mercoledì 10 luglio 2019

martedì 9 luglio 2019

LA WOOW TERAPY, OVVERO LA TERAPIA DELLA MERAVIGLIA

Stress, rabbia e insoddisfazione riducono il nostro potenziale e ci fanno vivere peggio. Secondo i ricercatori, inoltre, aumentano il rischio di determinate malattie (ad esempio quelle cardiovascolari). Nonostante esistano una serie di fattori di rischio e di fattori protettivi legati all’alimentazione e allo stile di vita, ciò che più di ogni altra cosa influenza la nostra salute è il nostro stato mentale.
Purtroppo, la felicità non è di casa: la maggior parte delle persone si sente sotto pressione a causa del lavoro, della famiglia o del conto in banca. Approssimativamente un italiano su due soffre di una profonda e persistente insoddisfazione. 
La wow therapy, termine “popolare” per designare alcuni interventi positivi, potrebbe essere una soluzione. 
Il principio è semplice: siccome cambiare lavoro, famiglia e stile di vita potrebbe essere complesso, perché non partire dal modo in cui viviamo la nostra routine?
La felicità, infatti, dipende solo in minima parte dal nostro stile di vita (il 10%), mentre in misura molto maggiore è determinata dal modo in cui noi affrontiamo la quotidianità (il 40%). Tutti noi abbiamo tante piccole gioie quotidiane; imparare a concentrarsi su di esse invece che sui problemi fa la differenza.
Sperimentiamo la wow therapy, ovvero la terapia della meraviglia: per metterla in pratica dobbiamo riscoprire un senso di meraviglia genuino di fronte alle nostre piccole gioie quotidiane.
Ecco tre semplici consigli per impostare una wow therapy efficace:
  • Impara ad apprezzare la routine: la meraviglia non andrebbe ricercata nelle grandi avventure, ma nelle piccole routine quotidiane, dal caffè alla passeggiata fino all’edicola, dall'incontro delle "solite" persone ....; 
  • Cerca il bicchiere mezzo pieno: l’ottimismo si può imparare; ad esempio, di fronte al classico “bicchiere mezzo vuoto” (ovvero una qualsiasi situazione della quale cogli gli aspetti negativi), cerca anche la controparte positiva. Come nel caso del bicchiere, esistono sempre aspetti negativi e positivi; è compito nostro imparare a cogliere entrambe le facce della medaglia;
  • Apertura alle novità: accogli con entusiasmo le novità? L’apertura mentale alle nuove esperienze è un elemento cruciale per sperimentare la meraviglia. Prova con un piccolo esercizio quotidiano: scegli ogni giorno una piccola novità da portare nella tua vita (potresti cambiare il tragitto che percorri per raggiungere il lavoro o la scuola, introdurre un nuovo alimento nella tua dieta, una nuova piccola routine quotidiana etc.).
 Ecco alcune piccole gioie per le quali è facile meravigliarsi e sperimentare emozioni positive:

  • il sorriso dei propri bambini e di coloro che ci stanno attorno (familiari, amici, colleghi ….)
  • il tramonto;
  • una passeggiata in riva al mare o nel bosco;
  • la compagnia dei propri amici;
  • un momento di affetto e intimità con la persona che si ama;
  • un momento di gioco con i propri bambini;
  • un buon manicaretto.
  •  …….
Educhiamo i bambini (e noi stessi !) alla meraviglia (cogliamo le occasioni, interagiamo positivamente con il quotidiano ...... ). Chi sa  meravigliarsi vive meglio e diffonde attorno a sè gioia e benessere; chi non sa meravigliarsi comunica freddo e malumore.

sabato 6 luglio 2019

8 luglio- PREGARE CON IL PAPA CONTRO L'INDIFFERENZA


                        di Salvatore Mazza

È l’8 luglio del 2013. Bergoglio, quattro mesi dopo la sua elezione a Papa, esce per la prima volta dal Vaticano. La destinazione è Lampedusa, dove ha «sentito che dovevo venire a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta». Era stata una decisione quasi improvvisa, la sua: pochi giorni prima un’altra carretta del mare, l’ennesima, era affondata trascinando sul fondo il suo carico umano. «Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? – avrebbe detto nella omelia della Messa celebrata quel giorno – Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: 'Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?'. Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna... In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!... Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del 'patire con'... Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo.
Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: 'Adamo dove sei?', 'Dov’è il sangue di tuo fratello?'».
Lunedì, nel sesto anniversario di quella visita, Francesco celebrerà una Messa a San Pietro per «quanti hanno perso la vita per sfuggire alla guerra e alla miseria», presenti solo circa 250 persone tra rifugiati e volontari. Solo loro, perché il Papa «desidera che il momento sia il più possibile raccolto». In questi sei anni molte cose sono certo cambiate: oggi sappiamo che i migranti sono il vero problema dell’Italia, e se non fosse per loro non ci sarebbero italiani poveri
né disoccupati. Sappiamo che in realtà non fuggono da guerra e fame, ma sfidano la morte per avere il wi-fi gratis, e per delinquere, e sappiamo anche che i volontari che li soccorrono quando fanno finta di affogare sono i veri criminali. Sappiamo oggi che il Papa, che da sei anni continua a invitarci all’accoglienza, 'fa politica' quando invece 'dovrebbe occuparsi della salvezza delle anime', e allora è giusto fischiarlo in piazza, perché ci hanno spiegato che la solidarietà è sbagliata, è cattiva, e per questo l’hanno fatta diventare un reato in nome della nostra sicurezza; e dunque chi predica la solidarietà, secondo il Vangelo, è un istigatore al male. E se si può fischiare il Papa e la Chiesa, a maggior ragione si può rovesciare ogni sorta di insulti su chi la pensa altrimenti, su chi prova a tendere la mano, su tutte le Carola del mondo.
In sei anni davvero molte cose sono cambiate. Non solo siamo indifferenti, ma abbiamo imparato persino a odiare, avvelenati dalla paura alimentata da chi ha pensato, speculando sulle menzogne, di potere cavalcare questa tigre impunemente, incurante del fatto che chiunque ci abbia provato presto o tardi è stato disarcionato.
Per questo, lunedì, preghiamo con il Papa per «quanti hanno perso la vita per sfuggire alla guerra e alla miseria» e per i volontari. Ma preghiamo anche per chi semina l’odio, perché capisca quanto tragiche possano essere le conseguenze. E preghiamo senza curarci di chi sostiene che siamo in minoranza: pochi giorni prima di finire sulla croce Gesù fu esposto al balcone con Barabba, e la folla gli preferì il ladro. Però sappiamo come è andata poi a finire.

Fonte: Avvenire

ANDATE .......



Vangelo di strade e di case. Vanno i settantadue, a cielo aperto, senza borsa né sacca né sandali, senza cose, senza mezzi, semplicemente uomini. A due a due, non da soli, un amico almeno su cui appoggiare il cuore quando il cuore manca; a due a due, per sorreggersi a vicenda; a due a due, come tenda leggera per la presenza di Gesù, perché dove due o tre sono uniti nel mio nome là ci sono io. E senti una sensazione di leggerezza, di freschezza, di coraggio: vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, che però non vinceranno, che saranno forse più numerosi degli agnelli ma non più forti, perché su di loro veglia il Pastore bello.
E le parole che affida ai discepoli sono semplici e poche: pace a questa casa, Dio è vicino. Parole dirette, che venivano dal cuore e andavano al cuore. Ma in cima a tutto una visione del mondo, lo sguardo esatto con cui andare per le strade e per le case: la messe è molta, ma gli operai sono pochi, pregate dunque... L'occhio grande, l'occhio puro di Dio vede una terra ricca di messi, là dove il nostro occhio opaco vede solo un deserto: la messe è molta. Gesù ci contagia del suo sguardo luminoso e positivo: i campi traboccano di buon grano, là dove noi vediamo solo inverni e numeri che calano.
Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento: il Regno di Dio, Dio stesso si è fatto vicino. Noi diciamo: c'è distanza tra gli uomini d'oggi e la fede, si sono allontanati da Dio! E Gesù invece: il Regno di Dio è vicino. È davvero uno sguardo diverso (A. Casati).
E i discepoli per strade e case portano il volto di un Dio in cammino verso di noi, che entra in casa, che non se ne sta asserragliato nel suo tempio, dietro muri di sacerdoti o di leviti. In qualunque casa entriate, dite: pace a questa casa. Non una pace generica, ma a questa casa, a queste pareti, a questa tavola, a questi volti. «La pace va costruita artigianalmente, a cominciare proprio dalle case, dalle famiglie, dal piccolo contesto in cui ciascuno vive» (papa Francesco).
Pace è una parola da riempire di gesti, di muri da abbattere, di perdoni chiesti e donati, di fiducia concessa di nuovo, di accoglienza, di ascolti, di abbracci. Gesù e i suoi proclamano che Dio si è avvicinato, scavalcando tutto ciò che separava la terra dal cielo; è un padre esperto in abbracci e abbatte ciò che emargina pubblicani e peccatori, ciò che separa gli scribi dal popolo, i farisei dalle prostitute, i lebbrosi dai sani (R. Virgili), gli uomini dalle donne.
Allora la pace, davvero il succo del Vangelo, dalla periferia delle case avanzerà fino a conquistare il centro della città dell'uomo.


da: PAROLE NUOVE  


AUGE'. CREARE NON E' PRODURRE. L'EDUCAZIONE DEVE SCUOTERE LA COSCIENZA CRITICA

L’antropologo francese indaga le sfaccettature del “generare”: «Se procreare è riprodurre l’identità, la creazione passa attraverso la prova dell’altro»

"L’educazione comprende una molteplicità di elementi: originariamente, prepara il bambino, poi l’adolescente, alla vita adulta; sotto questo aspetto, si configura come un’iniziazione alle pratiche e ai riferimenti culturali di una data società. Tuttavia, essa ha anche una vocazione che dovrà estendersi a tutti i giovani, indipendentemente dal loro sesso e dalla loro origine sociale: essa deve scuotere la loro coscienza critica e la loro coscienza di essere se stessi" 

Generare: engendrer. La parola fa simultaneamente riferimento a due tipi di azioni: la produzione e la riproduzione. Generare è riprodursi, il che significa che qualcosa del genitore si ritrova nella sua creatura, qualcosa che trasparirà in tutti i rappresentanti di una stessa discendenza. Detto altrimenti, la generazione nuova si presume riprodurre quella dei suoi predecessori e la riproduzione può esprimersi in termini di retaggio o di eredità. Il termine è impiegato nel senso di creare e nel senso di procreare. Nell’ottica cristiana, solo Dio è creatore (di tutte le cose); gli esseri viventi procreano, si riproducono, la maggior parte di loro in egual misura, anche se alcuni individui possono fare eccezione per qualche tratto fisico particolare. Lo spazio umano è disparato e raggruppa individui diversi gli uni dagli altri, anche se, per chiarire e spiegare delle somiglianze straordinarie, si ricorre a dei riferimenti più vaghi – per esempio a delle rappresentazioni della metempsicosi. Nei sistemi africani tradizionali, non è raro riconoscere nel viso o nel corpo di un individuo delle tracce che rinviano ad un antenato forse lontano. La procreazione sfugge, per molti versi, alla creazione pura e semplice. Generare: la produzione di qualcosa chiama in causa tuttavia la totalità del suo autore. C’è da scommettere che ogni atto di creazione autentica costituisca per il suo autore un maniera di “firmarla”. Ma si è passati nello stesso tempo dall’idea di produzione a quella di creazione. Non si genera un’opera di teatro o un libro; li si crea. Resta il fatto che, soffermandosi successivamente sulla totalità dell’opera, vi si rinverranno dei temi e delle forme che appartengono propriamente al suo autore e che simultaneamente sembrano tradire insieme un’eredità e una personalità – consentendo contemporaneamente di definire o di misurare una continuità, se non addirittura una tradizione e una originalità. Si potrebbe sostenere, malgrado le apparenze, che procreare, significa riprodurre l’identità, mentre la creazione passa attraverso la prova dell’altro. Detto questo, l’originalità dell’umano risiede nel fatto che coloro che hanno procreato si preoccupano in linea di principio di coloro che hanno messo al mondo. Essi tendono ad ampliare il significato dell’atto al quale corrisponde il termine “generare”: educare è la conseguenza logica e necessaria del fatto di “mettere al mondo”. Ma l’educazione comprende una molteplicità di elementi: originariamente, prepara il bambino, poi l’adolescente, alla vita adulta; sotto questo aspetto, si configura come un’iniziazione alle pratiche e ai riferimenti culturali di una data società. Tuttavia, essa ha anche una vocazione che dovrà estendersi a tutti i giovani, indipendentemente dal loro sesso e dalla loro origine sociale: essa deve scuotere la loro coscienza critica e la loro coscienza di essere se stessi. Nella vita sociale reale, le relazioni sono tradizionalmente più tese tra generazioni successive che tra generazioni alterne : le difficoltà sono maggiori tra padri e figli che tra nonni e nipoti; i nonni hanno in generale un rapporto sereno e non problematico con i loro nipoti.
Se torno un istante alla distinzione che ho tentato altrove di stabilire tra l’uomo individuale, l’uomo culturale e l’uomo generico, direi che l’educazione primaria è naturalmente volta all'apprendimento dei codici culturali elementari, ma che non ha, in linea di principio, la vocazione di formare individui compiuti e chiamati a superare le prescrizioni eventualmente troppo rigide delle loro culture. I genitori, com'è naturale, stanno dalla parte della procreazione; i nonni, che ne sono più distanti, sono più vicini alla creazione e possono più facilmente distinguere in loro la dimensione generica. Ad ogni modo, si può ritenere che, tutto sommato, e in relazione alle comunità umane, la venuta al mondo si accompagna con delle procedure di formazione che tendono, con dei risultati eterogenei, a formare degli adulti che siano in grado di relativizzare, se non addirittura di ignorare, in ogni caso di superare le prescrizioni culturali che sembrano essere ovvie. L’educazione dovrebbe formare degli individui che tendono a ragionare in quanto individui generici invece di ripiegarsi sui loro interessi particolari. Ora noi oggi viviamo in un mondo di evidenze immediate in cui la globalizzazione ha per corollario l’estraneità nei confronti dei messaggi forniti dai media. I social network sono dei luoghi di scambi verbali che danno spesso l’illusione del confronto tra partner anonimi. Le immagini della televisione ci offrono un ambiente erroneamente prossimo. Noi intratteniamo con i responsabili del mondo una relazione apparentemente familiare, dovuta al fatto che la televisione funge da intermediario alla loro presenza. Allo stesso modo abbiamo una certa familiarità con qualche capitale mondiale, anche se non vi abbiamo mai messo piede. Noi riconosciamo senza aver necessariamente conosciuto. Questo mondo di apparenze è generato da un sistema che ci capita di criticare, ma nel quale, in fin dei conti, troviamo i nostri punti di riferimento, per quanto artificiali possano sembrarci. Chi ha generato questo mondo? Degli scienziati esperti l’hanno progettato. Ma esso è vissuto e sopravvissuto perché ha convinto i suoi “utenti” della sua necessità, del suo carattere ineluttabile. La maggior parte degli individui ha la sensazione di essere risucchiata dal futuro. O generata da esso. E questo è l’aspetto interessante. E essenziale per il nostro avvenire.
Noi abbiamo la convinzione di essere la vittima delle manovre di cui siamo, in effetti, gli autori. Questo “noi”, è vero, rinvia a delle posizioni e a delle responsabilità diverse. Ma è alla storia sociale reale che siamo allora rinviati. Niente sarebbe più vano che lamentarsi dell’evoluzione del mondo nel quale viviamo; bisogna prendere coscienza del fatto che l’uomo, l’uomo in generale, è il solo responsabile del mondo in cui vive e che non ha cessato di mutare dopo la comparsa degli uomini. La nostra responsabilità, oggi, è importante e diretta nel campo dell’ecologia, dell’educazione e della demografia. Il lavoro da compiere è della massima importanza. Ma avrà luogo, come sempre, tra “uomini”, nel senso (bisogna precisarlo ?) generico del termine. Dovremo arrivare ad uno stadio che alcuni cominciano a intravedere, quello a partire dal quale l’umanità divenuta consapevole di se stessa si mobiliterà per salvare il pianeta Terra. Se riusciranno nel loro intento, essi potranno ritenere di essere riusciti a generare un mondo vivibile.


da  www.avvenire.it





venerdì 5 luglio 2019

MIGRAZIONI: GLI ESSERI UMANI SE NON ANNEGANO SONO ... UN PROBLEMA!

di Giuseppe Savagnone

L’arrivo di un’altra nave, questa volta italianissima, carica di 54 persone (tra cui 4 bambini e una donna incinta) raccolte al largo delle coste libiche, apre un nuovo psicodramma, dopo quello creatosi con la Sea-Watch.
Si riapre il duello tra una Ong – questa volta è «Mediterranea» – e il ministro Salvini, reduce dalla dura sconfitta subita in quello, appena concluso, con la capitana Carola Rackete, ma ancora risoluto a impedire lo sbarco dei migranti.
Anche se sta diventando sempre più evidente che siamo chiamati ad assistere a una specie di sceneggiata: ormai sappiamo – lo ha ribadito, tra gli altri, il sindaco di Lampedusa – che gli sbarchi sull’isola da tempo si sono moltiplicati e che, proprio mentre il nostro ministro degli Interni, fronteggiando la Sea-Watch, giurava che nessun migrante avrebbe messo piede in Italia, dai barconi ne arrivavano quasi ogni giorno molti di più di quelli bloccati a bordo della nave.
I migranti che arrivano e quelli che affogano
Il punto è che, come i fatti dimostrano inequivocabilmente, attribuire alle Ong la responsabilità di rendere possibili le traversate del Mediterraneo, come ha fatto ostinatamente Salvini e, sulla sua scia, il tam tam dei social – arrivando ad accusarle di essere complici degli scafisti nel traffico di esseri umani – è utile per polarizzare su un “nemico” l’ostilità dell’opinione pubblica, ma non rispecchia la realtà.
I migranti arrivano comunque. Solo che, con la diminuita presenza delle navi delle Ong, accade che una parte di loro muoiano annegati.
La tesi governativa che bloccando le Ong ci sono meno morti è smentita dai fatti. È di questi giorni la tragica notizia che un barcone con 85 persone a bordo è affondato al largo della Tunisia. Solo 5 i superstiti.
Sarebbe accaduto lo stesso, probabilmente, a quelli recuperati dalla Sea-Watch. Certo, i problemi che sono nati dopo non sarebbero mai sorti, ma per il semplice motivo che avremmo saputo da un trafiletto di cronaca dell’ennesimo naufragio senza superstiti, a cui ormai abbiamo fatto l’abitudine.
Il problema allora non sono le Ong
Quanto all’accusa di essere d’accordo con gli scafisti, proprio recentemente nella relazione fatta da Luigi Patronaggio, procuratore di Agrigento, alle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia della Camera, si sostiene che «il legame tra Ong per i migranti e scafisti non è mai stato dimostrato».
Non sono competente per verificare la validità di una simile affermazione. Ma nessuno finora, che io sappia, l’ha smentita con delle prove.
In ogni caso, è chiaro, ormai, che il problema vero non sono le Ong (quali che possano essere le critiche a loro carico). Primo, perché, come si è detto, i migranti arrivano anche senza di esse.
Secondo, perché, anche a prescindere da esse, una legge del mare antichissima, ribadita e codificata nell’art.98 dell’ UNCLOS (acronimo del nome in inglese “United Nations Convention on the Law of the Sea”), prevede che il comandante di una nave «presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo».
La nave «Diciotti» non era di una Ong, ma della nostra marina militare. E parlare di «salvataggi illegali», come fa con indignazione qualche nostro giornale, è ridicolo. 
Gli esseri umani, se non annegano, sono un problema!
Il «Decreto sicurezza bis», appena approvato, stabilisce agli articoli 1 e 2 limiti e penali pesantissimi all’ingresso di queste navi soccorritrici nelle nostre acque territoriali. Ma degli esseri umani, una volta che non sono stati sepolti e nascosti dal mare, è difficile sbarazzarsi.
Anche la sentenza della Corte europea, che non ravvisava gli estremi di un uno stato di necessità per sbarcare quelli della Sea-Watch, obbligava però il governo italiano «a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone in situazione di vulnerabilità a causa dell’età o dello stato di salute che si trovano a bordo della nave».
«Porti sicuri» (parola di Salvini)
Salvini in questi mesi ha spesso ripetuto che i migranti devono essere riportati in Libia, da dove partono, e che questo Paese è «sicuro». Ma le reiterate dichiarazioni dell’Onu e del Commissario per i Diritti umani del Consiglio di Europa, sulle condizioni disumane dei campi libici – ora confermate dalla recentissima, tragica notizia del bombardamento di uno di questi campi e della morte di 44 migranti là detenuti – hanno sempre smentito questa tesi.
Ora il ministro degli Interni parla della Tunisia. Ma la Convenzione di Amburgo – ratificata dall’Italia e che nel nostro ordinamento ha valore di legge, anzi, per l’art. 117 della Costituzione, superiore alla legge (quindi anche al “Decreto sicurezza») – stabilisce che il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle persone in un porto sicuro, dove i diritti umani fondamentali dei migranti sono loro garantiti.
Ora, come conferma l’odissea della nave bloccata al largo delle coste tunisine con 75 naufraghi, la Tunisia, pur essendo firmataria degli accordi di Ginevra, non è affatto un «porto sicuro» perché non ha mai fatto una legge che attui effettivamente questo principio e che permetta di chiedere protezione umanitaria.
Resterebbe tra gli approdi vicini, Malta, che però è un’isola più piccola della città di Milano e già ha una percentuale di 18,3 rifugiati ogni mille abitanti, a fronte dei 2,4 dell’Italia. Può darsi che in qualche caso il ricorso ad essa possa essere una via d’uscita diplomaticamente utile, ma è assurdo immaginarla come una soluzione al problema delle migrazioni nel loro complesso.
Forse è meglio cercarla, la collaborazione con l’Europa…
E allora? Allora forse il ministro degli Interni farebbe meglio a partecipare alle riunioni dei suoi colleghi europei, invece di disertarle, come ha fatto in sette occasioni su otto, per impegni elettorali.
In questo modo, invece di girare per le piazze a dire ai suoi sostenitori che l’Europa non ci ascolta, potrebbe farsi ascoltare e rendere possibile quella collaborazione di cui a gran voce ha sempre denunziato l’assenza, salvo poi schierarsi sistematicamente con i Paesi sovranisti di Visegrad, che questa collaborazione non la vogliono affatto.
L’abbandono dell’illusione sovranista, coltivata finora dal nostro governo, sembra l’unica soluzione possibile, al di là degli spettacolari duelli muscolari con la Ong di turno, buoni forse per far aumentare i consensi elettorali, ma assolutamente sterili ai fini di una soluzione reale del problema migratorio.
Del resto, le elezioni europee e il nuovo assetto dell’UE hanno totalmente smentito i bellicosi e trionfali proclami che davano per certa la “cacciata” della “casta” franco-tedesca e l’avvento al potere, sulla scena europea, dei partiti populisti. Il solo guadagno dell’Italia, in seguito a questa linea, è stato un totale isolamento e la perdita di rappresentatività.
Al di là del “buonismo” e del “cinismo”
Non basta, però, un vero accordo con l’Europa. È in Italia che deve avvenire una svolta. La contrapposizione tra “buonisti” di “sinistra” e “cinici” di “destra” ha ormai mostrato tutti i suoi limiti.
La difesa dei diritti umani, sostenuta come priorità dai primi, così come la realistica considerazione che non possiamo accogliere tutti i poveri dell’Africa, fatta valere dai secondi, non sono necessariamente incompatibili.
Si tratta di prendere sul serio, dall’una e dall’altra parte, il principio, ribadito spesso da papa Francesco, che un’accoglienza non è praticabile se non garantendo una reale integrazione.
Quella operata dai governi di “sinistra” è stata una falsa accoglienza, che ha creato marginalità e ha indignato e allarmato gli italiani, preparando il terreno alla reazione, altrettanto unilaterale, di chi ha eliminato anche quel po’ di integrazione che si faceva, giustificando in questo modo il rifiuto drastico dell’accoglienza.
Se il Pd finalmente smettesse di vivere, parassitariamente, della critica puramente negativa di quanto fa il governo ed elaborasse una seria proposta per regolamentare i flussi migratori in rapporto alle nostre possibilità di integrazione; e se la Lega, da parte sua, prendesse atto che l’interesse degli italiani non è l’esclusione degli stranieri (gli ultimi dati demografici dimostrano che fra poco senza di loro non potranno funzionare né il nostro sistema previdenziale né la nostra scuola, per non parlare del mercato del lavoro, specialmente nel settore delle badanti), ma l’eliminazione delle disfunzioni che facilitano sfruttamento e criminalità – forse usciremmo finalmente dallo sterile batti e ribatti polemico che ha dominato in questi ultimi anni.
Per essere più umani
L’Italia ha bisogno di questo salto di qualità della sua classe politica. Ma è un salto che deve avvenire, prima ancora, sui giornali, nell’opinione pubblica, nella gente che scrive sui social, che fa le manifestazioni.
Il livello di faziosità e di imbarbarimento del linguaggio e degli atteggiamenti pubblici mi ha fatto ricordare che Platone, in un suo dialogo, indica il pudore come una fondamentale virtù del cittadino.

Forse dobbiamo riscoprire questa capacità di vergognarsi. Non solo per affrontare meglio il problema delle migrazioni, ma per essere noi più umani.





giovedì 4 luglio 2019

UNA PAROLA GENTILE PUO' CAMBIARE IL MONDO


  • Le parole sono macigni, specialmente in rete! Bambini e ragazzi approcciano il mondo del web e la comunicazione online sempre prima, ma senza aver ricevuto una formazione specifica, tale da tutelarli dai rischi della comunicazione. Comunicare, infatti, ci espone ad una serie di piccoli e grandi rischi, dei quali spesso non siamo consapevoli. Possiamo ferire le persone, incrinare una relazione o danneggiare la nostra credibilità e la nostra immagine.
L’Associazione Parole Ostili, nata a Trieste nel 2017, ha pubblicato un Manifesto della comunicazione non ostile, utile proprio come vademecum per ricordare ai ragazzi i principali effetti delle loro parole e per dirigerle in modo costruttivo. Leggiamolo insieme:
MANIFESTO DELLA COMUNICAZIONE NON OSTILE
  1. Virtuale è reale
    Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.
  2. Si è ciò che si comunica
    Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano.
  3. Le parole danno forma al pensiero
    Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso.
  4. Prima di parlare bisogna ascoltare
    Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura.
  5. Le parole sono un ponte
    Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.
  6. Le parole hanno conseguenze
    So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi.
  7. Condividere è una responsabilità
    Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi.
  8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare
    Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.
  9. Gli insulti non sono argomenti
    Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.
  10. Anche il silenzio comunica
    Quando la scelta migliore è tacere, taccio.