Tradizionalmente associati alle donne, in realtà i disturbi alimentari colpiscono anche la popolazione maschile.
Il fenomeno è rimasto a lungo in ombra, ma oggi un quarto delle diagnosi riguarda ragazzi
di EUGENIO GIANNETTA
Disordini alimentari: l’attenzione va tenuta alta. Secondo dati del Ministero della Salute, infatti, in Italia circa tre milioni di persone sono affette da disturbi dell’alimentazione e se di vera e propria problematica sociale si tratta, va sottolineato che l’età di insorgenza dei disordini si sta abbassando sempre più, con bambini di circa dieci anni già da tenere sotto controllo, tuttavia gli adulti non sono immuni al problema. Secondo alcune stime, poco più del 95% delle persone colpite sono donne, ma l’anoressia maschile è in crescita e si manifesta da minoranza silenziosa, delineando nuovi contorni della malattia.
Secondo Laura Ciccolini, psicoterapeuta e direttore della Federazione italiana disturbi alimentari, che riunisce associazioni senza scopo di lucro attive in gran parte del territorio nazionale, costituite da psicoterapeuti, medici, nutrizio- nisti e psichiatri con esperienza in ambito di ricerca, prevenzione, formazione e cura dei disturbi alimentari, l’anoressia maschile non è un fenomeno relativamente recente, ma il frutto di un cambiamento sociale: «Fino a vent’anni fa la percentuale tra maschi e femmine sull’anoressia vedeva un divario abbastanza forte, di circa un uomo ogni dieci donne, ma negli ultimi anni si arriva anche a un uomo ogni quattro donne, per cui la percentuale conosciuta di uomini che si ammalano di disturbi alimentari è aumentata, ma ci sono alcuni aspetti da considerare: per i disturbi alimentari è sempre difficile chiedere aiuto o entrare nei centri di cura. Poi c’è una questione diagnostica: i manuali sono sempre stati costruiti sulle donne, per cui talvolta la diagnosi può diventare più complessa e rimandata a disturbi fisici. L’ultimo aspetto da considerare è che oggi anche per gli uomini è cambiato il mondo, con un corpo diventato oggetto di cura e una più complessa costruzione dell’identità, oltre alla frequente distorsione della propria immagine corporea, scarse relazioni sociali, isolamento progressivo e allenamenti sempre più stressanti, fino ad arrivare all’utilizzo di anabolizzanti o sostanze dopanti ».
Stefano Tavilla, presidente dell’associazione Mi nutro di vita, non vede una reale distinzione, se non nei numeri, tra anoressia maschile e femminile, ma tende a guardare alla problematica nella sua globa-lità, anche riguardo ai possibili approcci con cui affrontarla: «Sono malattie che vanno affrontate soggettivamente, sia nel caso di bambini che di persone adulte. Non c’è un percorso identificato con il sesso o l’età. Il percorso è personale, da affrontare in maniera multidisciplinare, ma chiaramente è importante che chi è malato trovi la forza per chiedere aiuto e arrivare ai centri. In questo senso è importante l’ambito familiare e le possibilità di cura, ma la riuscita della cura non ha un arco temporale certificato. Prima si interviene e più è facile, ma non c’è una regola».
I fenomeni correlati al culto del corpo sono l’ortoressia, ovvero l’ossessione per il mangiare sano, e la vigoressia, cioè la mania di un corpo perfetto e disegnato, entrambi figli sì di tormenti interiori, ma anche estremizzati dalle potenzialità di diffusione contemporanea, ad esempio attraverso gruppi e pagine social, in cui è facile veder transitare messaggi sbagliati: «Il ministero della Salute – spiega Tavilla – dice che circa tre milioni di persone in Italia soffrono di queste malattie; ogni persona è collegata almeno ad un familiare, o un amico. Ecco, quel dato raddoppia il numero delle persone che in qualche modo sono coinvolte, perché la famiglia è sempre coinvolta. Sei milioni di persone sono il 10% della popolazione italiana e di fronte a questi numeri credo sia giunto momento che si parli di più di disturbi del comportamento alimentare, in modo da attivare livelli di cura sempre più adeguati e reparti dedicati».
Di fondo, comunque, resta presente una dispercezione corporea, ovvero un vedersi in modo diverso da quella che poi è la realtà, come conferma la psichiatra e psicoterapeuta
Laura Dalla Ragione, direttore Rete disturbi comportamento alimentare dell’Umbria e presidente della Società italiana riabilitazione disturbi del comportamento alimentare e del peso: «Dal punto di vista psicologico rimane simile sia nell’uomo che nella donna un deficit dell’autostima, una ricerca di perfezionismo estrema, un controllo sul cibo e sulle forme corporee. È interessante però notare come la diffusione nell’uomo di comportamenti o abitudini finalizzati al perseguimento di un fisico asciutto e muscoloso non susciti nella maggior parte delle persone la sensazione di trovarsi a che fare con persone affette da un disturbo dell’alimentazione: se il corpo dell’anoressica provoca un forte impatto, lo stesso non accade per il corpo di un culturista, nell’accezione comune ritenuto normale. Ciò ha un’inevitabile ripercussione sul processo interno che conduce a essere consapevoli di avere un problema e a trovare il coraggio di chiedere aiuto», soprattutto in una società con cambiamenti socio-antropologici strutturali come la nostra, in cui il corpo diventa spesso «teatro di conflitti e rappresentazioni », commenta Dalla Ragione.
Rappresentazioni che possono portare inconsapevolmente ad aumentare anche i fattori di rischio: secondo una ricerca di fine 2017 pubblicata da Annales médico-psychologiques sono diversi i casi in cui si segnala una pratica eccessiva di sport. Dati confermati dalla ricerca del Karolinska Institut di Stoccolma, pubblicata sul Clinical journal of sport medicine, nella quale, spiega Dalla Ragione: «Sono stati coinvolti 223 atleti olimpici svedesi tra il 2012 e il 2014: circa il 10% degli intervistati ha ammesso di soffrire di disordini alimentari, mentre il 38,5% ha dichiarato di avere avuto problemi legati all’alimentazione nei tre mesi precedenti allo studio». Dati che, come spiega ancora la psicoterapeuta, fanno pensare che il rischio anoressia sarebbe molto alto negli atleti, sottoposti a costanti pressioni, allenamenti intensivi e ricerca di una forma fisica perfetta, modificando talvolta anche le abitudini alimentari, fino a stravolgerle. Per quanto riguardo la cura? «Non ci sono differenze di trattamento – conclude Dalla Ragione –, le cure sono integrate e multidisciplinari, con livelli di intensità differenti: ambu-latoriali se il disturbo è all’inizio, residenziali se la patologia è più radicata e grave. Generalmente i gruppi di terapia comprendono maschi e femmine proprio perché al di la della fenomenologia del disturbo, si lavora sul nucleo più profondo, che è appunto la dispercezione corporea. L’équipe è formata da psicologi, nutrizionisti, psicomotricisti e si lavora contemporaneamente su tre piani: psicologico, nutrizionale e dell’immagine. La difficoltà principale è convincere il paziente a curarsi, perché il disturbo spesso non è consapevole, quindi molto lavoro si fa sulla motivazione».
È la prima domenica del tempo di Quaresima, tempo severo ma “favorevole” (2Cor 6,2) per il cristiano: soprattutto, tempo di lotta contro le tentazioni. Per questo la chiesa all’inizio di questo tempo ci offre sempre il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto, tentazioni che secondo Luca saranno sempre presenti nella sua vita, fino alla fine (cf. Lc 23,35-39). Anche Gesù sapeva che sta scritto: “Figlio, se vuoi servire il Signore, preparati alla tentazione” (Sir 2,1).
Gesù era stato immerso nel Giordano dal suo maestro Giovanni il Battista, e durante quell’immersione lo Spirito santo era sceso su di lui dal cielo aperto, mentre la voce del Padre gli diceva: “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,22). È stato l’evento che ha cambiato la vita di Gesù, le ha dato una nuova forma, perché da quel momento egli non è più solo il discepolo del Battista, ma è unto come profeta, ripieno dello Spirito. Per questo lascia Giovanni e gli altri membri della comunità e si allontana dal Giordano, inoltrandosi nel deserto di Giuda. Proprio lo Spirito che è sceso su di lui lo spinge a questo ritiro, alla solitudine, per pensare innanzitutto alla missione che lo attende. Lo Spirito lo ha abilitato, lo ha spinto con forza verso questa nuova forma di vita, che vedrà Gesù quale predicatore e profeta, ma egli deve fare opera di discernimento: come attuerà la sua missione? Con quale stile realizzerà la sua vocazione? Come continuerà a essere in ascolto di Dio, il Padre che lo ha generato (cf. Sal 2,7, che secondo alcuni codici costituisce il contenuto della voce del Padre al battesimo)? Come si opporrà a tutto ciò che contraddice la volontà divina?
Il ritiro nel deserto è dunque necessario: un ritiro di quaranta giorni, lungo, ma con un limite temporale perché in vista di qualcos’altro. Gesù sa che andare nel deserto significa in primo luogo spogliazione di tutto ciò che uno ha; sa che la solitudine è dimenticare ciò che uno è per gli altri; sa che la penuria di cibo è verifica dei propri limiti umani, della propria condizione di fragilità, dunque di mortalità. Ma solo nella radicale nudità l’uomo conosce la verità profonda di se stesso e del mondo in cui è venuto: e in questa spogliazione la prova, la tentazione è necessaria, da essa non si può essere esenti. Già questo passo di Gesù indica come egli avesse alla base della sua scelta l’adesione alla realtà, alla condizione umana. Quel tempo di quaranta giorni – già vissuto da Mosè (cf. Es 24,18; 34,28; Dt 9,9-11.18.25) e da Elia (cf. 1Re 19,8), già sperimentato nei quarant’anni di Israele nel deserto (cf. Nm 14,33-34; 32,13; Dt 2,7; 8,2-4; 29,4), dopo l’uscita in libertà dall’immersione nel mar Rosso – è un tempo di prova che implica fatica, rinuncia, scelta.
Luca esemplifica in numero di tre le tentazioni che in realtà per Gesù devono essere state molte, e con sapienza antropologica le riassume in quelle del mangiare, del possedere, del dominare. Ma mettiamoci in ascolto puntuale del testo. “Gesù non mangiò nulla per quaranta giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: ‘Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane’”. Gesù ha fame, e nel bisogno ecco sorgere la tentazione: sottrarsi alla condizione umana e ricorrere al miracolo, misconoscendo la propria realtà di essere umano. Se sperimento un bisogno impellente, una pulsione forte, quella della fame che morde lo stomaco e provoca le vertigini, come uscirne? Facendo qualsiasi cosa pur di sfuggire al bisogno, si sarebbe tentati di rispondere: una tentazione tanto più forte, quanto più imperioso è il bisogno. Ma Gesù ha digiunato liberamente, non costretto, volendo imparare a dire dei no, a fare una rinuncia. Certamente la tentazione del cibo è unica per Gesù, uomo come noi ma in una vocazione e missione uniche ricevute da Dio, che lo ha appena proclamato suo Figlio amato. Se Gesù può partecipare alla potenza di Dio, perché non ricorrere al miracolo, mutando un sasso del deserto in pane, e così potersi saziare? Con quel miracolo, però, rinuncerebbe a ciò che ha scelto divenendo uomo: spogliarsi degli attributi della sua divinità, condizione che condivideva quale Figlio di Dio, per essere radicalmente in tutto un uomo, un terrestre come ciascuno di noi (cf. Fil 2,6-8). La tentazione è dunque quella di dimenticare l’umanizzazione scelta, di rinunciarvi, e di usare la potenza di Dio per saziare la fame e riempire l’estrema spogliazione. Ma Gesù resiste, perché conosce la parola: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Dt 8,3a). Sì l’uomo non è solo fame di pane, ma anche – come evidenzia il parallelo matteano che cita per intero il passo del Deuteronomio – “di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3b; Mt 4,4). E non si dimentichi: Gesù moltiplicherà il pane per le folle affamate, per gli altri, mai per sé (cf. Lc 9,12-17)!
Nella seconda tentazione Gesù vede dall’alto tutti i regni della terra, la loro gloria (dóxa), la loro ricchezza, la loro arroganza, la loro scena mondana. Tutta questa ricchezza può essere a sua disposizione, tutto questo potere (exousía) che è dominio sugli umani e sulla terra può essere da lui esercitato, a una sola condizione: che Gesù adori la ricchezza e il potere, personificati dal diavolo. Se Gesù si sottometterà agli idoli della ricchezza e del potere, questi in cambio saranno nelle sue mani, come strumenti per la sua missione, come garanzia di efficacia: egli riuscirà, riuscirà, in “un’inarrestabile ascesa” (Sal 49,19)… Ma anche di fronte a questa pulsione che abita tutti gli umani Gesù sa dire no. È venuto per servire non per dominare (cf. Mc 10,45; Mt 20,28), è venuto nella povertà, non nella ricchezza (cf. 2Cor 8,9). Ciò non solo non faciliterà la sua missione, ma ne segnerà visibilmente il fallimento secondo l’evidenza mondana; Gesù, però, non pensa alla sua missione come a una conquista, a un grande raduno di credenti su cui dominare. Per questo è libero di rispondere, citando ancora la Torà: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto” (Dt 6,13). Ma qui il diavolo fa anche una rivelazione: a lui sono stati consegnati il potere e la gloria di questo mondo ed egli li può dare a chi vuole, a una condizione: diventare suoi ministri. Dunque, chi ha potere e gloria mondani, lo sappia o no, è un ministro del diavolo!
Segue poi la tentazione più alta, per questo l’ultima, la grande tentazione che per pudore non spiego pienamente ma alla quale solo alludo. Non è solo la tentazione di mettere Dio alla prova, forzandogli la mano, ma è anche la tentazione della “nientità”. Dal punto più alto della costruzione religiosa per eccellenza, il tempio, Gesù vede sotto di sé l’abisso, che è anche il nulla, il vuoto, perché la ragione ci dice che nell’abisso non c’è niente, neanche Dio, ma si è abbandonati per sempre, come se non si fosse mai nati: l’abisso dà le vertigini… Cosa deve fare Gesù davanti a questo buco nero? Gettarsi giù, costringendo il Dio che lo ha dichiarato Figlio a fare il miracolo, cioè inviando angeli a salvarlo per impedirgli la caduta, come lo tenta il diavolo citando la Scrittura (cf. Sal 91,11-12)? Oppure accettare la sua situazione, quella di chi vede il fallimento, il vuoto, ma resta fedele a Dio e non lo tenta, non lo provoca (cf. Dt 6,16)? Sì, questa è la tentazione delle tentazioni, già provata da Israele nel deserto quando, di fronte alle difficoltà, alle contraddizioni e all’apparente smentita delle promesse di Dio, si domandava sgomento: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17,7). Ciò avviene anche nei nostri cuori, quando il sentimento del fallimento dell’intera nostra vita ci coglie, ci sorprende e ci confonde, fino a farci dire dentro di noi: “È stato tutto un inganno! Dio non c’era nei nostri inizi, oppure, Dio ci ha abbandonato!”. Questa è la tentazione che vuole contraddire la fede, la fiducia posta in Dio: non bestemmiandolo, non litigando con lui, ma semplicemente negandolo, cioè estromettendolo dal proprio orizzonte e dalla vita.
Gesù ha subito queste tentazioni in quanto uomo come noi. Non ci ha dato una finzione esemplare, ma ha veramente vissuto questi abissi, imparando così ad aderire alla realtà: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8). Dopo questa prova del deserto, Gesù ormai sa come svolgere la missione e come portare a termine la sua vocazione, consapevole che lo Spirito santo è con lui e che della forza dello Spirito è ripieno. Questa però non è per Gesù una vittoria definitiva: il diavolo tornerà a tentarlo, “al momento fissato”, cercando sempre di renderlo diviso, in modo che la sua volontà sia in contraddizione con la volontà del Padre. Ma Gesù realizzerà sempre la parola di Dio e sarà sempre vincitore su ogni tentazione! Uguale a noi in tutto, eccetto che nel peccato (cf. Eb 2,17; 4,15): per questo trionferà sulla morte e, quale Risorto, vivrà per sempre quale Signore del mondo.
“Il principio cardine di tutte le religioni è l’amore per i nostri simili e la cura per il creato”
Papa Francesco ai partecipanti alla Conferenza Internazionale
“Religions and the Sustainable Development Goals (SDGs): Listening to
the cry of the earth and of the poor”
"....... Tutto è connesso
Mi rallegra anche sapere che i partecipanti a questa Conferenza sono
disposti ad ascoltare le voci religiose quando discutono sull’attuazione
degli obiettivi di sviluppo sostenibile. In effetti, tutti gli
interlocutori di tale dialogo su questa complessa questione sono
chiamati in qualche modo ad uscire dalla propria specializzazione per
trovare risposte comuni al grido della terra e a quello dei poveri. Nel
caso delle persone religiose, abbiamo bisogno di aprire i tesori delle
nostre migliori tradizioni in ordine ad un dialogo vero e rispettoso sul
modo in cui costruire il futuro del nostro pianeta. I racconti
religiosi, sebbene antichi, sono normalmente densi di simbolismo e
contengono «una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e
che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni
con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla
fedeltà nei confronti degli altri» (Enc. Laudato si’, 70).
In questo senso, l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite propone di
integrare tutti gli obiettivi attraverso le cinque P : persone, pianeta,
prosperità, pace e partnership.2 So che questa conferenza è anch’essa
articolata attorno a queste cinque P. Accolgo con favore questa
impostazione integrata degli obiettivi; essa può servire anche a
preservare da una concezione della prosperità basata sul mito della
crescita e del consumo illimitati (cfr Enc. Laudato si’, 106),
per la cui sostenibilità dipenderemmo solo dal progresso tecnologico.
Possiamo ancora trovare alcuni che sostengono ostinatamente questo mito,
e dicono che i problemi sociali ed ecologici si risolvono semplicemente
con l’applicazione di nuove tecnologie e senza considerazioni etiche né
cambiamenti di fondo (cfr ibid., 60). Un approccio integrale ci insegna
che questo non è vero. Se è certamente necessario puntare a una serie
di obiettivi di sviluppo, questo non è però sufficiente per un ordine
mondiale equo e sostenibile. Gli obiettivi economici e politici devono
essere sostenuti da obiettivi etici, che presuppongono un cambiamento di
atteggiamento, la Bibbia direbbe un cambiamento di cuore (cfr ibid.,
2).
Già San Giovanni Paolo II parlò della necessità di «incoraggiare e
sostenere una conversione ecologica» (Catechesi, 17 gennaio 2001). Qui
le religioni hanno un ruolo chiave da svolgere. Per una corretta
transizione verso un futuro sostenibile, occorre riconoscere «i propri
errori, peccati, vizi o negligenze», occorre «pentirsi di cuore,
cambiare dal di dentro», per essere riconciliati con gli altri, con la
creazione e con il Creatore (cfr Enc. Laudato si’, 218). Se
vogliamo dare basi solide al lavoro dell’Agenda 2030, dobbiamo
respingere la tentazione di cercare una risposta semplicemente
tecnocratica alle sfide, essere disposti ad affrontare le cause profonde
e le conseguenze a lungo termine. ....
Cari fratelli e sorelle, oggi, dopo tre anni e mezzo dall’adozione degli
obiettivi di sviluppo sostenibile, dobbiamo renderci conto ancora più
chiaramente dell’importanza di accelerare e adattare le nostre azioni
per rispondere adeguatamente sia al grido della terra sia al grido dei
poveri (cfr Enc. Laudato si’, 49). Le sfide sono complesse e
hanno molteplici cause; la risposta pertanto non può che essere a sua
volta complessa e articolata, rispettosa delle diverse ricchezze
culturali dei popoli. Se siamo veramente preoccupati di sviluppare
un’ecologia capace di rimediare al danno che abbiamo fatto, nessuna
branca delle scienze e nessuna forma di saggezza dovrebbero essere
tralasciate, e ciò include le religioni e i linguaggi ad esse peculiari
(cfr ibid., 63). Le religioni possono aiutarci a camminare sulla via di
un reale sviluppo integrale, che è il nuovo nome della pace (cfr PAOLO
VI, Enc. Populorum progressio, 76-77)..... "
IL MISSIONARIO, LO STREGONE, I GIOVANI, LE VACCHE ... E TANTA VIOLENZA
Abbiamo ricevuto questo messaggio da padre Mario Pellegrino (giovane missionario
comboniano) che opera in Sud Sudan.
Grazie alla Fondazione Papale l'UMEC-WUCT lo sta aiutando per sostenere alcuni
studenti seminaristi.
Sembra che il tempo non sia mai passato, come se fossi stato sempre qui.
Il rientrare in Sud Sudan, l’incontrare nuovamente questo popolo meraviglioso
ha riempito il mio cuore con una gioia indescrivibile. La gente mi ha accolto
con grande gioia, portandomi in braccio fino alla chiesa, donandomi e abbracci:
davvero mi stavano aspettando e davvero ho sentito che l’abbraccio del popolo è
l’abbraccio del Dio Papà per me.
Sono felice di essere qui dopo il tempo bello in Italia dove ho avuto la
possibilità di incontrare tanti amici e di conoscerne di nuovi. Ho subito
cominciato con un lungo safari di 2 settimane: ho camminato per circa 16 ore a
piedi, visitando tante comunità e portando la carezza di Dio a questa gente.
Camminando insieme, marciando, danzando, cantando la gente esprime la loro
gioia e la loro speranza che continuano ad essere più forte della violenza e
dell’odio dei signori della guerra.
Ho ricominciato ad insegnare in queste scuole locali e a visitare gli
ammalati nel piccolo centro di cura. Al momento stiamo vivendo una situazione
davvero molto complicata nel territorio della missione. Mentre nella capitale
Juba si parla e si spera nella pace, qui si respira un clima di violenza e di
odio molto forte.
Tutto è causato da uno stregone tradizionale che vive a circa 3 ore a
piedi da qui, in un posto chiamato Gakal. Questo folle si definisce come una
divinità locale e sta convincendo centinaia di giovani Nuer ad andare in guerra
nel territorio di Mayandit (a circa 3 giorni di cammino) contro la tribù
considerata nemica, i Dinka. L’obiettivo è di rubare loro le mucche che nella
cultura del popolo sud sudanese sono il centro e la fonte della ricchezza e del
benestare, nonché l’unica possibilità di potersi sposare (bisogna pagare circa
50 vacche al padre della ragazza per poterla sposare).
Questo giovane stregone promette la sua benedizione e la sua protezione
a questi giovani con la certezza che torneranno vincitori dai combattimenti con
la tribù nemica e riusciranno a conquistare centinaia di vacche.
In realtà, in questo mese 30 giovani nuer sono stai ammazzati con colpi
di fucile. Nel centro di cura dove vado ogni giorno incontro continuamente
giovani con gravi ferite da arma da fuoco in diverse parti del corpo (anche sul
volto) e ossa fratturate o ferite varie.
Il mio cuore si strazia, piange e soffre ogni volta che li incontro;
molti di loro li conosco personalmente. Vedo il loro volto vuoto, spento: è il
loro non-volto, ingannato e conquistato dal signore del male. Centinaia di
giovani sono qui in Nyal e aspettano il momento buono per andare ed attaccare i
dinka, li incontro continuamente per le strade, morti che camminano. Sono
“ciechi” e guidati da una guida “cieca” e malvagia. E’ una situazione
davvero difficile perché in tanti continuano a credere nel potere di questo
stregone e sono disposti a morire per lui e per conquistare le amate vacche.
E noi missionari cosa facciamo? Gridiamo! Si, gridiamo! Gridiamo il
Vangelo della pace con tutto il nostro cuore e le nostre forze; imploriamo i
nostri giovani di fermarsi, di riflettere, di non buttare la loro vita, di non
andare a combattere, perché quello stregone li sta ingannando per i propri
interessi (la maggior parte delle mucche conquistate vanno a finire a lui).
Gridiamo il vangelo, questo è quello che ci resta. Solo il Vangelo, sola
la Parola del Dio della Vita è la nostra forza, non abbiamo altro.
Stiamo dialogando con i leaders delle nostre comunità e con le autorità
locali per fermare questo massacro e perché non si espanda. Stiamo pregando
perché i nostri giovani aprano gli occhi, ascoltino la Voce del Buon Pastore e
non la voce del signore della morte. Noi in lacrime ma con ostinata speranza
continuiamo a credere nella riconciliazione e nella pace, in quella Pace per la
quale il Dio della Vita continua a donarsi. Continuiamo a credere che con Gesù
di Nazareth la Vita è più forte della morte.
In Italia i giovani sono troppo pochi rispetto a quello che sarebbe economicamente, socialmente, culturalmente necessario. E quei pochi, talvolta, non hanno le competenze necessarie per operare nei settori tecnologicamente avanzati, ma sovente sono sottoutilizzati, impossibilitati a costruire un proprio progetto di vita, costretti – i più intraprendenti – ad andarsene. Il rapporto tra formazione, mercato del lavoro, mondo delle imprese e dei servizi è problematico. Ciò non sempre per i ritardi della scuola. In numerosi casi la struttura qualitativa della domanda di lavoro espressa dal sistema produttivo corrisponde solo in parte all’accresciuto livello di scolarizzazione e di conoscenze possedute. Non sempre c’è correlazione tra grado di istruzione e mansioni offerte. Un occupato su quattro – come evidenziato in un recente Rapporto Istat – è troppo istruito per i compiti svolti.
Ciò non significa ovviamente che il livello di capacità acquisite dai nostri giovani sia nel complesso soddisfacente specie se raffrontato a quanto si verifica altrove. La situazione in cui ci troviamo è paradossale. Siamo in presenza di una generazione di giovani molto più istruita rispetto a 20-25 anni fa, anche se ancora al di sotto della media europea. Pur tuttavia questa generazione di giovani guadagna molto meno degli adulti. Eppure i ragazzi di oggi hanno molti punti di forza. Sanno usare le Ict, conoscono le lingue, sanno muoversi nel mondo, non si stupiscono della diversità, credono nel merito e nella solidarietà. Il guaio è che questi giovani non hanno voce, non fanno sistema, non riescono ad attivare masse critiche. I giovani italiani dovrebbero avere le stesse condizioni e opportunità dei loro coetanei tedeschi e francesi.
Dietro i numeri delle statistiche sul mercato del lavoro giovanile ci stanno ragazzi e ragazze in carne e ossa con le loro storie, esigenze, aspirazioni, sogni, delusioni che rischiano di tradursi in rassegnazione e sfiducia. Questi giovani ci interpellano, aspettano delle risposte che tardano ad arrivare. Eppure il futuro del nostro Paese dipende da loro. Il ricambio generazionale – inteso come solidarietà costruttiva tra generazioni – è tra i fattori fondamentali dell’innovazione di cui tanto si parla.
La consapevolezza di tutto ciò è molto scarsa. La generazione che si trova nei posti di comando, ha largamente mancato alla sua responsabilità. Si è occupata solo di se stessa e ha saturato di merci e di consumi il paesaggio delle nuove generazioni. La relazione genitori-figli è stata, per così dire, monetizzata, senza preoccuparsi delle questioni di senso. E i giovani hanno finito per trovarsi soli e sfiduciati.
In questa prospettiva si impone la necessità di riprogettare nuovi e buoni legami tra le generazioni nei diversi contesti della vita sociale. Sono i legami che tengono in vita e aprono al progredire della storia. Le generazioni si susseguono, ma anche coesistono. Si aiutano all’interno della famiglia (la pensione dei nonni, la liquidazione del padre aiutano i nipoti e i figli a studiare, a mettersi in proprio) e sono talvolta contrapposte nella società (gli anziani tolgono il lavoro ai giovani, i figli sono più poveri dei padri). Mancano reali processi di cooperazione e di mutuo sostegno. C’è una grande povertà relazionale.
Ogni generazione ha bisogno dell’altra. Ognuna ha le proprie risorse che possono contribuire al bene e alla crescita di tutti. Perché ciò avvenga occorre creare le condizioni per un patto tra le generazioni. Sta alla politica proporsi l’obiettivo dell’equità e della solidarietà nelle creazione e nella distribuzione delle opportunità affinché, superando sterili contrapposizioni, si possano unire le forze per promuovere collaborazioni e sinergie in vista di una vita buona e duratura per tutti. In questa ottica sviluppo e lavoro dei giovani devono essere assunti in termini contestuali. Il lavoro dei giovani non deve venire dopo, come semplice e improbabile conseguenza. Al contrario costituisce elemento coessenziale dello sviluppo stesso. La prima cosa da fare è allora quella di guardare i nostri giovani con occhi diversi, non come un problema da risolvere, ma come una opportunità per rigenerare il nostro Paese dotandolo di quelle energie e di quelle spinte ideali che solo i giovani hanno se adeguatamente formati e responsabilizzati.
*Economista, professore emerito Università di Genova
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2019
«L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8, 19)
Cari fratelli e sorelle,
ogni anno, mediante la Madre Chiesa, Dio «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1). In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24). Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato. San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.
1.La redenzione del creato
La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio.
Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo il creato – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano. Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87). Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.
2. La forza distruttiva del peccato
Infatti, quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11). Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi.
La causa di ogni male, lo sappiamo, è il peccato, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo. Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri.
Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.
3.La forza risanatrice del pentimento e del perdono
Per questo, il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.
Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21).
La Quaresima è segno sacramentale di questa conversione. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina.
Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore. Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia. Fare elemosinaper uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.
Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21).
Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.