sabato 8 settembre 2018

UNESCO: DARE A TUTTI L'ALFABETO DELLA CONVIVENZA

 
XLIV GIORNATA MONDIALE DELL'ALFABETIZZAZIONE

                di Marco Impagliazzo

La Giornata internazionale dell’alfabetizzazione, istituita nel 1965 dall’Unesco, ha come tema quest’anno «Alfabetizzazione e pace». Si tratta di un’indicazione autorevole: vincere la sfida dell’istruzione, fin nei suoi primi passi, è vantaggioso non solo per chi è escluso da quella grande libertà che è poter leggere e scrivere, ma per chiunque, anche in società più sviluppate come la nostra.
La strada per vincere le tensioni, sanare le contrapposizioni, prevenire la violenza, mettere fine ai conflitti, passa anche per lo sforzo di garantire a tutti l’istruzione. L’analfabetismo è una condizione non residuale. Si calcola in 7-800 milioni, in special modo donne e bambine, il numero di chi non sa leggere e scrivere: un decimo della popolazione mondiale, cui è negato un diritto fondamentale, di cui è lesa profondamente la dignità. Una ferita aperta, che significa più arretratezza, emarginazione, povertà, caos; minore possibilità di avviare quel circolo virtuoso fatto di sviluppo, partecipazione, convivenza civile. Un caso particolare di questa fetta dell’umanità, quasi un continente, che vive il dramma dell’analfabetismo riguarda le decine di milioni di rifugiati che – al contrario di quanto una vulgata nostrana tende a dire – sono accolti da Paesi in via di sviluppo (che già fanno fatica a garantire l’istruzione ai propri cittadini). Un recentissimo rapporto dell’agenzia Onu per i rifugiati, dal titolo 'Invertire la rotta', calcola quattro milioni di bambini sradicati dalla guerra o da condizioni ambientali avverse che non frequentano la scuola, una cifra accresciutasi di ben 500mila unità nel solo 2017.
«L’istruzione aiuta i bambini a guarire dalle loro ferite, ma è anche la via per ricostruire i Paesi da cui fuggono», ha detto Filippo Grandi, alto commissario Onu per i Rifugiati. Sono parole che fanno eco a quelle della giovane pachistana Malala, premio Nobel per la Pace: «Un bambino, un maestro, una penna e un libro possono fare la differenza e cambiare il mondo».
Riflettendo sul tema della giornata, viene da pensare a tutti coloro che creano nel mondo scuole per bambini nei campi per rifugiati: personalmente ne ho conosciute alcune in Congo e in Nord Uganda. Posso dire che rappresentano la scommessa di ripartire dalla normalità della scuola, dalla semplicità dell’alfabeto, dell’essere insieme, dell’avere maestri buoni per porre i primi mattoni della casa del futuro, per rifondare vite che sarebbero disperse nel caos. A quei minori, che hanno presente il solo modello del miliziano armato di kalashnikov o del matrimonio precoce, si offre una nuova figura di riferimento, il maestro che apre la porta della conoscenza e delle regole del vivere insieme.
Nel videomessaggio di papa Francesco per le intenzioni di preghiera di questo mese si dice: «L’Africa è un continente ricco, e la ricchezza più grande, più preziosa, sono i giovani.
Preghiamo perché i giovani del continente abbiano accesso all’educazione e al lavoro nel proprio Paese».
Un’intera generazione deve credere che nessuno è escluso dal domani, e che quel domani può essere nella terra in cui si è nati. Per un mondo di bambini, adolescenti, donne, rifugiati e non, l’alfabetizzazione, la scuola sono insieme la restituzione del presente e l’acquisizione di una chiave per il futuro. Per ciascuno, però, c’è un alfabeto da recuperare, l’abc di una stagione di rispetto, collaborazione, unità in un mondo sempre più spaesato, frantumato, diviso. Abbiamo tutti bisogno di imparare l’alfabeto della convivenza.
Non solo il bambino, o il rifugiato. Rispetto al «cambiamento d’epoca» di cui parla il Papa, la domanda è: come lo gestiremo senza gli strumenti per comprenderci?
Senza un minimo di basi comuni? È interesse di ogni società e cultura che nelle periferie del pianeta – e ai margini del nostro centro, relativamente ricco – si faccia strada un alfabeto della cultura, dei valori, di una fraternità più larga.






venerdì 7 settembre 2018

PERCHE' LA SCUOLA SIA FEDELE A SE STESSA. IL CLIMA PUBBLICO E IL NUOVO ANNO SCOLASTICO.

       
 di Giuseppe Savagnone
     
In questi giorni, nelle diverse regioni del nostro Paese, si apre il nuovo anno scolastico. Un’occasione per chiedersi quale sia la funzione della scuola nella nostra società, in questo momento storico *. Ma il tema è così complesso e ampio che non ritengo superfluo dedicare ad esso anche la mia riflessione, sicuro di non dare luogo a ripetizioni. È il mio contributo a docenti, alunni, famiglie, che in questi giorni rimettono mano a un’impresa educativa che richiede, da parte di tutti, non solo un impegno spesso faticoso e comunque assorbente, ma anche una consapevolezza che deve sempre essere rinnovata nel confronto. È anche la mia testimonianza di fronte alla società – dopo quarantuno anni di insegnamento nella scuola statale –, della mia fiducia che solo l’educazione e la cultura, per quanto sempre più svalutate nell’opinione comune, possono aprire una prospettiva di soluzione ai problemi che incombono sul nostro Paese.
Di questo compito la scuola è la prima depositaria. Fermo restando il compito primario della famiglia di educare i propri figli, solo nell’istituzione scolastica questa educazione assume una specifica dimensione culturale, essendo per definizione veicolata dalla trasmissione dei saperi.
Ciò può avvenire però solo a certe condizioni, che non sempre forse sono state rispettate. Solo così si spiega come sia possibile la deriva che si manifesta in questi mesi sui social e su alcuni giornali, segnando un evidente imbarbarimento dello stile della nostra convivenza civile e del dibattito pubblico.
La prima di queste condizioni è che la scuola chiarisca a se stessa e a chi la frequenta che il suo obiettivo fondamentale non è l’ascolto delle lezioni (con relativi appunti) né lo studio dei libri. Troppo spesso questo equivoco ha indotto e induce generazioni di docenti e di alunni a puntare su un faticoso quanto sterile lavoro di assimilazione, più o meno intelligente, di discorsi e di pagine scritte. Oggi una variante di questa deformazione è il ricorso a internet e alle informazioni contenute su Wikipedia. Ma la sostanza è la stessa.
Si deve a questo errore di prospettiva se ragazzi e ragazze capaci di esporre correttamente il contenuto dei manuali in uso per le diverse discipline scolastiche, non sono poi in grado di utilizzare queste conoscenze per una lettura critica della realtà e della società in cui sono quotidianamente immersi, lasciandosi irretire nell’onda delle fake-news. Una scuola libresca rischia di essere un filtro, invece che un varco aperto, rispetto al mondo reale. I libri, gli appunti, non devono essere quadri da guardare per se stessi, immagazzinandone i particolari nella memoria (quante volte nelle verifiche ci si aiuta col ricordo della collocazione di una notizia nella pagina, in basso, sotto la figura…), ma finestre. Cosa è una finestra? Al netto degli infissi, nient’altro che un buco nel muro, un vuoto, un nulla. Nessuno guarda una finestra in se stessa. Si cerca con gli occhi, attraverso di essa, ciò che sta fuori.
È il gusto dell’incontro con la realtà che dovrebbe sempre animare lo studio dello studente ma, prima ancora, la lezione del professore. Nessuna cosa dovrebbe essere insegnata o appresa arrestandosi alle parole, dette o stampate – o allo schermo del tablet –: si tratti di una pagina di letteratura, di una legge della fisica, di un fatto storico, di una teoria filosofica, la domanda dovrebbe sempre essere: ma è veramente così? Che cosa vuol dire questo “concretamente”, nella mia esperienza? come potrei tradurlo nei termini della mia vita quotidiana?
Strettamente legata a questa prima condizione è una seconda, che è il superamento della distanza tra la scuola e la vita. Il dramma della nostra istituzione scolastica spesso è l’oscillazione perversa tra cinque o sei ore di cultura senza vita, la mattina, e nove o dieci ore di vita senza cultura il pomeriggio e la sera. Durante le prime, gli studenti si aggirano – i migliori interessati e incuriositi, gli altri annoiati e distratti – tra gli immensi e ammirevoli monumenti della cultura umana (la Divina Commedia, la filosofia di Platone o di Hegel, le opere di Caravaggio, le grandi leggi della fisica), senza minimamente collegarli a ciò che per loro è importante nella vita. Poi, al suono dell’ultima campana, si riversano felici fuori dalle aule per cominciare finalmente la loro “vera” giornata, fatta di videogiochi, serie televisive, incontri di comitiva in cui chi per caso menzionasse Dante o Hegel susciterebbe risa di derisione e bollato come secchione. Perché quelle della mattina siano ore “della vita”, bisogna che il discorso culturale sia impostato in modo da evidenziare questo nesso. Solo allora il pomeriggio e la sera esso potrà trovare cittadinanza e diventare fermento di inquietudine e di riflessione su ciò che accade nella vita privata e in quella pubblica.
Una terza condizione è che la scuola sia fedele al suo compito che non è solo di fornire conoscenze, ma di insegnare a pensare, a partire da esse, per collegarle tra loro in una sintesi che, da un lato, dia unità al mondo dello studente, dall’altro gli consenta di appropriarsene vitalmente, facendolo diventare il “suo” mondo. La diversità delle discipline scolastiche riproduce la frammentarietà dell’esperienza umana di un giovane. La scuola ha il compito di insegnargli a trovare i nessi profondi che, senza omologare questa molteplicità, restituisca ad entrambe un significato unificante. Possono emergere così le contraddizioni, le falsità, i compromessi.
Una quarta condizione è che la scuola insegni a dialogare. Con questo termine intendo sia il momento dell’ascolto che quello della parola. Non si può parlare se non si è capaci di ascoltare, lasciando che la sua opinione rimetta in discussione le proprie certezze. Oggi tutti, più che parlare, strillano, coprendo a vicenda l’uno la voce dell’altro. Ma, proprio per questo, non dicono nulla. La scuola dovrebbe essere il luogo dove si aprono spazi di silenzio. Anche i compiti non dovrebbero essere sempre assegnati come un lavoro da svolgere. A volte sarebbe importante che il docente, invece di essere assillato dalla corsa a completare i programmi, dicesse ai suoi alunni: oggi non studiate troppe cose, vi lascio solo una poesia o un teorema o un pensiero filosofico, o un fatto storico, su cui dovete semplicemente fermarvi, in silenzio, a pensare. Impossibile? Io, quando insegnavo, l’ho fatto, e la scuola non è crollata.
            Una quinta condizione è che la scuola parli di politica, “faccia” politica, insegnando ai ragazzi e alle ragazze la responsabilità che ogni loro gesto, ogni loro parola, ogni loro silenzio, ha sulla comunità. E spiegando che i princìpi della Costituzione su cui si fonda la nostra convivenza democratica – che andranno ampiamente spiegati – sono affidati a loro, alla traduzione che essi devono farne già nella gestione degli organismi rappresentativi dei loro rispettivi istituti, e poi nella loro vita di cittadini. Oggi più che mai questo è urgente. Una scuola dove non si fa politica (che ovviamente non significa indottrinamento ideologico) genera – lo sappiamo perché sta accadendo – generazioni di persone che non capiscono nulla del funzionamento di una democrazia e che, invece di porsi il problema del bene comune, sfogano con rabbia le loro frustrazioni seguendo chi grida di più.
       E allora, auguri! Auguri di un buon anno scolastico, amici studenti (con le vostre famiglie), insegnanti, dirigenti e personale tutto della scuola!

*Come ha già fatto Maurizio Muraglia in un bell’articolo, pubblicato su «Tuttavia» poco tempo fa, 



UN'ECONOMIA AL SERVIZIO DELLA PERSONA, PER IL BENE COMUNE

Papa al Sole 24 Ore: i veri soldi si fanno con il lavoro che crea dignità e altro lavoro

Il solo perseguimento del profitto non garantisce più la vita dell’azienda: servono una formazione ai valori ed un’etica amica della persona. Così Francesco nell’intervista pubblicata oggi dal quotidiano italiano, in cui parla anche di un’economia che “uccide” perché l’uomo non è più al centro delle proprie dinamiche

di Giada Aquilino 

La gestione dell’economia e della finanza, la creazione di nuovo lavoro, il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza dei migranti passano tutti per un’etica “amica della persona”, “forte stimolo” per una conversione di cui “abbiamo bisogno”. È la riflessione di Papa Francesco nell’intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore.

Manca la coscienza di un’origine comune, di una appartenenza a una radice comune di umanità e di un futuro da costruire insieme. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Un’etica amica della persona tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all’esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono e ampliano il cosiddetto terzo settore.
L’idolo che si chiama denaro
Quella di oggi è un’economia che “uccide”, perché - ribadisce il Papa - “la persona non è più al centro”, “obbedisce solo al denaro”, “fare soldi diventa l’obiettivo primario e unico”. Francesco nota come si costruiscano “strutture di povertà, schiavitù e di scarti”.
L’attuale centralità dell’attività finanziaria rispetto all’economia reale non è casuale: dietro a ciò c’è la scelta di qualcuno che pensa, sbagliando, che i soldi si fanno con i soldi. I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro. E’ il lavoro che conferisce la dignità all’uomo non il denaro. La disoccupazione che interessa diversi Paesi europei è la conseguenza di un sistema economico che non è più capace di creare lavoro, perché ha messo al centro un idolo, che si chiama denaro.
Il lavoro crei altro lavoro
Quando gli si chiede come un imprenditore possa essere un “creatore” di valore per la propria azienda e per gli altri, a partire dalla comunità in cui vive e lavora, il Papa richiama quanto sia importante “l’attenzione alla persona concreta”, che significa “dare a ciascuno il suo”, “strappando madri e padri di famiglia dall’angoscia di non poter dare un futuro e nemmeno un presente ai propri figli”.
Significa saper dirigere, ma anche saper ascoltare, condividendo con umiltà e fiducia progetti e idee. Significa fare in modo che il lavoro crei altro lavoro, la responsabilità crei altra responsabilità, la speranza crei altra speranza, soprattutto per le giovani generazioni, che oggi ne hanno più che mai bisogno. Credo sia importante lavorare insieme per costruire il bene comune ed un nuovo umanesimo del lavoro, promuovere un lavoro rispettoso della dignità della persona che non guarda solo al profitto o alle esigenze produttive ma promuove una vita degna sapendo che il bene delle persone e il bene dell’azienda vanno di pari passo.
Uno sviluppo integrale
Francesco esorta a “sviluppare la solidarietà ed a realizzare un nuovo ordine economico che non generi più scarti arricchendo l’agire economico con l’attenzione ai poveri e alla diminuzione delle disuguaglianze”. Abbiamo bisogno, sottolinea, “di coraggio e di geniale creatività”.
La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l’inserimento dell’azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell’ambiente, il riconoscimento dell’importanza dell’uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità di innovazione sono elementi importanti che tengono viva la dimensione comunitaria di un’azienda. Perseguire uno sviluppo integrale chiede l’attenzione ai temi che ho appena elencato.
Agire economico è fatto etico
Una sana economia, nota pertanto Francesco, non è “mai slegata” dal significato di ciò che si produce e l’agire economico è “sempre” anche un fatto etico.
Tenere unite azioni e responsabilità, giustizia e profitto, produzione di ricchezza e la sua ridistribuzione, operatività e rispetto dell’ambiente diventano elementi che nel tempo garantiscono la vita dell’azienda.
Ancora molto lavoro per sviluppo dimensione ecologica
In tale ottica, il significato dell’azienda “si allarga” e fa comprendere che “il solo perseguimento del profitto non garantisce più la vita dell’azienda” e che “non è più possibile che gli operatori economici non ascoltino il grido dei poveri”. Ecco perché il Papa pensa, oltre ad una formazione tecnica in azienda, anche ad “una formazione ai valori”: solidarietà, etica, giustizia, dignità, sostenibilità, per arricchire “il pensiero e la capacità operativa”. Nella prospettiva poi di uno sviluppo della dimensione ecologica, punta sulla “convergenza di più azioni: politica, culturale, sociale, produttiva”, anche se “il lavoro da fare rimane ancora molto”.
La condivisione di un viaggio comune
Torna poi il grido dei poveri nel ricordare che, quando essi si muovono, “fanno paura specialmente ai popoli che vivono nel benessere”. Francesco osserva che “non esiste futuro pacifico per l’umanità se non nell’accoglienza della diversità, nella solidarietà, nel pensare all’umanità come una sola famiglia”. Il richiamo è ai migranti, “grande sfida per tutti” oggi: il viaggio che compiono, mette in evidenza, in fondo “si fa in due” e non bisogna aver paura di condividerlo, con speranza.
. Quelli che vengono nella nostra terra, e noi che andiamo verso il loro cuore per capirli, capire la loro cultura, la loro lingua, senza trascurare il contesto attuale. Questo sarebbe un segno chiaro di un mondo e di una Chiesa che cerca di essere aperta, inclusiva e accogliente, una chiesa madre che abbraccia tutti nella condivisione del viaggio comune
Dignità del lavoro e società giuste e democratiche
Sollecitato a rispondere sui consensi ottenuti in Italia da forze politiche definite populiste, che non condividono l’apertura dei confini nazionali ai migranti, e sugli indirizzi da dare all’Europa, il Pontefice esorta a guardare persone che fuggono dalla miseria e dalla fame, sollecitando “molti imprenditori” e altrettante “istituzioni europee a cui non mancano genialità e coraggio” a “intraprendere percorsi di investimento, nei loro paesi, in formazione, dalla scuola allo sviluppo di veri e propri sistemi culturali e soprattutto in lavoro”, puntando al bene degli Stati “ancora oggi poveri”, “consegnando a quelle persone la dignità del lavoro e al loro paese la capacità di tessere legami sociali positivi in grado di costruire società giuste e democratiche”.
Le risposte alle richieste di aiuto, anche se generose, forse non sono state sufficienti, e ci troviamo oggi a piangere migliaia di morti. Ci sono stati i troppi silenzi. Il silenzio del senso comune, il silenzio del si è fatto sempre così, il silenzio del noi sempre contrapposto al loro. Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle. Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti. Soprattutto, il Signore ha bisogno del nostro cuore per manifestare l'amore misericordioso di Dio verso gli ultimi, i reietti, gli abbandonati, gli emarginati.
Integrazione e sistemazione dignitosa
Da parte dei migranti, aggiunge, è necessario il rispetto della cultura e delle leggi del Paese che li accoglie, “per mettere così in campo congiuntamente un percorso di integrazione e per superare tutte le paure e le inquietudini”.
Affido queste responsabilità anche alla prudenza dei governi, affinché trovino modalità condivise per dare accoglienza dignitosa a tanti fratelli e sorelle che invocano aiuto. Si può ricevere un certo numero di persone, senza trascurare la possibilità di integrarle e sistemarle in modo dignitoso. E' necessario avere attenzione per i traffici illeciti, consapevoli che l’accoglienza non è facile.







GENITORI E INSEGNANTI, DIALOGO E RECIPROCO AIUTO

PAPA FRANCESCO ALL'ASSOCIAZIONE GENITORI

"...... Oggi, infatti, quando si parla di alleanza educativa tra scuola e famiglia, se ne parla soprattutto per denunciare il suo venir meno: il patto educativo è in calo. La famiglia non apprezza più come un tempo il lavoro degli insegnanti – spesso mal pagati – e questi avvertono come una fastidiosa invadenza la presenza dei genitori nelle scuole, finendo per tenerli ai margini o considerarli avversari.
Per cambiare questa situazione occorre che qualcuno faccia il primo passo, vincendo il timore dell’altro e tendendo la mano con generosità. Per questo vi invito a coltivare e alimentare sempre la fiducia nei confronti della scuola e degli insegnanti: senza di loro rischiate di rimanere soli nella vostra azione educativa e di essere sempre meno in grado di fronteggiare le nuove sfide educative che vengono dalla cultura contemporanea, dalla società, dai mass media, dalle nuove tecnologie. Gli insegnanti sono come voi impegnati ogni giorno nel servizio educativo ai vostri figli. Se è giusto lamentare gli eventuali limiti della loro azione, è doveroso stimarli come i più preziosi alleati nell’impresa educativa che insieme portate avanti. Io mi permetto di raccontarvi un aneddoto. Avevo dieci anni, e ho detto una cosa brutta alla maestra. La maestra ha chiamato mia mamma. Il giorno dopo è venuta mia mamma, e la maestra è andata a riceverla; hanno parlato, poi la mamma mi ha chiamato, e davanti alla maestra mi ha rimproverato e mi ha detto: “Chiedi scusa alla maestra”. Io l’ho fatto. “Bacia la maestra”, mi ha detto la mamma. E l’ho fatto, e poi sono tornato in aula, felice, ed è finita la storia. No, non era finita… Il secondo capitolo è quando sono tornato a casa… Questo si chiama “collaborazione” nell’educazione di un figlio: fra la famiglia e gli insegnanti.
La vostra presenza responsabile e disponibile, segno di amore non solo per i vostri figli ma verso quel bene di tutti che è la scuola, aiuterà a superare tante divisioni e incomprensioni in questo ambito, e a far sì che sia riconosciuto alle famiglie il loro ruolo primario nell’educazione e nell’istruzione dei bambini e dei giovani. Se infatti voi genitori avete bisogno degli insegnanti, anche la scuola ha bisogno di voi e non può raggiungere i suoi obiettivi senza realizzare un dialogo costruttivo con chi ha la prima responsabilità della crescita dei suoi alunni. Come ricorda l’Esortazione Amoris laetitia, «la scuola non sostituisce i genitori bensì è ad essi complementare. Questo è un principio basilare: qualsiasi altro collaboratore nel processo educativo deve agire in nome dei genitori, con il loro consenso e, in una certa misura, anche su loro incarico» (n. 84)....."




L'EDUCAZIONE COME DONO

La sfida pedagogica è sempre più decisiva per condurre fuori dall’arida e buia gabbia della postmodernità E come nel racconto evangelico lo scopo è riaccendere la passione per la causa dell’amore di Dio fra gli uomini.  
Sullo stile di Gesù, quale emerge dal suo rapporto con i discepoli di Emmaus, dobbiamo chiederci se e fino a che punto il nostro impegno al servizio dell’educazione sia fatto di compagnia, memoria e profezia O si è capaci di generare testimoni liberi e convinti di ciò per cui vivono o si fallisce lo scopo Chi educa non crea dipendenze, ma suscita cammini di vita in cui costruire nella luce che sola illumina il cuore.
Alcuni stralci dell’intervento che ha aperto a Brescia  la nuova edizione di Scholé.
      Una sfida al processo educativo viene dalla penuria di speranze in grande che sembra caratterizzare la cultura post-moderna: tramontato il sole dell’ideologia, il futuro non appare più certo e affidabile, come volevano rappresentarlo i 'méga-recits' ideologici delle più diverse matrici. Uscire dal buio degli orizzonti verso cui andare è sfida decisiva, tanto per l’esistenza personale, quanto per l’impresa collettiva. Su questo punto il racconto di Emmaus svela ricchezze sorprendenti: Gesù schiude ai due discepoli un nuovo futuro, aprendo il loro cuore a una speranza affidabile; egli accende la profezia, contagiando il coraggio e la gioia. È scopo dell’educazione schiudere orizzonti, raccogliere le sfide e accendere la passione per la causa di Dio tra gli uomini, che è la causa della verità, della giustizia e dell’amore.
       Chi educa non deve pretendere di dominare l’altro, ma deve aspirare a liberarlo per la sua libertà più vera.
      Gesù procede così: si fa vicino, spiega le Scritture, alimenta il desiderio, si fa riconoscere e offre ai due l’annuncio di sé, della sua vittoria sulla morte, rendendoli liberi dalla paura e provocandoli alla libertà della missione: «Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro… E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (vv. 15 e 27). «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (vv. 30-31).
Si accende nei cuori dei due una 'grande gioia' (v. 41). È da questa gioia che scaturisce l’urgenza di partire subito per portare agli altri la buona novella di cui sono ormai testimoni: «E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (vv. 33-34).
         L’incontro vissuto esige di essere testimoniato: non puoi fermarti a ciò che hai avuto in dono. Devi a tua volta donarlo, camminando sulle tue gambe e facendo le scelte della tua libertà. L’educazione o genera testimoni liberi e convinti di ciò per cui vivono, o fallisce il suo scopo. Chi educa non deve creare dipendenze, ma suscitare cammini di vita, in cui ciascuno giochi la propria avventura al servizio della luce che gli ha illuminato il cuore. «Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane » (v. 35). L’educazione ha raggiunto il suo fine quando chi l’ha ricevuta è capace di irradiare il dono che lo ha raggiunto e cambiato: «Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia - affermava il Card. Ratzinger pochi giorni prima della sua elezione a successore di Pietro, parlando a Subiaco il 1 Aprile 2005 - sono uomini che, attraverso una fede illuminata, rendano Dio credibile in questo mondo… Uomini che tengacendere no lo sguardo dritto verso Dio, imparando di lì la vera umanità, uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore… Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini».
        Educare, insomma, non è clonare, ma accogliere la vita col dono della vita, suscitando i cammini di libertà di un’esistenza significativa e piena, spesa al servizio della verità che sola rende e renderà liberi. L’educatore o è testimone di una speranza affidabile, contagiosa di verità e trasformante nell’amore, o non è. L’icona biblica di Emmaus ci consente così una descrizione dell’azione educativa: educare è accompagnare l’altro dalla tristezza del non senso alla gioia della vita piena di significato, introducendolo nel tesoro del proprio cuore e del cuore della Chiesa, rendendolo partecipe di esso per la forza diffusiva dell’amore. Chi vuol essere educatore deve poter ripetere con l’apostolo Paolo queste parole, che sono un autentico progetto educativo: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia» (2 Corinzi 1, 24). Sullo stile educativo di Gesù, quale emerge dal suo rapporto con i discepoli di Emmaus, dobbiamo esaminarci tutti, chiedendoci se e fino a che punto il nostro impegno al servizio dell’educazione sia fatto analogamente di compagnia, memoria e profezia. Questo vale tanto per la quotidiana comunicazione vitale fra le generazioni, quanto per l’impegno educativo in campo scolastico e universitario, quanto per l’azione pastorale della Chiesa e il servizio alla causa dell’evangelizzazione. Facilmente il bilancio ci sembrerà perdente: ci conforta tuttavia il fatto di non essere soli. Dio, che ha educato il suo popolo nella storia della salvezza, continua a educarci e a educare: «Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Giovanni 14, 26). Non rinunciamo dunque a raccogliere la sfida educativa, qualunque sia il livello di responsabilità che ci è dato di vivere. E confidiamo nel divino Maestro. 
    A Lui vorrei rivolgermi in conclusione, dicendogli con semplicità e fiducia a nome di tutti coloro che vogliano accettare e vivere la sfida educativa: Signore Gesù, ti sei fatto compagno di strada dei discepoli dal cuore triste, incamminati dalla città di Dio verso il buio della sera. Hai fatto ardere il loro cuore, aprendolo alla realtà totale del Tuo mistero. Hai accettato di fermarti con loro alla locanda, per spezzare il pane alla loro tavola e permettere ai loro occhi di aprirsi e di riconoscerti. Poi sei scomparso, perché essi - toccati ormai da te - andassero per le vie del mondo a portare a tutti l’annuncio liberante della gioia che avevi loro dato. 
     Concedi anche a noi di riconoscerti presente al nostro fianco, viandante con noi sui nostri cammini. Illuminaci e donaci di illuminare a nostra volta gli altri, a cominciare da quelli che specialmente ci affidi, per farci anche noi compagni della loro strada, come tu hai fatto con noi, per far memoria con loro delle meraviglie della salvezza e far ardere il loro cuore, come tu hai fatto ardere il nostro, per seguirti nella libertà e nella gioia e portare a tutti l’annuncio della tua bellezza, col dono del tuo amore che vince e vincerà la morte. Amen. Alleluia».

*Arcivescovo di Chieti-Vasto e segretario del Sinodo dei vescovi sulla famiglia.





giovedì 6 settembre 2018

GIOVANI, L'ATTESA DI CRESCERE CON ADULTI CHE ASCOLTANO

 Un’educazione aperta ai sogni dei giovani

di Ernesto Diaco

     «Caro papa Francesco, sono Letizia, ho 23 anni e studio all’università. Vorrei dirle una parola a proposito dei nostri sogni e di come vediamo il futuro». L’aspetto principale che ha caratterizzato il cammino preparatorio del Sinodo dei Vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», in Vaticano dal 3 al 28 ottobre, è stata la ricerca di ascolto e di dialogo con gli stessi giovani. Anche il grande incontro fra papa Francesco e le migliaia di giovani italiani, giunti a Roma «da mille strade» nei giorni più caldi di agosto, ha subito preso la forma di un reciproco guardarsi e parlarsi senza barriere e timori reverenziali.
      Dopo Letizia, che ha scelto la facoltà universitaria seguendo le sue passioni e non gli inviti a considerare prioritarie le esigenze del mercato, nel corso del grande incontro al Circo Massimo dell’11 agosto è intervenuto Lucamatteo, anche lui con progetti più grandi di chi dovrebbe aiutarlo a realizzarli. Martina, 24 anni, ha confidato il suo sogno di costruire una famiglia senza aspettare un’indefinita realizzazione sul lavoro. Nelle parole di Dario, 27enne infermiere in un reparto di cure palliative, sono poi emerse le «grandi domande» su Dio, la morte, l’ingiustizia della sofferenza e della povertà. Accanto a ogni interrogativo, e nient’affatto in secondo piano, l’amara esperienza della delusione, accompagnata dalla richiesta esplicita di punti di riferimento «appassionati e solidali» e della testimonianza autentica di una Chiesa «che ci accompagni e ci ascolti».
      Il pensiero dei giovani su questo punto è chiarissimo: più che strategie, strumenti o metodi pastorali, chiedono persone. Adulti credibili disposti a spendere tempo con loro, offrendo ascolto e segni di fiducia. È una domanda rivolta alla famiglia, alla scuola, all’università, alla Chiesa. Rispetto ai loro coetanei di cinquant’anni fa, l’atteggiamento verso gli adulti sembra essersi rovesciato. Nel 2018, la 'rivoluzione' vogliono farla con i loro genitori, insegnanti, preti e datori di lavoro, non contro di loro.
         Lo notava di recente anche Umberto Galimberti, nel libro in cui aggiorna l’analisi di dieci anni fa sul nichilismo, l’ospite inquietante nella vita dei giovani. L’atmosfera che respirano resta pesante, spiega il filosofo, ma crolla il numero dei rassegnati. Non ci stanno a sentirsi dire continuamente che il loro futuro sarà più grigio di quello dei loro padri. Ciò che chiedono, continua, «sono insegnanti motivati e carismatici, perché si impara per fascinazione». E agli adulti dicono: «Non vi odiamo, anzi vi siamo riconoscenti se ci potete aiutare a realizzare quel che vogliamo diventare, perché un sogno ce l’abbiamo anche noi e non vogliamo vederlo spegnersi come si spengono le stelle cadenti».
U na volta riallacciato il dialogo, i temi sono quelli sollevati dai giovani del Circo Massimo: studio e lavoro, amore e famiglia, Dio.
      Dietro a tali questioni, non è difficile leggere un desiderio spesso inascoltato di identità, di relazioni, di partecipazione. «Santo Padre, con quali occhi possiamo rileggere tutto questo?», chiedevano l’11 agosto a chi appare loro come un interlocutore autorevole e affidabile, per ricevere da lui in cambio l’invito a rischiare un’umanità più fraterna e a «correre nella Chiesa», attratti dal volto di Cristo presente nell’Eucaristia e nella carne dei fratelli che soffrono.
È il metodo educativo di papa Francesco che, quando era vescovo, ha ideato una rete di scuole attorno alla triplice educazione della mente, del cuore e delle mani. L’intelletto, gli affetti, l’agire. Nel contesto della formazione ecclesiale dei giovani potremmo tradurlo in una sorta di alternanza tra parola, preghiera e servizio.
       Descritti dalle ricerche sociali in stand by rispetto alla fede religiosa, propensi cioè a rinviare l’argomento, come se non fosse cosa per la loro età, sono molti però i ragazzi che sfuggono alle etichette che si trovano appiccicate addosso, rovesciandole con la loro sete di incontri non superficiali e di orizzonti di vita più coraggiosi di quelli che offrono gli store reali e virtuali. I nostri giovani non sono affatto indisponibili a un cristianesimo di grazia e di libertà, di rischio e perfino di sacrificio. Ma è difficile che questo fuoco divampi se non c’è qualcuno, magari una comunità, che glielo faccia conoscere al di là delle semplificazioni, e soprattutto sperimentare. A ben vedere, chi ha più paura oggi non sono i giovani. Anche davanti al Vangelo.
       Sì, è vero, sembra che la parola vocazione continui a incutere grande timore. Colpa però di una cultura e una società che tramano contro le decisioni definitive e incoraggiano relazioni a bassa intensità, dove essere liberi significa poter revocare ogni propria scelta. La folla delle solitudini che popola le nostre città non è colpa di Internet quanto di chi riduce l’amore all’alternativa estrema tra annullarsi completamente per l’altro oppure bramare di controllarlo e possederlo. La concretezza delle domande giovanili ricorda che tutto ciò che apprendiamo lo facciamo nostro grazie alla molla del desiderio e sul terreno dell’esperienza, tentando anche vie inesplorate. In questo senso, l’educazione dei giovani si declina oggi secondo verbi quali allargare, desiderare, orientare, provare, meglio se insieme. Ciò non elimina certo la fatica dello studio e il valore della conoscenza, troppo spesso trattata come sinonimo di informazione. L’esperienza infatti da sola non basta; quello che semmai è da abbandonare è la standardizzazione di percorsi formativi che non valorizzano i talenti di ciascuno.
     Questo vale anche per la dimensione religiosa, di cui un giovane si appropria solo se la vaglia nelle situazioni e nelle relazioni quotidiane. La vita scolastica e universitaria, oltre che le esperienze lavorative, sono perciò momenti di fondamentale importanza per coloro a cui il Sinodo intende rivolgersi. È qui, infatti, che si sviluppano il senso critico e il desiderio, si è chiamati a rispondere degli impegni presi, si impara a riconoscere i propri limiti e a fare tesoro dei fallimenti. E ancora, si stringono amicizie durature, si impara ad accettare se stessi e gli altri, si percepisce la chiamata a costruire una società migliore per tutti. Non di rado, infine, è qui che vengono messi in discussione – e ritrovati in modo nuovo – il valore della spiritualità, le ragioni della fede, il senso della Chiesa. N el maggio scorso, durante il convegno pastorale della diocesi di Roma, a una domanda sulle attenzioni da riservare alla nuova generazione, papa Francesco non ha nascosto il suo punto di vista: «Uno dei problemi a mio giudizio più difficili, oggi, dei giovani – ha detto – è questo: che sono sradicati.                  Devono ritrovare le radici, senza andare indietro: devono ritrovarle per andare avanti». Viene da qui l’insistenza con cui il Pontefice invita a far incontrare i giovani e gli anziani, e a non 'scartare' i nonni, tanto da fare del versetto di Gioele 3,1 uno dei testi biblici da lui più citati: «I vostri anziani sogneranno e i vostri figli profetizzeranno».
        «Quando non ci sono radici, qualsiasi vento finisce per trascinarti», aveva ricordato Francesco nello stesso appuntamento dell’anno prima. Per questo è necessario che i giovani conoscano la terra e la fede che li hanno generati e possano a loro volta costruire un tessuto vitale fatto di legami, di appartenenza reciproca, di progetti comuni. «Affinché i nostri giovani abbiano visioni, siano 'sognatori', possano affrontare con audacia e coraggio i tempi futuri, è necessario che ascoltino i sogni profetici dei loro padri», ripete ancora il Papa lanciando la sfida a noi adulti: aiutiamo i nostri ragazzi a ritrovare le radici. Loro ci metteranno le ali.

*Direttore dell’Ufficio Cei per l’educazione, la scuola e l’università

www.avvenire.it  


sabato 1 settembre 2018

INSEGNANTI E POLITICA


POLITICA E SCUOLA, MONDI INCONCILIABILI?

A proposito, pubblichiamo una lettera aperta pervenuta da un insegnante scrittore, Enrico Galiano

Caro Ministro dell’Interno  
ho letto in un tweet da Lei pubblicato questa frase: “Per fortuna che gli insegnanti che fanno politica in classe sono sempre meno, avanti futuro!”.
Bene, allora, visto che fra pochi giorni ricominceranno le scuole, e visto che sono un insegnante, Le vorrei dedicare poche semplici parole, sperando abbia il tempo e la voglia di leggerle. Partendo da quelle più importanti: io faccio e farò sempre politica in classe. Il punto è che la politica che faccio e che farò non è quella delle tifoserie, dello schierarsi da una qualche parte e cercare di portare i ragazzi a pensarla come te a tutti i costi. Non è così che funziona la vera politica.
La politica che faccio e che farò è quella nella sua accezione più alta: come vivere bene in comunità, come diventare buoni cittadini, come costruire insieme una polis forte, bella, sicura, luminosa e illuminata. Ha tutto un altro sapore, detta così, vero?
Ecco perché uscire in giardino e leggere i versi di Giorgio Caproni, di Emily Dickinson, di David Maria Turoldo è fare politica. Spiegare al ragazzo che non deve urlare più forte e parlare sopra gli altri per farsi sentire è fare politica. Parlare di stelle cucite sui vestiti, di foibe, di gulag e di tutti gli orrori commessi nel passato perché i nostri ragazzi abbiano sempre gli occhi bene aperti sul presente è fare politica.
Fotocopiare (spesso a spese nostre) le foto di Giovanni Falcone, di Malala Yousafzai, di Stephen Hawking, di Rocco Chinnici e dell’orologio della stazione di Bologna fermo alle 10.25 e poi appiccicarle ai muri delle nostre classi è fare politica.
Buttare via un intero pomeriggio di lezione preparata perché in prima pagina sul giornale c’è l’ennesimo femminicidio, sedersi in cerchio insieme ai ragazzi a cercare di capire com’è che in questo Paese le donne muoiono così spesso per la violenza dei loro compagni e mariti, anche quello, soprattutto quello, è fare politica.1
Insegnare a parlare correttamente e con un lessico ricco e preciso, affinché i pensieri dei ragazzi possano farsi più chiari e perché un domani non siano succubi di chi con le parole li vuole fregare, è fare politica. Accidenti se lo è.
Sì, perché fare politica non vuol dire spingere i ragazzi a pensarla come te: vuol dire spingerli a pensare. Punto. È così che si costruisce una città migliore: tirando su cittadini che sanno scegliere con la propria testa. Non farlo più non significa “avanti futuro”, ma ritorno al passato. E il senso più profondo, sia della parola scuola che della parola politica, è quello di preparare, insieme, un futuro migliore. E in questo senso, soprattutto in questo senso, io faccio e farò sempre politica in classe.

Enrico Galiano