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sabato 25 aprile 2026

IL BUON PASTORE

 


L’ovile e la sua porta,

 per annunciare

 l’abbraccio di Dio


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella IV domenica di Pasqua (anno A)

At 2,14.36-41; Sal 22/23; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

Nella quarta domenica del tempo pasquale si celebra sempre, ogni anno, la figura del “buon pastore”, annunciata più o meno esplicitamente in tutti i brani biblici che compongono la liturgia della Parola. Nella seconda lettura, per esempio, l’autore della prima lettera di Pietro ricorda ai suoi lettori che essi erano stati dispersi come pecore smarrite, ma poi erano stati «ricondotti al pastore (poimḗn) e custode (epískopos)» delle loro anime: affermazione, questa, che ribadisce l’esordio della lettera petrina, rivolto a tutti coloro che avevano vissuto la spiazzante e dolorosa esperienza della diaspora nelle varie regioni dell’Asia minore e che finalmente erano stati recuperati e radunati da Dio Padre, mediante lo Spirito santificatore, per essere resi solidali all’«obbedienza» di Cristo Gesù. Il salmo responsoriale (Sal 22/23) è ancor più diretto nel chiamare in causa il Signore quale «pastore» premuroso nei confronti di chi docilmente gli si affida, lasciandosi guidare lungo un «giusto cammino» fino a «pascoli erbosi» e ad «acque tranquille» e venendo protetto da ogni tipo di pericolo.

Il buon pastore

Si tratta di un linguaggio sospeso tra la metafora e la parabola, che rimanda con evidenza al rapporto che sussiste tra Dio e i credenti che confidano in lui. Il senso di tale linguaggio, tuttavia, diventa meno evidente nella pagina evangelica, dove la «similitudine» esposta da Gesù sembra complicarsi, perché egli vi si presenta al contempo come pastore di un gregge e, nondimeno, come la porta dell’ovile in cui il gregge è radunato. Anzi, mentre egli dapprima allude semplicemente al fatto d’essere il pastore delle pecore, in seguito si presenta più decisamente come la porta attraverso cui le pecore stesse entrano ed escono dall’ovile, di giorno per recarsi al pascolo e di notte per trovarvi sicuro riparo: «Io sono la porta delle pecore» (soltanto qualche versetto dopo, in questo stesso capitolo giovanneo, che però non è riportato nella liturgia odierna, Gesù arriva a dire pure: «Io sono il buon pastore» [vv. 11 e 14]).

Per questo i suoi uditori «non capirono di che cosa parlava loro». Un’incomprensione probabilmente dovuta al fatto che essi, cittadini di Gerusalemme, s’erano abituati ormai da molto tempo a una maniera stanziale di vivere, non più nomade, o – più radicalmente – esodale, com’era stato invece per gli antichi israeliti. Non sapevano più cosa fossero le transumanze stagionali e persino quotidiane dei pastori vissuti al tempo del salmista. E al tempo di Davide, ch’era stato unto re venendo richiamato dai pascoli, dove si trovava a custodire il gregge di suo padre Jesse. È un fatto non secondario, che ci fa intuire che qui c’è in gioco il senso della missione messianica di Gesù. Difatti, nel prosieguo di questo brano, i capi del popolo gli chiederanno spiegazioni proprio circa la sua missione messianica: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (v. 24). Gesù risponderà che essi non riescono a credere che sia lui l’unto del Signore, l’inviato di Dio, proprio perché non fanno parte delle sue pecore (vv. 25-26).

Il messianismo di Gesù si comprende non in una prospettiva gerarchica, bensì relazionale: egli ha il compito di ricondurre il popolo al rapporto filiale con Dio Padre, non di guidarlo alla riscossa nelle vesti di un capo politico o di un condottiero militare. È inviato per rivelare come si sperimenta l’amore paterno di Dio, non per organizzare la resistenza contro qualche nemico. È questo il sensus plenior, il significato più grande, della sua missione messianica: un senso ulteriore rispetto a quello che aveva connotato l’avventura di Davide, il quale – dopo la sua unzione – aveva finito per dimenticare lo stile pastorale in favore di quello regale. Ed è tale sovreccedenza di senso che gli interlocutori di Gesù continuano a non cogliere. Sovreccedenza di senso che, nell’insegnamento del Maestro di Nazareth, si palesa nell’intreccio e nel reciproco sovrapporsi delle similitudini del pastore e della porta.

Il messianismo

D’altronde per discernere il senso pastorale del messianismo di Gesù, importano maggiormente le azioni del pastore e le reazioni delle pecore. Il pastore, impersonato da Gesù, svolge un ruolo legittimo, non abusivo, non invasivo: ha le chiavi della porta ed è ben conosciuto dai garzoni e dai guardiani dell’ovile, non vi entra di soppiatto quasi fosse un ladro, non vi s’intrufola per razziare le pecore come fanno invece i briganti. In realtà si distingue anche rispetto ai pastori di mestiere: è un pastore particolare, sui generis, diverso dai comuni allevatori di pecore, perché non va da esse per tosarle o per mungerne il latte, né tanto meno per macellare i loro agnelli. E se le tosa o le munge è perché farlo significa prendersene cura, alleggerirle del peso della loro lana quando viene la stagione più calda e non farle soffrire con le mammelle sempre gonfie. Intrattiene con le pecore un autentico rapporto, come tale contrassegnato dalla gratuità reciprocità. Egli non le possiede. Sta in relazione con esse, le chiama per nome, vale a dire che le conosce una per una. E se s’introduce in mezzo al gregge è per condurlo fuori dal recinto e guidarlo dove potrà ben alimentarsi. La vita delle pecore è garantita dal riparo che trovano dentro l’ovile e dal pascolo verso cui il pastore le fa uscire. Esse per questo lo seguono, riconoscendone la voce.

Le pecore

A udire queste parole, qualche pastore dei nostri giorni potrà forse sorridere sotto i baffi: le pecore sono una fonte di sostentamento, vengono accudite per tornaconto, per convenienza, per assicurarsi di che vivere. Certo, è verissimo che un qualsiasi pastore esperto conosce effettivamente le sue pecore. Ed esse riconoscono lui, ne ricordano il timbro della voce, assecondano per questo i suoi richiami, lo seguono istintivamente. E, probabilmente, il fatto che Gesù si paragonasse a un pastore non veniva compreso – già allora – per analoghi motivi: nel rapporto tra pastori e pecore, da una parte c’è l’interesse e dall’altra l’istinto. Cosa vorrebbe dire, per uno che intende accreditarsi come messia, presentarsi al popolo come un pastore? Per smarcarsi dall’ambiguità, Gesù segnala il sovrappiù di senso insito nel suo essere il «buon pastore», paragonandosi anche alla porta dell’ovile. Una porta salda sui suoi cardini e, nondimeno, opportunamente basculante. Gesù non è una staccionata di filo spinato, bensì la soglia che non imprigiona, che non riduce la vita a una specie di lager, a un campo di concentramento, entro cui si può solo attendere la morte. La soglia dischiude i sentieri conducenti al pascolo, all’occorrenza prospetta una via di fuga, promette nuove possibilità. E, al contempo, segna l’entrata in un luogo che funge da riparo, in una casa vera e propria, dove ci si può sentire davvero accolti, ospitati e protetti, non intrappolati. La vita è sia al di qua sia al di là della soglia, o della porta ben incardinata ma basculante.

Un abbraccio

In quest’ottica, l’ovile stesso si lascia immaginare come una sorta di abbraccio: quello di Dio Padre, che ci avvolge senza catturarci, ci tutela senza opprimerci, ci stringe senza stritolarci. L’abbraccio non è una morsa letale. Libera, non trattiene. Effonde amore, non soffoca. Contagia dinamismo, non immobilizza. Imprime movimento, non paralizza. È salvaguardia della vita. Ed è input alla vita. Gesù, con le sue similitudini, viene a dirci che la nostra migliore posizione è nell’abbraccio di Dio Padre: la stessa posizione del Figlio. E che la nostra più corretta postura sta nel ricambiare l’abbraccio: la medesima postura del Figlio.

www.tuttavia.eu

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sabato 10 maggio 2025

GESU', IL PASTORE


 Nelle mani di un Agnello



IV domenica di Pasqua


Giovanni 10,27-30 (At 13,14.43-52; Ap 7,9.14-17)

In quel tempo Gesù disse:" 27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola».

Commento di Luciano Manicard

L’accento della quarta domenica di Pasqua di ogni annata liturgica cade sempre su Gesù pastore. Il Gesù che ha guidato i suoi discepoli, “il piccolo gregge” (Lc 12,32), facendo di loro una comunità, è anche il Risorto che dona loro la vita eterna: questo il messaggio della pagina evangelica (Gv 10,27-30). La seconda lettura (Ap 7,9.14-17) afferma che il Risorto è Pastore e Agnello al tempo stesso; anzi, è Pastore perché Agnello, ovvero, è Colui che guida i credenti alla vita piena grazie alla sua passione, morte e resurrezione. Infine, la prima lettura, tratta come sempre durante il tempo di Pasqua dagli Atti degli Apostoli, mostra il Risorto che continua a esercitare nella storia le sue funzioni di pastore, cioè a formare comunità e a guidare e nutrire le sue “pecore”, attraverso l’attività apostolica di predicazione della Parola di Dio (At 13,14.43-52).

L’Agnello

“L’Agnello sarà il loro pastore” (Ap 7,17): la pagina dell’Apocalisse è particolarmente interessante e intrigante presentando il Cristo risorto al tempo stesso come pastore e come agnello. Siamo al cuore dell’ossimoro in cui consiste la rivelazione cristiana: Dio si fa conoscere pienamente nell’uomo Gesù di Nazaret, il salvatore del mondo è l’impotente appeso alla croce, il Signore dell’universo è il servo di tutti, il pastore è l’agnello. Già il IV vangelo aveva riferito a Gesù i titoli di agnello e contemporaneamente di pastore: Gesù è “l’agnello di Dio” (Gv 1,29.36) ed è il pastore autentico, “il buon pastore” (Gv 10,11.14). E come l’evangelista aveva mostrato il Risorto segnato dalle ferite della crocifissione (Gv 20,20.27), così il veggente di Patmos parla dell’“Agnello ritto in piedi come ucciso” (Ap 5,6).

Il Crocifisso-Risorto è l’Agnello-Pastore.

Tuttavia, l’espressione certamente paradossale può perdere il suo aspetto sconcertante e urtante e mostrare la sua potenza rivelativa se si pensa che l’attributo di pastore nell’Antico Testamento, quando non designa pastori di greggi e quando non è riferito a Dio, ma a capi, soprattutto politici e militari, del popolo, indica dei “cattivi” pastori. E i pastori, le guide del popolo sono “cattive” quando vengono meno al loro compito di servire il gregge e invece se ne servono; quando non lo nutrono ma lo affamano; quando non lo conducono al pascolo o all’ovile ma lo disperdono; quando non lo curano ma lo lasciano perire; quando non lo proteggono ma lo consegnano in balìa di animali feroci e di ladri. Basti una citazione tratta da Geremia: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio d’Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati” (Ger 23,1-2). La domanda che sorge, e che riguarda chi detiene posti di autorità e responsabilità nello spazio politico e civile, ma in particolare nell’ambito ecclesiale è: come liberare l’esercizio dell’autorità dal rischio dell’abuso di potere? E poiché la mens abusante si esprime a trecentosessanta gradi, l’abuso di potere acquista molte e diversificate sfumature e diviene polimorfo.

Ora l’insegnamento insistente di Gesù ai suoi discepoli, e a noi con loro, riguardo a chi detiene responsabilità nella comunità e dunque svolge un compito pastorale nella chiesa, è: chi è primo sia l’ultimo di tutti, chi governa sia il servo di tutti, il più grande sia lo schiavo di tutti (cf. Mt 20,26-27; Mc 10,43-44; Lc 22,26). La proclamazione che Gesù è pastore in quanto agnello dice esattamente questo. Lui, il Signore, il più grande, si è posto coscientemente e liberamente come lo schiavo e il più piccolo, vincendo in se stesso la logica che porta a spadroneggiare e ad abusare. E come le parole di Gesù ai discepoli nei Sinottici contengono una polemica contro l’esercizio del potere come dominio e sfruttamento in ambito politico (“I re delle genti le signoreggiano e coloro che hanno potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Voi però, non così”: Lc 22,25-26; cf. Mt 20,25; Mc 10,42), analogamente i titoli che l’Apocalisse attribuisce al Risorto come “sovrano dei re della terra” (Ap 1,5), “colui che è destinato a pascere (poimaínein) tutte le genti” (Ap 12,5), contengono una critica al sistema politico imperialista e totalitario dominante all’epoca, in particolare al culto imperiale.

Il pastore

Ora, che il Pastore sia l’Agnello, significa l’integrazione della dimensione della vulnerabilità e della mitezza proprie dell’agnello nel compito di guida e governo proprio del pastore. La forza del Messia, “il leone della tribù di Giuda” (Ap 5,5), si esprime paradossalmente nell’Agnello “ritto in piedi come ucciso”. La vera forza di chi governa consiste nell’assunzione cosciente della propria vulnerabilità e fragilità. Questa operazione, che situa la persona nella sua verità esistenziale, la pone anche empaticamente vicina alle persone di cui ha una responsabilità. A quel punto il potere viene onorato nella sua vocazione originaria purtroppo disattesa nell’accezione comune del termine per cui con esso, come si esprime il filosofo Byung-Chul Han nel suo libro Che cos’è il potere, “si intende di solito la seguente relazione causale: il potere di Ego dà origine a un determinato comportamento di Alter contro la volontà di quest’ultimo. Il potere mette Ego in condizione di imporre le sue decisioni senza dover far caso ad Alter, il quale subisce la volontà di Ego come qualcosa di estraneo”. In realtà, come appare perfino all’elementare livello grammaticale, “potere” è verbo servile, che presenta dunque una contiguità, anzi, una co-essenzialità con quella dimensione di servizio che spesso è considerata agli antipodi del potere.

Il potere

 Il verbo e il vocabolo “potere” aprono delle possibilità e le rendono praticabili, sempre all’interno di quei limiti che gli impediscono di degenerare. Degenerazione che avviene quando il potere si sgancia da ogni limite e si assolutizza: da qui nascono abusi, prepotenze, prevaricazioni, controllo, manipolazione, sfruttamento e violenze. Il potere degenera quando nega la fragilità e debolezza. Primo Levi scrive che l’abbaglio del potere ci porta a “dimenticare la nostra fragilità essenziale”. Declinare il potere come dominio funziona dunque come strumento antimnemonico della nostra fragilità essenziale, che costituisce anche parte integrante della nostra condizione umana. Il potere come dominio svela così la sua qualità di menzogna, e menzogna anzitutto antropologica. Il sogno di dominio dei potenti di questo mondo diventa l’incubo delle moltitudini di poveri oppressi e perseguitati: l’Agnello-Pastore invece è capace di consolare asciugando le lacrime da ogni volto (Ap 7,17; cf. 21,4). Il “potere” dell’Agnello-Pastore è potere di consolazione (“Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”: Mt 5,4). Ma chiediamoci: chi può esprimere con questa immagine il mondo redento? Chi nella vita ha pianto e ha anche, già qui e ora, ha consolato chi era nel pianto, “piangendo con chi è nel pianto” (Rm 12,15), facendosi prossimo e asciugando le lacrime di chi si trovava nell’afflizione. Il potere rettamente inteso, il potere alla scuola del “buon pastore” va di pari passo con la compassione, con il no radicale all’indifferenza di fronte al male del prossimo. E si radica nell’amore e si esprime come amore.

L’ascolto

Questo dice anche la pagina evangelica accennando alla simbolica della mano. “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno le può strappare dalla mano del Padre mio” (Gv 10,27-29). In tantissime ricorrenze bibliche la mano indica “potenza”, “forza”, “autorità” (si pensi alla “mano forte” con cui Dio liberò i figli d’Israele dall’Egitto: Es 3,19-20). Nel IV vangelo la mano diviene il simbolo dell’amore dato e ricevuto, della relazione per cui il Padre ama il Figlio (“Il Padre ama il Figlio e ha rimesso tutto nelle sue mani”: Gv 3,35) e il Figlio “sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani” (Gv 13,3), compie il gesto dell’amore radicale, simbolo del dono della sua vita per i discepoli amandoli “fino alla fine” (Gv 13,1). E compie, lui il Signore e il Maestro, il gesto dello schiavo abbassandosi per lavare con le sue mani i piedi dei suoi discepoli, anche di chi si era fatto suo nemico. La mano aperta del Padre che ha donato tutto al Figlio diviene la mano aperta del Figlio che tutto riceve dal Padre e tutto custodisce e protegge, come vero e buon pastore. E diventa anche la mano che il Figlio mostra, quale Crocifisso Risorto, a Tommaso, pecora che si era distaccata dal gregge, affinché riconosca al tempo stesso l’amore del Padre e del Figlio (“Mio Signore e mio Dio”: Gv 20,28). E, chiedendogli di stendere, a sua volta, la sua mano, Gesù chiede a Tommaso di entrare nel mistero dell’amore manifestato dalla mano trafitta. Davvero, il buon pastore è colui che dona la vita per le sue pecore e proprio in questa donazione e perdita di sé egli, donando l’amore, custodisce le sue pecore nell’amore.

Monastero di Bose

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sabato 20 aprile 2024

UN PASTORE BUONO E BELLO

Prenderci cura di tutti, perché Dio ama ognuno

 -IV Domenica di Pasqua - Anno B-

VANGELO

Commento di Luigi Verdi

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me e do la mia vita per le pecore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso.

Stabilisce confini oggi Gesù, delimita spazi di senso, posture esistenziali: di qua le pecore di là i lupi, di qua i pastori di là i mercenari, come dire i guardiani a pagamento.

O sei l’uno o sei l’altro, senza compromessi, senza mezzi termini. Dall’appartenenza a uno di questi campi scaturiscono le scelte, quelle autentiche, quelle che possono costare la vita. Sei tra quelli che scappa a gambe levate lasciando le pecore tra le mascelle del lupo, facendole sbranare perché tanto “che me ne importa?”.

O sei il pastore che le difende, che si mette come scudo tra le sue pecore e il pericolo, rischiando lui stesso e per primo il morso dei lupi? Mi domando quanti tra tutti coloro che hanno compiti di guida siano disposti a tanto. Papa Francesco direbbe: “Ci stai a tal punto con loro che ti porti addosso l’odore delle pecore?” Che è come dire “sei indifferente o ti prendi davvero cura di coloro che ti sono stati affidati?” E nel mondo di Dio, nel suo regno, ogni fratello e sorella mi è affidato.

 La differenza è tutta là, se me ne importa o non me importa: e così scopriamo che, nel mondo di Dio, ognuno di noi è importante, unico e insostituibile, proprio singolarmente, proprio io in quanto io, Luigi; perché Lui, il pastore, sa anche il mio nome. E il tuo. Di me, di te gli importa tanto da mettersi a correre se mi sperdo nei dirupi; di me, di te non può fare a meno, non si consola con le altre novantanove: io gli manco. “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri” (Is 40,11): più volte nella Bibbia ricorre questa immagine del pastore, ma oggi Gesù si spinge oltre, fino al limite estremo, fino al “dare la vita”, ripetendolo allo sfinimento. Buono e bello nella traduzione greca coincidono, si indicano con lo stesso termine, kalòs: oggi allora, quando Gesù afferma “io sono il buon pastore”, è come se ci dicesse anche “io sono il pastore bello” di quella bellezza che ci fa venire i brividi, che ci lascia a bocca aperta e col fiato mozzato; la bellezza del donarsi, la stessa di quando l’innamorato dona un fiore alla sua amata, o di quando la mamma offre il seno al suo bambino.

Oggi ci dice Gesù: “Ti dò tutto di me fino a confondermi con te, a scegliere di nascere e morire, come te, per te”. Nel mondo di Dio la bellezza è questa, è un amore esagerato per me, per te che altro non siamo che agnellini sul suo petto, ad ascoltare il battito del suo cuore.

 “Ecco io carezzo la vita, perché profuma di Te” (Rumi): una vita sovrabbondante e inesauribile, la vita di Dio.

(Letture: Atti degli Apostoli 4,8-12; Salmo 117; Prima Lettera di San Giovanni Apostolo 3,1-2; Giovanni 10,11-18)


www.avvenire.it



sabato 24 aprile 2021

DARE LA VITA

 
Il buon pastore 

dà la propria vita per le pecore.

Gv 10,11-18

¹¹Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. ¹²Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; ¹³perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

¹⁴Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, ¹⁵così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. ¹⁶E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. ¹⁷Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. ¹⁸Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 Commento di p. Paolo Curtaz

Dare la vita

Per cinque volte in poche righe Gesù spiega come riesce a difendere la nostra vita: dona la sua vita. Donare è il segreto per una vita bella come bello (non solo buono) è il pastore coraggioso che veglia sul gregge radunato per la notte. Dona la vita, la spende, la spande, la frantuma, la divide, la offre, la riversa su di noi, su di me. Ma di un amore libero e maturo, adulto e fiorito. Senza aspettarsi nulla in cambio. Senza giocare ai piccoli, velati ricatti che rischiano di intorbidire anche la più bella delle relazioni. È libero, il Signore, perché vero, perché centrato su Dio, perché orientato verso l’essenziale. Dio è la fonte dell’amore che riversa. Non le sue passioni, le sue emozioni, i suoi sentimenti. Che, sì, sono illuminati anch’essi dall’amore che deriva da Dio. E illuminanti. Siamo amati di un amore divino e se ce ne lasciamo riempire diventiamo capaci di amare di un amore divino. Scoprendoci amati, diventiamo amanti, amabili.

Dare e riprendere

E insiste su un aspetto affatto marginale. La vita la dà e poi se la riprendere, la riprende quando vuole. Un amore maturo sa donare senza lasciarsi travolgere, senza lasciarsi ingabbiare e manipolare. Troppe volte, fra noi cattolici, persone generose che credono al Vangelo cercano di amare come Gesù. E vengono sbranati. Dalle pecore, non dai lupi. Portati via. Fatti a pezzi. Se il gesto di chi ama può essere carico di buone intenzioni, non sempre chi accoglie questo amore agisce allo stesso modo. Anzi.

 Ne ho visti di cristiani amorevoli restare amareggiati e delusi, feriti e piagati dopo avere fatto esperienze di comunità. Ne ho visti pretini luminosi ed entusiasti essere sbranati da falsi devoti che vivono nella finzione. Bene dice altrove il Maestro: Dio comanda di amare gli altri come noi stessi. Di amare noi, quindi, per primi. Ma non dell’amore narcisistico ed egotico tanto di moda oggi, no. Dell’amore libero e concreto che ci deriva da Dio. Quell’amore definitivamente espresso dall’alto della croce, un amore libero e liberante che attira tutti. Ti posso amare bene senza lasciarmi impigliare nelle tue spire divoranti. Ti posso amare bene sapendo che tu, come me, come tutti, porti nel cuore delle ombre. Gesù ama bene. Perciò ci può difendere, anche dal lupo che portiamo nel cuore.

Vocazioni

Oggi la Chiesa prega per le vocazioni. Ci sarebbe tanto da scrivere. Perché i tanti dibattiti su cosa sia una vocazione, una chiamata, rischiano sempre di perdere di vista l’essenziale: Dio non è moralista, non vuole una pia società organizzata. Dio è passione, amore travolgente, bruciante, a volte insostenibile. E così è per chi lo segue. Prete, suora, famiglia, laico.  Siamo tutti vocati. A fare esperienza di Dio come siamo. Come siamo.  Al mercenario, dice Gesù, non importano le pecore. A Dio sì. A Dio importa di me. Essere vocati significa farne esperienza. E raccontare agli altri che anche di loro Dio si occupa. Tutto qui.

 Cerco il tuo volto



 

venerdì 17 luglio 2020

MARIA MONTESSORI: LA CATECHESI DEL BUON PASTORE


Un modo di introdurre i bimbi alla verità cristiana nato negli anni Cinquanta a Roma, ora diffuso nel mondo
Fu opera di Sofia Cavalletti, biblista e studiosa di ebraismo, e dell’educatrice Gianna Gobbi, che si trovarono a preparare i piccoli alla Prima comunione
 Il contributo di padre Pani, di cui pubblichiamo ampi stralci, viene pubblicato nel nuovo quaderno (4082) in uscita di «Civiltà Cattolica».

di GIANCARLO PANI

Ritornare alle origini è utile per capire, ma è sempre necessario per cogliere come una certa esperienza sia arrivata fino a noi e si mantenga tuttora viva. A Barcellona, circa un secolo fa, nel primo dopoguerra, un’insegnante, per far capire ai bambini delle prime classi elementari le addizioni e sottrazioni, aveva scoperto un metodo semplice, ma efficace: usare piccoli cubi di legno da sovrapporre o separare. Sovrapporre i cubi significa 'l’addizione', separarli invece 'la sottrazione', e così via. L’insegnante, che era cattolica, si trovò a partecipare a un Congresso liturgico e chiese a uno dei relatori, l’abate dei benedettini di Monserrat, che cosa fosse importante per iniziare i bambini alla realtà della fede e della preghiera. L’abate rispose prontamente: «La Bibbia e la liturgia, in particolare la Messa». M a come insegnarle ai bambini? Frequentare la Messa con i genitori era certamente fondamentale, ma non aiutava a coinvolgere i piccoli a partecipare attivamente alla liturgia. Prese l’avvio così una ricerca per interessare i bambini alla comprensione della Messa: si pensò di presentarla con qualche materiale di lavoro idoneo a farne capire le parti. In qualche modo entrava in gioco il tipo di materiale impiegato per il metodo matematico. L’impresa non era facile, eppure portò alla scoperta dell’attitudine dei piccoli a comprendere i misteri della fede. Di lì iniziò una ricerca per la catechesi che ha poi preso il nome di 'Catechesi del Buon Pastore'.
L’insegnante si chiamava Maria Montessori, era medico (una delle prime donne laureate alla 'Sapienza' di Roma), neuropsichiatra infantile, pedagogista, e aveva una straordinaria passione per la formazione e l’educazione dei bambini, soprattutto emarginati e disabili. Aveva scoperto l’importanza di catturare l’attenzione dei piccoli e renderli protagonisti della loro vita. In particolare, era rimasta attratta e meravigliata dalle capacità spirituali dell’infanzia fin dai primi anni di vita: «I bambini sono così capaci di distinguere fra le cose naturali e soprannaturali, che la loro intuizione ci ha fatto pensare ad un periodo sensitivo religioso », periodo nel quale i bambini hanno intuizioni e slanci religiosi che sono sorprendenti. L’espressione può meravigliare, ma si rimane stupiti quando il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione su L’educazione cristiana, afferma che i bambini «fin dalla più tenera età sono in grado di percepire il senso di Dio», e che il compito dei genitori è di «aiutarli a svilupparlo». L’ insegnamento religioso apparve alla Montessori il culmine di quanto si viveva nelle 'Case dei Bambini', e ne descrisse l’esperienza in tre libri, tra cui I bambini viventi nella Chiesa, dove sostiene: «Il complemento necessario dell’istruzione religiosa della prima età è la liturgia, resa accessibile ai bambini». Il risultato fu sorprendente, come scrisse Cavalletti: «Centrando l’educazione religiosa sulla liturgia, la Montessori
dimostra di aver intuito l’importanza fondamentale del 'segno' nella catechesi. È proprio del segno non tanto presentare alla mente delle verità da comprendere, quanto piuttosto riprodurre delle situazioni, dei fatti, perché gli uomini di tutti tempi possano esserne partecipi ed attori. La catechesi dei 'segni' è quindi scevra da qualsiasi intellettualismo, ed è nel senso più pieno aiuto alla vita religiosa del bambino. In questo indirizzo di fondo sta il valore permanente dell’opera della Montessori in campo religioso ed è di questa eredità preziosa che le è profondamente grata chi cerca, oggi, di continuarla».
Montessori aveva scoperto che dalle sollecitazioni interiori del bambino scaturiva in lui «un senso gratissimo di gioia e di nuova dignità », quella gioia che è espressione di crescita interiore e quella dignità che impegna l’adulto a rispettare il principio di 'dare ai più piccoli le cose più grandi', secondo l’insegnamento del Signore: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Da Barcellona a Roma, nel 1954. Per diverse vicende personali, la Montessori non riuscì a completare le sue ricerche in campo religioso, che furono proseguite e prese a cuore dalla sua allieva e collaboratrice, Adele Costa Gnocchi, nella 'Casa dei Bambini' a Roma, vicino alla Chiesa Nuova. L’educatrice abitava in un palazzo di fronte a quello di Sofia Cavalletti, che conosceva molto be- ne e di cui era amica. Le chiese di preparare alcuni bambini per la Prima comunione. La Cavalletti era assistente, all’Università di Roma, dell’ex- rabbino Eugenio Zolli ed era impegnata nello studio dei trattati talmudici. N ella nuova esperienza venne affiancata dalla pedagogista montessoriana Gianna Gobbi. Il loro lavoro parte dalla lettura della Bibbia, in particolare delle parabole, perché nei Vangeli si afferma che questo era il genere di insegnamento privilegiato da Gesù; per la liturgia, invece, si spiegano le parti della Messa, in modo che i bambini possano capirne il significato. La Scrittura e la liturgia sono proprio le fonti che la Chiesa lungo la sua tradizione e la sua storia bimillenaria ha sempre riconosciuto fondamentali per la vita di fede del cristiano. 
Scrive la Cavalletti: «La risposta che i bambini danno all’esperienza religiosa è tale che sembra coinvolgerli nel profondo, in un appagamento totale. […] La facilità e la spontaneità dell’espressione religiosa e della preghiera del bimbo fanno pensare a qualcosa che sgorga dal profondo, quasi fosse connaturale al bambino». I l punto centrale della catechesi è la verità più importante del cristianesimo: la relazione vitale tra Dio e le sue creature, in termini biblici 'l’alleanza'. I bambini mostrano di scoprirla e sperimentarla attraverso l’ascolto diretto della Parola. Il metodo per presentarla è semplice: si legge il testo biblico, poi si lascia ai bambini il tempo di assimilarlo. Fra i testi biblici, particolare attrazione esercita la parabola giovannea del Buon Pastore. Tra gli aspetti poliedrici del testo, i bambini ne privilegiano uno: «Il Pastore chiama le sue pecore per nome» (Gv 10,3) ed esse ascoltano la sua voce e lo seguono. Lo straordinario incanto che tale versetto suscita nei bambini è documentato dalla quantità e qualità delle loro 'risposte', sia in espressioni sia in disegni. [...] Poiché la Scrittura trova la sua compiutezza nella liturgia, la Bibbia si vive nella celebrazione liturgica, dove ci si nutre 'dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo'. Nella catechesi del Buon Pastore la liturgia diventa quindi l’altro fondamento su cui il bambino può costruire la sua personale relazione con il Signore .[...] L a catechesi del Buon Pastore inizia dai tre anni: è il primo livello. 
Oggi i pedagogisti hanno dimostrato che i primi anni di un bambino sono fondamentali per tutto il resto della vita. La catechesi si sviluppa durante la fanciullezza e l’adolescenza, sempre attraverso l’approfondimento biblico e liturgico. Dopo i sei anni, la crescita del bambino richiede un ampliamento dei temi: è il secondo livello. Inizia l’esigenza morale del fare e del comportamento. In conclusione, va rilevata anche un’altra caratteristica: il servizio del catechista. Questi «non cercherà di fermare su se stesso, sulle sue opinioni ed attitudini personali l’attenzione e l’adesione dell’intelligenza e del cuore di colui che sta catechizzando; e, soprattutto, non cercherà di inculcare le sue opinioni ed opzioni personali, come se queste esprimessero la dottrina e le lezioni di vita di Gesù Cristo». [...] 
Dagli anni Sessanta in poi, accanto all’attività con i bambini si sono svolti anche i corsi di formazione per gli adulti: corsi che spesso si concludono con esami e consegna dei diplomi riconosciuti dall’Ufficio catechistico del Vicariato di Roma. Un elemento non certo marginale di questa catechesi è la rapidità con cui si è diffusa non soltanto in parrocchie, centri di formazione, scuole religiose, ma anche in altre nazioni e continenti. Si è estesa all’Europa centrale e orientale, ha attraversato l’Oceano per giungere in Messico tra gli indios, negli Stati Uniti fra gli amerindi, e ha conosciuto anche uno sviluppo ecumenico. Soprattutto negli Stati Uniti, ha incontrato grande accoglienza tra gli episcopaliani e i protestanti, cui si sono aggiunti gli ortodossi: il segno del Vangelo che unisce. Oggi la catechesi del Buon Pastore è stata accolta anche dalle Missionarie della carità, le suore di Madre Teresa di Calcutta. Nel 2015 si è tenuto a Phoenix, in California, un Convegno internazionale della catechesi del Buon Pastore: vi hanno partecipato 856 catechisti, rappresentanti di 26 nazioni dei cinque continenti. Due anni dopo, in Messico, nello Stato del Chiapas, a San Cristóbal de Las Casas, è stato organizzato un convegno con i catechisti messicani cui hanno preso parte circa 450 persone.
La pedagogista aveva scoperto l’importanza di catturare l’attenzione dei piccoli e renderli protagonisti della loro vita, anche nella religione.



sabato 2 maggio 2020

PER QUALI SENTIERI PUOI TROVARMI?


-    VANGELO  IV Domenica di Pasqua (Anno A) 

(3 maggio 2020)



Commento di don Mario Simula

Gesù guarda la gente che lo segue. Ne prova compassione, fino a sentire il bisogno di attardarsi sulla storia di ciascuno.
Sicuramente, per Lui che non conosce l'anonimato, tutte quelle persone hanno un nome, una vicenda umana, una povertà da portare, un conto aperto con la vita.

E' una umanità vera, rugosa, affaticata e sfruttata.
Ha bisogno di Lui fino a sentire la necessità di toccarlo. Gesù è ai loro occhi la novità assoluta dell'amore. L'amore senza aggettivi, essenziale, diretto. L'amore di cui ciascuno di noi ha sete e che solo Lui, Gesù di Nazareth, può far sperimentare a quei volti segnati dalla fatica della vita.
In questi incontri instancabili e diuturni, Gesù intuisce che cosa fa soffrire quella gente.
Si ferma per guardarla intensamente. La osserva oltre le apparenze, poi, ad alta voce, esclama: “Ho compassione di tutta queste persone: sono come pecore senza pastore. Hanno le loro guide, ma sono mercenari e ladri. Sfruttano le pecore grasse e non curano quelle deboli. Per loro non esiste il gregge da servire. Esiste un capitale ignaro da usare per il proprio tornaconto. Ho davanti a me tanta umanità che si sente come gregge senza pastore”.
Il dolore di Gesù è questo. Un dolore che lo fa sanguinare. Un dolore che lo fa indignare.
Non può resistere oltre.
“Io sono il buon pastore!”.
Gesù il nostro pastore, la nostra certezza, il vincastro dei nostri percorsi accidentati.
Sento la sua presenza di pastore buono con gioia, se penso alle sue attenzioni.
Sento la sua presenza di pastore buono con rimorso, se penso alla mia attitudine di mercenario.
Al culmine della com-passione Gesù sente l'urgenza di esclamare: “Sono come pecore senza pastore!”.
Gesù sarà e sarà sempre il Pastore buono.
Me ne accorgo perché conosce ciascuno per nome. Ha scritto i nostri nomi sulle sue mani.
Quando ci cerca entra per la porta con delicatezza e trepidazione. Non vuole farci violenza. Non vuole violare il segreto della nostra casa. Entra con così dolce attenzione che la sua presenza ci illumina.
Può esistere un gregge, una comunità che non si lasci visitare dal Pastore immolato e Risorto?
Abbiamo bisogno di Lui.
I suoi pascoli sono fecondi e saporiti. Le sue fonti sono genuine e salutari.
Se ci smarriamo viene a cercarci. Se ci dividiamo si dona tutto per ricomporre l'amore. Se rimaniamo feriti e sanguinanti, Gesù, il Pastore buono, diventa samaritano delle nostre sofferenze.
Gesù, Pastore crocifisso e immolato, entra nella nostra vita come ospite atteso, che rispetta come un segreto la spontaneità del nostro cuore.
Gesù conosce le notti interminabili dei pastori che amano il gregge.
Sa che se cammina davanti a noi ci incoraggia e ci dà energia.
Non ha tregua nell'amore. Dura sempre. Brucia sempre. E' sempre all'erta, senza farcelo pesare.
Gesù, il Pastore buono, è la tenerezza che si rivela ad ogni passo. Anche quando è stanco e vuole passare all'altra riva. Si trova immancabilmente la gente ad aspettarlo.
Allora tra Gesù e le folle esiste una comunicazione intensa e intima. Non dichiarata. Vissuta.
Sembra che quella comunità dai molti volti, dai molti odori, dalle molte abitudini sia la sua vera famiglia.
Il buon Pastore non può fare a meno delle sue pecore.
Non ne deve perdere una.
A volte, guardando le nostre comunità, mi chiedo dove sia il pastore o chi sia il pastore.
Gesù prepara per la sua famiglia una mensa di amore. Ci vuole tutti attorno. Un cuore solo, un'anima sola.
Un solo pane. Un solo Padre. Una sola appartenenza.
Dov'è il pastore? Chi è il pastore delle nostre comunità?
Non ha fisionomia perché fa il mestiere di pastore.
Non ha sorrisi, perché non ama il gregge.
Non trova parole di vita, perché esistono sempre faccende più importanti.
Non spreca il tempo, perché è troppo faticoso il ritmo delle pecore.
Adesso capiamo cosa ci dice Gesù: “Sono come pecore senza pastore!”.
Adesso capiamo cosa vuole dirci Gesù: “Io sono il buon pastore. Impara da me. Segui me. Ascolta me. Ama me. Ti troverai immerso nella vita di ogni uomo e di ogni donna. Scoprirai soprattutto che molte pecore non sono ancora nell'ovile. Quelle devo ricondurre nel recinto aperto dell'amore. Tutte. Tutte quelle che io ti ho affidato!”.
Gesù, non ho mai capito cosa significhi pascolare. Oggi la memoria del cuore mi aiuta ad intuire che pascolare significa nutrire.
Oggi mi folgora questo pensiero e diventa una domanda: nella mia esperienza di prete ho nutrito o mi sono nutrito?
Gesù, una volta ho letto che il prete è un uomo mangiato. Che nutre. Che si offre come nutrimento.
La mia storia! Ad ogni pagina il rimpianto diventa dolore. Il ricordo diventa amarezza.
Se piango davanti a te, le lacrime diventano verità che mi libera.
Gesù, dimmelo francamente: sono stato mai un uomo mangiato? Ho nutrito con la mia vita tanta fame di amore che ho incontrato? Ho sfamato bisogni immediati, essenziali, urgenti o li ho rimandati perché pensavo che il piatto apparecchiato bastasse per uno solo: e quell'uno ero io?
Tu hai sempre saputo il mio problema. Per questo motivo non si contano le notti nelle quali ti ho obbligato a venirmi a cercare. Passando da un burrone all'altro, andavi dietro il mio lamento forte o tenue; ma sempre distinguibile. Lo avevi imparato a memoria. Sapevi di quale argilla ero impastato. Sapevi quali erano i miei rifugi pericolosi. Di notte, anche per te era difficile rintracciare le mie orme. Confondevo, per volermi far male, i segnali del mio nascondiglio.
Gesù, come sei riuscito a trovarmi?
Ricordo: hai pronunciato il mio nome ed io, anche se lontano, ho riconosciuto la tua voce. Ho vibrato nell'anima come la sposa che cerca lo sposo. Il nome che pronunciavi aveva l'armonia delle dichiarazioni di amore. Non era un rimprovero. Non raccontava durezza. Un po' di dolore sicuramente.
Gesù, io conosco il sapore dei tuoi pascoli. Conosco la limpidezza delle tue fonti. Ho memoria dei tuoi gesti. Ho seguito le tue indicazioni. Quando riuscirò a far gustare agli altri la mensa che per me tu prepari? Desidero diventare pane spezzato e vino versato. E' l'unico sentiero per ritrovarmi o per farmi ritrovare.
Gesù, concedimi di gustare la voce del Pastore Buono. Concedimi di sentire il sapore del Pastore Bello.
Gesù, metti nel mio cuore il bisogno irresistibile di rimanere nel tuo recinto. Con gli altri. Come pastore penitente, proverò gioia ad essere cibo per qualcuno. Anche per uno solo. Per quell'uno tu, ancora oggi, vai peregrinando finché non lo ritrovi. 

Fino a quando non sarà al sicuro nel tuo cuore.




Tratto da Qumran2.net | www.qumran2.net

sabato 11 maggio 2019

PECORE E LUPI

Alle mie pecore io do la vita eterna.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10, 27-30
In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Pecore e lupi
Come pecore al macello, centinaia di fratelli nella fede, intenti a celebrare il Risorto, sono stati massacrati da uomini accecati dall’odio che invocano un dio orribile assetato di sangue.
Sì, davanti alla follia omicida dei terroristi che stravolgono il Corano e non rispettano l’opinione della più alta carica del mondo islamico, siamo come pecore condotte al macello.
Non siamo soli, però.
Un altro condotto al macello, che abbiamo celebrato solennemente durante la Settimana Santa, ora si erge vittorioso.
Come ogni anno la Chiesa dedica la sua quarta domenica del tempo pasquale per riflettere sul ruolo dei pastori. Per pregare per le vocazioni, per il dono di avere uomini e donne capaci di donare la loro vita ai fratelli.
Un pastore guerriero
Tutti abbiamo in mente la splendida immagine del pastore che lascia le novantanove pecore nell’ovile per andare a cercare la pecora che si è persa e, dopo averla trovata, se la carica sulle spalle e la conduce con le altre (Lc 15,4-8).
Bene, ora resettate quella immagine.
Perché il pastore di Giovanni è fatto di un’altra pasta.
Non è il buon pastore, è il pastore autentico.
È un vero e proprio combattente che difende le pecore dall’assalto dei lupi e dall’ignavia dei mercenari. Molto simile all’eroico adolescente Davide che non aveva paura di cacciare con la sua fionda il leone e l’orso che assalivano il gregge (1Sam 17,34-35).
Una sottolineatura che completa quella di Luca. Gesù è il misericordioso, il compassionevole, rivela il volto tenerissimo di Dio, certo. Ma è anche determinato, disposto a morire per le proprie pecore, come abbiamo avuto modo di celebrare nei giorni della Pasqua di resurrezione.
La fede è per i forti, non per i deboli. È colma di tenerezza, ma anche di pacifica convinzione e determinazione.
Così si presenta il Signore: come un alleato, l’uomo forte che ci difende dalla disperazione.
E annuncia solennemente come far parte del suo gregge.
Ascoltare la voce
Per far parte del suo gregge occorre anzitutto ascoltare la sua voce con costanza, conoscere e farsi conoscere dal Signore, seguirlo.
In questo tempo pasquale la liturgia pone al centro della nostra riflessione ancora l’accoglienza della Parola, quella Parola capace di scuotere i cuori dei rattristati discepoli di Emmaus, quella Parola che, accolta con l’intelligenza dello Spirito, aiuta a leggere gli eventi della Storia nella logica di Dio.
Parola che va accolta, conosciuta, pregata, vissuta.
Perché quella Parola ci permette di leggere la nostra vita e gli eventi anche conflittuali e incomprensibili che stiamo vivendo, la violenza, il dominio del liberismo disumano, l’indifferenza, nella logica di Dio. Ma questa lettura meditata va fatta con costanza, per imparare a riconoscere la voce del Signore e va accolta con autenticità, col desiderio profondo di adeguarsi a quanto dice.
La vita eterna
Ascoltare la voce del Signore, seguirne le indicazioni, ci fa prendere coscienza della vita eterna che è in noi. La vita eterna, cioè la vita dell’Eterno. Il gregge è composto da uomini e donne che hanno scoperto la propria anima, che la custodiscono, che la coltivano.
In questi termini, Dio solo conosce da chi è composto il gregge.
Anche persone che non sentono di appartenere ad una Chiesa, o che vivono apparentemente lontano da essa, possono coltivare la propria interiorità con passione e verità, e sentire, forte e tenace, la presa del Signore.
Seguire Cristo significa, ad un certo punto, fare esperienza della radicalità espressa dal Maestro, un’affermazione piena di impegno: nessuno ci può rapire dalla sua mano.
Non gli altri con i loro giudizi. Non la violenza di tutti i terroristi del mondo. Non la delusione delle nostre vite. Nemmeno i nostri sbagli e i nostri peccati.
L’amore di Dio è più forte di ogni cosa. Nulla ci separerà da lui (Rm 8).
Per conoscere il Padre
Seguiamo Cristo, il pastore autentico, forte, ci fidiamo di Lui, ci facciamo condurre.
Da lui, non da altri. Da lui, non da altro.
Non dai nostri appetiti, non dalle mode, non dalle paure, non dai sensi di colpa, non dalla visione sbagliata di noi stessi, non dai limiti, non dalle ombre.
Da lui. E farlo ci conduce alla conoscenza piena di Dio.
Perché solo Cristo conosce Dio in pienezza.
Pecore come noi
Qualche tempo fa gli amici aquilano mi hanno portato a vedere la splendida chiesa di Bominaco. A lato del pulpito, il lato che guarda il celebrante, un anonimo scultore ha rappresentato una pecora aggredita da un lupo. E un cane che azzanna il lupo.
Come a dire ai pastori: fate il vostro lavoro. Oggi, purtroppo, abbiamo visto cani azzannare le pecore, non i lupi.
Allora bisogna essere molto molto chiari: l’unico pastore, nella Chiesa, è Cristo.
E tutte le pecore lo seguono, anche coloro che hanno nella Chiesa dei ministeri, cioè un servizio per l’utilità comune.
E al vostro prete non chiedete di essere un super-uomo, un iper-coerente, ma un discepolo, anzitutto. Perché anch’egli possa dire: “Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo” (1Cor 11,1).
Di questo abbiamo bisogno, ora più che mai: di preti che siano prima seguaci di Cristo.

Cristiani con noi. Preti per noi.

Paolo Curtaz

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sabato 21 luglio 2018

ERANO COME PECORE SENZA PASTORE

Dal Vangelo secondo Marco -
Mc 6, 30-34

30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Commento di Enzo Bianchi

Tornano dunque da Gesù, colui che li aveva inviati e abilitati alla missione, tornano alla fonte, tornano a colui che li aveva chiamati “perché stessero con lui”, oltre che “per mandarli a predicare” (Mc 3,14). Essi “raccontano a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato”: azioni e parole che erano state comandate da Gesù, ma che soprattutto gli apostoli avevano imparato ad assumere stando con lui, coinvolti nella sua vita, vivendo con lui, il loro rabbi, maestro e profeta. Sappiamo di che cosa era fatto questo loro servizio: l’annuncio del Regno di Dio veniente, della necessaria conversione, e una prassi di umanità autentica che si manifestava nell’incontrare le persone, nell’accoglierle, nel dare loro fiducia risvegliando la loro fede, nello sperare insieme a loro, nel liberarle, per quanto possibile, da oppressioni diverse dovute alla presenza del Male operante nel mondo. Marco non dice che gli inviati hanno fatto cose straordinarie, miracoli, perché ciò che era sufficiente l’hanno eseguito in obbedienza al mandato di Gesù.
Ecco dunque i discepoli-apostoli riuniti intorno a Gesù, che da autentico pastore della sua comunità ascolta ciò che essi hanno vissuto e sperimentato nella missione. Vi è un vero dialogo tra Gesù e gli inviati (descritto più diffusamente in Lc 10,17-20), nel quale vengono evidenziate fatiche e gioie, risultati e fallimenti di quella missione in Galilea anticipatrice della missione a tutte le genti da parte di coloro che Gesù risorto invierà.
Gli apostoli sono stanchi, e Gesù, che è stato raggiunto dalla notizia della decapitazione di Giovanni, il suo rabbi, nella sua tristezza decide di prendere le distanze dalla predicazione che lo impegnava e lo affaticava. Dice dunque ai Dodici: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto (kat’ idian eis éremon tópon), e riposatevi un po’”. Gesù li chiama ancora una volta a seguirlo, a “stare con lui”, per condividere con lui la preghiera al Padre, per approfondire la vocazione e la missione, per riposarsi. È un invito pieno di tenerezza, di sollecitudine per i discepoli, ma anche per Gesù è una necessità: egli deve fare discernimento sulla sua missione, soprattutto ora che Giovanni il Battista, con la morte violenta subita, diventa precursore anche del suo futuro.
Marco annota anche che quanti cercavano Gesù e venivano da lui erano talmente numerosi che i discepoli, impegnati nell’organizzare questi incontri personali con Gesù, non avevano neppure il tempo di preparare da mangiare e di mangiare. Sì, anche per Gesù, come per ciascuno di noi, occorre a volte avere il coraggio e la forza di prendere le distanze da ciò che si fa, occorre uscire dall’agitazione delle moltitudini, dal rumore delle folle, da quel turbinio di occupazioni che rischiano di travolgerci. Lavorare, impegnarsi seriamente con tutta la propria persona è necessario ed è umano, ma lo è altrettanto la dimensione della solitudine, del silenzio, della quiete. Se noi sentissimo nel nostro cuore questa chiamata: “Fuggi, fa’ silenzio, cerca quiete” (Detti dei padri del deserto, Serie alfabetica, Arsenio 2), saremmo certamente più disponibili a trovare un “luogo deserto”, uno spazio solitario in cui pensare, meditare, ascoltando il silenzio, il nostro cuore, la voce di Dio che cerca di parlarci nel nostro intimo più profondo. Senza ottemperare a questa esigenza, si cade nella superficialità, ci si disperde, si finisce per vivere senza sapere dove si va.
Ma questo tentativo di sfuggire alla folla e di trovare solitudine e riposo fallisce: la folla che da giorni segue Gesù prevede le sue mosse e a piedi raggiunge prima di lui quella riva deserta del lago. Gesù allora, sbarcando, la vede e la osserva con attenzione: non è preso dalla soddisfazione del successo, del fatto che tanta gente lo cerca e lo trova, ma è mosso a viscerale compassione (verbo splanchnízo). Le sue viscere si commuovono come quelle di Dio nei confronti del suo popolo oppresso (cf. Os 11,8); egli si commuove e soffre con un fremito causato solo dall’amore verso quella gente. Sì, è gente incredula, che cerca Gesù con ambiguità e interessi non trasparenti, ma per Gesù merita compassione. Sono “pecore senza pastore”, non hanno nessuno che dia loro da mangiare cibo, nessuno che si prenda cura di loro, nessuno che rivolga loro la parola per sostenerli nel duro mestiere di vivere e nessuno che li sostenga nei loro dubbi e contraddizioni. Gesù si intenerisce e rivive la compassione di Mosè quando vede il suo popolo senza pastore (cf. Nm 27,17) e la compassione dei profeti che soffrono al vedere il popolo di Dio disperso e oppresso dai cattivi pastori (cf. 1Re 22,17; Ez 34,5; Zc 10,3-12).
        Non resta dunque a Gesù che farsi “pastore buono ” (Gv 10,11.14) di quella folla: obbedisce puntualmente e fa ciò che Dio, il Padre suo, vuole che lui faccia a suo nome, quale Figlio inviato nel mondo. Gesù dunque legge la fame di quella gente, fame di cui forse non sono pienamente coscienti, fame della Parola: vogliono che Gesù insegni, cioè “parli loro la Parola”, come Marco dice altrove (cf. Mc 2,2; 4,33). Ciò che è decisivo è che Gesù sia presente e parli, perché lui è la Parola di Dio (cf. Gv 1,1.14). Gesù lo fa lungamente, come stando sotto un giogo: il giogo della misericordia che lo spinge a questa compassione, a questa fatica, a questa parola indirizzata a quanti suscitano in lui sentimenti di tenerezza. Aveva avuto misericordia degli apostoli ritornati stanchi e li aveva chiamati al riposo, e ora ha misericordia delle folle e interrompe il proprio riposo. Solo la compassione misericordiosa lo guidava e ne determinava il comportamento e le azioni durante la sua itineranza. La folla che impedisce a Gesù di realizzare il suo progetto buono e urgente di riposo necessario non causa in lui fastidio, reazioni di impazienza, ma gli fornisce un’occasione per partecipare ai sentimenti di Dio che ha compassione del suo popolo privo di pastori.
Questo è un grande insegnamento per noi: su ogni nostra decisione, su ogni nostra scelta necessaria e buona, ciò che deve avere il primato è la misericordia. Se ogni nostra scelta e ogni nostra azione non obbediscono innanzitutto alla misericordia, non sono conformi ai “sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5): sentimenti umani ma in profondità sentimenti di Dio, colui che è Santo e mostra la sua santità in mezzo al suo popolo con la compassione, scegliendo che nel suo cuore la misericordia regni sulla giustizia (cf. Os 11,7-9). Soprattutto i pastori di comunità dovrebbero molto interrogarsi su questa disponibilità a dare la precedenza alle domande della comunità rispetto alle loro scelte e alle loro pur buone iniziative. Dovrebbero chiedersi se in loro la misericordia, cioè l’amore viscerale di compassione, è sempre immanente al “compiere ogni giustizia” (cf. Mt 3,15). Non lo si dimentichi: nel cristianesimo non si danno compimento della giustizia e misericordia, ma solo misericordia nel compimento della giustizia o compimento della giustizia nella misericordia.
Prima di dare il pane Gesù dà la Parola, per saziare gli uomini e le donne che lo seguono. Ma presto darà anche il pane, perché la sua tenerezza non riguarda solo la loro sete di Parola ma anche la loro fame di pane.
    p. Enzo Bianchi, Monastero di Bose