martedì 5 settembre 2023

BENEDETTO IL PELLEGRINO


LE BENEDIZIONI DEL PELLEGRINO

 

“Benedetto sei, pellegrino,

se scopri che il cammino ti apre gli occhi su ciò che non si vede.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se ciò che ti preoccupa non e’ arrivare, ma arrivare con gli altri.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se contempli il cammino e lo scopri pieno di nomi e di aurore.

 

Benedetto sei, pellegrino,

perché hai scoperto che il vero cammino comincia quando è finito.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se il tuo zaino si vuota di cose e il tuo cuore si riempie di emozioni.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se scopri che è meglio un passo indietro per aiutare qualcuno,

che cento in avanti senza vedere nulla.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se ti mancano le parole per ringraziare di tutto ciò che scopri, ad ogni svolta del cammino.

 

Benedetto sei pellegrino,

se cerchi la verità e fai del cammino la vita, e della vita un cammino, sempre cercando chi è davvero la Via, la Verità e la Vita!

 

Benedetto sei, pellegrino,

se sul cammino hai trovato te stesso, ed un tempo senza fretta per sentire ciò che ti dice il tuo cuore.

 

Benedetto sei, pellegrino,

se scopri che il cammino è silenzio, che il silenzio è preghiera,

e la preghiera è incontro con il Padre che ti sta aspettando.”


lunedì 4 settembre 2023

RIPRENDERSI DOPO LE VACANZE


 I bambini ci insegnano che la realtà ha tre dimensioni, come una scatola di scarpe, ma poi bisogna scoprire la quarta: il tempo.

Da questa dimensione dipende la contentezza che si prova anche solo bevendo una birra al bar: contento vuol dire «contenuto», la contentezza è l'esperienza dell'essere abbracciati dall'istante, da un tempo pieno di senso.

 

- di Alessandro D’Avenia

 

La ripresa della routine quotidiana dopo le vacanze è spesso accompagnata dalla tristezza, come se si passasse dalla vita vera, quella libera della pausa estiva, a una vita prigioniera, fatta della ripetizione di gesti, orari e impegni prescritti.

In questa ripetizione manca la gioia, che sembra dipendere solo dallo straordinario, come mostra la nostra iper-comunicazione social estiva. A corto di gioia quotidiana, viviamo l'ordinario per fuggirne.

Come si fa invece a trovare lo straordinario nell'ordinario, la gioia nel quotidiano? In un bel film del 2016 di Jim Jarmusch, intitolato Paterson, nome sia della cittadina del New Jersey in cui si svolge la storia sia del protagonista (interpretato da Adam Driver), un autista ripete la sua routine quotidiana, come accade con le fermate del suo autobus. Eppure, Paterson trova gioia proprio in quella ripetizione, non in quanto ripetizione, ma in quanto ripresa, termine con il quale il filosofo danese Kierkegaard intitolò un saggio attorno al desiderare l'istante, permettendogli così di offrirci i suoi tesori. Insomma, le cose sono generose con noi non se le «aumentiamo» o manipoliamo, ma solo se trovano le nostre mani aperte. La nostra mancanza di gioia in fondo è sordità alla realtà: assurdo viene da «sordo», e la vita diventa assurda nella misura in cui noi siamo sordi ai suoi spunti. Ciò vale in qualsiasi ambito: lavoro, amore, luoghi... diventano noiosi e vuoti nella misura in cui li ri-petiamo e non li ri-prendiamo. Come fare?

Se siamo aperti, liberi, in ascolto, quel lavoro, quell'amore, quel luogo... saranno occasione di «ri-presa», cioè qualcosa che è sì come prima ma sempre con qualcosa di nuovo da darci, come quando riprendiamo (non nel senso di farne un video ma di tornare a guardarli senza stancarci) i tramonti, i volti, i libri... riprendere è trovare il nuovo nello stesso (ri-genera), invece ripetere è trovare lo stesso nello stesso (ri-produce). Nel riprendere c'è gioia, nel ripetere no.

L'ossessione di «riprendere» con i telefoni è ricerca di questa novità, ma di fatto riproduciamo (le cose accadono dentro i cellulari più che dentro di noi) lo straordinario, come se non ci fosse spazio di risonanza per gli spunti dell'ordinario. Paterson, anche se «ripete» orari e percorsi, in realtà li «riprende»: trova bellezza nelle conversazioni che sente in autobus, nell'incontro con una bambina alla fermata, nelle stravaganze della moglie... E ci riesce semplicemente perché è aperto, sa ascoltare il mondo, anche quando modula un lamento: Paterson è uomo dell'istante, trova la gioia nel dettaglio, anche in una scatola di fiammiferi blu e in una pausa pranzo su una vecchia panchina. Così tutto diventa «evento», cosa che lo porta a scrivere poesie su questi istanti eterni.

In una di queste scrive che da bambini ci insegnano che la realtà ha tre dimensioni, come una scatola di scarpe, ma poi bisogna scoprire la quarta: il tempo. Da questa dimensione dipende la contentezza che lui prova anche solo bevendo una birra al bar: contento vuol dire «contenuto», la contentezza è l'esperienza dell'essere abbracciati dall'istante, da un tempo pieno di senso.

 Viviamo spesso fuori-tempo, senza ritmo e fuori dal presente: ci deprimiamo rimpiangendo il passato, precipitiamo nell'ansia proiettandoci nel futuro, e così ci scappa il presente, unico tempo capace di offrire spunti di gioia solo se noi gli siamo presenti, cioè, aperti, in ascolto. Tutto ciò non riguarda anime delicate e fuori dalla realtà, ma accade anche in condizioni estreme, come testimonia lo psichiatra Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, nel suo bel libro Uno psicologo nei lager, quando racconta di una giovane nel campo: «La storia sembrerà inventata tanto appare poetica. Questa giovane donna sapeva che sarebbe morta nei giorni successivi. Quando le parlai, era serena, nonostante tutto. “Sono grata al mio destino, per avermi colpita così duramente - mi disse - perché nella mia vita di prima ero troppo viziata e non avevo nessuna vera ambizione spirituale”. Nei suoi ultimi giorni era come trasfigurata. “Quest’albero è il solo amico nei miei momenti di solitudine”, disse, accennando attraverso la finestra della baracca. Fuori c’era un castagno, tutto in fiore, e chinandomi sul tavolaccio della malata potevo scorgere un ramoscello con due grappoli di fiori, guardando dalla finestrella dalla baracca-infermeria. “Con quest’albero parlo spesso”, disse poi. Ne fui meravigliato e non sapevo come interpretare le sue parole. Sta forse delirando, ha delle allucinazioni? Le chiesi dunque, curioso, se l’albero può risponderle - Sì! - e che cosa le dice. Mi rispose: Mi ha detto: Io sono qui, io sono qui, io sono la vita, la vita eterna».

La vita eterna non è quella dopo la morte, ma quella traboccante di senso che si apre nel quotidiano, il tempo della durata nel tempo degli orologi. Frankl capì che rimaniamo liberi se prendiamo sul serio il presente: «La svalorizzazione del presente, della realtà che circonda l’internato tende a far trascurare i possibili spunti per dare una forma alla realtà, spunti in qualche modo presenti anche nella vita del lager. La totale svalorizzazione della realtà induce a lasciarsi andare, poiché comunque tutto è inutile».

La nostra mancanza di gioia dipende spesso da questa «svalorizzazione» del presente, a cui diventiamo sordi anche per la continua proiezione nel mondo immaginario della comunicazione e della pubblicità. Vorrei allora «ri-prendere» la rubrica dopo la pausa estiva e farne, ogni «maledetto» lunedì, un allenamento per provare a rimanere aperti, in ascolto della realtà, così da ricevere gli spunti che, anche in condizioni avverse, la vita offre sempre, fosse anche solo in un albero, in uno sconosciuto o nel volto di uno studente. Per gioire bisogna saper «rischiare» l'istante, ascoltarlo, persino amarlo... Solo così ogni lunedì sarà una ripresa: saremo noi a riprenderci dalla tristezza e a riprenderci la libertà.

Nella quotidiana ripetizione Paterson ritaglia sempre del tempo per questo allenamento a rimanere aperto (leggendo, osservando, scrivendo), e così coglie le infinite possibilità che, come le parole celate in una pagina bianca, la realtà offre. Preferiresti forse essere un pesce? Si chiede a un certo punto. Senza nulla togliere ai pesci, l'autista-poeta sa che la condizione umana può essere una gioia se la si prende e ri-prende per il verso giusto.

 Solo chi ha orecchie e occhi aperti s'innamora dell'istante e trasforma la vita quotidiana in vita eterna.

Ma quanto coraggio e quanto silenzio richiede tutto questo? Forse solo qualche minuto, ogni giorno, a partire da oggi.

 Ultimo banco

sabato 2 settembre 2023

PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Il primo giorno di scuola dobbiamo dare una picconata al muro che imprigiona i ragazzi in una vita piena di luci abbaglianti ma in cui non succede mai niente, e ci riusciremo se raccontiamo come quel muro è stato abbattuto in noi da numeri, cellule, rime... 

Per questo spero che non lo passeremo ad alimentare l’attuale ipocondria generale, ma lo stupore. 


- di Alessandro D’Avenia

 

Come mi immagino l’imminente prima campanella dell’anno? Così: «Dall’interno degli involucri uscirono libri nuovi e fragranti, zeppi delle letture più incredibili, uno su specie animali sconosciute, l’altro su popoli diversi e re defunti, il terzo su paesi esotici, il quarto sulla magia dei numeri».

 Queste righe tratte da un libro che ho letto quest’estate, Gente indipendente del Nobel Haldór Laxness, descrivono il momento gioioso in cui, in una sperduta fattoria islandese a inizio ‘900, sul far di una sera gelida arriva un maestro. I figli del pastore reagiscono voracemente alle meraviglie a loro ignote, ma: «Ebbero il permesso di toccare appena ciascun libro, solo con i polpastrelli, la letteratura non tollera dita sporche, prima bisognava rivestire ogni volume. Non si potevano guardare le figure tutte in una volta, solo una per libro, per esempio la figura della città di Roma, grande come la montagna sopra il casale, e della giraffa, che ha un collo così lungo che la testa le uscirebbe dal comignolo. E guarda un po’ la sera all’improvviso era trascorsa; nessuna sera era mai trascorsa così in fretta... e loro avrebbero voluto porgli cento domande».

 Le parole luminose e calde di Laxness in una storia piuttosto oscura e gelida mi hanno fatto pensare al primo giorno di scuola, quello in cui accendere la luce che muove a conoscere: lo stupore.

 Sentimento raro nella nostra vita quotidiana, barattato con rapide emozioni esplosive (shock) da cui si differenzia proprio perché non si esaurisce subito e non rende passivi, ma spinge ad andare oltre. A uscire di prigione. Quale?

 Gli studenti associano spesso l’inizio della scuola a sentimenti di noia e paura, esiziali per l’apprendimento, che s’innesca invece solo grazie a stupore e curiosità. Qualche anno fa ho letto di una bambina di prima elementare che fingendo di recarsi in bagno se ne tornò a casa. La motivazione? La noia, che è incompatibile con la curiosità, perché accende la mente solo ciò che la rallegra. Noi insegnanti possiamo, come il maestro islandese, raggiungere anime annoiate e infreddolite, per mostrare ciò che un giorno ci ha stupito (lettere, matematica, chimica, storia...) e aperto una via per conoscere noi stessi e il mondo.

 Il primo giorno di scuola dobbiamo dare una picconata al muro che imprigiona i ragazzi in una vita piena di luci abbaglianti ma in cui non succede mai niente, e ci riusciremo se raccontiamo come quel muro è stato abbattuto in noi da numeri, cellule, rime... Per questo spero che non lo passeremo ad alimentare l’attuale ipocondria generale, ma lo stupore. Nella mia esperienza i ragazzi ti seguono ovunque se vedono che ciò che racconti ti ha cambiato la vita, che il fine per cui studiare sono loro e non solo l’interrogazione, che conoscere qualcosa li renderà più liberi e felici, perché proprio quel qualcosa ha reso più liberi e felici noi. Così accade, ciascuno a suo modo, ai ragazzi del casale islandese: «C’è un animale nuovo ogni giorno, e un nuovo paese, e quei piccoli numeri che sembrano non significar nulla, eppure sono investiti di una vita e di un valore proprio, e si possono sommare o sottrarre a volontà. E infine la poesia che è più alta di tutti i paesi... Mentre il piccolo Gvendur si accontenta di meditare sugli animali che stanno più in alto delle pecore, o fa tentativi per moltiplicare gli agnelli per le pecore e sottrarre le assi del soffitto dalle doghe del pavimento, il piccolo Nonni pensa ininterrottamente ai suoi paesi, sentendo per la prima volta la certezza della loro esistenza reale, e non solo in quanto vaniloquio di persone buone che vogliano confortare i bambini. Ma Ásta Sóllilja, è lei che si libra sulle ali della poesia, e l’anima della ragazza trova qui per la prima volta la propria origine e il proprio lignaggio; felicità, destino, dolore, comprendeva tutto; e molto altro».

 Ciascuno trova se stesso attraverso ciò che più lo stupisce: numeri, paesi, poesie... tutti indizi della chiamata al futuro.

 Allo stesso modo il primo giorno di scuola è il momento di portare in classe non i nostri «umori» ma i nostri «amori»; infatti, il nostro stupore fa provare ai ragazzi un dolore buono, una mancanza che sollecita la miglior manifestazione del desiderio di una vita più profonda: domandare.

 Raccontate «la cosa» che amate di più, anche se non è in programma, spiegate perché vi ha cambiato e le avete dedicato tanti sforzi: riceverete «le domande», che sono il punto di incontro tra ciò che loro non hanno mai visto (quello che insegniamo) e ciò che noi non abbiamo mai visto (il loro futuro).

 Quel giorno sarà «primo» solo se la «gente» intuirà di poter essere, come nel titolo del romanzo, «indipendente», soprattutto chi, per ignoranza di sé e del mondo, è prigioniero di una vita senza senso, senza gioia e senza nome.

 Liberiamoli con ciò che ci ha reso liberi.

Buon inizio a tutti.

 

Corriere della Sera


LA DROGA DEI NUOVI ZOMBIE


- di Massimo Recalcati

Alcuni la chiamano droga-zombie. Ne avevo sentito parlare da diverso tempo, ma non avevo mai potuto osservare in presa diretta i suoi effetti. Nel nostro Paese, da quello che mi risulta, non circola ancora. Mi è capitato questa estate in una Seattle dall’aria triste e abbandonata di incontrare le sue vittime in piena downtown. Quello che colpisce è la postura bloccata dei corpi, come colpiti da una paralisi inquietante; corpi sospesi, vivi ma senza vita, marmorizzati, imprigionati in un denso e infernale torpore, immobilizzati, specie di sculture morte, ripiegate su se stesse, accartocciate in posizioni irreali. Come i corpi pietrificati di Pompei in fuga dalla incandescenza della lava: corpi irrigiditi in una sorta di ultimo spasmo di vita, corpi senza scampo, senza più vie di fuga. 

Un micidiale mix

La sostanza è un mix chimico micidiale di due molecole: la xilazina utilizzata per lo più nella medicina veterinaria come prodotto sedativo per animali di grossa mole e il fentanyl, un oppioide sintetico con effetti analgesici. Questi nuovi tossicomani li chiamano zombie. Nei film horror gli zombie appaiono per lo più nella forma dei morti che riprendono imprevedibilmente vita, che ritornano spettralmente dal mondo buio dell’oltretomba alla ricerca di vita umana da sbranare. Nel centro di Seattle, invece, questi giovani zombie apparivano solamente come vite già morte. Non dunque come vite morte che ritornano spettralmente vive, ma come vite vive che appaiono già intaccate dalla morte. Davvero impressionante anche per uno psicoanalista abituato ad avere a che fare anche con le forme più gravi della sofferenza umana. 

Degrado sociale

Lo sfondo il degrado sociale e la povertà, la vita esclusa, schiacciata nell’angolo, lasciata cadere. Quanto è diversa questa droga da quelle che abbiamo già conosciuto? Negli anni Settanta del secolo scorso l’eroina si era configurata come il paradigma trasgressivo dell’intossicazione. L’estasi, il paradiso artificiale, la fuga dalla realtà, ma anche la contestazione nei confronti del sistema, il suo ripudio radicale, la sua condanna senza appello. Distruggersi per non fare parte di un mondo i cui valori erano anarchicamente rifiutati. Quel primo paradigma trasgressivo dell’intossicazione implicava la dissociazione dal conformismo della vita borghese e l’illusione che potesse esistere una vita differente, svincolata dall’ideologia dei consumi e dalla violenza del capitalismo. Abbiamo poi conosciuto un paradigma completamente diverso. È quello iperattivo che trova nella cocaina la sua sostanza ideale. Abbiamo tutti in mente la sulfurea figura di The Wolf of Wall Street di Scorsese, interpretata da uno straordinario Di Caprio. In questo caso la contestazione del sistema ha lasciato il posto alla sua più estrema assimilazione. In primo piano non è più il flash del godimento eroinomane come via di accesso (illusoria) ad un altro mondo, ma l’avidità senza scrupoli e senza tregua di un godimento pienamente omogeno alla pulsione neo-libertina del capitalismo finanziario.

L'illusione

 Il consumo della cocaina non dissocia la vita dal sistema, ma la rende competitiva, rafforza il principio di prestazione, amplifica la volontà di potenza del proprio Io. Mentre l’illusione del paradigma trasgressivo dell’eroina consisteva nel raggiungere una forma di vita alternativa a quella del consumatore borghese, quella sostenuta dalla cocaina si definisce come una sorta di corsa maniacale verso un godimento senza limiti. Mentre l’eroina è una droga dell’inconscio, la cocaina è una droga dell’Io. Questo ultimo paradigma della droga-zombie sembra invece introdurci in un universo differente. La contestazione trasgressiva del sistema (eroina) e la sua assimilazione iperattiva (cocaina) ha lasciato il posto ad un altro paradigma. 

L'intossicazione

Quello che la droga zombie mette in luce è che la finalità ultima della droga è sempre una finalità mortifera. Freud aveva parlato a questo proposito del principio del Nirvana: azzerare le tensioni della vita, estinguere la spinta del desiderio, condurre la vita verso lo zero assoluto. La droga zombie dichiara in modo inequivocabile questa finalità ultima dell’intossicazione. Nessun paradiso artificiale, nessuna trasgressione, nessuna critica al sistema. Ma anche nessun potenziamento narcisistico del proprio Ego, nessuna volontà di potenza, nessun godimento neo-libertino. 

Una vita spenta

Quello che resta è solo la vita che rigetta la vita, la vita già morta, la vita bloccata, immobilizzata, la vita senza alcuna avvenire di vita. Si tratta dell’anima più propria dell’intossicazione, della sua vocazione più profondamente nirvanica. È la faccia in ombra della maniacalità neo-libertina. Mentre questa si consuma nella sua spinta avidamente illimitata di consumo, il drogato-zombie ha gettato la spugna, si è ritirato dalla gara perpetua di tutti contro tutti, punta solo ad annientarsi, a ridursi alla dimensione minerale di una scultura senza anima.

 La Repubblica

LO SQUALLORE DEL BRANCO


 Davvero la libertà 
può essere 

l’unico criterio 

del bene e del male?




- di Giuseppe Savagnone*

 Giustizia e vendetta

Fiumi di parole sono stati versati sullo “stupro di Palermo” e non è il caso di aggiungere altro su questo drammatico episodio di violenza. Vale la pena, invece, di fermarsi a riflettere sul modo in cui esso è stato letto e interpretato dai quotidiani e dall’opinione pubblica.

 È inquietante che molte reazioni siano state all’insegna di logiche del tutto simmetriche, anche se in senso contrario, a quella dell’abuso stesso. In un post che ha avuto vastissima eco, il cantante Ermal Meta  – riferendosi all’immagine usata da uno degli stupratori , che aveva parlato di «cento cani sopra una gatta» – ha scritto: «Lì in galera, se mai ci andrete, ad ognuno di voi “cani” auguro di finire sotto 100 lupi in modo che capiate cos’è uno stupro». Toni analoghi sui social, dove del resto abitualmente si riversano stati d’animo poco inclini alla pacata riflessione e alla moderazione.

 Ora, è perfettamente comprensibile e condivisibile l’indignazione per l’accaduto. Ma la risposta alla gravità del delitto, in una società civile, non è il ricorso alla legge del taglione – “occhio per occhio, dente per dente” – e tanto meno il linciaggio. Fare giustizia comporta la rinuncia – a volte, come in questo caso, difficile – ad abbandonarsi a stati d’animo incontrollati di odio e di vendetta, che da un lato ledono il diritto dei sospettati alla difesa e al legittimo dubbio sulle loro responsabilità (secondo l’art. 27 della nostra Costituzione «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva»), dall’altro rischiano di imbarbarire la comunità civile che vi si abbandona, mettendola sullo stesso piano dei violenti che condanna.

 Ma si possono scambiare i “no” per sì”?

All’estremo opposto il consiglio rivolto alle ragazze da Andrea Giambruno, giornalista di Rete 4 e compagno della premier Giorgia Meloni, durante la puntata di Diario del Giorno: «Se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche perché poi rischi, effettivamente, che il lupo lo trovi».

Una frase che ha suscitato molte polemiche, perché è sembrata ribaltare sulla vittima la responsabilità di quanto accaduto e riflettere una tendenza, ancora molto diffusa nel nostro Paese, a sminuire le responsabilità di chi aggredisce sessualmente una donna, puntando sulla vera o presunta equivocità dei comportamenti di quest’ultima.

 Proprio nei giorni scorsi il GUP del tribunale di Firenze ha motivato l’assoluzione di due ragazzi, 19enni all’epoca dei fatti, dall’accusa di violenza sessuale ai danni di una 18enne, perché sarebbero stati sviati da una «errata percezione» circa il presunto consenso da parte della ragazza. Secondo il magistrato l’equivoco degli aggressori «se non cancella l’esistenza oggettiva di una condotta di violenza sessuale, impedisce di ritenere penalmente rilevante la loro condotta».

Si ha l’impressione che molti – compresi anche dei giudici – non abbiano ancora preso atto del cambiamento di costume intervenuto in questi anni nei rapporti tra uomini e donne e continuino a dare credito allo stereotipo dei “no” detti per civetteria e che nasconderebbe un implicito incoraggiamento. Così era spesso in passato. Oggi una ragazza non ha più di questi falsi pudori a manifestare il proprio consenso: se vuole dire “sì”, lo dice senza tanti giri di parole, se dice “no” vuol dire “no”. E chi la forza a fare il contrario sta violando la sua libertà.

 Dietro lo schermo

Una reazione che fa molto riflettere è stata quella delle migliaia di persone che su Telegram hanno scatenato una vera e propria caccia al video realizzato in diretta da uno dei violentatori e diffuso in rete. Uno spettacolo, secondo lo stile dominante nella nostra società, dove la realtà è ormai spesso identificata con la sua rappresentazione virtuale.

 Al riparo dello schermo del proprio smartphone o del proprio computer si vogliono vivere esperienze che non si avrebbe il coraggio di fare direttamente. Dove la parola “schermo” assume il significato di “difesa”, “riparo”, come quando ci si fa “schermo con le mani”.

 Con l’ovvia conseguenza di mettere alla gogna innanzi tutto la vittima della violenza, che, oltre a subire quella dei sette energumeni che hanno abusato fisicamente di lei, si trova ora massacrata da quella dei social, che sanciscono pubblicamente il suo essere “oggetto”.

 Davvero la libertà può essere l’unico criterio del bene e del male?

Ma c’è ancora un ultimo aspetto del dibattito che ha fatto seguito allo stupro di Palermo e che forse è ancora più emblematico della profonda trasformazione culturale che la nostra società ha vissuto rispetto al passato. Colpisce che la condanna, giustissima, della violenza, da parte dei media e dell’opinione pubblica, non abbia mai fatto ricorso alle categorie di “bene” e di “male”, ma si sia fondata esclusivamente sulla violazione del diritto della ragazza di disporre del proprio corpo.

 È per questo, non perché la dignità di un essere umano è stata calpestata, ridotta dal branco ad oggetto di piacere, che stampa, associazioni femministe, social, si sono indignati. Il male oggettivo della violenza che è stata perpetrata è stato interamente risolto in quello della libertà o meno del consenso.

 Lo squallore di un accoppiamento animalesco – «cento cani sopra una gatta» – sarebbe d’incanto cancellato e riportato alla più accettabile normalità, se si dimostrasse – come cercano di fare (peraltro, in questo caso, vanamente) gli indiziati – che “la ragazza ci stava”. Niente è più buono o cattivo in sé, l’unico parametro di valore è la percezione che ne ha l’individuo e che dà significato ai fatti e ai comportamenti.

 È la logica a cui si ispira la nostra società anche nel campo della sessualità. Nessuno si scandalizza della esibizione indiscriminata dei corpi – soprattutto di quello femminile – per pubblicizzare prodotti commerciali o per alimentare l’industria della pornografia. Ognuno del suo corpo può fare quello che vuole.

 Salvo poi a chiedersi se questa volontà sia davvero frutto di scelte consapevoli o non venga a sua volta condizionata alla radice da una serie di fattori fisici, psicologici, economici, sociali, culturali, che la rendono assai meno libera di quanto crede di essere.

 Quante sono le donne che – all’insegna dell’orgoglioso slogan femminista “l’utero è mio e ne faccio quello che voglio” – sono costrette, in realtà, a vivere il trauma (così lo descrivono tutte) dell’aborto perché non sono in grado di mantenere il figlio che dovrebbe nascere? E davvero la gestazione per altri – che riduce l’intimo e delicato rapporto della madre biologica con il figlio che le cresce in grembo a quello di una incubatrice – è una scelta indipendente dalla necessità economica?

Il "libero" consenso

 Del resto, se fosse vero che la sola cosa che conta è il libero consenso, anche le pratiche diffuse nel mondo islamico – la sottomissione incondizionata della donna all’uomo, la rinunzia ai propri più elementari diritti, fino al caso estremo dell’infibulazione – , a cui noi occidentali ci opponiamo denunciandole come oggettive violazioni della piena umanità della persona, dovrebbero essere considerate assolutamente “buone”, alla luce della diffusa accettazione che se ne registra – da parte delle donne stesse – in quegli ambienti. Siamo disposti ad accettarlo, o non propendiamo, piuttosto – giustamente – per mettere in discussione una “libertà” che ci appare fortemente condizionata dall’educazione e dal clima culturale?

 Vogliamo sostenere che la nostra invece ne sia esente? O dobbiamo onestamente riconoscere l’influenza decisiva che le logiche del mercato capitalistico, il consumismo dilagante, il circo mediatico, esercitano su di noi e ci fanno credere di essere “liberi” nelle nostre scelte?

 Non si tratta, ovviamente, di rinunziare a seguire la propria valutazione personale, ma di confrontarla incessantemente con una realtà umana che non si riduce alla nostra percezione immediata di essa e tanto meno ai luoghi comuni in circolazione, sforzandosi di scoprirne e di rispettarne la ricchezza.

 Questo ci aiuterebbe a situare un problema come quello della violenza sulle donne nel contesto più ampio del significato della sessualità, consentendoci di esercitare un sano senso critico nei confronti del consumismo e del potere (non solo fisico) che oggi, al di là del caso degli stupri, lo distorcono. 

 E di trasformare così una indignazione, che spesso si sviluppa prevedibilmente all’interno dei quadri del politically correct, nella ricerca veramente “rivoluzionaria” di una radicale alternativa all’esistente.

 

*Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo

Scrittore ed Editorialista.

www.tuttavia.eu


 

venerdì 1 settembre 2023

COMPETENZE SOCIO-EMOTIVE

 

Competenze non-cognitive 

Sarebbe opportuno 

premiare chi innova

 

- di Tommaso Agasisti

 

Un tema che sta diventando centrale in tanti dibattiti sulla scuola, non solo in Italia ma direi in una dimensione internazionale, é quello delle competenze socio-emotive (chiamate spesso, nel dibattito pubblico, competenze “non cognitive”). L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), che dal 2000 è responsabile di Pisa (Programme for International Student Assessment) da diversi anni ha messo al centro della propria riflessione proprio questo tema.

 Questa recente attenzione per le competenze socio-emotive, come elemento caratterizzante di una scuola orientata non solo ai saperi ma anche alle dimensioni più interiori della vita individuale e sociale va, a mio parere, salutata con favore. Si tratta di un passo che, forse, può aiutare a far uscire il dibattito sull’educazione da una visione puramente “funzionalistica”, secondo la quale studiare servirebbe principalmente a trovare lavoro, a garantirsi un futuro migliore.

Le scuole, nella prospettiva di un’attenzione alle competenze socio-emotive, sono invece chiamate a trasmettere non solo conoscenze e competenze disciplinari (i “saperi”, appunto) ma anche valori, capacità critiche, abilità che riguardano la sfera della personalità e della interiorità, delle relazioni sociali e dell’attitudine nei confronti della realtà.

 Le scuole devono occuparsi di questo compito? Io penso di sì, e soprattutto molti altri studiosi pensano altrettanto: faccio riferimento al filone di studi economici promossi dal premio Nobel James Heckman, anzitutto (anche per il mio particolare punto di osservazione di questo ambito).

 Non è questa la situazione in cui addentrarci in un’analisi troppo specifica della definizione di competenze socio-emotive. In termini molto semplici e approssimativi si possono evocare dimensioni importanti e generali dello sviluppo socio-emotivo dei ragazzi, quali ad esempio: motivazione, attitudine (o avversione) al rischio, onestà, capacità di relazionarsi positivamente con gli adulti e con i pari, curiosità, senso critico. Ecco, se le scuole cominciano a interrogarsi non solo sulle modalità migliori di trasmettere saperi disciplinari, ma anche di favorire e sviluppare queste dimensioni, penso che questo sia un fatto positivo. Molti docenti e molte scuole sono già al lavoro da tempo in questo ambito. Molte altre, invece, ritengono che le priorità della scuola non sia di occuparsi di queste dimensioni (più educative), che ma esse debbano limitarsi al proprio compito culturale e formativo.

 Ben venga una stagione in cui mettere al centro del dibattito e dell’azione scolastica lo sviluppo delle competenze socio-emotive, insieme – e in modo complementare! – al rigore nella trasmissione dei saperi. L’educazione, in questo senso, è la capacità di trasmettere il senso dei saperi, e di favorire lo sviluppo delle competenze sociali, emotive, interiori anche e soprattutto attraverso i saperi stessi. Ci sono tanti esempi in questa direzione: penso all’integrazione di discipline all’interno dei curricula e penso anche ai tanti progetti e attività che le scuole stanno facendo, durante e a fianco delle lezioni, per sviluppare in modo specifico queste dimensioni della personalità degli studenti. Porto sempre nel cuore, ad esempio, l’esperienza della scuola frequentata dai miei figli in cui “Teatro” è diventata una materia curriculare, al liceo.

 Ecco allora che un’altra conseguenza per la politica scolastica: si riprenda in mano il disegno di legge per promuovere i progetti di sviluppo delle non-cognitive skills nelle scuole, abbandonato nella scorsa legislatura, valorizzando l’intraprendenza e finanziando le iniziative delle scuole. Sarebbe interessante che ciascuna scuola fosse “stimolata” a realizzare una o più progettualità sulle competenze socio-emotive nei prossimi due o tre anni.

 Per concludere, vorrei allora lasciare un messaggio positivo. Nel nostro sistema scolastico ci sono tante esperienze positive e iniziative lodevoli che è opportuno premiare.

 Chi ha la responsabilità di prendere decisioni per il nostro sistema scolastico lo faccia, avendo in mente questa positività, e valorizzandola. C’è uno spazio, ed anche una responsabilità, nel valorizzare queste esperienze e farle fruttare. I talenti siano usati per crescere, e per rendere l’esperienza educativa sempre più ricca, profonda, interessante e costruttiva.

 Il Sussidiario

 

MAI TI ACCADRA'

PENSI SECONDO GLI UOMINI


-  VANGELO - Mt 16,21-27

21In quel tempo Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». 23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». 24Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 27Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

 

Commento di Enzo Bianchi

Nel brano evangelico di domenica scorsa, che precede immediatamente quello odierno, Pietro rispondeva a Gesù, che interrogava i suoi discepoli sulla sua identità, con una confessione di fede: “Tu sei il Cristo, il Messia, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Proprio per questa rivelazione ricevuta dal Padre che è nei cieli, Simone, il pescatore di Galilea, viene istituito da Gesù come Roccia (pétra), la prima pietra della costruzione della sua chiesa (cf. Mt 16,18).

 Ma ecco l’ordine perentorio di Gesù di non svelare a nessuno la sua identità di Messia e, insieme, l’inizio di una nuova rivelazione. Sta scritto infatti che “da allora Gesù cominciò (érxato) a mostrare (deiknýein) ai suoi discepoli…”. Non solo a dire, a insegnare, come annotano gli altri sinottici, ma a mostrare, dunque con le parole e il comportamento, che “era necessario (deî) per lui andare a Gerusalemme e patire molte cose (pollá) da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Matteo racconta che Gesù, dopo l’uccisione di Giovanni il Battista (cf. Mt 14,1-12) e le contestazioni e il rifiuto da parte di scribi e farisei (cf. Mt 15,1-20; 16,1-12), si era allontanato dalla Galilea verso le terre del nord, oltre le frontiere della terra santa, ma ora ritorna e decide di iniziare la salita verso Gerusalemme, la città santa, ma che egli conosce anche come “città che uccide i profeti” (Mt 23,37).

 Gesù sente che “è necessario”, che “deve” intraprendere questo viaggio, non perché un fato lo decida per lui, ma perché la sua missione lo richiede, anche al prezzo della morte violenta. Questa necessitas è innanzitutto umana, inscritta nella storia umana, nelle vicende del mondo: in un mondo ingiusto, il giusto può solo ricevere rifiuto, persecuzione e persino la morte. Se Gesù vuole compiere la sua missione in parole e opere secondo la volontà del Padre suo, se resta coerente con ciò che ha predicato, deve compiere la sua missione anche andando nella città santa, anche affrontando l’odio e il rifiuto dei sacerdoti, degli scribi, degli uomini religiosi muniti di autorità e potere nel popolo del Signore. Questa necessitas umana diventa così anche necessitas divina. Ma attenzione: non perché Dio, il Padre di Gesù che è nei cieli, desideri la morte del Figlio, ma perché vuole che Gesù lo narri fedelmente come Dio di amore, Dio disarmato e mite, Dio che accetta di essere colpito piuttosto che colpire. Vigiliamo a non proiettare su Dio l’immagine perversa di un Padre che vorrebbe la morte e la sofferenza del Figlio (pollà patheîn). No, avviene così perché è una logica insita nel mondo, come aveva letto e profetizzato l’autore del libro della Sapienza, smascherando i ragionamenti degli empi e la loro persecuzione del giusto e povero credente nel Signore, il quale confessa Dio come Padre (cf. Sap 1,16-2,20).

 Lo ripeto: in un mondo ingiusto, il giusto può solo conoscere la sofferenza, e Gesù, da quell’ora immediatamente successiva alla confessione di Pietro, lo mostra. Si noti che Gesù fa per tre volte questo annuncio durante la salita a Gerusalemme (cf. Mt 16,21; 17,22-23; 20,17-19), dunque con un’insistenza e un’intenzione precise: i discepoli che lo seguono devono comprendere che nella sua vocazione, nella sua identità di Messia è contenuta tutta la vocazione del Servo del Signore, che conosce sofferenza e morte (cf. Is 52,13-53,12). L’essenziale dell’annuncio-profezia è la necessitas della passione quale sofferenza patita, quale rifiuto da parte dell’autorità religiosa legittima, quale morte violenta, esito umanamente fallimentare di una vita e di una missione. Proprio dopo questa fine, però, vi sarà la resurrezione dai morti il terzo giorno, come azione del Padre su di lui, il Figlio: resurrezione non come vendetta sulla morte, ma come frutto della passione e della morte. E non vi sono solo parole da parte di Gesù, ma anche il suo comportamento insegna ai suoi discepoli tale necessitas: vita e parole concorrono nel suo “annunciare la parola apertamente (parrhesía)” (cf. Mc 8,32).

 Di fronte a questo annuncio, la Roccia della chiesa, Pietro, appena istituito tale e proclamato da Gesù “beato” (cf. Mt 16,17-19), reagisce. Prende con sé Gesù, quasi in disparte dagli altri discepoli, e comincia a rimproverarlo dicendogli: “(Dio) ti preservi, Signore! Ciò non ti accadrà mai!”. Pietro invoca Gesù quale Kýrios, Signore, lo riconosce nella sua identità, ma proprio per questo lo rimprovera ritenendo le sue parole insensate, perché la passione e la morte non possono accadere al Messia. Non scandalizziamoci delle parole di Pietro: anche Gesù provava rifiuto e ripugnanza per ciò che lo attendeva e nel Getsemani lo mostrerà ai discepoli con un’angoscia vissuta visibilmente e con una preghiera al Padre affinché allontanasse da lui il calice di quella misera fine (cf. Mt 26,36-46)! La sofferenza e la morte, nostra e di chi amiamo, ma anche degli altri, ci fanno male e ci ripugnano. Pietro sta dicendo questo.

 Ma per Gesù quelle parole suonano come una tentazione rinnovata da parte di Satana. Colui che l’aveva tentato nel deserto, offrendogli una via messianica senza croce e senza morte, ma fatta solo di successo e di potere (cf. Mt 4,1-11), si manifesta ora nelle parole del discepolo da lui istituito come Roccia. Per questo Gesù gli grida: “Opíso mou, sta alla mia sequela, dietro a me, non prendermi in disparte, non essere un ostacolo sulla mia strada, perché i tuoi pensieri sono umani, non sono pensieri di Dio”. Ecco perché la Roccia può essere chiamato Satana! Nessuna smentita della precedente investitura e della beatitudine rivolta a Pietro, ma un chiaro avvertimento: anche alla Roccia è possibile finire per ragionare mondanamente ed essere un ostacolo sulla via del Signore.

 E affinché questo “mostrare” la necessitas passionis sia una parola definitiva, a questo punto Gesù, secondo Marco, chiama addirittura a sé la folla (cf. Mc 8,34), e secondo Matteo dice ai discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me (opíso mou), smetta di conoscere solo se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Ecco come il discepolato si precisa per tutti: non è solo seguire un maestro sapiente e autorevole, non è solo seguire un profeta capace di compiere miracoli, ma significa essere coinvolti con la vita di Gesù, significa rinunciare a conoscere e affermare se stessi, significa prendere la propria croce, lo strumento della morte dell’uomo mondano, dell’“uomo vecchio” (Rm 6,6; Ef 4,22; Col 3,9), e seguire Gesù ovunque egli vada (cf. Ap 14,4). Discepolato a caro prezzo! Discepolato che non rende esenti dallo scandalo, dalla prova, dalla sofferenza. Discepolato che pone dalla parte di Gesù, il Servo sofferente, e dalla parte di tutti quelli che soffrono in questo mondo. Sì, beati i poveri, i miti, quelli che piangono, quelli che sono perseguitati (cf. Mt 5,1-12)… La perdita di sé, del sé mondano, è necessaria perché possa emergere il proprio autentico sé, quello che si trova in Cristo Gesù. I cristiani, e soprattutto i pastori della chiesa, che proclamano la vera identità di Gesù quale Figlio del Dio vivente, non dimentichino, non occultino mai il crocifisso. Infatti, la gloria di ogni cristiano sta tutta in quel prendere la propria croce e seguire il suo Signore nella passione, morte e resurrezione.

 Ecco allora, di seguito, alcune sentenze di Gesù imperniate sulla parola “vita”. La vita è innanzitutto non quella che uno cerca di conservare a ogni costo, seguendo l’impulso a vivere anche senza e contro gli altri, in una logica di autoconservazione, logica che non riconosce la dinamica del dono di sé a Dio e agli altri. Al contrario, si può addirittura spendere la vita fino a perderla nel darla, e in questo caso la si ritrova nella potenza della resurrezione che Dio opera come parola ultima e intima sulle nostre vite.

 La vita vera, inoltre, non significa guadagnare il mondo, non si identifica con l’avere, con il possedere, perché nessuno può pagare a Dio la propria redenzione e salvare la propria vita (cf. Sal 49,8-9). Questa verità sarà manifesta quando verrà il Figlio dell’uomo nella gloria del Padre, con tutti i suoi angeli, in quello che sarà “il giorno del Signore”, annunciato dai profeti e confermato da Gesù come giorno del Figlio dell’uomo (cf. Mt 24,44; 25,31). Allora, mediante un giudizio ultimo e definitivo, apparirà la verità della vita di ciascuno di noi e ognuno riceverà da Dio un giudizio conforme a ciò che avrà vissuto e operato sulla terra. All’orizzonte ultimo della storia sta dunque per tutti noi la venuta nella gloria di Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio del Dio vivente, colui che è stato crocifisso ed è stato risuscitato il terzo giorno.

E se noi abbiamo tentato di seguire Gesù, ma come Pietro, la Roccia, di fronte alla persecuzione abbiamo riconosciuto solo noi stessi, fino a dire di Gesù: “Non lo conosco” (cf. Mt 26,69-75), nel pentimento conosceremo lo sguardo misericordioso di Gesù. Come è accaduto a Pietro (cf. Lc 22,61-62)!

 

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