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sabato 15 marzo 2025

IL MIO FIGLIO AMATO


 DOMENICA II DI QUARESIMA (C) 

 16 Marzo 2025

 

Vangelo - Commento di M. Augé

 Domenica scorsa abbiamo visto Gesù uscire vittorioso dalle insidie del tentatore perché si è fidato di suo Padre, perché non ha avuto paura di sottomettere la propria libertà, i propri progetti alla volontà e al progetto che Dio ha su di lui. Tutto questo significa, implicitamente, per Gesù iniziare il cammino verso la passione. L’esperienza della trasfigurazione che ci narra il vangelo è da leggersi in questo contesto. La meta del cammino intrapreso da Gesù è la risurrezione, di cui la trasfigurazione è anticipo, ma la strada passa attraverso l’esperienza dolorosa della passione e della morte. Questa è la verità che Gesù intende far capire ai tre discepoli che l’hanno accompagnato. Perciò, dopo averli resi testimoni della gloria della trasfigurazione, Egli annuncia la sua morte e risurrezione. 

Gesù offre ai tre discepoli prediletti, Pietro, Giovanni e Giacomo, una visione anticipata della sua gloria di risorto, che culmina nella testimonianza del Padre che rivela l’identità profonda di Gesù: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. È da sottolineare l’invito all’ascolto, ripreso dalla orazione colletta del giorno. Come ricorda il prefazio, poco prima dell’evento della trasfigurazione, Gesù fa il primo annuncio della sua passione e morte e, in seguito, indica le condizioni per seguirlo: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). In questo contesto, l’invito ad ascoltare Gesù acquista un senso preciso e particolare: ascoltate Gesù perché è mio Figlio; ascoltatelo nonostante le parole che dice siano paradossali. 

Fidatevi anche se vi propone un cammino di sofferenza; seguitelo anche se dovete passare per sentieri stretti e disagevoli. La trasfigurazione è la grande rivelazione di Gesù, la scoperta piena della sua realtà a cui si è invitati attraverso l’ingresso nell’oscurità della fede che ci conduce attraverso la via della croce, sorretti dalla speranza, all’esperienza della risurrezione. 

La seconda lettura è un’esortazione alla speranza, non in una terra o in una discendenza, come per Abramo, ma in Dio stesso che si pone come terra promessa, come futuro capace di appagare pienamente le nostre attese: “La nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”. La contemplazione anticipata della gloria di Gesù non ci risparmia lo scandalo della croce, ma lo sostiene nella speranza.  

La pienezza perpetua e stabile della nostra trasfigurazione in Cristo avverrà nella vita eterna, ma si prepara e anticipa qui e ora. La celebrazione eucaristica è prefigurazione e anticipazione del banchetto eterno nel quale contempleremo il volto glorioso del Cristo, quel volto trasfigurato di cui i discepoli Pietro, Giovanni e Giacomo ebbero sul monte Tabor un saggio transitorio.

 

Munus

 

 

 

sabato 18 settembre 2021

AL SERVIZIO DELLA COMUNITA'


 DOMENICA XXV DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 19 Settembre 2021

 Sap 2,12.17-20; Sal 53; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

- Commento di Matias Augé

Tra la via della croce, tema della domenica scorsa, e la via del servizio che ci viene proposta oggi dalla parola di Dio c’è una profonda affinità. Dopo la rivelazione del mistero di sofferenza verso cui si incammina, Gesù formula il codice dell’autorità cristiana come servizio e dono di sé per gli altri. Così comprendiamo quale senso Egli dà alla sua passione: è un servizio, un donare la vita per gli altri.

 Le tre letture bibliche parlano di una serie di comportamenti inaccettabili da colui che intende vivere da uomo giusto. Constatiamo infatti che non è la giustizia ciò che il più delle volte interessa agli uomini, ma il prestigio, la grandezza, la carriera (cf. lettura evangelica), il possesso (cf. seconda lettura). Per ottenerli si litiga, si ricorre all’insulto, magari all’omicidio e alla guerra (cf. seconda e anche prima lettura). Infatti, l’avidità, l’intolleranza, la gelosia, l’asservimento agli istinti umani del possesso e del dominio hanno sempre generato guerre e conflitti larvati o dichiarati anche talvolta nelle comunità cristiane e nella Chiesa. Prendendo come punto di riferimento principale il brano evangelico, vediamo che domenica scorsa san Pietro cercava di dissuadere Gesù dal percorrere il cammino della croce; oggi mentre Gesù annuncia che sta per essere consegnato nelle mani degli uomini che lo uccideranno, tutto il gruppo dei discepoli sta discutendo su questioni di prestigio, su a chi aspettano i primi posti. Insomma, sembra che Gesù e i suoi discepoli parlano linguaggi diversi, sono mossi da interessi contrastanti, non riescono a comunicare tra loro. I pensieri di Gesù sono in aperta contraddizione con i pensieri dei discepoli. Comprendere la parola di Gesù implica un coinvolgimento spirituale che essi al momento non hanno raggiunto.

 Pazientemente il Signore, arrivati a casa - dice il testo - cerca di spiegare quali devono essere i rapporti in seno alla comunità di coloro che intendono seguirlo e diventare discepoli: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. Gesù aggiunge alle sue parole il tenero gesto dell’abbraccio ad un bambino. Nel contesto, il gesto intende essere un pressante appello alla totale disponibilità, all’abbandono senza calcoli, doppiezze e interessi. A chi ambisce i primi posti fondandosi sulla propria “grandezza”, Gesù oppone il piccolo e ultimo per eccellenza, il bambino. Accoglierlo nel suo nome è accogliere lui stesso come Salvatore inviato dal Padre.

 Il servizio è il segno del vero discepolo di Cristo, è il frutto di un amore dimentico di sé, e - ad esempio di Cristo - ha la sua massima espressione nel dono della vita per gli uomini. Il servizio cristiano non è passivo, ma attivo. Servire non significa sottomettersi a chiunque, ma mettere le nostre risorse spirituali e materiali, noi stessi a disposizione della promozione dei nostri fratelli e sorelle. San Giacomo, nella seconda lettura, parla della “sapienza che viene dall’alto”. La saggezza cristiana procede per vie pacifiche, con la persuasione, cerca di evitare dissidi e contrasti, limita la polemica, evita la maldicenza; si pone invece al servizio della giustizia.

MUNUS

Papa Francesco:

Oggi la parola “servizio” appare un po’ sbiadita, logorata dall’uso. Ma nel Vangelo ha un significato preciso e concreto. Servire non è un’espressione di cortesia: è fare come Gesù, il quale, riassumendo in poche parole la sua vita, ha detto di essere venuto «non per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45). Così ha detto il Signore. Dunque, se vogliamo seguire Gesù, dobbiamo percorrere la via che Lui stesso ha tracciato, la via del servizio. La nostra fedeltà al Signore dipende dalla nostra disponibilità a servire. E questo, lo sappiamo, costa, perché “sa di croce”. Ma, mentre crescono la cura e la disponibilità verso gli altri, diventiamo più liberi dentro, più simili a Gesù. Più serviamo, più avvertiamo la presenza di Dio. Soprattutto quando serviamo chi non ha da restituirci, i poveri, abbracciandone le difficoltà e i bisogni con la tenera compassione: e lì scopriamo di essere a nostra volta amati e abbracciati da Dio.

 (Angelus)

sabato 6 luglio 2019

AUGE'. CREARE NON E' PRODURRE. L'EDUCAZIONE DEVE SCUOTERE LA COSCIENZA CRITICA

L’antropologo francese indaga le sfaccettature del “generare”: «Se procreare è riprodurre l’identità, la creazione passa attraverso la prova dell’altro»

"L’educazione comprende una molteplicità di elementi: originariamente, prepara il bambino, poi l’adolescente, alla vita adulta; sotto questo aspetto, si configura come un’iniziazione alle pratiche e ai riferimenti culturali di una data società. Tuttavia, essa ha anche una vocazione che dovrà estendersi a tutti i giovani, indipendentemente dal loro sesso e dalla loro origine sociale: essa deve scuotere la loro coscienza critica e la loro coscienza di essere se stessi" 

Generare: engendrer. La parola fa simultaneamente riferimento a due tipi di azioni: la produzione e la riproduzione. Generare è riprodursi, il che significa che qualcosa del genitore si ritrova nella sua creatura, qualcosa che trasparirà in tutti i rappresentanti di una stessa discendenza. Detto altrimenti, la generazione nuova si presume riprodurre quella dei suoi predecessori e la riproduzione può esprimersi in termini di retaggio o di eredità. Il termine è impiegato nel senso di creare e nel senso di procreare. Nell’ottica cristiana, solo Dio è creatore (di tutte le cose); gli esseri viventi procreano, si riproducono, la maggior parte di loro in egual misura, anche se alcuni individui possono fare eccezione per qualche tratto fisico particolare. Lo spazio umano è disparato e raggruppa individui diversi gli uni dagli altri, anche se, per chiarire e spiegare delle somiglianze straordinarie, si ricorre a dei riferimenti più vaghi – per esempio a delle rappresentazioni della metempsicosi. Nei sistemi africani tradizionali, non è raro riconoscere nel viso o nel corpo di un individuo delle tracce che rinviano ad un antenato forse lontano. La procreazione sfugge, per molti versi, alla creazione pura e semplice. Generare: la produzione di qualcosa chiama in causa tuttavia la totalità del suo autore. C’è da scommettere che ogni atto di creazione autentica costituisca per il suo autore un maniera di “firmarla”. Ma si è passati nello stesso tempo dall’idea di produzione a quella di creazione. Non si genera un’opera di teatro o un libro; li si crea. Resta il fatto che, soffermandosi successivamente sulla totalità dell’opera, vi si rinverranno dei temi e delle forme che appartengono propriamente al suo autore e che simultaneamente sembrano tradire insieme un’eredità e una personalità – consentendo contemporaneamente di definire o di misurare una continuità, se non addirittura una tradizione e una originalità. Si potrebbe sostenere, malgrado le apparenze, che procreare, significa riprodurre l’identità, mentre la creazione passa attraverso la prova dell’altro. Detto questo, l’originalità dell’umano risiede nel fatto che coloro che hanno procreato si preoccupano in linea di principio di coloro che hanno messo al mondo. Essi tendono ad ampliare il significato dell’atto al quale corrisponde il termine “generare”: educare è la conseguenza logica e necessaria del fatto di “mettere al mondo”. Ma l’educazione comprende una molteplicità di elementi: originariamente, prepara il bambino, poi l’adolescente, alla vita adulta; sotto questo aspetto, si configura come un’iniziazione alle pratiche e ai riferimenti culturali di una data società. Tuttavia, essa ha anche una vocazione che dovrà estendersi a tutti i giovani, indipendentemente dal loro sesso e dalla loro origine sociale: essa deve scuotere la loro coscienza critica e la loro coscienza di essere se stessi. Nella vita sociale reale, le relazioni sono tradizionalmente più tese tra generazioni successive che tra generazioni alterne : le difficoltà sono maggiori tra padri e figli che tra nonni e nipoti; i nonni hanno in generale un rapporto sereno e non problematico con i loro nipoti.
Se torno un istante alla distinzione che ho tentato altrove di stabilire tra l’uomo individuale, l’uomo culturale e l’uomo generico, direi che l’educazione primaria è naturalmente volta all'apprendimento dei codici culturali elementari, ma che non ha, in linea di principio, la vocazione di formare individui compiuti e chiamati a superare le prescrizioni eventualmente troppo rigide delle loro culture. I genitori, com'è naturale, stanno dalla parte della procreazione; i nonni, che ne sono più distanti, sono più vicini alla creazione e possono più facilmente distinguere in loro la dimensione generica. Ad ogni modo, si può ritenere che, tutto sommato, e in relazione alle comunità umane, la venuta al mondo si accompagna con delle procedure di formazione che tendono, con dei risultati eterogenei, a formare degli adulti che siano in grado di relativizzare, se non addirittura di ignorare, in ogni caso di superare le prescrizioni culturali che sembrano essere ovvie. L’educazione dovrebbe formare degli individui che tendono a ragionare in quanto individui generici invece di ripiegarsi sui loro interessi particolari. Ora noi oggi viviamo in un mondo di evidenze immediate in cui la globalizzazione ha per corollario l’estraneità nei confronti dei messaggi forniti dai media. I social network sono dei luoghi di scambi verbali che danno spesso l’illusione del confronto tra partner anonimi. Le immagini della televisione ci offrono un ambiente erroneamente prossimo. Noi intratteniamo con i responsabili del mondo una relazione apparentemente familiare, dovuta al fatto che la televisione funge da intermediario alla loro presenza. Allo stesso modo abbiamo una certa familiarità con qualche capitale mondiale, anche se non vi abbiamo mai messo piede. Noi riconosciamo senza aver necessariamente conosciuto. Questo mondo di apparenze è generato da un sistema che ci capita di criticare, ma nel quale, in fin dei conti, troviamo i nostri punti di riferimento, per quanto artificiali possano sembrarci. Chi ha generato questo mondo? Degli scienziati esperti l’hanno progettato. Ma esso è vissuto e sopravvissuto perché ha convinto i suoi “utenti” della sua necessità, del suo carattere ineluttabile. La maggior parte degli individui ha la sensazione di essere risucchiata dal futuro. O generata da esso. E questo è l’aspetto interessante. E essenziale per il nostro avvenire.
Noi abbiamo la convinzione di essere la vittima delle manovre di cui siamo, in effetti, gli autori. Questo “noi”, è vero, rinvia a delle posizioni e a delle responsabilità diverse. Ma è alla storia sociale reale che siamo allora rinviati. Niente sarebbe più vano che lamentarsi dell’evoluzione del mondo nel quale viviamo; bisogna prendere coscienza del fatto che l’uomo, l’uomo in generale, è il solo responsabile del mondo in cui vive e che non ha cessato di mutare dopo la comparsa degli uomini. La nostra responsabilità, oggi, è importante e diretta nel campo dell’ecologia, dell’educazione e della demografia. Il lavoro da compiere è della massima importanza. Ma avrà luogo, come sempre, tra “uomini”, nel senso (bisogna precisarlo ?) generico del termine. Dovremo arrivare ad uno stadio che alcuni cominciano a intravedere, quello a partire dal quale l’umanità divenuta consapevole di se stessa si mobiliterà per salvare il pianeta Terra. Se riusciranno nel loro intento, essi potranno ritenere di essere riusciti a generare un mondo vivibile.


da  www.avvenire.it