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lunedì 6 luglio 2026

CHIAMATI A GRIDARE PACE

 

Sud Sudan: 

«Noi chiamati 

a gridare 

la pace 

in mezzo alla violenza»

 

Il Sud Sudan è una terra ferita, una terra crocifissa. È il paese più giovane del mondo, nato nel 2011 dopo decenni di guerra e sofferenza, quando il popolo votò con speranza per la separazione dal Sudan del Nord. In tanti sognavano finalmente la pace, la libertà, la possibilità di costruire un futuro nuovo. (…). Ma quel sogno si è presto trasformato in un nuovo incubo: una sanguinosa guerra civile ha continuato a devastare il paese, seminando morte, odio e disperazione. Ancora oggi migliaia di innocenti pagano il prezzo della violenza e della sete di potere. E davanti a questo dolore immenso comprendiamo che Cristo continua ad essere crocifisso nel corpo del suo popolo. Eppure, proprio in mezzo a questa oscurità, il Vangelo continua a brillare con una forza sorprendente.

La Chiesa tra i Nuer è nata dal coraggio di semplici catechisti. Uomini e donne poveri, fuggiti dalla guerra, dalla fame e dalle malattie, arrivarono nel territorio Nuer portando con sé soltanto la loro fede nel Signore Risorto. Non avevano mezzi, non avevano sicurezza, ma avevano il fuoco del Vangelo nel cuore. Come Paolo e Barnaba negli Atti degli Apostoli, percorrevano villaggi e sentieri annunciando che Gesù è vivo e che nessuna sofferenza può separare l’uomo dall’amore di Dio. Per circa venticinque anni questi catechisti hanno guidato la Chiesa senza sacerdoti, custodendo la fede del popolo e pregando instancabilmente affinché arrivassero missionari capaci di celebrare i sacramenti e accompagnare la crescita delle comunità cristiane. Finalmente, nel 1996, i Missionari Comboniani arrivarono a Leer. E furono loro, i missionari, a sentirsi evangelizzati. Trovarono infatti una Chiesa viva, forte, nata dalla testimonianza silenziosa e fedele della gente semplice. Compresero che Dio era già presente tra i Nuer prima ancora del loro arrivo.

Da allora i missionari hanno scelto di vivere come poveri tra i poveri, condividendo la vita quotidiana della gente. Una scelta che ha assunto il volto della croce quando, nel 2014, la missione di Leer venne completamente distrutta durante gli attacchi armati. I missionari furono costretti a fuggire nelle foreste insieme alla popolazione, vivendo per settimane nascosti mentre i combattimenti devastavano i villaggi. Ma non hanno voluto abbandonare il popolo. Hanno deciso di restare e di fare causa comune con la propria gente. Oggi viviamo in una zona pericolosa del Sud Sudan chiamata Leer, raggiungibile soltanto attraverso gli elicotteri del World Food Program (WFP). Qui la gente vive un forte periodo di carestia, non ci sono ospedali adeguati, non c’è elettricità. Durante la stagione delle piogge gran parte del territorio della nostra missione si trasforma in una grande palude: si cammina per chilometri nell’acqua e nel fango, spesso usando canoe scavate nei tronchi delle palme per raggiungere le comunità più lontane. Alcune visite pastorali richiedono giorni interi di viaggio.

La malaria continua a uccidere tanti bambini e spesso mancano persino le medicine più basilari. Eppure, in mezzo a questa povertà estrema, il popolo Nuer continua a stupire per la sua dignità, la sua capacità di condividere e la sua fede incrollabile. I Nuer sono un popolo di pastori. La mucca è il centro della loro vita: dona il latte, sostiene la famiglia, rappresenta la ricchezza e viene utilizzata per il matrimonio. Ma proprio attorno al bestiame nascono spesso conflitti sanguinosi tra clan ed etnie diverse. L’odio e la vendetta alimentano una spirale di violenza che ogni anno provoca centinaia di morti. Anche l’istruzione è profondamente segnata dalla guerra. In molte aree non esistono scuole secondarie e gli insegnanti lavorano senza un vero salario. Nella maggior parte delle scuole, i ragazzi studiano seduti per terra o portando da casa una sedia quando ne possiedono una. Tantissime ragazze non possono frequentare la scuola perché costrette ai lavori domestici o date in sposa molto giovani. L’analfabetismo resta altissimo e molti giovani fuggono verso i campi profughi di Giuba, del Kenya o dell’Uganda nella speranza di poter studiare. L’anno scorso noi Missionari Comboniani abbiamo aperto una scuola secondaria dedicata a San Daniele Comboni per aiutare la nostra gente a realizzare il loro sogno di studiare. Abbiamo anche offerto delle borse di studio per aiutare alcuni giovani a frequentare l’università nella capitale del Sud Sudan, Giuba. Il Vangelo continua a generare speranza e a costruire vita dove sembra non ci sia più speranza.

Noi missionari siamo chiamati prima di tutto a gridare la pace in mezzo a questa situazione di violenza che deriva da una guerra causata dalla corruzione e dalla sete di potere di pochi che non si preoccupano che per causa della loro avidità migliaia di persone vengono ammazzate ogni anno. Cerchiamo di essere presenza di riconciliazione in una terra ferita dall’odio e dalla vendetta. Camminiamo con la gente, condividiamo le loro sofferenze, ascoltiamo il loro grido. Visitiamo le comunità più remote per annunciare che Dio non ha dimenticato il suo popolo. Qui Gesù viene chiamato “Kuär malä”, il “Signore della pace”. È un nome bellissimo. In mezzo alla guerra, alla fame e alla paura, la gente continua a credere che Dio sia vicino. Continua a pregare. Continua a sperare. Ed è proprio il popolo povero che evangelizza noi missionari. Nei loro volti scopriamo la tenerezza di Dio. Nella loro capacità di condividere il poco che possiedono vediamo il Vangelo vissuto in modo radicale.

Davvero la gente ci evangelizza, mostrandoci la tenerezza di Dio per noi. É proprio vero che i poveri sono i nostri maestri che ci mostrano il volto di Dio (Mt 25:31-46). È davvero una gioia grande accompagnare questa gente. Davvero i poveri diventano maestri di fede. Ci insegnano che la speranza cristiana non è un’illusione ingenua, ma la certezza che Cristo risorto continua a camminare con il suo popolo crocifisso. Per questo continuiamo la missione con ostinata speranza. Continuiamo a credere nella risurrezione del Sud Sudan. Continuiamo ad annunciare che l’Emmanuele, il Dio-con-noi, non abbandona mai i suoi figli. Anche nelle notti più oscure, il Vangelo rimane una luce accesa. E nessuna guerra potrà spegnere la forza dell’amore di Dio.

Padre Mario Pellegrino, mccj

(Missionari Comboniani)

 

venerdì 8 marzo 2019

SUD SUDAN: E noi missionari cosa facciamo? Gridiamo!

IL MISSIONARIO, LO STREGONE, I GIOVANI, LE VACCHE ... E TANTA VIOLENZA

Abbiamo ricevuto questo messaggio da padre Mario Pellegrino (giovane missionario comboniano) che opera in Sud Sudan.  
Grazie alla Fondazione Papale l'UMEC-WUCT lo sta aiutando per sostenere alcuni studenti seminaristi.

Sembra che il tempo non sia mai passato, come se fossi stato sempre qui. Il rientrare in Sud Sudan, l’incontrare nuovamente questo popolo meraviglioso ha riempito il mio cuore con una gioia indescrivibile. La gente mi ha accolto con grande gioia, portandomi in braccio fino alla chiesa, donandomi e abbracci: davvero mi stavano aspettando e davvero ho sentito che l’abbraccio del popolo è l’abbraccio del Dio Papà per me.
Sono felice di essere qui dopo il tempo bello in Italia dove ho avuto la possibilità di incontrare tanti amici e di conoscerne di nuovi. Ho subito cominciato con un lungo safari di 2 settimane: ho camminato per circa 16 ore a piedi, visitando tante comunità e portando la carezza di Dio a questa gente. Camminando insieme, marciando, danzando, cantando la gente esprime la loro gioia e la loro speranza che continuano ad essere più forte della violenza e dell’odio dei signori della guerra.
Ho ricominciato ad insegnare in queste scuole locali e a visitare gli ammalati nel piccolo centro di cura. Al momento stiamo vivendo una situazione davvero molto complicata nel territorio della missione. Mentre nella capitale Juba si parla e si spera nella pace, qui si respira un clima di violenza e di odio molto forte.
Tutto è causato da uno stregone tradizionale che vive a circa 3 ore a piedi da qui, in un posto chiamato Gakal. Questo folle si definisce come una divinità locale e sta convincendo centinaia di giovani Nuer ad andare in guerra nel territorio di Mayandit (a circa 3 giorni di cammino) contro la tribù considerata nemica, i Dinka. L’obiettivo è di rubare loro le mucche che nella cultura del popolo sud sudanese sono il centro e la fonte della ricchezza e del benestare, nonché l’unica possibilità di potersi sposare (bisogna pagare circa 50 vacche al padre della ragazza per poterla sposare).
Questo giovane stregone promette la sua benedizione e la sua protezione a questi giovani con la certezza che torneranno vincitori dai combattimenti con la tribù nemica e riusciranno a conquistare centinaia di vacche.
In realtà, in questo mese 30 giovani nuer sono stai ammazzati con colpi di fucile. Nel centro di cura dove vado ogni giorno incontro continuamente giovani con gravi ferite da arma da fuoco in diverse parti del corpo (anche sul volto) e ossa fratturate o ferite varie.
Il mio cuore si strazia, piange e soffre ogni volta che li incontro; molti di loro li conosco personalmente. Vedo il loro volto vuoto, spento: è il loro non-volto, ingannato e conquistato dal signore del male. Centinaia di giovani sono qui in Nyal e aspettano il momento buono per andare ed attaccare i dinka, li incontro continuamente per le strade, morti che camminano. Sono “ciechi” e guidati da una guida “cieca” e malvagia.  E’ una situazione davvero difficile perché in tanti continuano a credere nel potere di questo stregone e sono disposti a morire per lui e per conquistare le amate vacche.
E noi missionari cosa facciamo? Gridiamo! Si, gridiamo! Gridiamo il Vangelo della pace con tutto il nostro cuore e le nostre forze; imploriamo i nostri giovani di fermarsi, di riflettere, di non buttare la loro vita, di non andare a combattere, perché quello stregone li sta ingannando per i propri interessi (la maggior parte delle mucche conquistate vanno a finire a lui).
Gridiamo il vangelo, questo è quello che ci resta. Solo il Vangelo, sola la Parola del Dio della Vita è la nostra forza, non abbiamo altro.
Stiamo dialogando con i leaders delle nostre comunità e con le autorità locali per fermare questo massacro e perché non si espanda. Stiamo pregando perché i nostri giovani aprano gli occhi, ascoltino la Voce del Buon Pastore e non la voce del signore della morte. Noi in lacrime ma con ostinata speranza continuiamo a credere nella riconciliazione e nella pace, in quella Pace per la quale il Dio della Vita continua a donarsi. Continuiamo a credere che con Gesù di Nazareth la Vita è più forte della morte.

p. Mario Pellegrino
5 marzo 2019


sabato 23 giugno 2018

IL SOGNO DI PETER, LA SPERANZA DEL POPOLO. SFIDARE LA MORTE PER COSTRUIRE IL FUTURO

LETTERA DAL SUD SUDAN
Padre Mario Pellegrino , un giovane missionario comboniano, opera nel Sud Sudan, Paese vilentato da guerre tribali, ove anche andare a scuola significa sfidare la morte.
L'UMEC-WUCT collabora con padre Mario al fine di aiutare i giovani (alcuni dei quali seminaristi) a recarsi nelle nazioni vicine per poter studiare.
Peter è un ragazzo che viene da un’isola in mezzo alle paludi a circa un’ora di canoa dal mio villaggio, Nyal. Peter è un giovane come tanti altri, sogna in grande, ha chiari obiettivi per il suo futuro. Come tutti i ragazzi del mio villaggio sogna di studiare, perché sa che solo attraverso l’educazione potrà dare una svolta alla sua vita. Qui a Nyal l’educazione è poverissima, non ci sono insegnanti preparati e la maggior parte di loro sono assenti dalla scuola perché non pagati dal governo che li considera nemici ribelli.
Peter ci crede, vuole davvero realizzare il suo sogno e decide: lascia casa, mamma e papà e parte in canoa per un lunghissimo viaggio che lo porterà fino all’Uganda; li potrà entrare come rifugiato politico in quanto proveniente da un paese che soffre per causa della guerra; li avrà una vita difficilissima, senza i genitori, con libertà limitata e con scarsità di cibo ed economiche. Ma li potrà finalmente studiare e costruire un futuro migliore. Peter parte, tante lacrime quando lascia la sua mamma e i fratelli; un ultimo abbraccio, un bacio sulla fronte e via in canoa. Il cuore batte forte. E’ un viaggio molto lungo, stancante e davvero rischioso. 
Peter dovrà attraversare alcune zone in cui l’esercito SPLA è presente con l’ordine di far fuori tutti coloro che come Peter appartengono alla tribù Nuer, coloro che sono considerati ribelli dai potenti. Peter è già lontano da qui, circa 2 giorni di viaggio dal mio villaggio. 
Ad un certo punto c’è un’imboscata, si sentono degli spari, gente che scappa da tutte le parti. Peter è spaventato, abbraccia lo zio ed i compagni che lo accompagnano nel suo viaggio. Terrore, si sentono forti grida ed il rumore assordante degli spari, tutti cercano di nascondersi dai soldati. Mi arriva la notizia: Peter è stato fatto fuori dai soldati del governo che hanno ucciso non soltanto il suo corpo, ma anche tutti i suoi sogni e progetti di vita. Un’altra vita violentata dall’impero della crudeltà. Incontro la madre, l’abbraccio forte, piangiamo insieme. Il suo cuore è trafitto, così come quello di tante mamme che in questi anni di guerra ed atrocità continuano a piangere i corpi ed i sogni distrutti dei loro figli.
Prepariamo per il funerale, andrò nell’isola per pregare con la famiglia. E’ sabato mattina, triste mi preparo per il viaggio. Ad un certo punto, uno dei miei catechisti, correndo e con un sorriso smagliante si avvicina a me gridando forte: “Mario! Mario!!!”. Perplesso, mi gli chiedo cosa sia successo. E lui, pieno di gioia mi abbraccia forte e mi dice: “Peter è vivo!”. Le lacrime iniziano a grondare dai miei occhi, mentre, come i discepoli dinnanzi alle parole delle donne dopo la risurrezione di Gesù, mi chiedo: “com’è possibile?”. 
Scopriamo che Pietro è riuscito a scappare dagli spari dei soldati e si è nascosto per un lungo tempo in una foresta dove è riuscito a sopravvivere per miracolo. Una gioia raramente provata prima pervade il mio cuore, una luce luminosa si accende, emozioni fortissime mi avvolgono: davvero il Dio della Vita è Vivo. Comincio il viaggio in canoa verso l’isola e appena arrivato incontro la madre di Peter. La guardo negli occhi e con gli occhi ancora lacrimanti le grido: “tuo figlio vive!”. Una gioia irresistibile e contagiosa scoppia nel suo cuore, la gioia inimmaginabile di una madre che scopre che riabbraccerà il figlio tanto amato che pensava fosse morto. Tutta l’isola comincia una festa incredibile, una delle più belle mai vissute in vita mia. Il mio cuore continua a battere forte. La gente piange di gioia e ringrazia danzando il Dio della Vita. “Dio ha visitato la nostra isola”, “il nostro Dio ci ha ridato il nostro figlio”, grida la gente durante la preghiera che da funerale si è trasformata in preghiera di gioia e ringraziamento. Ma, come nel caso dei discepoli dopo la risurrezione, alcuni ancora dubitano, altri non riescono a credere che Peter sia vivo. 
Dopo due settimane, Pietro riesce a tornare qui nel villaggio e lo incontro per la prima volta. Ho sentito un’emozione fortissima nell’abbracciarlo forte, a stento ho potuto trattenere le lacrime. Pietro è vivo davvero! “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5). Ma non tutto è andato bene; del gruppo che viaggiava con Peter con la speranza di raggiungere la scuola in Uganda, tre ragazzi sono stati uccisi in quest’imboscata dell’esercito, tre vite innocenti sono state crocifisse ancora una volta da gente che ha venduto cuore e coscienza.
La guerra è il peggior mostro che io abbia mai incontrato in vita mia, non credo che esista niente di peggio. La guerra è la distruzione della vita, è la sua negazione. Coloro che vogliono la guerra sono maledetti, ha detto Papa Francesco. 
Io non mi arrendo, io non me ne vado, voglio continuare a gridare, voglio continuare a lottare per la Vita, io appartengo a questa gente. Credo con tutto il cuore nel Dio della Vita, nel Dio della Pace che ci invia a costruire Vita e che è presente e lotta contro l’Impero della morte. Si, la Vita è più forte della morte, niente è più potente dell’amore. Il sogno di Dio, il sogno di Vita e di Pace non verrà mai ucciso, trionferà, davvero!
Unisco il mio grido ai tanti Peter che in Sud Sudan anelano per la Pace, lottano per realizzare ciò in cui credono, anche a costo della vita. Così ha fatto il nostro fratello Gesù di Nazareth che è andato fino in fondo nel suo sogno di dire a tutti che il Papà è a fianco dei poveri e degli oppressi della storia, che è il loro Dio; e per questo ha pagato con la sua propria vita. Una vita donata, una vita spezzata, una vita risorta, una vita piena, degna di essere vissuta. 
Questo Gesù è vivo e lotta con i Peter della storia. Il sangue di questi tre ragazzi ammazzati si unisce a quello delle migliaia di vittime che sono state uccise in Sud Sudan in questi anni di guerra e diventa un grido al cuore di Dio e ai nostri cuori, un grido che non si può non ascoltare, dinnanzi al quale non si può rimanere indifferenti. E’ un seme che muore e che per questo porterà frutti di pace per questo popolo oppresso.
Cari amici, non rinunciate ai vostri sogni, sognate in grande, lottate per ciò in cui credete, costruite Vita, offritevi per un mondo diverso, siate coraggiosi. Non abbiate paura, il Dio della Vita non vi abbandonerà mai!
            Vi voglio bene, pregate per me, Mario

sabato 17 febbraio 2018

23 FEBBRAIO - GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA E DIGIUNO PER LA PACE

             


Come è noto, nel corso della preghiera dell’Angelus di domenica 4 febbraio, Sua Santità Papa Francesco ha annunciato l’indizione, per venerdì 23 febbraio, di una Giornata di preghiera e di digiuno per la pace, in particolare per le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan. Il Santo Padre ha invitato anche i membri di altre religioni ad associarsi all’iniziativa, nelle forme che riterranno più opportune. 
Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, consapevole che le religioni possono contribuire grandemente all’ottenimento e al consolidamento della pace, sarà grato ai fratelli e alle sorelle di altre religioni che vorranno accogliere tale appello e vivere momenti di preghiera, digiuno e riflessione secondo la propria tradizione e nei propri luoghi di culto.