dommatismi, specie se declamati con l’enfasi e i decibel con cui in genere si nasconde il vuoto, hanno esiliato i contenuti e le idee. Di nuovo, con l’avvento dell’attuale maggioranza, vi è un’insolita ricorrenza di frasi che suonano come insopportabili stecche. Da personaggi che ricoprono alte responsabilità istituzionali si è costretti ad ascoltare che in via Rasella i partigiani si accanirono contro « una banda musicale di semi-pensionati», che le stragi di immigrati in mare sarebbero evitate se si seguisse l’insegnamento del nostro ministro dell’Interno di rimanere in patria anche se disperati «per responsabilità verso quello che si può dare al proprio Paese» e che comunque, ove derogando a una tal salvifica dottrina, dovessero prende irresponsabilmente il mare e arrivare alle nostre coste, andrebbero sottoposti a uno «sbarco selettivo», respingendo il «carico che ne dovesse residuare»; che dovremmo evitare la «sostituzione etnica»; che il reato di tortura andrebbe abolito perché «il rischio di subire denunce e processi strumentali potrebbe disincentivare e demotivare l’azione delle Forze dell’ordine, privando i soggetti preposti all’applicazione della legge dello slancio necessario per portare avanti al meglio il lavoro». L’esiguità dell’elenco è dovuta a quella dello spazio qui disponibile, non già del campionario offerto dalla cronaca.

 Si dirà, sono soltanto parole, per di più fatte segno spesso anche di autocritica: “uno sbaglio”, “una sgrammaticatura”, “un problema di ignoranza”, “un malinteso”. Nel singolo caso si può anche essere portati a credere alla buona fede dell’improvvido locutore, ma questo pullulare di “voci dal sen fuggite”, questo diffuso gorgogliare che le menti più ingenue o più deboli non riescono a contenere, rimanda a meno rassicuranti spiegazioni. Si dirà: l’importante è che si contrasti l’eventuale tentativo di dar loro forma normativa. Vigilanza e contrasto senz’altro necessari, ma non sufficienti.

 « Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico », scriveva sul suo Taccuino Victor Klemplerer, il filologo tedesco che per le leggi razziali naziste fu privato della cattedra universitaria. Ci dimostrò che le peggiori nefandezze sono preparate, accompagnate e giustificate dalla corruzione delle parole. Ovviamente siamo lontani anni luce da quella temperie politico-culturale. Oggi, sarebbe del tutto fuori luogo agitare un allarme democratico. Ma non è anacronistico il monito a curare l’ecologia del linguaggio. Rimane irresponsabile, infatti, sottovalutare quel silenzioso e insidioso depositarsi delle parole nella coscienza sociale; quell’inavvertita azione manipolativa del pensiero collettivo, che ne determina un lento, ma inesorabile smottamento culturale e civile. 

Le singole frasi possono risultare infelici o sgradevoli, ma restano frasi. Quando si congiungono ad altre sul medesimo tema, mandano sempre un messaggio. Prendiamo esemplificativamente il delicato problema dei migranti. Se non riusciamo a convincerli o a trattenerli coattivamente nei loro Paesi o in un Paese terzo; se prendono “taxi del mare” per venire da noi; se non riusciamo a fermarli con un “blocco navale”; se partiti non rendiamo estremamente complicato l’attracco al nostro porto più vicino; se una volta attraccati non riusciamo a far sbarcare soltanto quelli strettamente selezionati rimandando indietro il carico residuo; se non si pongono in essere queste e altre misure di profilassi, allora incombono problemi allarmanti. Infatti, o questi indesiderati “clandestini” non si integreranno nel tessuto sociale e quindi dovranno vivere di espedienti, spesso fornendo manovalanza per la criminalità; oppure si inseriranno nel tessuto sociale cercando lavoro a danno dei nostri connazionali, mentre dovrebbero venir “prima gli italiani”) e costituendo famiglie, così che, approfittando della nostra crisi della natalità, determineranno una evidente “contaminazione etnica”.

 Con il tempo sarà questo il messaggio risultante dall’assemblaggio delle tante monadi verbali che si vanno disseminando. Una sorta di razzismo soft (oggi nessuno si dichiarerebbe razzista, pur essendolo: è diffusa la moda del “razzista con pudore”). Un humus culturale in grado di giustificare scelte politiche, altrimenti indifendibili. Ma soprattutto in grado di individuare negli immigrati la causa di problemi economici o sociali che un domani divenissero preoccupanti: un capro espiatorio, infatti, è da sempre la risorsa migliore per un governo in difficoltà. Come canta Gerard, nell’“Andrea Chenier”, mentre di accinge a formulare una falsa accusa: « Nemico della Patria?! È vecchia fiaba che beatamente ancor la beve il popolo».

 www.avvenire.it

 

sabato 22 aprile 2023

MEMORIA E FUTURO A SCUOLA


IL 25 APRILE CI INTERROGA

 Cosa fare davanti
 
a fatti del passato, 

celebrati come eventi 

di una memoria 

collettiva e fondante, 

che negli studenti 

non suscitano più alcun interesse?

- di Monica Bottai

Basterebbe rileggere alcune pagine di Pavese de La casa in collina, oppure con alcune frasi di Vittorini sulla felicità, o immedesimarci nel dramma della questione privata di Milton o nel desiderio di fuga del piccolo Pin fra i suoi ragni. Basterebbe accantonare la pompa patinata di qualsiasi colore per andare a leggere alcune pagine de I guardiani della memoria della Pisanty, oppure lo scomodo Decontaminare le memorie di Alberto Cavaglion, oppure ancora conoscere le riflessioni di Frankl in Uno psicologo nel lager, così come lo sguardo illuminato della Hillesum nel suo Diario. Basterebbe anche vedere certi film, come Swing kids o Miracolo a Sant’Anna, dove la rigida separazione fra buoni e cattivi, fra Bene e Male, si fanno sottili nel grande guazzabuglio del cuore umano.

Insomma, basterebbe questo per scardinare la retorica di tanti nostri riti e di tante parole, di cui abbiamo perso quella verità, storica ed esistenziale, a cui però i nostri ragazzi hanno diritto. Ecco, almeno noi educatori glielo dobbiamo, mentre siamo in aula a seminare futuro ed altri invece si azzuffano per bieca ideologia.

Basterebbe ascoltare le parole di Anna Foa sulla Shoah o di Antonia Arslan sul genocidio armeno o, più recentemente, della senatrice Liliana Segre, per comprendere che, rispetto alle nuove generazioni, abbiamo un serio problema sulla questione della memoria: schemi, parole, riti, vetusti e ossidati dal tempo, si perpetuano, anche nelle scuole, ma raramente toccano il cuore dei giovani che, infatti, spesso chiedono ragione di certe massime imparate dagli adulti (“fare memoria perché non si ripeta il passato”, “mai più”, “not in my name”), ma da quegli stessi adulti evidentemente disattese, giacché superate dall’orrore di altri misfatti contemporanei, individuali o collettivi.

Più spesso, non chiedono nemmeno le ragioni e stanno lì, annoiati e rassegnati, a sorbirsi l’ennesima morale. Cosa rispondiamo? Da dove ripartiamo? Non possiamo certo continuare soltanto a lamentarci dei ragazzi di oggi, rievocando come eravamo bravi noi delle passate generazioni. Forse vale la pena tentare di guardare fino in fondo a questo loro disinteresse per capirne l’origine, magari ritrovando in quell’origine qualcosa delle nostre formule vuote, delle nostre forme prive di sostanza, da loro (giustamente) rifiutate.

Io ho iniziato a farmi questa domanda quando un ragazzo mi chiese perché fosse importante studiare lo sterminio degli ebrei di tanti anni fa, mentre vedeva intorno a sé fatti, a suo avviso, ben peggiori, tipo madri che abbandonano figli nel cassonetto, oppure migranti lasciati morire in mare. In quel momento, ho capito che la realtà era più grande – ancora oggi, caro Orazio… –  della mia filosofia e delle mie conoscenze; così, per passione verso quella faccia un po’ cinica, un po’ smarrita, ma esigente e vera, ho ripreso in mano quel che già pensavo di sapere.

Possiamo ripartire, innanzitutto, dalle parole tanto abusate, quanto misconosciute perché spesso formali: genocidio (o massacro?), liberazione (o libertà?), totalitarismo (mediatico?), razzismo (io non lo sono, però…), antisemitismo (fra stereotipi e complotti), eutanasia (e oggi?), ghetto (periferie?), tanto per dirne alcune, rintracciando fatti ed esperienze dell’oggi, per intuire che questo vocabolario non è tanto antiquato come pensavamo e per iniziare a capire che la memoria non incensa il passato né evita i  ricorsi storici, ma legge il presente ed il compito che io posso avere dentro al presente.

E poi spaziare nel tempo, dall’Holodomor agli Armeni al Rwanda al Darfur ai Balcani, fino al popolo degli Yazidi, per conoscere eventi genocidari susseguitisi prima e dopo la Shoah, universalmente iconica ed insostituibile, ma anche tragicamente ripetibile. E poi spaziare sul planisfero, dalla Corea all’Arabia, dal Congo alla Turchia, dalla Russia all’Iran, scoprendo che non ancora per tutti la democrazia è compiuta (cfr. Democracy Index 2023) e che non tutti sono liberi davvero con più di 70 muri nel mondo, per oltre 40mila km di recinzioni, dal Messico a Macao. Sì, cari ragazzi, anche dopo Berlino, altri muri sono stati costruiti per nuovi minacciosi nemici.

Adesso però sorge una domanda: cosa desidero mostrare veramente ai miei studenti? Soltanto che il Male continua a manifestare il suo volto feroce? Che non c’è un Male assoluto già alle nostre spalle, ma tutto si può sempre ripetere? Come vincere lo sconforto davanti alla banalità del male, che capiamo essere sempre in agguato dentro ognuno di noi, mentre in aula guardiamo smarriti la faccia di Eichmann, durante il processo a Gerusalemme, così troppo simile alla foto sbiadita del nonno sul comò di casa? Non vorremo anche insegnare loro a riconoscere il Bene e preservarne la memoria?

Dentro la grande storia della Resistenza, oltre le storie eroiche, nelle quali spesso i ragazzi non si riconoscono, potremmo insegnare anche altri volti, altre resistenze, altre azioni, che nel silenzio hanno operato per il bene e la giustizia. Facciamo loro conoscere le vite dei Giusti (Giornata dei Giusti, 6 marzo, www.gariwo.net), il sacrificio dei fratelli Scholl, il coraggio dei ragazzi di Piazza Majakovskij, Gino Bartali o Salvo D’Acquisto o Antonio Perlasca, o tanti altri uomini e donne comuni come ognuno di noi, segni della banalità del bene che ognuno di noi sempre può compiere (“Cos’altro avrei dovuto fare?”, dicevano tanti Giusti) e che continua a salvare misteriosamente il mondo intero.

 Il Sussidiario

giovedì 26 gennaio 2023

L'OLOCAUSTO, UNA FOLLE TRAGEDIA DA NON DIMENTICARE

Ogni anno, il 27 gennaio, l'UNESCO rende omaggio alla memoria delle vittime dell'Olocausto e riafferma il suo impegno costante nel contrastare l'antisemitismo, il razzismo e altre forme di intolleranza che possono portare alla violenza di gruppo. La data segna l'anniversario della liberazione del campo di concentramento e sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau da parte delle truppe sovietiche il 27 gennaio 1945. Nel novembre 2005 è stata ufficialmente proclamata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell'Olocausto.

L'Olocausto ha colpito profondamente i Paesi in cui sono stati perpetrati i crimini nazisti, con implicazioni e conseguenze universali in molte altre parti del mondo. Gli Stati membri condividono la responsabilità collettiva di affrontare il trauma residuo, di mantenere politiche di memoria efficaci, di prendersi cura dei siti storici e di promuovere l'istruzione, la documentazione e la ricerca, oltre sette decenni dopo il genocidio. Questa responsabilità implica la formazione sulle cause, le conseguenze e le dinamiche di tali crimini, in modo da rafforzare la resistenza dei giovani contro le ideologie dell'odio. Poiché i genocidi e i crimini di atrocità continuano a verificarsi in diverse regioni e poiché stiamo assistendo a un aumento globale dell'antisemitismo e dei discorsi di odio, questo aspetto non è mai stato così importante.

Mantenere viva la memoria dell'Olocausto è l'adempimento di un dovere universale, un dovere verso l'umanità, che è la ragion d'essere dell'UNESCO: sradicare l'odio, costruire la pace e, quindi, proteggere l'umanità. In questa Giornata internazionale, impegniamoci a ricordare sempre. Lo dobbiamo alle vittime della Shoah, lo dobbiamo ai sopravvissuti, lo dobbiamo, infine, a tutte le generazioni future.

UNESCO




venerdì 12 giugno 2020

RAZZISMO. MONUMENTI RIMOSSI E RITORNO DELLA MORALE

Un fenomeno imponente

di Giuseppe Savagnone *

Sulla scia del grande movimento di indignazione e di protesta suscitato non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo occidentale, dall’assassinio di George Floyd, negli Stati Uniti e in Europa si moltiplicano le rimozioni o i danneggiamenti di statue dedicate a personaggi direttamente o indirettamente legati alla memoria del razzismo.
Qualche esempio può servire per evidenziare l’imponenza del fenomeno, ma anche per capire le sue motivazioni. A Philadelphia, in Pennsylvania, nel giro di una notte, è andata giù la statua di Frank Rizzo, sindaco per due mandati – con i Democratici – fino al 1978, famoso per gli abusi commessi contro le minoranze dalla polizia sotto il suo comando.
Nel mirino degli iconoclasti sono anche personaggi legati alla guerra di Secessione, che vide gli Stati del Sud combattere contro quelli del Nord per difendere il sistema schiavista su cui si basava la loro economia. Il governatore della Virginia ha annunciato che farà rimuovere da Richmond la statua di Robert Lee, il generale comandante dell’esercito degli Stati Confederati.
Nell’attuale protesta contro il razzismo è confluita anche quella nei confronti di Cristoforo Colombo, accusato di essere stato un persecutore degli indigeni, che già nel 2017 ha indotto diverse città americane, tra cui Los Angeles, Seattle e Denver, a cancellare la festa annuale del Columbus day, sostituendola con la “Giornata dei Popoli Nativi e Indigeni”. In questi giorni a Richmond una statua del navigatore italiano è stata gettata in acqua, mentre a Boston un’altra è stata decapitata.
Anche al di fuori degli Stati Uniti
Ma il moto di reazione popolare contro ogni forma di celebrazione del razzismo non è rimasto confinato negli Stati Uniti. A Bristol, nel Regno Unito, è stata abbattuta e gettata nel porto la statua di Edward Colston, un mercante di schiavi che, tra il 1672 e il 1689, sembra abbia trasportato dall’Africa occidentale, per venderle nei Caraibi e in America, circa 100.000 persone. La statua in bronzo era stata eretta in ricordo delle donazioni a scuole, ospizi e chiese che Colston effettuò dopo aver abbandonato la sua lucrosa attività.
A Londra è stata rimossa la statua di Robert Milligan, politico e mercante di schiavi. Ma anche la statua dedicata a Winston Churchill in Parliament Square è stata imbrattata con la scritta “era un razzista”, presumibilmente in riferimento a opinioni razziste e antisemite espresse dallo statista e al suo rifiuto di fornire aiuti alimentari all’India durante la carestia del 1943, che uccise due milioni di persone.
Anche fuori dall’Inghilterra, in Belgio, nella città di Anversa è stata presa di mira la statua dedicata al Re Leopoldo II. Re del Belgio tra il 1865 e il 1909, Leopoldo II conquistò e sfruttò – a titolo personale – il Congo, secondo degli standard ritenuti inumani già all’epoca, provocando la morte di circa dieci milioni di persone. Anche qui si è passati dalle proteste alla rimozione ufficiale.
A essere oggetto di rimozione non sono solo le statue. Negli Stati Uniti, a piattaforma di video in streaming HBO Max ha tolto Via col vento dai film visionabili, per i suoi contenuti legati alla rappresentazione della schiavitù e della Guerra di Secessione.
Il diritto di giudicare moralmente la storia
Un fenomeno così ampio merita alcune considerazioni che vanno al di là della mera cronaca e possono aiutarci a capirne la portata.
La prima è che, dopo i secoli della modernità, dominati dallo storicismo, secondo cui la storia non può essere oggetto di valutazioni morali, perché ogni epoca ha i propri parametri culturali e non esiste, al di fuori del tempo e dello spazio storici, alcun criterio assoluto – sia esso la natura umana, o Dio, o la giustizia… – che autorizzi a giudicare fatti e persone del passato in termini di bene e di male, in questa nostra epoca post-moderna sembra invece imporsi, a furor di popolo, una prospettiva molto diversa, che non intende limitarsi a “capire” i personaggi, i comportamenti e le situazioni, contestualizzandoli nel loro tempo, ma rivendica il diritto di indignarsi e di condannarli per le ferite che hanno inferto alla vita e alla dignità di altri esseri umani.
Il rischio del moralismo
Certo, il rischio del moralismo – che proietta acriticamente sul passato le categorie del presente, senza tener conto della indispensabile prospettiva storica – non può essere ignorato. Per alcuni secoli la tratta degli schiavi e la loro utilizzazione come mano d’opera è stata considerata normale da nazioni che si ritenevano cristiane e dove ogni domenica la gente frequentava i servizi religiosi. Sulle navi negriere spesso c’era un cappellano. Erano tutti ipocriti? Tutti mascalzoni? E oggi, invece, siamo tutti buoni, perché la nostra cultura ci rende odiosa a priori l’idea stessa di schiavitù?
Forse, tra gli estremi opposti dello storicismo e del moralismo, una valutazione etica della storia può aver a sue legittimità se sa andare oltre il puro relativismo (“a quei tempi era giusto così”), ma anche considerare i condizionamenti culturali che impedivano ai singoli, spesso, di percepire l’oggettiva assurdità dei costumi dominanti. Resta il fatto che, anche all’interno di un certo contesto, le situazioni e le reazioni personali al clima culturale erano molto diverse e meriterebbero valutazioni differenziate. C’erano anche allora persone più umane e persone che lo erano meno.
Oltre la separazione tra etica e politica
La seconda considerazione è che questa rivincita della morale non si verifica solo nei confronti della storia, ma anche della politica. La separazione teorizzata da Machiavelli, agli albori dell’età moderna, tra etica e politica, con l’intento di dare a quest’ultima un’autonomia che la sottraesse alle valutazioni etiche (valide, invece, per la vita privata), viene rimessa radicalmente in discussione dalla condanna popolare nei confronti di personaggi che hanno a che fare con la sfera pubblica, come i generali degli Stati confederati, o Churchill.
Passato e presente
È stato obiettato che le statue riproducono uomini del passato e che non ha senso proiettare su di esse la rabbia per ingiustizie e prevaricazioni della società attuale. Ma è un rilievo che non tiene nel giusto conto il valore simbolico che questi monumenti possono assumere anche per chi viene dopo.
Così, negli Stati Uniti, la maggior parte di quelli inneggianti ad eroi sudisti sono stati costruiti tra il 1876 e il 1964, al tempo delle famigerate leggi Jim Crow, che sancirono il mantenimento negli Stati del Sud di una rigida segregazione razziale anche dopo la fine della guerra di Secessione. E intorno ad essi, nel 2017, si sono stretti i gruppi più fanatici della destra razzista, erigendoli a simboli della loro battaglia contro i diritti degli afroamericani.
Ha dunque un preciso valore etico-politico la scelta di toglierli dallo spazio urbano, se è vero che una città non è soltanto un agglomerato di edifici e di strade, bensì il racconto che una comunità fa di se stessa, del proprio passato, ma anche dei valori su cui intende costruire il proprio futuro. Celebrare con un monumento un personaggio, invece che un altro, contribuisce a definire questi valori.
Il rischio di un’illusione ottica
La terza considerazione riguarda il pericolo di ridurre il recupero dell’etica ad alcuni aspetti, unilateralmente assunti come gli unici fondamentali, chiudendo gli occhi su tutti gli altri e finendo, anzi per dimenticarli. Ne sappiamo qualcosa in Italia, dove, alla fine del secolo scorso, la “questione morale” invocata contro “tangentopoli”, finì per oscurare altri aspetti etici legati al tema del bene comune e ridursi a uno strumento politico per scalzare la classe politica della Prima Repubblica, avallando l’avvento di un’altra, che si sarebbe presto rivelata immensamente meno rispettosa sia dell’etica privata che, soprattutto, di quella pubblica.
Senza arrivare a questo estremo, nel moto di protesta attualmente in corso si rischia di operare una “rimozione” non solo dei monumenti, ma della storia di cui esse sono la testimonianza e di cui l’Occidente è l’espressione, con le sue luci, ma anche con le sue grandi ombre, che ancora gravano su tutti noi e condizionano pesantemente la nostra società e che non riguardano solo la questione razziale.
C’è allora la triste possibilità che la distruzione, in sé giusta, dei monumenti degli schiavisti, così come l’intera battaglia, in sé fondamentale, contro il razzismo, facciano però dimenticare tutte le forme di discriminazione oggi in pieno vigore, prima fra tutte quella, alimentata e consacrata dalla logica del neocapitalismo, tra ricchi e poveri, sia all’interno dei singoli Paesi, sia a livello planetario. Insospettisce, a questo proposito, l’unanime sostegno che la protesta attuale sta ricevendo da tanti che, dietro gli slogan del politically correct, sono perfettamente integrati nel “sistema” e ne perseguono la conservazione.
Ben venga, allora, la rimozione dei simboli delle ingiustizie e delle violenze del passato, ancora tristemente significativi per giustificare quelle del presente. Ma che essa non serva come alibi per avallare un’illusione ottica e che alla fine la principale vittoria non si riduca ad avere estromesso dal catalogo di HBO Max Via col vento.

*Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.



giovedì 4 giugno 2020

VIAGGIATE !


Viaggiate
che sennò poi
diventate razzisti
e finite per credere
che la vostra pelle è l'unica
ad avere ragione,
che la vostra lingua
è la più romantica
e che siete stati i primi
ad essere i primi
Viaggiate
che se non viaggiate poi
non vi si fortificano i pensieri
non vi riempite di idee
vi nascono sogni con le gambe fragili
e poi finite per credere alle televisioni
e a quelli che inventano nemici
che calzano a pennello con i vostri incubi
per farvi vivere di terrore
senza più saluti
né grazie
né prego
né si figuri
viaggiate
che viaggiare insegna
a dare il buongiorno a tutti
a prescindere
da quale sole proveniamo,
Viaggiate
che viaggiare insegna
a dare la buonanotte a tutti
a prescindere
dalle tenebre che ci portiamo dentro
Viaggiate
che viaggiare insegna a resistere
a non dipendere
ad accettare gli altri non solo per quello che sono
ma anche per quello che non potranno mai essere,
a conoscere di cosa siamo capaci
a sentirsi parte di una famiglia
oltre frontiere, oltre confini,
oltre tradizioni e cultura,
viaggiare insegna a essere oltre
Viaggiate
che sennò poi finite per credere
che siete fatti solo per un panorama
e invece dentro voi
esistono paesaggi meravigliosi
ancora da visitare.

[Gio Evan]


sabato 30 maggio 2020

GRANDI SFIDE PER L'OCCIDENTE


- Segnali inquietanti 
da Minneapolis - 

Giuseppe Savagnone

L’ultimo episodio di violenza razziale, a Minneapolis, negli Stati Uniti, agli occhi di molti non fa altro che confermare i tanti segnali inquietanti che ormai da tempo giungono dal Paese in cui il mondo occidentale, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, si è riconosciuto, accettandone l’egemonia non solo economica e politica, ma anche, in larga misura, culturale.
I fatti
I fatti sono noti: un afroamericano di 46 anni, George Floyd, è morto dopo essere stato fermato da un agente di polizia bianco, che lo ha fatto scendere dalla sua auto «perché sembrava drogato», lo ha immobilizzato e per nove minuti gli ha tenuto il ginocchio pressato sul collo, ignorando le disperate invocazioni dell’uomo: «Non riesco a respirare!».
La polizia di Minneapolis ha archiviato il decesso parlando di un «incidente medico», ma un video aveva registrato tutta la scena e, immesso nella rete, è diventato virale. Qualche ora dopo, il capo della polizia della città ha comunicato il licenziamento dei quattro agenti che avevano partecipato all’arresto. Ma intanto migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro un omicidio il cui significato razzista è stato subito evidente. Lo stesso sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, sui suoi profili ha scritto che «essere nero negli Stati Uniti non dovrebbe equivalere a una sentenza di morte».
La rabbia degli afroamericani
Non si tratta, infatti, di un caso isolato. Nel 2014 un altro afroamericano, il diciottenne Michael Brown, era stato ucciso da alcuni colpi di pistola sparati da un agente della polizia di Ferguson in Missouri, dopo aver commesso una rapina, pur non essendo armato. Nello stesso anno, in circostanze molto simili a quelle di Floyd, Eric Garner, anche lui afroamericano,  rimase soffocato durante un tentativo di arresto da parte della polizia di New York.
Anche il coronavirus ha evidenziato il permanere negli Usa di disuguaglianze economiche e sociali che hanno reso più fragili latinos e afroamericani rispetto ai bianchi e li ha esposti a percentuali di mortalità decisamente superiori.
Non stupisce l’esplosione di rabbia della comunità afroamericana di fronte a questo nuovo atto di discriminazione e di violenza. Il commissariato di Minneapolis è stato incendiato, molti negozi sono stati assaltati e saccheggiati, per fronteggiare i disordini è stato necessario a un certo punto mobilitare la Guardia nazionale.
Il permanere delle disuguaglianze
L’immagine oleografica, spesso circolata, di un Paese che è riuscito ad armonizzare felicemente le differenti etnie presenti sul suo territorio, esce profondamente scossa. E la memoria va alle dure lotte sostenute da uomini come Martin Luther King – che ne hanno pagato il prezzo sulla loro pelle – per giungere a una reale uguaglianza tra bianchi e neri. Le conquiste ci sono state – anche se è stato necessario attendere il 1964 perché una legge dichiarasse illegali le disparità di registrazione nelle elezioni e la segregazione razziale nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale –, ma evidentemente non sono venute meno le resistenze a livello culturale. Soprattutto in alcuni Stati del Middle West – quelli in cui i bianchi frustrati e impoveriti hanno votato in massa per Trump – la mentalità liberal, aliena dal razzismo, stenta ad attecchire.
Una cattiva alternativa
Anche perché essa stessa, per altri versi, presta il fianco all’accusa di essere  collegata alla cinica logica neocapitalista, che sacrifica le persone alla finanza e avalla un individualismo basato unilateralmente sui diritti, senza tenere conto della solidarietà verso i più deboli (non si dimentichi che l’alternativa a Trump, nelle elezioni del 2016, era Hillary Cinton, grande sostenitrice degli interessi delle banche e promotrice entusiasta di “Planned Parenthood”, l’organizzazione che raccoglie le cliniche abortiste degli Usa).
La libertà del neocapitalismo
Si inserisce in questo quadro inquietante l’ondata di risentite proteste che si sono svolte, con l’incoraggiamento del presidente Trump, in varie città degli Stati Uniti, contro le misure di confinamento decise dai governatori degli Stati più colpiti. Nel Michigan uomini armati hanno invaso il Parlamento locale per protestare contro il lockdown decretato dalla governatrice Gretchen Whitmer davanti al dato che il Michigan era il quarto Stato più colpito degli Stati Uniti.
La logica della protesta è che la libertà – in particolare quella economica – è una priorità anche rispetto alla vita fisica (soprattutto quella dei più deboli: si è già notato che a pagare in percentuale maggiore sono gli afroamericani e i latini). A rifiutare con più decisione ogni forma di chiusura a tutela della salute degli operai è stata l’industria delle armi, che negli Stati Uniti costituisce una lobby potentissima e che gode di un ampio sostegno non solo dal presidente, ma dall’opinione pubblica, restia ad ogni limitazione del libero commercio in questo ambito.
Frammenti di un quadro più complesso
Sono solo frammenti di un quadro complesso, che deve sicuramente tenere conto anche dei tanti aspetti positivi della società americana e che non può essere usato per avallare il facile anti-americanismo da sempre di moda in Italia. È vero però che essi costituiscono degli indizi di una fragilità sociale e culturale degli Stati Uniti, che in realtà è sempre esistita, ma che lo strapotere economico e tecnologico ha a lungo nascosto.
C’è bisogno di Europa già a livello politico
Prenderne atto, però, sarebbe sterile se non si accompagnasse alla presa di coscienza che l’Occidente ha bisogno, davanti alle grandi sfide già in corso (come quella con il mondo islamico) e a quelle che si profilano all’orizzonte (in primo piano quella con la Cina), di poter contare sull’Europa.
Questo è vero già sul piano politico. Il costante impegno di Trump di alimentare le divisioni interne del continente europeo per scoraggiarne l’unità politica, è da questo punto di vista assolutamente miope e dimostra solo l’inadeguatezza, in questo come in tanti altri casi, del moto «America first», “prima l’America”. Perché è vero che degli Stati Uniti d’Europa sarebbero per gli americani un partner di ben diverso peso e un concorrente anche economico assai più agguerrito, ma anche un alleato molto più capace di assumere le proprie responsabilità.
Al di là di una dipendenza
Le contraddizioni e le debolezze culturali degli Stati Uniti evocano però soprattutto l’esigenza di una rinascita della coscienza europea proprio su questo piano. Il declino politico ed economico dell’Europa l’ha portata per troppo tempo ad essere subalterna al suo “Grande Fratello” d’oltreoceano anche sul piano culturale. Lo stesso anti-americanismo a cui accennavo è in fondo un segno di questa dipendenza, simmetrico peraltro all’americanismo per altri versi imperante (si pensi al dominio culturale dell’inglese e al dilagare della terminologia di questa lingua anche nel nostro linguaggio corrente).
L’Europa alla ricerca di se stessa
L’Europa ha una civiltà che non va contrapposta a quella americana, ma che certamente ha radici assai più antiche e profonde. Deve però ritrovare la sua anima. Assistiamo in questi giorni, di fronte alla sfida della pandemia, a timidi tentativi di recuperare il senso di una solidarietà che in passato è stata sempre messa in ombra (si pensi al caso della crisi della Grecia). L’Europa è alla ricerca di se stessa. Ma questa ricerca non si può concretizzare solo nel dibattito sul recovery fund. Bisogna ritrovare un patrimonio di valori comuni, attingendo ad una tradizione ricchissima, che non può essere frettolosamente liquidata, ma che ha bisogno di essere riletta e reinterpretata creativamente. Per evitare che le contraddizioni degli Stati Uniti determinino il tramonto irreversibile dell’Occidente.




sabato 25 aprile 2020

ROMA, I NAZISTI, IL MORBO DI K, L'EPIDEMIA

LA BEFFA DELL'ISOLA TIBERINA

TRE GIOVANI MEDICI "INVENTANO" IL MORBO DI K

Durante la seconda Guerra Mondiale a Roma ci fu una terribile epidemia di una malattia sconosciuta e pericolosa.
Si chiamava morbo di K., aveva sintomi molto gravi ed era estremamente contagiosa, ma grazie all’intuizione di tre medici eccezionali (Giovanni Borromeo, Adriano Ossicini e Vittorio Sacerdoti) non ci fu nessuna vittima. Tutti i malati, messi in isolamento in un padiglione dell’Ospedale Fatebenefratelli, si salvarono miracolosamente e così anche i medici e infermieri, nonostante il morbo di K. fosse molto contagioso.
Iniziò tutto il 16 ottobre 1943, il “sabato nero” del ghetto di Roma, quando le SS fecero un orrendo rastrellamento costringendo 1024 persone, tra cui centinaia di bambini, a salire sui treni dell’orrore per andare a morire ad Auschwitz.
Qualcuno però riuscì a evitare i nazisti e a salvarsi, cercando rifugio proprio sull’isola Tiberina dove il coraggioso dottor Borromeo, primario dell’ospedale, decise di ricoverarli tutti, quasi un centinaio.
Ovviamente bisognava compilare una cartella clinica per questi pazienti speciali. E così i tre medici, in particolare Vittorio Sacerdoti (che in quanto ebreo era già stato vittima delle leggi razziali e lavorava sotto falso nome all’ospedale, protetto dal primario Borromeo), immaginarono una malattia orrenda, devastante e contagiosa, il Morbo di K., dove la K. indicava in realtà Kesselring, lo spietato ufficiale nazista, o secondo altre fonti, Kappler, il disumano persecutore di Roma.
I finti ricoverati furono messi tutti in un reparto speciale, in isolamento.
La sera del 16 ottobre 1943, quando i nazisti arrivarono a perlustrare l’ospedale, trovarono i tre medici, Borromeo, Ossicini e Sacerdoti con delle mascherine sul volto, preoccupatissimi per lo scoppio di questa improvvisa e pericolosa epidemia. I nazisti allora pretesero di vedere tutte le cartelle cliniche, dato che c’era anche un medico tra loro, ma alla richiesta del dott. Borromeo di andare a visitare personalmente i malati, ebbero paura di questo terribile morbo di K. e preferirono andarsene.
E così tutti i finti malati ricoverati in isolamento si salvarono dall’orrore nazista.
Ma la storia non finisce qui.
Borromeo, Ossicini e Sacerdoti continuarono quotidianamente ad aiutare ebrei e partigiani. Installarono una radio ricetrasmittente clandestina negli scantinati dell’ospedale per restare in contatto con gli altri partigiani e con Radio Londra, dichiararono morti proprio per il morbo di K. i finti pazienti e procurarono loro documenti falsi per farli fuggire, esponendosi così a grandi rischi, in un triste momento storico in cui le delazioni ai tedeschi erano all’ordine del giorno e l’ospedale pullulava di spie.
Questi tre medici coraggiosi non arretrarono davanti all’orrore e alla paura perché, come non smetteva di raccontare nelle interviste dopo la guerra Adriano Ossicini: “Bisogna cercare di essere dalla parte giusta, sempre”.

Olivella Foresta

(Pietro Borromeo, figlio di Giovanni Borromeo ha raccontato questa storia nel libro: Il giusto che inventò il morbo di k.. Fermento Editori, 2007)