mercoledì 15 maggio 2019

PER VINCERE LA SOLITUDINE ......

Gratitudine, ascolto, curiosità... 
Le «doti» per non restare soli

In attesa che l’isolamento delle persone diventi un punto di attenzione per la comunità, vi sono strategie individuali utili per incontrare gli altri.
Esistono centinaia di decaloghi, ma conta di più l’impegno quotidiano degli uomini e delle donne a non chiudersi in sé: ad esempio ricercando una felicità aperta agli altri Ci si accosta al prossimo anche rinunciando ad atteggiamenti individualistici e praticando la gentilezza.

di Marco Trabucchi

In vari Paesi del mondo (dall’Inghilterra agli Stati Uniti alla Danimarca) in questi anni si sono sviluppate campagne per incrementare la sensibilità individuale e collettiva riguardo alla solitudine, perché da fattore di sofferenza del singolo e delle comunità diventi un diffuso punto di attenzione. Diverse sono state le modalità di approccio, che vanno dall’intervento personale alle terapie di gruppo, nel corso delle quali l’individuo è indotto non solo ad aprirsi per ricevere un aiuto, ma anche a diventare capace di offrire a sua volta supporto. Le diverse metodologie non si sono dimostrate l’una superiore alle altre; diversissime sono le storie individuali, le esperienze, i supporti ricevuti, gli abbandoni. Nessuno vuole vivere da solo, ma spesso si trova in bilico su un confine pericoloso, lungo il quale non riesce a compiere scelte precise. Talvolta, addirittura rinforza la propria condizione di distacco e di solitudine. Gli interventi educativi sono ancora poco diffusi e riservati a situazioni caratterizzate da una forte motivazione e dalla precisa sensazione di poterne trarre vantaggio per la vita futura. L’area è ancora aperta a studi e approfondimenti seri e metodologicamente corretti; nell’attesa, l’atteggiamento di apertura e generosità del singolo verso il proprio vicino, parente, amico rappresenta l’unico approccio che abbia indiscutibilmente dimostrato una potenziale efficacia. V sono situazioni particolari, molto delicate che meritano forte attenzione. Si pensi alla coppia caregiver- malato di demenza, condizione nella quale un legame forte può trasformarsi in una trappola se non è accompagnato e lenito da affetti, vicinanze, impegni di supporto. Chi chiude il proprio raggio vitale solo al rapporto con un altro, che non potrebbe farne a meno, ha diritto di essere accompagnato, capito, aiutato, perché svolge una funzione insostituibile verso chi è bisognoso. In questi casi si costruisce una catena umanissima di aiuto, con il risultato finale di realizzare comunità fondate su reti di empatia viva. Vincere la solitudine della coppia caregiver-persona da assistere costruisce un inizio di dinamiche che si possono moltiplicare, senza grandi progetti, ma con l’impegno di ogni giorno ad aiutare chi è solo, attraverso l’ascolto, l’aiuto concreto (si pensi ad azioni piccole ma di grande efficacia, come preparare un pasto caldo per chi non ha tempo di dedicarsi alla cucina, come spesso avviene nel caso di persone completamente dedite alla cura del proprio caro colpito da una demenza), il sostituirsi per qualche ora, permettendo all’altro di riallacciare relazioni soffocate dalla mancanza di tempo. Spesso questo aiuto non viene chiesto, perché nemmeno pensato da chi è tutto dedito alla cura, chiuso in una sofferenza indicibile. Esistono centinaia di decaloghi per indurre a combattere la solitudine; alcuni ridicoli, altri banali, altri ancora inutili. Invece dei decaloghi, vi sono alcuni atteggiamenti che più di altri portano a ridurre lo spazio della solitudine. Non sono formule magiche, perché la donna e l’uomo non vivono di magia, ma di un impegno severo e sereno per tutti i giorni. Ecco questi atteggiamenti positivi.
Gratitudine. È l’attitudine di chi riconosce che ciò che si è ottenuto non lo è stato solo per i propri meriti, ma anche per la benevolenza altrui, anche se è difficile ammetterlo a causa dell’orgoglio. La gratitudine è andare incontro, rico- noscendosi debitori, camminare verso l’altro per intrecciare un abbraccio. Per combattere la solitudine è necessario esprimere questo sentimento anche quando può essere faticoso per l’ipertrofia dell’io; se l’altro percepisce una naturale, reale disposizione alla gratitudine sarà più facile costruire efficaci momenti di relazione.
F elicità. Qual è la felicità che cerchiamo e come, da questa ricerca possiamo arrivare a sistemi di relazioni sociali che corrispondano alle nostre più autentiche esigenze? È una felicità generosa, aperta agli altri, che trova nella comunità il modo migliore per esprimersi, perché così riceve risposte adeguate. Una felicità assoluta, slegata da relazioni, è il patrimonio di qualche santo che vive il sentimento in relazione con il Signore; tutti noi, invece, abbiamo bisogno della felicità indotta dal donare, anche se talvolta il nostro gesto non riceve compensi adeguati.
Ascolto. Viviamo troppo spesso parlando di noi, svilendo l’ascolto dell’altro. Viviamo come se fossimo soli nell’universo. Il non essere ascoltati crea risentimento negli altri, che chiudono orecchie e cuori. La solitudine modifica le risposte all’ambiente umano circostante, il più delle volte aumentando la negatività e l’aggressività e quindi riducendo la possibilità di creare assieme qualche cosa di rilevante per tutti. È un circolo vizioso, che si può rompere imponendosi l’ascolto, per comprendere il punto di vista degli altri; ma se si sente il dovere dell’ascolto significa che gran parte del percorso verso la relazione è già stato compiuto e la solitudine sconfitta.
Curiosità. È ritenuta una dote ambivalente, ma ha il grande pregio di costringere a guardare dentro nella vita degli altri, in modo da identificare gli spazi sui quali impostare una relazione. Mediamente chi è curioso non è mai solo, perché comprende dove può avvenire l’incontro tra la propria vita, aspirazioni, attese, speranze e quelle dell’altro. Possono essere possibili incomprensioni e chiusure, ma non giustificano una scelta generale. La curiosità come premessa per costruire rapporti deve essere un atteggiamento stabile nella vita, in qualsiasi condizione; quando l’individuo va in palestra, ad esempio, gli esercizi fisici dovrebbero essere altrettanto importanti che l’attenzione ai vicini, per comprenderne attitudini e attese, desideri di relazione o chiusure. La curiosità è strutturale alla persona intelligente; solo uno stato depressivo può tarparla e farla sembrare inutile.
Rinuncia ad atteggiamenti individualistici. L’attenzione, sempre più diffusa negli ultimi anni, verso fitness, atteggiamenti di autocura, preoccupazioni alimentari, in generale verso particolari atteggiamenti salutisti, polarizza l’attenzione su fatti personali; sono vissuti come atti che dovrebbero garantire la salute in maniera distaccata da quella degli altri. Sono talvolta il frutto di frustrazioni egocentriche che si approfondiscono nel tempo e impediscono rapporti aperti e generosi. Ogni persona è libera di scegliere propri modelli di vita, gestendone le conseguenze; non può però essere trascurato che tra queste ultime vi sono incomprensioni che rallentano la relazione con altri.
GentilezzaTutte le caratteristiche indicate sopra hanno un denominatore comune per essere esercitate; è una dote dell’animo che caratterizza la scelta di fondo di porsi davanti all’altro con la volontà di ascoltare ed essere ascoltati senza prevaricazione, insistenza, desiderio di potere. Chi è gentile è sempre attento a come l’altro si avvicina e pronto a modificare il proprio atteggiamento per farsi accettare, compiendo piccoli atti che assumono grande importanza quando l’altro è solo. Chi è gentile potrà talvolta essere incompreso e dolersene, però il suo atteggiamento contribuisce sempre ad aprire strade per la relazione che allontana la solitudine. In alcuni casi la gentilezza è premessa per la dolcezza, modo di essere che, ad esempio nella famiglia, permette di continuare nel tempo rapporti di affetto che aiutano anche a superare le crisi.






sabato 11 maggio 2019

PECORE E LUPI

Alle mie pecore io do la vita eterna.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10, 27-30
In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Pecore e lupi
Come pecore al macello, centinaia di fratelli nella fede, intenti a celebrare il Risorto, sono stati massacrati da uomini accecati dall’odio che invocano un dio orribile assetato di sangue.
Sì, davanti alla follia omicida dei terroristi che stravolgono il Corano e non rispettano l’opinione della più alta carica del mondo islamico, siamo come pecore condotte al macello.
Non siamo soli, però.
Un altro condotto al macello, che abbiamo celebrato solennemente durante la Settimana Santa, ora si erge vittorioso.
Come ogni anno la Chiesa dedica la sua quarta domenica del tempo pasquale per riflettere sul ruolo dei pastori. Per pregare per le vocazioni, per il dono di avere uomini e donne capaci di donare la loro vita ai fratelli.
Un pastore guerriero
Tutti abbiamo in mente la splendida immagine del pastore che lascia le novantanove pecore nell’ovile per andare a cercare la pecora che si è persa e, dopo averla trovata, se la carica sulle spalle e la conduce con le altre (Lc 15,4-8).
Bene, ora resettate quella immagine.
Perché il pastore di Giovanni è fatto di un’altra pasta.
Non è il buon pastore, è il pastore autentico.
È un vero e proprio combattente che difende le pecore dall’assalto dei lupi e dall’ignavia dei mercenari. Molto simile all’eroico adolescente Davide che non aveva paura di cacciare con la sua fionda il leone e l’orso che assalivano il gregge (1Sam 17,34-35).
Una sottolineatura che completa quella di Luca. Gesù è il misericordioso, il compassionevole, rivela il volto tenerissimo di Dio, certo. Ma è anche determinato, disposto a morire per le proprie pecore, come abbiamo avuto modo di celebrare nei giorni della Pasqua di resurrezione.
La fede è per i forti, non per i deboli. È colma di tenerezza, ma anche di pacifica convinzione e determinazione.
Così si presenta il Signore: come un alleato, l’uomo forte che ci difende dalla disperazione.
E annuncia solennemente come far parte del suo gregge.
Ascoltare la voce
Per far parte del suo gregge occorre anzitutto ascoltare la sua voce con costanza, conoscere e farsi conoscere dal Signore, seguirlo.
In questo tempo pasquale la liturgia pone al centro della nostra riflessione ancora l’accoglienza della Parola, quella Parola capace di scuotere i cuori dei rattristati discepoli di Emmaus, quella Parola che, accolta con l’intelligenza dello Spirito, aiuta a leggere gli eventi della Storia nella logica di Dio.
Parola che va accolta, conosciuta, pregata, vissuta.
Perché quella Parola ci permette di leggere la nostra vita e gli eventi anche conflittuali e incomprensibili che stiamo vivendo, la violenza, il dominio del liberismo disumano, l’indifferenza, nella logica di Dio. Ma questa lettura meditata va fatta con costanza, per imparare a riconoscere la voce del Signore e va accolta con autenticità, col desiderio profondo di adeguarsi a quanto dice.
La vita eterna
Ascoltare la voce del Signore, seguirne le indicazioni, ci fa prendere coscienza della vita eterna che è in noi. La vita eterna, cioè la vita dell’Eterno. Il gregge è composto da uomini e donne che hanno scoperto la propria anima, che la custodiscono, che la coltivano.
In questi termini, Dio solo conosce da chi è composto il gregge.
Anche persone che non sentono di appartenere ad una Chiesa, o che vivono apparentemente lontano da essa, possono coltivare la propria interiorità con passione e verità, e sentire, forte e tenace, la presa del Signore.
Seguire Cristo significa, ad un certo punto, fare esperienza della radicalità espressa dal Maestro, un’affermazione piena di impegno: nessuno ci può rapire dalla sua mano.
Non gli altri con i loro giudizi. Non la violenza di tutti i terroristi del mondo. Non la delusione delle nostre vite. Nemmeno i nostri sbagli e i nostri peccati.
L’amore di Dio è più forte di ogni cosa. Nulla ci separerà da lui (Rm 8).
Per conoscere il Padre
Seguiamo Cristo, il pastore autentico, forte, ci fidiamo di Lui, ci facciamo condurre.
Da lui, non da altri. Da lui, non da altro.
Non dai nostri appetiti, non dalle mode, non dalle paure, non dai sensi di colpa, non dalla visione sbagliata di noi stessi, non dai limiti, non dalle ombre.
Da lui. E farlo ci conduce alla conoscenza piena di Dio.
Perché solo Cristo conosce Dio in pienezza.
Pecore come noi
Qualche tempo fa gli amici aquilano mi hanno portato a vedere la splendida chiesa di Bominaco. A lato del pulpito, il lato che guarda il celebrante, un anonimo scultore ha rappresentato una pecora aggredita da un lupo. E un cane che azzanna il lupo.
Come a dire ai pastori: fate il vostro lavoro. Oggi, purtroppo, abbiamo visto cani azzannare le pecore, non i lupi.
Allora bisogna essere molto molto chiari: l’unico pastore, nella Chiesa, è Cristo.
E tutte le pecore lo seguono, anche coloro che hanno nella Chiesa dei ministeri, cioè un servizio per l’utilità comune.
E al vostro prete non chiedete di essere un super-uomo, un iper-coerente, ma un discepolo, anzitutto. Perché anch’egli possa dire: “Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo” (1Cor 11,1).
Di questo abbiamo bisogno, ora più che mai: di preti che siano prima seguaci di Cristo.

Cristiani con noi. Preti per noi.

Paolo Curtaz

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mercoledì 8 maggio 2019

IRREQUIETI A SCUOLA ? QUALI MOTIVAZIONI?

CARO MAESTRO, 
CHIEDIMI IL PERCHE?

La Camera dei Deputati dice sì all'abolizione di note sul registro ed espulsioni nella scuola primaria. 

Allontanare i bambini problematici non è una soluzione

di Angelo Petrosino

Ho spesso avuto in classe bambini irrequieti, arrabbiati con se stessi, il mondo, la vita e che rendevano non semplice la conduzione ordinata della classe. Ma non ho mai pensato di allontanare dalla scuola nessuno di loro, per avere un po’ di requie momentanea. 
Sapevo che ciascuno di essi, di volta in volta, avrebbe potuto dirmi: «Maestro, perché mi mandi via? Perché non mi chiedi come mai sento il bisogno di dare un pugno a uno o di fare uno sgambetto a un altro? Perché non cerchi di scoprire come mai entro in classe con tanta rabbia dentro e non sono in pace con me stesso? Io potrei provare a spiegartelo, a dirti che a casa non mi vogliono bene, che a volte mi picchiano e mi dicono che diventerò un poco di buono. 
Sono stanco di sentirmi dire che sono cattivo, che sono la disperazione di questo e di quello. Se tu me lo lasci dire e poi non ti spaventi se mi faccio un bel pianto, allora finisce che mi sfogo per bene, che mi sento meglio e che la smetto di far disperare te e irritare i miei compagni. 
Perché venire a scuola mi piace, è l’unico posto in cui non mi sento solo, in cui esisto anch’io e conto un poco anche per gli altri». 
Oppure: «Come mai non capisci che non è colpa mia se non imparo come tu vorresti? Le parole mi ballano davanti agli occhi, le mie pagine sono un disastro, piene di errori e di cancellature, e io mi arrabbio se mi dicono che sono un fannullone, che non mi impegno, che penso ad altro, mentre sono soltanto un bambino dislessico e ho tanta curiosità dentro di me.
È colpa mia se divento nervoso e me la prendo con tutti?». 
Oppure: «Non voglio fare male agli altri. Lo faccio solo perché ho paura che gli altri lo facciano a me.Tu non stare a guardarmi, però, ad allargare le braccia e a cercare solidarietà nelle altre maestre. Aiutami a capire che cosa mi succede.
Anch’io voglio sentirmi dire che sono buono, che sono bravo, che i grandi sono orgogliosi di me.
Se tu mi aiuti, posso riuscirci». 
Queste voci hanno sempre riecheggiato nella mia coscienza di uomo e di maestro e non ho mai espulso nessuno dalla scuola. 
Altrimenti avrei dovuto espellere anche me stesso.

Angelo Petrosino

da www.avvenire.it

lunedì 6 maggio 2019

SCUOLA. CHE FATICA LEGGERE, SCRIVERE E FAR DI CONTO! - IL RAPPORTO ISTAT

Un terzo degli studenti non sa leggere e scrivere

di Lorena Loiacono

Se queste fossero le pagelle di fine anno, le bocciature in Italia fioccherebbero a migliaia. Soprattutto al Sud. In terza media infatti non raggiungono la sufficienza in italiano più di un ragazzo su tre, in matematica addirittura 4 su dieci. È quanto emerge dalla fotografia scattata dal Rapporto Istat sui Sustainable Development Goals, gli obiettivi dello sviluppo sostenibile adottati con l'Agenda 2030 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per intervenire sulle criticità. Tra i vari obiettivi fissati dall'Agenda 2030, c'è anche quello legato all'educazione e alla formazione dei ragazzi.
Secondo i dati dell'Istat, che si basano sulle rilevazioni svolte dall'Invalsi, i ragazzi che frequentano l'ultimo anno delle scuole medie si affacciano alle superiori con gravi insufficienze: il 34,4% infatti non raggiunge la sufficienza nelle competenze alfabetiche, riportando gravi difficoltà nella comprensione dei testi, mentre il 40,1% ha seri problemi con la matematica.
LE REGIONI IN DIFFICOLTÀ
Il quadro generale svela differenze importanti a livello territoriale. Le regioni dove si registra la maggiore presenza di ragazzi con difficoltà a ricostruire significati complessi, infatti, si trovano al Sud: in Campania si raggiunge la percentuale più alta pari al 50,2% di insufficienze in lettura, di poco inferiori le percentuali che si registrano in Calabria e in Sicilia dove si resta comunque sull'ordine di uno studente su due impreparato in italiano. Sempre al Sud e sempre in queste tre regioni si rilevano i peggiori risultati anche in matematica. A fronte di una media nazionale di 4 ragazzi impreparati su 10, in Campania e Calabria si sale addirittura a quota 6 su 10 e in Sicilia il dato cala di poco.
MASCHI E FEMMINE
In entrambi i campi presi in considerazione dai test invalsi, italiano e matematica, a fare la differenza è il genere: in matematica infatti i ragazzi vanno meglio rispetto alla media nazionale, le femmine al contrario raggiungono risultati migliori in italiano.
Quando poi si passa al secondo ciclo di istruzione, alla scuola superiore, le criticità continuano a farsi sentire, ma con un quadro molto differenziato a seconda del percorso di studi scelto. Per quanto riguarda il secondo anno delle scuole superiori, infatti, il risultato medio cambia in base al tipo di istituto: il 17,7% dei liceali non raggiunge la sufficienza nelle competenze alfabetiche mentre uno su tre è scarso in quelle matematiche. Se invece si osservano i ragazzi al secondo anno degli istituti tecnici, risultano insufficienti in lettura poco meno di 4 ragazzi su 10 e in matematica il 42,3%. La pagella più brutta arriva dai professionali: sette studenti su dieci non raggiungono la sufficienza in lettura mentre quasi 8 su 10, il 77,2%, è insufficiente in competenze numeriche.
L'UNIVERSITÀ
Nel rapporto Istat una sezione a parte è dedicata al titolo di studio terziario: la laurea. In Italia meno di un ragazzo su 3, in età compresa tra i 30 e i 34 anni, possiede una laurea: il 27,9%. Il dato soddisfa l'obiettivo nazionale previsto da Europa 2020, fissato al 26-27%, ma resta comunque decisamente inferiore rispetto a quello dell'Unione Europea che arriva al 40,5%: il dato italiano è superiore solo a quello della Romania.
A spiccare in questo campo sono le donne: nel 2018, infatti, il 34% delle donne di 30-34 anni ha una laurea contro il 21,7% dei coetanei maschi. Si tratta di percentuali in aumento rispetto al passato: nel 2004, erano rispettivamente il 18,4% e il 12,8%.

Da Il Messaggero




I BAMBINI HANNO DIRITTO ALLA LENTEZZA


“A scuola a cinque anni. A sei anni corso di musica. A sette quello di tennis. E così via, verso una sfilza di obiettivi e traguardi che segneranno i primi passi della loro carriera. Eppure, a farne le spese è il benessere psicologico, con un numero sempre maggiore di bambini in terapia, o comunque sotto controllo”. (L’Adige )

NON DIMENTICHIAMO CHE IL VERO TRAGUARDO È LA VITA FELICE

Successo, potere, denaro non sono demoni da fuggire a prescindere. Ci sono persone che sono felici dei traguardi che raggiungono in ambito lavorativo, sportivo, politico. Non è un male! Il male è quando la smania di successo mette in ombra il diritto alla felicità.
Il pensiero strategico è sacrosanto! Ma cominciamo ad applicarlo insegnando ai bambini a raggiungere i propri obiettivi, non quelli che il mondo vorrebbe da loro. 
Lasciamo da parte quelle teorie che tentano di inculcare la competizione sfrenata, quegli atteggiamenti che, in modo sottile, fanno passare un messaggio simile.
 La prima vittima è sempre la lentezza. I bambini vivono in un mondo che scorre lento, fatto di giochi, di finzione, di piccoli interessi e passatempi. Ciascuno di questi è fondamentale per il bambino, è un tassello verso la sua crescita armonica...