venerdì 5 giugno 2020

IL FUTURO DEL MONDO DIPENDE DA GRATUITA', SENSO e BELLEZZA

Il Papa a Scholas: da gratuità, senso e bellezza dipende il futuro dell’umanità
Educare è aiutare a cercare il senso delle cose e bisogna ascoltare, creare cultura e celebrare. Così il Papa nel videomessaggio in spagnolo per l’Incontro virtuale di Scholas Occurrentes

Debora Donnini – Città del Vaticano

Non dimenticare mai queste tre parole: “gratuità, significato e bellezza”: non producono ma da queste dipende il futuro dell’umanità. Lo ricorda Papa Francesco nel lungo videomessaggio in spagnolo trasmesso durante l’Incontro virtuale della Pontificia Scholas Occurrentes, organizzato oggi pomeriggio per la Giornata Internazionale dell'ambiente, nella circostanza della pandemia. Centrale l’esortazione a rimanere sempre uniti, mano nella mano, “per superare qualsiasi crisi”. Un incontro globale, anche se virtuale, quello di oggi pomeriggio, con giovani, genitori ed insegnanti di tutto il mondo, a cui partecipano anche governatori ed illustri personalità dello sport, dell'arte e della tecnologia.
Una diretta video che attraversa il mondo
Prima del videomessaggio del Papa, viene trasmesso un video di bambini e ragazzi latinoamericani che prendono l'impegno a difendere l'ambiente. Poi José María del Corral, direttore mondiale di Scholas, racconta le origini dell'organizzazione con ragazzi di diverse religioni che si impegnarono per una nuova educazione nel mezzo della crisi che l'Argentina attraversava tra la fine degli anni '90 e i primi del 2000. Un percorso che vede tra i momenti importanti il piantare l'ulivo della pace. Ricordate anche le pietre miliari della storia di Scholas. Si alternano, quindi, le testimonianze dei ragazzi collegati in diretta video. Sonia, italiana, racconta come nel periodo del lockdown per il coronavirus le videoconferenze organizzate l'abbiano molto sostenuta. Denominatore comune è la ricchezza dell'esperienza educativa di Scholas all'insegna della ricerca di significato. Anche rappresentanti dell'islam e dell'ebraismo sono intervenuti. Ultima tappa dell'incontro virutale è stato quello con le first lady di alcuni Paesi dell'America Latina che hanno mostrato ai giovani come rispondere all'appello del Papa sulla cura dell'ambiente attraverso la cultura dell'incontro.
Un'educazione che genera senso
“In questa nuova crisi che l'umanità sta affrontando oggi, dove la cultura ha dimostrato di aver perso la sua vitalità, voglio celebrare che Scholas, come comunità che educa, come intuizione che cresce, apre le porte dell'Università del Senso. Perché educare è cercare il senso delle cose. È insegnare a cercare il senso delle cose”, dice il Papa che si rivolge con un linguaggio diretto ed evocativo alle persone che lo guardano in video. 
Educare non è sapere ma ascoltare, creare cultura e celebrare
Il Papa ripercorre, brevemente, le orme della storia di Scholas che, nata da una crisi, “non ha alzato i pugni per combattere contro la cultura, né ha abbassato le braccia per rassegnarsi, né è uscita piangendo”. Ma è uscita “ascoltando il cuore dei giovani”. È nata con due insegnanti – dice scherzando il Papa – “con un po' di follia e un po' di intuizione”. Non c’era qualcosa di pianificato ma di vissuto.  E mentre “la crisi a quei tempi lasciava una terra di violenza, quell'educazione ha riunito i giovani generando senso e, pertanto, bellezza”. Nemmeno i padri fondatori immaginavano che quell’esperienza educativa nata nella diocesi di Buenos Aires, dopo vent’anni sarebbe cresciuta come “una nuova cultura”, "abitando poeticamente questa terra", come ci ha insegnato Hölderlin. Affacciandosi attraverso le fessure del mondo, Scholas ha quindi fatto capolino “con tutto il corpo, per vedere se dall’aperto ritorna un'altra risposta”:
L’educazione ascolta, o non educa. Se non ascolta, non educa. L’educazione crea cultura, o non educa. L’educazione ci insegna a  celebrare o non educa. Qualcuno mi potrebbe dire: “ma come, educare non è sapere cose?” No. Questo è sapere. Educare è ascoltare, creare cultura, celebrare. Così è cresciuta Scholas.
Per Papa Francesco oggi è, quindi, una grande gioia poterla chiamare “comunità” di amici, di fratelli e di sorelle. Voluta a Buenos Aires dall’allora arcivescovo della diocesi Jorge Bergoglio, Scholas oggi è infatti una organizzazione internazionale di Diritto Pontificio, con sede in Argentina, Città del Vaticano, e in tanti altri luoghi. Con la sua rete è presente in 190 Paesi, integrando oltre 400 mila centri educativi e raggiungendo oltre un milione di bambini e giovani in tutto il mondo.
Davanti alle crisi mai essere soli
Un’umanità senza crisi, dove tutto è perfetto, “sarebbe un'umanità malata”, “addormentata”, nota poi il Papa che esclama: “Povera umanità senza crisi!”. Il pericolo “arriva quando non ci viene insegnato a relazionarci con quell'apertura”, con le crisi, che se non sono ben accompagnate, “sono pericolose, perché si può perdere l’orientamento”. Il Papa richiama quindi il consiglio dei saggi, anche per le piccole crisi personali, coniugali e sociali: "mai andare in crisi da soli, andare in compagnia".
Se si attraversano da soli, infatti, si rischia di essere invasi dalla paura, di chiudersi in sé stessi. Di ripetere “ciò che è conveniente per pochi, svuotandoci di significato”, “perdendo la nostra bellezza”. Questa bellezza "che salverà il mondo”, rimarca il Papa, citando Dostoevskij..
Il Senso, la Chiamata e la Bellezza
Sono tre le immagini che il Papa porta nel cuore e che hanno guidato tre anni di riflessione: “il Matto” di La Strada di Fellini, La vocazione di san Matteo di Caravaggio e L’idiota di Dostoevskij. Tre immagini che esprimono proprio il senso, la chiamata e la bellezza. Tutte e tre sono la storia di una crisi, dove “la responsabilità umana è in gioco”, perché crisi significa originariamente "rottura", "apertura", ma anche "opportunità". E come le radici hanno bisogno di spazio per continuare a crescere e alla fine rompono il vaso così è per la vita che cresce, si rompe. E la vita è più grande della nostra propria vita.
Ho visto giovani israeliani giocare con palestinesi
Si tratta, quindi, di “armonizzare il linguaggio del pensiero con i sentimenti e le azioni”: testa, cuore e mani, sottolinea il Papa rievocando i suoi ricordi personali di Scholas:
Ho visto in Scholas professori e studenti giapponesi ballare con colombiani. È impossibile? Io l’ho visto. Ho visto giovani israeliani giocare con giovani palestinesi. Li ho visti. E studenti di Haiti pensare con quelli di Dubai. E bambini del Mozambico disegnare con quelli del Portogallo. Ho visto, tra Oriente e Occidente, un olivo creare la Cultura dell’Incontro.
L’incontro fra giovani e anziani
Si tratta anche di “riunire il sogno di bambini e giovani con l'esperienza di adulti e anziani”, un incontro che “deve sempre avvenire” altrimenti non c'è umanità, “perché non ci sono radici, non c'è storia” e “non c'è crescita”.
Dalla gratuità, dal senso e dalla bellezza dipende il futuro
Si tratta anche di “studenti di tutte le realtà, lingue e credenze, perché nessuno viene lasciato fuori quando ciò che viene insegnato non è una cosa sola, ma la Vita” che darà origine ad altri mondi “diversi, unici, come lo siamo anche noi. Nei nostri dolori più profondi, nelle nostre gioie, nei nostri desideri”.
Non dimenticatevi mai di queste ultime tre parole: gratuità, senso e bellezza. Possono sembrarvi inutili, soprattutto oggi. Chi si mette a fare una società cercando gratuità, senso e bellezza? Non produce, non produce. Eppure da questa cosa che sembra inutile dipende l’umanità intera, il futuro.
Il Papa li esorta quindi a andare avanti prendendo “questa mistica che è stata donata, che non ha inventato nessuno”. Ad andare avanti “seminando e raccogliendo, con il sorriso, con il rischio, ma tutti insieme e - conclude - sempre tenendovi per mano per superare qualsiasi crisi”




giovedì 4 giugno 2020

CORONAVIRUS, SCUOLA, UN PATTO PER RIPARTIRE


Giovanna Perricone, presidente Società italiana di psicologia pediatrica: rifondare l’alleanza educativa Impossibile ricominciare come se nulla fosse successo. Le famiglie ora hanno una nuova consapevolezza.
«Ma ci rendiamo conto che abbiamo avviato una rivoluzione nel rapporto scuola-famiglia senza preoccuparci delle inevitabili inadeguatezze?»

di LUCIANO MOIA

«Non si tratta solo di capire se e quando riprenderanno le lezioni. Si tratta di ricostruire una comunità educante. Sarebbe un errore gravissimo ripartire come se non fosse successo nulla. Ma lo sarebbe altrettanto se facessimo finta che tutto quanto costruito in questi anni non contasse più nulla».
È un problema complesso ma ineludibile quello che pone Giovanna Perricone, presidente della Società italiana di psicologia pediatrica (Sipped), docente di psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Palermo. Prima di pensare agli aspetti pratici della ripresa, pur importantissimi – la sicurezza, il distanziamento, le aule più o meno sanificate, gli orari compatibili con presenze ridotte, la copertura delle cattedre – è fondamentale ridare senso a quello che stiamo facendo, offrire a genitori e insegnanti lo spunto per ricostruire un’alleanza educativa che, già vacillante prima dell’emergenza coronavirus, ora – sostiene l’esperta – è completamente azzerata. «Se non pensiamo a ricostruire dalle fondamenta un significato condiviso, l’apertura delle scuole finirà per risultare molto più difficoltosa e si apriranno nuovi spazi di disagio».
La tesi espressa dalla presidente della Sipped non nasce soltanto su presupposti teorici, ma è stata affinata in questi mesi dal contatto, pur in via telematica, con centinaia di genitori e insegnanti.
Tra aprile e maggio una quarantina di professionisti della Sipped – quasi tutti psicologi o neuropsichiatri infantili – hanno partecipato al Servizio di secondo livello del Numero verde di supporto psicologico organizzato dal ministero della Salute. Grazie al Servizio “Legàmi légami” sono stati realizzati in streaming, su una piattaforma dedicata, circa 600 incontri su più livelli. «Il nostro compito – riprende l’esperta – era tenere sotto osservazione il rapporto tra lockdown e difficoltà educative. Ci siamo chiesti insomma quanto la quarantena blindata avesse reso più acute quelle situazioni di vulnerabilità relazionali tra genitori e figli piccoli, motivo di ansie e, nei casi più gravi, di sintomi depressivi». Cosa è emerso? «Ci siamo subito resi conto che è l’ascolto è indispensabile per progettare una ricostruzione educativa non teorica, ma fondata sulle esigenze concrete delle famiglie e degli insegnanti ». Si tratta, come evidenziato dal confronto, di una consapevolezza profondamente condivisa. Nonostante il senso di fragilità e inadeguatezza sia un dato costante, gli psicologi responsabili dei vari gruppi hanno verificato come fosse tenace la volontà – spesso tacita – di recuperare valori e identità anche da parte di quei genitori non abituati a riflettere sulle funzioni sociali e civili della scuola.
«Se vogliamo riprendere le nostre attività senza limitarci a considerare le scuole poco più di un parcheggio – osserva ancora Giovanna Perricone – dobbiamo rendere abituale il confronto tra genitori e insegnanti, non stancarci di proporre gruppi di incontro, comprendere ansie e difficoltà per costruire percorsi adeguati alla nuova situazione che stiamo vivendo». Possibile avviare un’opera così impegnativa all’inizio di giugno in vista della ripresa di settembre? «Tutto è possibile, anche se ormai il tempo che ci resta non è molto. Aiutare i genitore nella ridefinizione del proprio ruolo e del rapporto con la scuola è un impegno che sarebbe dovuto partire già tre mesi fa, quando ci siamo resi conto che le scuole per un lungo periodo sarebbero state chiuse». Invece sono prevalse altre urgenze. I bisogni dei bambini e dei genitori che avrebbero dovuto occuparsi a tempo pieno di loro sono stati messi in secondo piano. Un vuoto gravissimo, di cui pagheremo lo scotto per un lungo periodo. «Ma ci rendiamo conto che abbiamo avviato una rivoluzione nel rapporto scuola-famiglia senza preoccuparci delle conseguenze e delle inevitabili inadeguatezze?».
Il pensiero della presidente Sipped è chiaro. In poche settimane siamo passati da una tacita e quasi totale delega educativa da parte della famiglia alla scuola, a una situazione inversa, in cui cioè è stata la famiglia a doversi riassumere un compito a cui non era preparata. Non si è trattato solo di un problema didattico, ma soprattutto educativo, di relazioni, di trasmissione di valori. «Per troppi anni, tante famiglie assorbite dal lavoro e da ritmi esistenziali assurdi, avevano rinunciato a svolgere funzioni pur profondamente connesse al ruolo genitoriale. Da un giorno all’altro tutto si è rovesciato». Ci sono stati problemi, certo, talvolta anche difficoltà gravi, soprattutto nelle situazioni di maggior vulnerabilità familiare. Ma nella maggior parte dei casi le famiglie, bene o male, ce l’hanno fatta. Spesso in rete tra loro, talvolta anche senza il sostegno della scuola, neppure da remoto. Ora non si può riprendere tutto secondo il vecchio stile, come se nulla fosse successo.
Anche perché, in questo periodo, è capitato qualcosa di assolutamente positivo. Uno dei effetti sorprendenti del lockdown. Tanti genitori hanno cominciato a interrogarsi sul proprio ruolo, e ora chiedono di essere ascoltati, di poter interagire, non sono più disposti a tornare all’insignificanza. «Anche grazie agli incontri on line che abbiamo organizzato nella maggior parte delle regioni – sottolinea Giovanna Perricone – ci siamo resi conto che esistono risorse preziose da valorizzare. Se invece ci arrendiamo all’idea che tanto tutto tornerà come prima, se rinunciamo a lasciarci provocare, perderemo un’occasione preziosa per quella regolazione della funzione genitoriale da cui anche la scuola potrebbe trarre grande giovamento. E avremo ricostruito su basi nuove quell’alleanza educativa che è stata frantumata nei mesi nella quarantena blindata».
Ci credono i genitori, gli insegnanti, gli psicologi. Ma le istituzioni? La presidente della Società di psicologia pediatrica scuote la testa. «Poche speranze, purtroppo. Il ministero della Salute ci ha dimenticati, anche se in questa crisi abbiamo fatto la nostra parte, scendendo in campo come tante altre professioni del resto. Ma in Italia manca ancora una legge che impone la presenza di uno psicologo in tutti gli ambiti sanitari ed educativi. Anche qui ci sarebbe molto da ricostruire»





VIAGGIATE !


Viaggiate
che sennò poi
diventate razzisti
e finite per credere
che la vostra pelle è l'unica
ad avere ragione,
che la vostra lingua
è la più romantica
e che siete stati i primi
ad essere i primi
Viaggiate
che se non viaggiate poi
non vi si fortificano i pensieri
non vi riempite di idee
vi nascono sogni con le gambe fragili
e poi finite per credere alle televisioni
e a quelli che inventano nemici
che calzano a pennello con i vostri incubi
per farvi vivere di terrore
senza più saluti
né grazie
né prego
né si figuri
viaggiate
che viaggiare insegna
a dare il buongiorno a tutti
a prescindere
da quale sole proveniamo,
Viaggiate
che viaggiare insegna
a dare la buonanotte a tutti
a prescindere
dalle tenebre che ci portiamo dentro
Viaggiate
che viaggiare insegna a resistere
a non dipendere
ad accettare gli altri non solo per quello che sono
ma anche per quello che non potranno mai essere,
a conoscere di cosa siamo capaci
a sentirsi parte di una famiglia
oltre frontiere, oltre confini,
oltre tradizioni e cultura,
viaggiare insegna a essere oltre
Viaggiate
che sennò poi finite per credere
che siete fatti solo per un panorama
e invece dentro voi
esistono paesaggi meravigliosi
ancora da visitare.

[Gio Evan]


mercoledì 3 giugno 2020

PEDOFILIA ON LINE, REGNA L'INDIFFERENZA.

Turpe mercato prospero nell’indifferenza 
del mondo

Rapporto 2020 dell’Associazione Meter: scovate 7 milioni di foto, 1 milione di video, 320 chat pedopornografiche. L’inerzia dei governi e l’inefficienza delle forze dell’Ordine nel mondo per contrastare questo crimine globale. Intervista a don Fortunato Di Noto

di Roberta Gisotti – Città del Vaticano

“La pedopornografia on line continua a prosperare indisturbata, con profitti in costante crescita”. Il Rapporto 2020 dell’Associazione Meter “merita di essere letto, approfondito, assimilato, compreso e non sottaciuto”. “I dati riportati non sono meri risultati statistici, numeri freddi e senza vita”.
Un crimine mondiale che trova molte complicità
Nonostante la premessa di questi chiari avvertimenti a non sottovalutare  le denunce lanciate nel vuoto, da decenni ormai, da poche organizzazioni come Meter, con ogni probabilità questo crimine, senza confini, resterà in massima parte protetto da una sorta di immunità sociale, complice l’omertà di fatto della grande stampa, l’inefficacia delle strategie messe in atto dalle poche forze di polizia dedicate al contrasto di questo crimine, l’indifferenza delle opinioni pubbliche, il potere di lobby che spingono verso il riconoscimento dei rapporti sessuali tra adulti e minori.  
7 milioni di foto pedopornografiche in un  anno
Il bilancio dell’impegno profuso dall’Osservatorio mondiale contro la pedofilia (Osmocop) presso Meter è come ogni anno drammatico, riferendosi agli abusi e alle violenze sessuali subite da bambini da 0 a 13 anni, ma nel 2019 ha registrato un’impennata. Oltre 7 milioni le foto segnalate lo scorso, il doppio che nel 2018; in leggero calo, poco meno di un milione i video; in aumento invece le chat da 234 a 323. Dal 2014 ad oggi l’osservatorio di Meter ha monitorato più di 16 milioni di foto, quasi 3 milioni e 500 mila video, oltre 12 mila 500 archivi e 1022 chat di contenuti pedofili.
I bambini sono merce di un turpe mercato
Dietro questi numeri i corpicini di piccole vittime innocenti oggetto di turpi mercati per il piacere di pedofili on line, coperti dall’anonimato della rete. I bambini sono una merce da vendere, i più richiesti nelle foto quelli tra 8 e 12 anni (oltre 5 milioni e mezzo), a seguire quelli dai 3 ai 7 anni (più di 1 milione 320 mila), infine da 0 a 2 anni (oltre mila 7 e 600).
Trenta nazioni coinvolte nelle denunce di Meter
Riguardo i domini, vi sono 30 nazioni coinvolte nelle denunce, al primo posto lo scorso anno Haiti, seguita da Francia e Nuova Zelanda, in una geografia che nei cinque continenti rispecchia l’offerta, la domanda e i paradisi digitali, dove registrarsi con meno spese e controlli, cosicché se i siti  sono registrati in alcuni Paesi, i servizi e i materiali sono forniti magari da server in altre località, in un commercio senza confini fisici che in massima parte viaggia nel cosiddetto deep web, zona sommersa della rete, dove si intreccia ogni sorta di attività criminali, facilitate dalla maggiore difficoltà o anche impossibilità di essere tracciate e quindi perseguite dalle forze dell’ordine, grazie anche alla velocità con cui vengono impiantate e smantellate in breve tempo. Può capitare che una collezione di foto o video pedopornografici resti a disposizione solo 24 ore.
Appello alle Polizie di tutti gli Stati: collaborate
Per questo Meter fa appello “alle Forze dell’Ordine di tutti gli Stati che dovrebbero collaborare per evitare la perdita e lo spreco di informazioni vitali per il contrasto immediato della pedocriminalità on line web e per la liberazione immediata dei bambini coinvolti in questo turpe mercato di violenza inaudita”. “Aspettiamo che quanti hanno responsabilità̀ di vigilanza e di giustizia si attivino affinché́ non rimanga il silenzio su ciò̀ che accade giornalmente sul web (e non solo). E la stessa sensibilità ci aspettiamo dai comuni cittadini, perché i bambini sono il futuro di tutti”.
L’indifferenza del mondo è il male più inquietante
L’indifferenza del mondo appare infatti l’aspetto più inquietante, confida con amarezza don Fortunato di Noto, parroco ad Avola, nella diocesi di Noto, presidente dell’associazione Meter, fondata dal sacerdote siciliano, che da 30 anni opera in difesa dell’infanzia violata.
R. – E’ così tanto inquietante, essendo ormai un problema globale, non più localizzabile, perché c'è, è vero, l'abuso reale nel posto in cui si trova il bambino ma la produzione del materiale video e foto va oltre quel luogo e attraverso la rete la violenza si propaga ed è usufruibile da pedofili e pedopornografi in tutto il mondo. Qui si tratta non più di numeri ma di vittime reali, che sta coinvolgendo sempre di più la vita di milioni di bambini, cui viene negata l’innocenza e la cosa ancor più grave è che non otterranno mai giustizia, perché non saranno mai identificati. Raramente  le Polizie quando ricevono le segnalazioni le prendono sul serio e portano avanti un’azione investigativa, che faccia giustizia nei confronti del bambino o della bambina vittime.
Don Fortunato, nel concreto, che cosa accade delle vostre denunce?
R. -  Innanzitutto noi denunciamo sempre, essendo italiani, alla Polizia postale italiana, poi di conseguenza quando noi identifichiamo il territorio di appartenenza di un server provider lo segnaliamo alla Polizia di quella Nazione, che sia - ad esempio - in Francia, Spagna, Germania, Nuova Zelanda, Brasile, Colombia, Messico, ecc. In contemporanea mandiamo le nostre segnalazioni, quasi nel 90% dei casi, ai server provider, che purtroppo - qui c'è una postilla che nessuno mai dice -  in quasi tutti i Paesi del mondo agiscono su base volontaria nel segnalare alle Polizie del territorio nazionale i siti e i materiali pedopornografici e questo compromette molto i risultasti delle indagini. In effetti delle oltre 60 mila segnalazioni inviate in 17 anni, con quasi 175 mila link individuati, in ultima analisi pochissime sono state prese in considerazione, escludendo l'Italia che quando c'è un filone italiano veramente agisce con determinatezza e con capacità investigativa di eccellenza.
Quindi se tutte le forze di Polizia del mondo avessero preso sempre sul serio le vostre denunce forse ci sarebbero stati migliori risultati?
R. - E’ di fondamentale importanza perché altrimenti che senso ha Meter che da 30 anni fa segnalazioni costantemente, giorno dopo giorno e attraverso Osmocop, l’Osservatorio mondiale contro la pedofilia,  collabora in altre Nazioni con altri strutture associative, che magari sono molto più sostenute da imprese ed aziende ma che comunque mostrano anche loro che c'è un’azione deficitaria; cioè non ha alcun nessun senso che noi mandiamo le segnalazioni quando poi di fatto non c'è un’azione investigativa, che non è solo un fatto solo punitivo ma si tratta  d’interrompere questo flusso di pedocriminalità, che favorirebbe  l'individuazione delle vittime e favorirebbe la possibilità di trovare i detentori del materiale ma anche gli autori dell'abuso e darebbe una risposta a questo fenomeno così drammatico, così tragico che certamente non troverà forse quasi mai la soluzione definitiva, basti pensare ai neonati coinvolti. Come faranno quei bambini neonati di pochi giorni a denunciare il fatto di un abuso, di cui abbiamo soltanto fotografie e video? Allora se prendessero sul serio – questo lo dico con forza e responsabilità - le nostre segnalazioni in tutto il mondo forse si avrebbero spiragli ulteriori per la tutela e la protezione dei bambini.
Come si sente lei davanti a questa ignavia ai danni dei bambini? La stampa, i governi, le forze di polizia, i gestori della rete, il popolo del web, i cittadini tutti hanno delle responsabilità....
R. - Molte responsabilità. Certamente, ognuno può avere una parte di corresponsabilità per affrontare queste problematiche. Io devo confessare che a volte sento sulla mia pelle la sofferenza e il dolore, a livello personale oltre che associativo; 30 anni di impegno di Meter hanno segnato la storia della pedofilia in Italia e nel mondo, però è anche vero che questo non basta. È necessario uscire fuori dalla burocratizzazione e dall’elitismo dei professionisti dell'abuso, come se ci fosse qualcuno che ne sa di più e qualcuno che ne sa di meno e soprattutto cercare in tutti i modi di prendere sul serio questo problema, che non è marginale ma  coinvolge ogni giorno milioni di bambini vittime e a cui dovrebbe dare risposta ogni Stato, ogni server provider, ogni agenzia educativa, ogni confessione religiosa. Non basta infatti solo sottoscrivere un documento, è necessario poi agire oltre il documento e allora io credo che possiamo farcela insieme. Noi certamente non ci sentiamo né falliti né tanto meno stanchi, però non possiamo fare altro che alzare la voce e chiedere che ognuno faccia propria parte e la faccia bene.
C'è infine un aspetto che spaventa ancor più: in questo vuoto di ogni intervento efficace può crescere l'influenza delle lobby che spingono verso il riconoscimento dei rapporti sessuali tra adulti e minori?
R. - Questo è ormai evidente, si denuncia da decine danni la pressione delle lobby pedofile e pedopornografe che vogliono assolutamente far passare un'idea - alimentata ahimè da migliaia e migliaia di siti e pseudo studi - in cui le relazioni tra adulti e bambini possono rientrare in una sfera di normalità. Non a caso si vuole fare abbassare l'età del consenso dei minori per avere relazioni anche sessuali e si sta facendo passare l'immagine del pedofilo ‘virtuoso’ - già pubblicata, ormai pubblica - perché in fondo in fondo non c'è niente di male in quel che fanno, perché anche il pedofilo ha il suo orientamento sessuale ed è necessario rispettarlo nella sua natura, perché nasce pedofilo. Tutto ciò accade in una società, sorda, assente, silente e a volte anche compromessa.





UNA CONVIVENZA CIVILE. Itinerari di educazione civica

Il progetto ministeriale per l’educazione dei cittadini ha due obiettivi importanti:
  • costruire progressivamente una coscienza civile nei ragazzi
  • essere un insegnamento trasversale sviluppato da tutto il consiglio di classe, con competenze e obiettivi di insegnamento comuni all’interno del gruppo docente.
D’altra parte l’educazione civica rappresenta un momento importante di contatto tra scuola e società civile, per preparare i ragazzi a entrare nella vita reale con una maggiore responsabilità di sé, degli altri, della cosa di tutti: un libro di testo che aiuti il consiglio di classe a lavorare in modo omogeneo può essere una buona base di lavoro comune.

Gli autori di questo corso hanno un particolare coinvolgimento nel riconoscimento di questa disciplina e nel suo inserimento nella scuola: Luciano Corradini, professore emerito di Pedagogia generale all’Università di Roma Tre, ha lavorato per questo scopo da molti anni, con un personale contributo all’elaborazione dei fondamentali della materia e per il suo inserimento tra le discipline curricolari. Andrea Porcarelli è professore associato di pedagogia generale all’Università di Padova, impegnato attivamente nella formazione del corpo docente.


Il progetto, strutturato in cinque grandi sezioniLa comunitàDiritti e doveriLe nostre regoleI poteri dello StatoCittadini del mondo, procede dalla dimensione dei ragazzi (la famiglia, gli amici, la scuola, il web) verso quella dello Stato (i diritti e i doveri, le responsabilità, il coinvolgimento nella politica e il diritto di voto, il lavoro delle istituzioni) per finire a quella delmondo (le grandi istituzioni sovranazionali, il rispetto e la salvaguardia dell’ambiente, del patrimonio artistico e culturale, il funzionamento globale dell’economia e dei diritti). Idealmente il progetto si sviluppa con quattro argomenti per ogni anno di corso, ma può essere utilizzato trasversalmente secondo le esigenze degli insegnanti e del contesto.


Nella Guida per il docente sono proposte attività di verifica utili per la valutazione comune della materia.
Per i docenti che adottano questo titolo, un corso on line di 15 ore dal titolo “BULLISMO E CYBERBULLISMO”, disponibile da settembre 2020 nell’area Materiali digitali integrativi.


Corradini, Porcarelli, UNA CONVIVENZA CIVILE, ed. SEI, 2020



martedì 2 giugno 2020

FESTA DELLA REPUBBLICA. MESSAGGIO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Il 2 giugno si celebra l’anniversario della nascita della nostra Repubblica. Lo faremo in una atmosfera in cui proviamo nello stesso tempo sentimenti di incertezza e motivi di speranza. Stretti tra il dolore per la tragedia che improvvisamente ci è toccato vivere e la volontà di un nuovo inizio. Di una stagione nuova, nella quale sia possibile uscire al più presto da questa sorta di incubo globale.
Tanti fra di noi avvertono il ricordo struggente delle persone scomparse a causa del coronavirus: familiari, amici, colleghi. Sovente senza l’ultimo saluto. ...
Accanto al dolore per le perdite e per le sofferenze patite avvertiamo, giorno per giorno, una crescente volontà di ripresa e di rinascita, civile ed economica.
La nascita della Repubblica, nel 1946, segnava anch’essa un nuovo inizio. Superando divisioni che avevano lacerato il Paese, per fare della Repubblica la casa di tutti, sulla base dei valori di libertà, pace e democrazia.
Forze politiche, che erano divise, distanti e contrapposte su molti punti, trovavano il modo di collaborare nella redazione della nostra Costituzione, convergendo nella condivisione di valori e principi su cui fondare la nostra democrazia.
Quello spirito costituente rappresentò il principale motore della rinascita dell’Italia. Seppe unire gli italiani, al di là delle appartenenze, nella convinzione che soltanto insieme si sarebbe potuta affrontare la condizione di estrema difficoltà nella quale il Paese era precipitato.
Questa sostanziale unità morale è stata il vero cemento che ha fatto nascere e ha tenuto insieme la Repubblica. E’ quel che ci fa riconoscere, ancora oggi, legati da un comune destino.
Allora si reagiva ai lutti, alle sofferenze e alle distruzioni della guerra. Oggi dobbiamo contrastare un nemico invisibile, per molti aspetti sconosciuto, imprevedibile, che ha sconvolto le nostre esistenze e abitudini consolidate. Ha costretto a interrompere relazioni sociali, a chiudere le scuole. Ha messo a rischio tanti progetti di vita e di lavoro. Ha posto a durissima prova la struttura produttiva del nostro Paese.
Possiamo assumere questa giornata come emblematica per l’inizio della nostra ripartenza.
Ho ricevuto e letto, in questi tre mesi, centinaia di messaggi di preoccupazione ma anche di vicinanza, di fiducia, di speranza.
Dobbiamo avere piena consapevolezza delle difficoltà che abbiamo di fronte. La risalita non sarà veloce, la ricostruzione sarà impegnativa, per qualche aspetto sofferta. Serviranno coraggio e prudenza. Il coraggio di guardare oltre i limiti dell’emergenza, pensando al futuro e a quel che deve cambiare. E la prudenza per tenere sotto controllo un possibile ritorno del virus, imparando a conviverci in sicurezza per il tempo che sarà necessario alla scienza per sconfiggerlo definitivamente.
Serviranno tempestività e lungimiranza. Per offrire sostegno e risposte a chi è stato colpito più duramente. E per pianificare investimenti e interventi di medio e lungo periodo, che permettano di dare prospettive solide alla ripresa del Paese.
Abbiamo detto tante volte che noi italiani abbiamo le qualità e la forza d’animo per riuscire a superare anche questa prova. Così come abbiamo ricostruito il Paese settant’anni fa.
Lo abbiamo visto nelle settimane che abbiamo alle spalle.
Abbiamo toccato con mano la solidarietà, la generosità, la professionalità, la pazienza, il rispetto delle regole. Abbiamo riscoperto, in tante occasioni, giorno per giorno, doti che, a taluno, sembravano nascoste o appannate, come il senso dello Stato e l’altruismo.
Abbiamo ritrovato, nel momento più difficile, il vero volto della Repubblica.
Ora sarebbe inaccettabile e imperdonabile disperdere questo patrimonio, fatto del sacrificio, del dolore, della speranza e del bisogno di fiducia che c’è nella nostra gente. Ce lo chiede, anzitutto, il ricordo dei medici, degli infermieri, degli operatori caduti vittime del virus nelle settimane passate.
Siamo orgogliosi di quanto hanno fatto tutti gli operatori della sanità e dei servizi essenziali, che – spesso rischiando la propria salute – hanno consentito all’intera nostra comunità nazionale di respirare mentre la gran parte delle attività era ferma. Siamo grati ai docenti per la didattica a distanza, agli imprenditori che hanno riconvertito in pochi giorni la produzione per fornire i beni che mancavano per la sicurezza sanitaria, alle donne e agli uomini delle Forze dell’Ordine, nazionali e locali, alla Protezione Civile, ai tanti volontari, che hanno garantito la sicurezza e il sostegno nell’emergenza.
Sono consapevole che a questi comportamenti se ne sono, talvolta, contrapposti altri ad opera di chi ha cercato e cerca di sfruttare l’emergenza. Comportamenti simili vanno accertati con rigore e repressi con severità ma sono, per fortuna, di una minoranza molto piccola della nostra società.
Questo 2 giugno ci invita a riflettere tutti su cosa è, su cosa vuole essere la Repubblica oggi.
Questo giorno interpella tutti coloro che hanno una responsabilità istituzionale - a partire da me naturalmente - circa il dovere di essere all’altezza di quel dolore, di quella speranza, di quel bisogno di fiducia.
Non si tratta di immaginare di sospendere o annullare la normale dialettica politica. La democrazia vive e si alimenta di confronto fra posizioni diverse.
Ma c’è qualcosa che viene prima della politica e che segna il suo limite.
Qualcosa che non è disponibile per nessuna maggioranza e per nessuna opposizione: l’unità morale, la condivisione di un unico destino, il sentirsi responsabili l’uno dell’altro. Una generazione con l’altra. Un territorio con l’altro. Un ambiente sociale con l’altro. Tutti parte di una stessa storia. Di uno stesso popolo.
Mi permetto di invitare, ancora una volta, a trovare le tante ragioni di uno sforzo comune, che non attenua le differenze di posizione politica né la diversità dei ruoli istituzionali.
Siamo tutti chiamati a un impegno comune contro un gravissimo pericolo che ha investito la nostra Italia sul piano della salute, economico e sociale.
Le sofferenze provocate dalla malattia non vanno brandite gli uni contro gli altri.
Questo sentimento profondo, che avverto nei nostri concittadini, esige rispetto, serietà, rigore, senso della misura e attaccamento alle istituzioni. E lo richiede a tutti, tanto più a chi ha maggiori responsabilità. Non soltanto a livello politico.
Siamo chiamati a scelte impegnative.
Non siamo soli. L’Italia non è sola in questa difficile risalita. L’Europa manifesta di aver ritrovato l’autentico spirito della sua integrazione. Si va affermando, sempre più forte, la consapevolezza che la solidarietà tra i Paesi dell’Unione non è una scelta tra le tante ma la sola via possibile per affrontare con successo la crisi più grave che le nostre generazioni abbiano vissuto. Nessun Paese avrà un futuro accettabile senza l’Unione Europea. Neppure il più forte. Neppure il meno colpito dal virus.
Adesso dipende anche da noi: dalla nostra intelligenza, dalla nostra coesione, dalla capacità che avremo di decisioni efficaci.
Sono convinto che insieme ce la faremo. Che il legame che ci tiene uniti sarà più forte delle tensioni e delle difficoltà.
Ma so anche che la condizione perché questo avvenga sarà legata al fatto che ciascuno, partecipando alla ricostruzione che ci attende, ricerchi, come unico scopo, il perseguimento del bene della Repubblica come bene di tutti. Nessuno escluso.
Domani mi recherò a Codogno, luogo simbolo dell’inizio di questo drammatico periodo, per rendere omaggio a tutte le vittime e per attestare il coraggio di tutte le italiane e tutti gli italiani, che hanno affrontato in prima linea, spesso in condizioni estreme, con coraggio e abnegazione, la lotta contro il coronavirus.
Desidero ringraziarli tutti e ciascuno. L’Italia – in questa emergenza – ha mostrato il suo volto migliore.
Sono fiero del mio Paese.



domenica 31 maggio 2020

A SCUOLA ? IN CERCHIO!

Comitati di esperti e disegnatori si sbizzarriscono nell’immaginare le classi distanziando i banchi come gli ombrelloni sulla spiaggia o i tavoli del ristorante, calcolando il metro tra banco e banco. Naturalmente si suppone che i bambini stiano incollati al banco. “Paulo Freire ha costruito le campagne di alfabetizzazione in circoli di cultura. Freinet eliminò la disposizione frontale… Gli alunni di Milani – ricorda Paolo Vittoria – imparavano intorno a grandi tavoli condividendo la conoscenza come si divide il pane… Perché allora non sgomberare le classi di cattedra e banchi e disporsi in circolo?… E se questi circoli fossero base di attività all’aperto? Magari nei parchi? Avremmo diritto di respirare a contatto con la natura, nell’ampiezza di un ambiente senza confini, viverne l’incanto…”
di Paolo Vittoria

Sul tanto atteso ritorno in aula a settembre si è letto, ascoltato, visto un po’ di tutto. La questione del distanziamento ci ha messo nelle condizioni di ridisegnare l’ambiente scolastico, la stessa idea di scuola. Sulla «didattica a distanza» si sono spese tante parole. Qualcuno l’ha vissuta in modo drammatico e fallimentare; qualcun altro ne ha letto vantaggi e prospettive; qualcun altro ancora, e siamo in tanti, entrambe le cose.
La drammaticità di non vedersi fisicamente, di non incontrarsi, abbracciarsi, tendere una mano, il fallimento di incollare i nostri studenti per ore a uno schermo quando ne avevamo aspramente criticato i rischi fino a un minuto prima. D’altra parte, è emersa la prospettiva di utilizzare i più svariati mezzi di comunicazione, entrando a pieno titolo nei social, insegnando a utilizzarne i linguaggi in modo più consapevole, dialogico, se vogliamo anche erudito nel senso di alto interesse per la cultura. Siamo discretamente entrati nelle case degli studenti e loro nella nostra, con tutta la comicità del caso come quando si parla di libertà e disciplina sullo stile della Montessori e dietro di noi i bambini, chiusi in casa da mesi, corrono all’impazzata strattonandosi la canotta, tirandosi i capelli, rotolandosi sul pavimento.
La DaD, oltre a smascherare la nostra umana imperfezione, ha fatto un’operazione più profonda e filosofica, se vogliamo, ricordandoci la relatività delle distanze. Quante volte ci siamo trovati a un passo, anche meno di un metro, da un tal insegnante e lo abbiamo sentito distante infiniti anni luce. «Buongiorno» – diciamo noi timidamente – «buon-gior-no» – ci risponde già stizzito della nostra presenza e degli ormoni adolescenziali: scandisce la parola come se nel nostro saluto ci fosse qualcosa di sbagliato e non avessimo imparato bene la divisione in sillabe… qualche minuto dopo scorre il registro col suo minaccioso dito e noi a nasconderci dietro al banco.
Questa scuola, si dirà, è superata, ma lo è per tutti? L’impatto psicologico che ne è scaturito è superato? È superata la distanza tra studenti e insegnanti? Come percorrerle queste distanze?
Ed ecco il «compromesso storico» nella più ragionevole delle conclusioni: la DaD non è alternativa alla didattica in presenza, ma integrativa. Condizione necessaria per crescere insieme è incontrarsi nello stesso ambiente, affrontare i problemi, condividere gli spazi, ma dobbiamo anche andar oltre quel luogo fisico. Non basta abitare lo stesso ambiente per essere classe. Bisogna entrare in relazione e le possibilità comunicative, dialogiche, interpretative dei mezzi di comunicazione ci vengono a sostegno per educare all’ascolto, all’interazione: dalla radio ai social.
Eppure resta il problema del distanziamento sociale. Del resto, la didattica deve dare risposte a questioni politiche, sociali, anche sanitarie. Ecco che disegnatori si sono sbizzarriti nell’immaginare la classe distanziando i banchi come gli ombrelloni sulla spiaggia o i tavoli del ristorante, calcolando precisamente il metro tra banco e banco, con tutte le geometrie del caso. Manca solo il plexiglass a tenerci in sicurezza. Naturalmente in questi disegni si suppone che i bambini stiano incollati al banco, perché se solo si muovono insieme dobbiamo stracciare il disegno. In Cina hanno fatto sul serio: a scuola ci sono andati a distanza e con un metro in testa, come nelle più estrose parate di carnevale. A dire la verità, non vorrei essere nei panni di uno di loro, non so voi.

Il pensiero educativo si costituisce anche a partire dalla logica degli spazi. Paulo Freire ha costruito le campagne di alfabetizzazione in circoli di cultura. Freinet eliminò la disposizione frontale e faceva confrontare i ragazzi gli uni davanti agli altri. Gli alunni di Milani imparavano intorno a grandi tavoli condividendo la conoscenza come si divide il pane, in piena convivialità. Perché allora non sgomberare le classi di cattedra e banchi e disporsi in circolo? Si conquisterebbe spazio per la mente, per il dialogo, nella circolarità di pensieri e delle parole, del sentire comune. E se questi circoli, quando possibile, fossero base di attività all’aperto? Magari nei parchi? Avremmo diritto di respirare a contatto con la natura, nell’ampiezza di un ambiente senza confini, viverne l’incanto. La distanza diverrebbe straordinaria occasione da cogliere per riappropriarsi di spazi perduti, anzitutto quelli interiori, costruendo nuove trame in questa narrazione collettiva, chiamata scuola.


Da Il Manifesto