mercoledì 10 luglio 2019
SEMINARIO NAZIONALE "IO POSSO"
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AIMC,
Laudato si',
seminario nazionale
martedì 9 luglio 2019
LA WOOW TERAPY, OVVERO LA TERAPIA DELLA MERAVIGLIA
Stress, rabbia e insoddisfazione riducono il nostro potenziale
e ci fanno vivere peggio. Secondo i ricercatori, inoltre, aumentano il rischio
di determinate malattie (ad esempio quelle cardiovascolari). Nonostante esistano
una serie di fattori di rischio e di fattori protettivi legati
all’alimentazione e allo stile di vita, ciò che più di ogni altra cosa
influenza la nostra salute è il nostro stato mentale.
Purtroppo, la felicità non è di casa: la maggior parte delle persone si sente sotto pressione a causa del lavoro, della famiglia o del conto in banca. Approssimativamente un italiano su due soffre di una profonda e persistente insoddisfazione.
Purtroppo, la felicità non è di casa: la maggior parte delle persone si sente sotto pressione a causa del lavoro, della famiglia o del conto in banca. Approssimativamente un italiano su due soffre di una profonda e persistente insoddisfazione.
La wow therapy, termine “popolare” per designare alcuni
interventi positivi, potrebbe essere una soluzione.
Il principio è semplice:
siccome cambiare lavoro, famiglia e stile di vita potrebbe essere complesso,
perché non partire dal modo in cui viviamo la nostra routine?
La felicità, infatti, dipende solo in minima parte dal nostro
stile di vita (il 10%), mentre in misura molto maggiore è determinata dal modo
in cui noi affrontiamo la quotidianità (il 40%). Tutti noi abbiamo tante
piccole gioie quotidiane; imparare a concentrarsi su di esse invece che sui
problemi fa la differenza.
Sperimentiamo la wow therapy, ovvero la terapia
della meraviglia: per metterla in pratica dobbiamo riscoprire un senso di
meraviglia genuino di fronte alle nostre piccole gioie quotidiane.
Ecco tre semplici consigli per impostare una wow therapy efficace:
Ecco tre semplici consigli per impostare una wow therapy efficace:
-
Impara ad apprezzare la routine:
la meraviglia non andrebbe ricercata nelle grandi avventure, ma nelle
piccole routine quotidiane, dal caffè alla passeggiata fino all’edicola, dall'incontro delle "solite" persone ....;
- Cerca il bicchiere mezzo pieno: l’ottimismo si può
imparare; ad esempio, di fronte al classico “bicchiere mezzo vuoto”
(ovvero una qualsiasi situazione della quale cogli gli aspetti negativi),
cerca anche la controparte positiva. Come nel caso del bicchiere, esistono
sempre aspetti negativi e positivi; è compito nostro imparare a cogliere
entrambe le facce della medaglia;
- Apertura alle novità: accogli con entusiasmo le
novità? L’apertura mentale alle nuove esperienze è un elemento cruciale
per sperimentare la meraviglia. Prova con un piccolo esercizio quotidiano:
scegli ogni giorno una piccola novità da portare nella tua vita (potresti
cambiare il tragitto che percorri per raggiungere il lavoro o la scuola,
introdurre un nuovo alimento nella tua dieta, una nuova piccola routine
quotidiana etc.).
-
il sorriso dei propri bambini e di coloro che ci stanno attorno
(familiari, amici, colleghi ….)
- il
tramonto;
- una passeggiata in riva al mare o nel bosco;
- la
compagnia dei propri amici;
- un
momento di affetto e intimità con la persona che si ama;
- un
momento di gioco con i propri bambini;
- un
buon manicaretto.
- …….
Educhiamo i bambini (e noi stessi !) alla meraviglia (cogliamo le occasioni, interagiamo positivamente con il quotidiano ...... ). Chi sa meravigliarsi vive meglio e diffonde attorno a sè gioia e benessere; chi non sa meravigliarsi comunica freddo e malumore.
sabato 6 luglio 2019
8 luglio- PREGARE CON IL PAPA CONTRO L'INDIFFERENZA
di Salvatore Mazza
È l’8
luglio del 2013. Bergoglio, quattro mesi dopo la sua elezione a Papa, esce per
la prima volta dal Vaticano. La destinazione è Lampedusa, dove ha «sentito che
dovevo venire a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a
risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta». Era
stata una decisione quasi improvvisa, la sua: pochi giorni prima un’altra
carretta del mare, l’ennesima, era affondata trascinando sul fondo il suo
carico umano. «Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? –
avrebbe detto nella omelia della Messa celebrata quel giorno – Nessuno! Tutti
noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io.
Ma Dio chiede a ciascuno di noi: 'Dov’è il sangue del tuo fratello che grida
fino a me?'. Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo
perso il senso della responsabilità fraterna... In questo mondo della
globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo
abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è
affare nostro!... Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del
piangere, del 'patire con'... Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla
nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi,
anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che
aprono la strada ai drammi come questo.
Signore,
che sentiamo anche oggi le tue domande: 'Adamo dove sei?', 'Dov’è il sangue di
tuo fratello?'».
Lunedì,
nel sesto anniversario di quella visita, Francesco celebrerà una
Messa a San Pietro per «quanti hanno perso la vita per sfuggire
alla guerra e alla miseria», presenti solo circa 250 persone tra
rifugiati e volontari. Solo loro, perché il Papa «desidera che il momento sia
il più possibile raccolto». In questi sei anni molte cose sono certo
cambiate: oggi sappiamo che i migranti sono il vero problema dell’Italia,
e se non fosse per loro non ci sarebbero italiani poveri
né
disoccupati. Sappiamo che in realtà non fuggono da guerra e fame, ma sfidano la
morte per avere il wi-fi gratis, e per delinquere, e sappiamo anche che i
volontari che li soccorrono quando fanno finta di affogare sono i veri
criminali. Sappiamo oggi che il Papa, che da sei anni continua a invitarci
all’accoglienza, 'fa politica' quando invece 'dovrebbe occuparsi della salvezza
delle anime', e allora è giusto fischiarlo in piazza, perché ci hanno spiegato
che la solidarietà è sbagliata, è cattiva, e per questo l’hanno fatta diventare
un reato in nome della nostra sicurezza; e dunque chi predica la solidarietà,
secondo il Vangelo, è un istigatore al male. E se si può fischiare il Papa e la
Chiesa, a maggior ragione si può rovesciare ogni sorta di insulti su chi la
pensa altrimenti, su chi prova a tendere la mano, su tutte le Carola del mondo.
In
sei anni davvero molte cose sono cambiate. Non solo siamo indifferenti, ma
abbiamo imparato persino a odiare, avvelenati dalla paura alimentata da chi ha
pensato, speculando sulle menzogne, di potere cavalcare questa tigre
impunemente, incurante del fatto che chiunque ci abbia provato presto o tardi è
stato disarcionato.
Per
questo, lunedì, preghiamo con il Papa per «quanti hanno perso la vita per
sfuggire alla guerra e alla miseria» e per i volontari. Ma preghiamo anche per
chi semina l’odio, perché capisca quanto tragiche possano essere le
conseguenze. E preghiamo senza curarci di chi sostiene che siamo in minoranza:
pochi giorni prima di finire sulla croce Gesù fu esposto al balcone con
Barabba, e la folla gli preferì il ladro. Però sappiamo come è andata poi a
finire.
ANDATE .......
XIV
Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (07/07/2019)
Vangelo: Lc
10,1-12.17-20
Vangelo di
strade e di case. Vanno i settantadue, a cielo aperto, senza borsa né sacca né
sandali, senza cose, senza mezzi, semplicemente uomini. A due a due, non da
soli, un amico almeno su cui appoggiare il cuore quando il cuore manca; a due a
due, per sorreggersi a vicenda; a due a due, come tenda leggera per la presenza
di Gesù, perché dove due o tre sono uniti nel mio nome là ci sono io. E senti
una sensazione di leggerezza, di freschezza, di coraggio: vi mando come agnelli
in mezzo ai lupi, che però non vinceranno, che saranno forse più numerosi degli
agnelli ma non più forti, perché su di loro veglia il Pastore bello.
E le parole che
affida ai discepoli sono semplici e poche: pace a questa casa, Dio è vicino.
Parole dirette, che venivano dal cuore e andavano al cuore. Ma in cima a tutto
una visione del mondo, lo sguardo esatto con cui andare per le strade e per le
case: la messe è molta, ma gli operai sono pochi, pregate dunque... L'occhio
grande, l'occhio puro di Dio vede una terra ricca di messi, là dove il nostro
occhio opaco vede solo un deserto: la messe è molta. Gesù ci contagia del suo
sguardo luminoso e positivo: i campi traboccano di buon grano, là dove noi
vediamo solo inverni e numeri che calano.
Gesù manda
discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì
ad annunciare un capovolgimento: il Regno di Dio, Dio stesso si è fatto vicino.
Noi diciamo: c'è distanza tra gli uomini d'oggi e la fede, si sono allontanati
da Dio! E Gesù invece: il Regno di Dio è vicino. È davvero uno sguardo diverso
(A. Casati).
E i discepoli
per strade e case portano il volto di un Dio in cammino verso di noi, che entra
in casa, che non se ne sta asserragliato nel suo tempio, dietro muri di
sacerdoti o di leviti. In qualunque casa entriate, dite: pace a questa casa.
Non una pace generica, ma a questa casa, a queste pareti, a questa tavola, a
questi volti. «La pace va costruita artigianalmente, a cominciare proprio dalle
case, dalle famiglie, dal piccolo contesto in cui ciascuno vive» (papa Francesco).
Pace è una
parola da riempire di gesti, di muri da abbattere, di perdoni chiesti e donati,
di fiducia concessa di nuovo, di accoglienza, di ascolti, di abbracci. Gesù e i
suoi proclamano che Dio si è avvicinato, scavalcando tutto ciò che separava la
terra dal cielo; è un padre esperto in abbracci e abbatte ciò che emargina
pubblicani e peccatori, ciò che separa gli scribi dal popolo, i farisei dalle
prostitute, i lebbrosi dai sani (R. Virgili), gli uomini dalle donne.
Allora la pace,
davvero il succo del Vangelo, dalla periferia delle case avanzerà fino a
conquistare il centro della città dell'uomo.
da: PAROLE NUOVE
AUGE'. CREARE NON E' PRODURRE. L'EDUCAZIONE DEVE SCUOTERE LA COSCIENZA CRITICA
L’antropologo
francese indaga le sfaccettature del “generare”: «Se procreare è riprodurre
l’identità, la creazione passa attraverso la prova dell’altro»
"L’educazione comprende una molteplicità di elementi: originariamente, prepara il bambino, poi l’adolescente, alla vita adulta; sotto questo aspetto, si configura come un’iniziazione alle pratiche e ai riferimenti culturali di una data società. Tuttavia, essa ha anche una vocazione che dovrà estendersi a tutti i giovani, indipendentemente dal loro sesso e dalla loro origine sociale: essa deve scuotere la loro coscienza critica e la loro coscienza di essere se stessi"
di MARC AUGÉ
Generare: engendrer. La parola fa simultaneamente riferimento a due tipi di
azioni: la produzione e la riproduzione. Generare è riprodursi, il che
significa che qualcosa del genitore si ritrova nella sua creatura, qualcosa che
trasparirà in tutti i rappresentanti di una stessa discendenza. Detto
altrimenti, la generazione nuova si presume riprodurre quella dei suoi
predecessori e la riproduzione può esprimersi in termini di retaggio o di
eredità. Il termine è impiegato nel senso di creare e nel senso di procreare.
Nell’ottica cristiana, solo Dio è creatore (di tutte le cose); gli esseri
viventi procreano, si riproducono, la maggior parte di loro in egual misura,
anche se alcuni individui possono fare eccezione per qualche tratto fisico
particolare. Lo spazio umano è disparato e raggruppa individui diversi gli uni
dagli altri, anche se, per chiarire e spiegare delle somiglianze straordinarie,
si ricorre a dei riferimenti più vaghi – per esempio a delle rappresentazioni
della metempsicosi. Nei sistemi africani tradizionali, non è raro riconoscere
nel viso o nel corpo di un individuo delle tracce che rinviano ad un antenato
forse lontano. La procreazione sfugge, per molti versi, alla creazione pura e semplice. Generare: la produzione di qualcosa
chiama in causa tuttavia la totalità del suo autore. C’è da scommettere che
ogni atto di creazione autentica costituisca per il suo autore un maniera di
“firmarla”. Ma si è passati nello stesso tempo dall’idea di produzione a quella
di creazione. Non si genera un’opera di teatro o un libro; li si crea. Resta il
fatto che, soffermandosi successivamente sulla totalità dell’opera, vi si
rinverranno dei temi e delle forme che appartengono propriamente al suo autore
e che simultaneamente sembrano tradire insieme un’eredità e una personalità –
consentendo contemporaneamente di definire o di misurare una continuità, se non
addirittura una tradizione e una originalità. Si potrebbe sostenere, malgrado le
apparenze, che procreare, significa riprodurre l’identità, mentre la creazione
passa attraverso la prova dell’altro. Detto questo, l’originalità dell’umano
risiede nel fatto che coloro che hanno procreato si preoccupano in linea di
principio di coloro che hanno messo al mondo. Essi tendono ad ampliare il
significato dell’atto al quale corrisponde il termine “generare”: educare è la
conseguenza logica e necessaria del fatto di “mettere al mondo”. Ma l’educazione comprende una
molteplicità di elementi: originariamente, prepara il bambino, poi
l’adolescente, alla vita adulta; sotto questo aspetto, si configura come
un’iniziazione alle pratiche e ai riferimenti culturali di una data società. Tuttavia,
essa ha anche una vocazione che dovrà estendersi a tutti i giovani,
indipendentemente dal loro sesso e dalla loro origine sociale: essa deve
scuotere la loro coscienza critica e la loro coscienza di essere se stessi.
Nella vita sociale reale, le relazioni sono tradizionalmente più tese tra
generazioni successive che tra generazioni alterne : le difficoltà sono maggiori
tra padri e figli che tra nonni e nipoti; i nonni hanno in generale un rapporto
sereno e non problematico con i loro nipoti.
Se torno un
istante alla distinzione che ho tentato altrove di stabilire tra l’uomo individuale, l’uomo culturale e l’uomo generico, direi che l’educazione primaria è naturalmente volta all'apprendimento dei codici culturali elementari, ma che non ha, in linea di principio, la vocazione di formare individui compiuti e chiamati a superare le prescrizioni
eventualmente troppo rigide delle loro culture. I genitori, com'è naturale,
stanno dalla parte della procreazione; i nonni, che ne sono più distanti, sono
più vicini alla creazione e possono più facilmente distinguere in loro la
dimensione generica. Ad ogni modo, si può ritenere che, tutto sommato, e in
relazione alle comunità umane, la venuta al mondo si accompagna con delle
procedure di formazione che tendono, con dei risultati eterogenei, a formare
degli adulti che siano in grado di relativizzare, se non addirittura di
ignorare, in ogni caso di superare le prescrizioni culturali che sembrano essere ovvie. L’educazione
dovrebbe formare degli individui che tendono a ragionare in quanto individui
generici invece di ripiegarsi sui loro interessi particolari. Ora noi oggi viviamo in un mondo di
evidenze immediate in cui la globalizzazione ha per corollario l’estraneità nei
confronti dei messaggi forniti dai media. I social network sono dei luoghi di
scambi verbali che danno spesso l’illusione del confronto tra partner anonimi.
Le immagini della televisione ci offrono un ambiente erroneamente prossimo. Noi
intratteniamo con i responsabili del mondo una relazione apparentemente
familiare, dovuta al fatto che la televisione funge da intermediario alla loro
presenza. Allo stesso modo abbiamo una certa familiarità con qualche capitale
mondiale, anche se non vi abbiamo mai messo piede. Noi riconosciamo senza aver
necessariamente conosciuto. Questo mondo di apparenze è generato da un sistema
che ci capita di criticare, ma nel quale, in fin dei conti, troviamo i nostri
punti di riferimento, per quanto artificiali possano sembrarci. Chi ha generato
questo mondo? Degli scienziati esperti l’hanno progettato. Ma esso è vissuto e
sopravvissuto perché ha convinto i suoi “utenti” della sua necessità, del suo
carattere ineluttabile. La maggior parte degli individui ha la sensazione di
essere risucchiata dal futuro. O generata da esso. E questo è l’aspetto
interessante. E essenziale per il nostro avvenire.
Noi abbiamo la
convinzione di essere la vittima delle manovre di cui siamo, in effetti, gli
autori. Questo “noi”, è vero, rinvia a delle posizioni e a delle responsabilità
diverse. Ma è alla storia sociale reale che siamo allora rinviati. Niente
sarebbe più vano che lamentarsi dell’evoluzione del mondo nel quale viviamo;
bisogna prendere coscienza del fatto che l’uomo, l’uomo in generale, è il solo
responsabile del mondo in cui vive e che non ha cessato di mutare dopo la
comparsa degli uomini. La nostra responsabilità, oggi, è importante e diretta
nel campo dell’ecologia, dell’educazione e della demografia. Il lavoro da
compiere è della massima importanza. Ma avrà luogo, come sempre, tra “uomini”,
nel senso (bisogna precisarlo ?) generico del termine. Dovremo arrivare ad uno
stadio che alcuni cominciano a intravedere, quello a partire dal quale
l’umanità divenuta consapevole di se stessa si mobiliterà per salvare il
pianeta Terra. Se riusciranno nel loro intento, essi potranno ritenere di
essere riusciti a generare un mondo vivibile.
da www.avvenire.it
venerdì 5 luglio 2019
MIGRAZIONI: GLI ESSERI UMANI SE NON ANNEGANO SONO ... UN PROBLEMA!
di Giuseppe Savagnone
L’arrivo di
un’altra nave, questa volta italianissima, carica di 54 persone (tra cui 4
bambini e una donna incinta) raccolte al largo delle coste libiche, apre un
nuovo psicodramma, dopo quello creatosi con la Sea-Watch.
Si riapre il
duello tra una Ong – questa volta è «Mediterranea» – e il ministro Salvini,
reduce dalla dura sconfitta subita in quello, appena concluso, con la capitana
Carola Rackete, ma ancora risoluto a impedire lo sbarco dei migranti.
Anche se sta
diventando sempre più evidente che siamo chiamati ad assistere a una specie di
sceneggiata: ormai sappiamo – lo ha ribadito, tra gli altri, il sindaco di
Lampedusa – che gli sbarchi sull’isola da tempo si sono moltiplicati e che,
proprio mentre il nostro ministro degli Interni, fronteggiando la Sea-Watch,
giurava che nessun migrante avrebbe messo piede in Italia, dai barconi ne
arrivavano quasi ogni giorno molti di più di quelli bloccati a bordo della
nave.
I migranti che
arrivano e quelli che affogano
Il punto è che,
come i fatti dimostrano inequivocabilmente, attribuire alle Ong la
responsabilità di rendere possibili le traversate del Mediterraneo, come ha
fatto ostinatamente Salvini e, sulla sua scia, il tam tam dei social –
arrivando ad accusarle di essere complici degli scafisti nel traffico di esseri
umani – è utile per polarizzare su un “nemico” l’ostilità dell’opinione
pubblica, ma non rispecchia la realtà.
I migranti
arrivano comunque. Solo che, con la diminuita presenza delle navi delle Ong,
accade che una parte di loro muoiano annegati.
La tesi
governativa che bloccando le Ong ci sono meno morti è smentita dai fatti. È di
questi giorni la tragica notizia che un barcone con 85 persone a bordo è
affondato al largo della Tunisia. Solo 5 i superstiti.
Sarebbe
accaduto lo stesso, probabilmente, a quelli recuperati dalla Sea-Watch. Certo,
i problemi che sono nati dopo non sarebbero mai sorti, ma per il semplice
motivo che avremmo saputo da un trafiletto di cronaca dell’ennesimo naufragio
senza superstiti, a cui ormai abbiamo fatto l’abitudine.
Il problema
allora non sono le Ong
Quanto
all’accusa di essere d’accordo con gli scafisti, proprio recentemente nella
relazione fatta da Luigi Patronaggio, procuratore di Agrigento, alle
commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia della Camera, si sostiene
che «il legame tra Ong per i migranti e
scafisti non è mai stato dimostrato».
Non sono
competente per verificare la validità di una simile affermazione. Ma nessuno
finora, che io sappia, l’ha smentita con delle prove.
In ogni caso, è
chiaro, ormai, che il problema vero non sono le Ong (quali che possano essere
le critiche a loro carico). Primo, perché, come si è detto, i migranti arrivano
anche senza di esse.
Secondo,
perché, anche a prescindere da esse, una legge del mare antichissima, ribadita
e codificata nell’art.98 dell’ UNCLOS (acronimo del nome in inglese “United
Nations Convention on the Law of the Sea”), prevede che il comandante di una
nave «presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di
pericolo».
La nave
«Diciotti» non era di una Ong, ma della nostra marina militare. E parlare di
«salvataggi illegali», come fa con indignazione qualche nostro giornale, è
ridicolo.
Gli esseri
umani, se non annegano, sono un problema!
Il «Decreto
sicurezza bis», appena approvato, stabilisce agli articoli 1 e 2 limiti e
penali pesantissimi all’ingresso di queste navi soccorritrici nelle nostre
acque territoriali. Ma degli esseri umani, una volta che non sono stati sepolti
e nascosti dal mare, è difficile sbarazzarsi.
Anche la
sentenza della Corte europea, che non ravvisava gli estremi di un uno stato di
necessità per sbarcare quelli della Sea-Watch, obbligava però il governo
italiano «a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone in situazione di
vulnerabilità a causa dell’età o dello stato di salute che si trovano a bordo
della nave».
«Porti sicuri»
(parola di Salvini)
Salvini in
questi mesi ha spesso ripetuto che i migranti devono essere riportati in Libia,
da dove partono, e che questo Paese è «sicuro». Ma le reiterate dichiarazioni
dell’Onu e del Commissario per i Diritti umani del Consiglio di Europa, sulle
condizioni disumane dei campi libici – ora confermate dalla recentissima,
tragica notizia del bombardamento di uno di questi campi e della morte di 44
migranti là detenuti – hanno sempre smentito questa tesi.
Ora il ministro
degli Interni parla della Tunisia. Ma la Convenzione di Amburgo – ratificata
dall’Italia e che nel nostro ordinamento ha valore di legge, anzi, per l’art.
117 della Costituzione, superiore alla legge (quindi anche al “Decreto
sicurezza») – stabilisce che il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle
persone in un porto sicuro, dove i diritti umani fondamentali dei migranti sono
loro garantiti.
Ora, come conferma
l’odissea della nave bloccata al largo delle coste tunisine con 75 naufraghi,
la Tunisia, pur essendo firmataria degli accordi di Ginevra, non è affatto un
«porto sicuro» perché non ha mai fatto una legge che attui effettivamente
questo principio e che permetta di chiedere protezione umanitaria.
Resterebbe tra
gli approdi vicini, Malta, che però è un’isola più piccola della città di
Milano e già ha una percentuale di 18,3 rifugiati ogni mille abitanti, a fronte
dei 2,4 dell’Italia. Può darsi che in qualche caso il ricorso ad essa possa
essere una via d’uscita diplomaticamente utile, ma è assurdo immaginarla come
una soluzione al problema delle migrazioni nel loro complesso.
Forse è meglio
cercarla, la collaborazione con l’Europa…
E allora?
Allora forse il ministro degli Interni farebbe meglio a partecipare alle
riunioni dei suoi colleghi europei, invece di disertarle, come ha fatto in
sette occasioni su otto, per impegni elettorali.
In questo modo,
invece di girare per le piazze a dire ai suoi sostenitori che l’Europa non ci
ascolta, potrebbe farsi ascoltare e rendere possibile quella collaborazione di
cui a gran voce ha sempre denunziato l’assenza, salvo poi schierarsi
sistematicamente con i Paesi sovranisti di Visegrad, che questa collaborazione
non la vogliono affatto.
L’abbandono
dell’illusione sovranista, coltivata finora dal nostro governo, sembra l’unica
soluzione possibile, al di là degli spettacolari duelli muscolari con la Ong di
turno, buoni forse per far aumentare i consensi elettorali, ma assolutamente
sterili ai fini di una soluzione reale del problema migratorio.
Del resto, le
elezioni europee e il nuovo assetto dell’UE hanno totalmente smentito i
bellicosi e trionfali proclami che davano per certa la “cacciata” della “casta”
franco-tedesca e l’avvento al potere, sulla scena europea, dei partiti
populisti. Il solo guadagno dell’Italia, in seguito a questa linea, è stato un
totale isolamento e la perdita di rappresentatività.
Al di là del
“buonismo” e del “cinismo”
Non basta,
però, un vero accordo con l’Europa. È in Italia che deve avvenire una svolta.
La contrapposizione tra “buonisti” di “sinistra” e “cinici” di “destra” ha
ormai mostrato tutti i suoi limiti.
La difesa dei
diritti umani, sostenuta come priorità dai primi, così come la realistica
considerazione che non possiamo accogliere tutti i poveri dell’Africa, fatta
valere dai secondi, non sono necessariamente incompatibili.
Si tratta di
prendere sul serio, dall’una e dall’altra parte, il principio, ribadito spesso
da papa Francesco, che un’accoglienza non è praticabile se non garantendo una
reale integrazione.
Quella operata
dai governi di “sinistra” è stata una falsa accoglienza, che ha creato
marginalità e ha indignato e allarmato gli italiani, preparando il terreno alla
reazione, altrettanto unilaterale, di chi ha eliminato anche quel po’ di
integrazione che si faceva, giustificando in questo modo il rifiuto drastico
dell’accoglienza.
Se il Pd
finalmente smettesse di vivere, parassitariamente, della critica puramente
negativa di quanto fa il governo ed elaborasse una seria proposta per
regolamentare i flussi migratori in rapporto alle nostre possibilità di
integrazione; e se la Lega, da parte sua, prendesse atto che l’interesse degli
italiani non è l’esclusione degli stranieri (gli ultimi dati demografici
dimostrano che fra poco senza di loro non potranno funzionare né il nostro
sistema previdenziale né la nostra scuola, per non parlare del mercato del
lavoro, specialmente nel settore delle badanti), ma l’eliminazione delle
disfunzioni che facilitano sfruttamento e criminalità – forse usciremmo
finalmente dallo sterile batti e ribatti polemico che ha dominato in questi
ultimi anni.
Per essere più
umani
L’Italia ha
bisogno di questo salto di qualità della sua classe politica. Ma è un salto che
deve avvenire, prima ancora, sui giornali, nell’opinione pubblica, nella gente
che scrive sui social, che fa le manifestazioni.
Il livello di
faziosità e di imbarbarimento del linguaggio e degli atteggiamenti pubblici mi
ha fatto ricordare che Platone, in un suo dialogo, indica il pudore come una
fondamentale virtù del cittadino.
Forse dobbiamo
riscoprire questa capacità di vergognarsi. Non solo per affrontare meglio il
problema delle migrazioni, ma per essere noi più umani.
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giovedì 4 luglio 2019
UNA PAROLA GENTILE PUO' CAMBIARE IL MONDO
- Le parole sono macigni, specialmente in rete! Bambini e ragazzi approcciano il mondo del web e la comunicazione online sempre prima, ma senza aver ricevuto una formazione specifica, tale da tutelarli dai rischi della comunicazione. Comunicare, infatti, ci espone ad una serie di piccoli e grandi rischi, dei quali spesso non siamo consapevoli. Possiamo ferire le persone, incrinare una relazione o danneggiare la nostra credibilità e la nostra immagine.
L’Associazione Parole Ostili, nata a Trieste nel 2017, ha pubblicato un Manifesto della comunicazione non ostile,
utile proprio come vademecum per ricordare ai ragazzi i principali
effetti delle loro parole e per dirigerle in modo costruttivo.
Leggiamolo insieme:
MANIFESTO DELLA COMUNICAZIONE NON OSTILE
- Virtuale è reale
Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona. - Si è ciò che si comunica
Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano. - Le parole danno forma al pensiero
Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso. - Prima di parlare bisogna ascoltare
Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura. - Le parole sono un ponte
Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri. - Le parole hanno conseguenze
So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi. - Condividere è una responsabilità
Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi. - Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare
Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare. - Gli insulti non sono argomenti
Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi. - Anche il silenzio comunica
Quando la scelta migliore è tacere, taccio.
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