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sabato 16 maggio 2026

PRESERVIAMO LA SPERANZA

 


UN MODO 

PER ABITARE 

IL MONDO



-          di GIULIOALBANESE

La speranza, soprattutto quando è coltivata in un contesto di riflessione sulla geopolitica contemporanea, non può essere ridotta a un vago sentimento o a un semplice atteggiamento positivo. È piuttosto una scelta intellettuale e spirituale, uno sguardo sul mondo che si confronta con la realtà senza negarla, ma anche senza assolutizzarla.

Viviamo un tempo segnato da fratture profonde: guerre che si riaccendono in diverse aree del pianeta, disuguaglianze economiche sempre più laceranti, crisi ambientali che minacciano l’abitabilità di intere regioni e migrazioni che interpellano insieme le coscienze personali e le responsabilità politiche degli Stati. Una lettura puramente geopolitica di queste realtà potrebbe facilmente sfociare nel pessimismo o nella rassegnazione.

Proprio in questo scenario, però, si apre lo spazio per una comprensione più profonda: una prospettiva che potremmo definire “geoteologica”, capace di leggere le ferite della storia non solo come crisi politiche, ma come luoghi in cui si misura la responsabilità dell’uomo davanti a Dio.

Questa prospettiva non mira a semplificare la realtà. Al contrario, la prende sul serio nella sua complessità. La terra non è solo uno spazio neutro di competizione tra potenze, ma un luogo abitato da persone, storie, culture e sofferenze reali. Ogni mappa geopolitica, letta fino in fondo, è anche una mappa umana, fatta di volti e di vite concrete. Ed è proprio per questo che ogni analisi ferma ai soli rapporti di forza rischia di restare incompleta.

La speranza nasce quando si rifiuta l’idea che la storia sia determinata unicamente da logiche inevitabili di potere.

Non perché queste logiche non esistano, ma perché non esauriscono il significato del reale. Dentro ogni sistema, anche il più rigido, esistono interstizi di libertà, spazi di decisione, possibilità di cambiamento. La storia umana non è un meccanismo chiuso, ma un processo aperto.

In questo senso, la speranza non è mai ingenua: è una forma di lucidità. Significa riconoscere il male senza considerarlo definitivo, leggere le crisi senza trasformarle in destino, e soprattutto mantenere viva la convinzione che l’agire umano possa ancora incidere, anche quando le condizioni sembrano sfavorevoli. C’è un elemento fondamentale in questa visione: il valore delle periferie, non solo geografiche, ma anche sociali ed esistenziali. Spesso è proprio ai margini che emergono forme inattese di resistenza, solidarietà e ricostruzione del tessuto umano. La speranza non nasce necessariamente nei centri del potere, ma in quei luoghi dove la vita è più esposta e, proprio per questo, più creativa. Da questa prospettiva, la speranza non è un’idea astratta, ma una pratica concreta. Si esprime nella capacità di costruire relazioni laddove domina la diffidenza, nel promuovere giustizia dove prevale l’ingiustizia, nel tenere aperto il dialogo dove sarebbe più facile la chiusura identitaria. È una speranza che si traduce in responsabilità.

Una responsabilità che riguarda anche chi osserva il mondo da una prospettiva di studio, di analisi o di formazione. La geopolitica non è mai neutrale: il modo in cui leggiamo il mondo influisce sul modo in cui scegliamo di abitarlo. Una lettura disincantata non deve scivolare nel cinismo; al contrario, può diventare più esigente, più attenta, più consapevole.

La speranza, in questa chiave, non elimina il conflitto, ma lo attraversa senza esserne schiacciata. Non nega le tensioni globali, ma rifiuta di considerarle l’ultima parola sulla storia. È la consapevolezza che il futuro non è semplicemente la prosecuzione del presente, ma uno spazio ancora da costruire.

Questa, allora, è la sfida più importante: imparare a leggere il mondo interpretando i segni dei tempi alla luce della Parola di Dio, senza perdere la capacità di intravedere, dentro le sue contraddizioni, la possibilità di un futuro diverso. Perché la storia umana, nonostante tutto, resta ancora un libro aperto. Per tutti!

www.avvenire.it

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sabato 18 aprile 2026

CUSTODIRE LA COMPLESSITA'


 Dio è straziato 

dalle guerre, 

non sta coi prepotenti*



-di Anna Cremonesi*


È straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne, dice Leone XIV . Cosa possiamo fare per la pace?

BASTA VIOLENZA

Perché continuiamo a riconoscere come forza solo ciò che impone, domina, vince?

L’antropologa argentina Segato descrive la pedagogia della crudeltà: un meccanismo che interpreta la realtà tramite gerarchie di potere, fino a far apparire la violenza comprensibile, persino inevitabile.

Ma, in qualunque forma, è una ferita all’umanità. Non è solo fisica: è psicologica, economica, sociale, verbale. Colpisce gli animali, la natura, ogni vita che respira. Non ha un maschile o un femminile, non ha numero. È un’ombra sull’umanità, che ha sempre più bisogno di luce.
Diciamo basta, sorvegliamo noi stessi, scegliamo percorsi di rispetto e disarmo.


NESSUNO È INNOCENTE

Tutti noi abbiamo un pezzo di #responsabilità.

Siamo parte, spesso passiva, di sistemi generanti ingiustizia o violenza. La pace non è solo assenza di guerra ma eliminazione delle cause dell'odio.
Perseguire la pace richiede di abbandonare l'idea che esistano solo buoni assoluti e cattivi assoluti. Riconoscere la propria ombra, è il primo passo per comprendere l'altro.

Anche noi possiamo aver sbagliato o contribuito al disordine: passo necessario per passare dalla punizione al perdono.

La vera pace non nasce dalla vendetta, ma dalla giustizia riparativa che riconosce la dignità di tutte i soggetti.

CUSTODIRE LA COMPLESSITÀ

È la sfida di oggi, come atto etico e politico. Altrimenti, il massacro di Gaza, e tutti i numerosi altri, rischiano di diventare slogan che vivono di istantaneità e polarizzazione: il diritto, sacrosanto, di protestare contro la guerra viene semplificato in adesioni identitarie; la critica a un quotidiano degenera in aggressività perché, nella logica dell’immediatezza, chi non è percepito dalla parte giusta viene considerato nemico.

La #complessità è un impegno, non un ostacolo: non riguarda il sapere o il non sapere, è una questione di scelta.

*536/ #Taccuinodistrada alla ricerca della #Pace . RS Servire

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martedì 27 gennaio 2026

LE SIMMETRIE NASCOSTE


 I sistemi semplici si somigliano tutti, ogni sistema complesso è complesso a modo suo. Così, parafrasando l'incipit di "Anna Karenina", Giorgio Parisi - premio Nobel per la Fisica nel 2021 proprio «per contributi rivoluzionari alla teoria dei sistemi complessi» - introduce la sua visione della complessità, che non è una nuova scienza, ma «un modo nuovo e diverso di guardare la natura».

In questo libro, Parisi mostra il cammino che, a partire dalla nascita della fisica statistica nell'Ottocento, e dunque dall'introduzione della probabilità nelle leggi fisiche, ha condotto allo studio e alla descrizione matematica dei «comportamenti collettivi emergenti», quelli cioè che compaiono solo se il numero di agenti coinvolti (elettroni, molecole, neuroni, individui...) è elevato, e quindi non è possibile capirli guardando al comportamento dei singoli elementi. 

È l'ambito di fenomeni come la magnetizzazione dei vetri di spin, leghe metalliche composte per esempio da una piccola percentuale di ferro diluita in oro. 

Le scoperte di Parisi in un campo così lontano dall'esperienza comune non solo gli hanno fatto vincere il Nobel, ma hanno condotto allo sviluppo di tecniche fondamentali nel mondo di oggi, per l'ottimizzazione delle risorse, per la gestione delle reti, e soprattutto nell'intelligenza artificiale, dalle prime reti neurali ai Large Language Models e oltre, a cui sono dedicati gli ultimi capitoli del libro. 

Il racconto di Parisi è una dichiarazione di fiducia nella scienza pura, guidata dalla pura curiosità: è giusto, è bello affrontare problemi scientifici per il gusto di farlo, non per le presunte ricadute pratiche (che magari ci saranno lo stesso, per le vie più impreviste).

 Ma la sua fiducia non è cieca: le pagine finali esaminano i tanti rischi dell'intelligenza artificiale, a partire da quello, molto concreto, del monopolio, e indicano alcune possibili vie per una scienza e una tecnologia al servizio dell'umanità.

 Autore: Giorgio Parisi

Editore: Rizzoli

Collana: Saggi italiani

Anno edizione: 2026

Pagine: 300 p., Rilegato

EAN: 9788817181440

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domenica 20 luglio 2025

ABITARE LA SCUOLA

 “Educare è un verbo al futuro: 

cinque parole per abitare la scuola”

«Insegnante è colui che prepara il futuro, lo intravede prima degli altri, perché l’educazione ha il futuro come prospettiva"

 

-       di Daria Capitani

 Si è concluso con 3.300 presenze complessive il Festival dell’educazione che ha portato a Cuneo docenti, dirigenti, educatrici ed educatori da tutta Italia e da 12 Paesi del mondo per partecipare a sei summer school, accompagnate da spettacoli e laboratori che hanno contaminato la città.

Una proposta della Fondazione Crc, scandita da cinque concetti chiave: cura, partecipazione, creatività, bellezza e futuro.

Gli interventi di Anna Granata, Roberto Farnè e Monica Trigona.

«Sono un’educatrice, non faccio l’educatrice».

«A volte ci si sente soffocati da un sistema che non è quello che sogni: questo è un luogo in cui ritrovare la carica».

«Porto a casa le storie come valore fondante del mio lavoro».

Voci sparse dalle summer school di A tutto tondo, il Festival che si è appena concluso in Piemonte, per la regia di Fondazione Crc.

Una settimana in cui l’educazione ha preso vita per decine di professionisti del settore e per tutta la città, disseminata di laboratori, musica dal vivo, spettacoli e performance.

Ve li immaginate 133 insegnanti, dirigenti, educatrici ed educatori da tutta Italia e da 12 nazionalità del mondo tutti insieme, a luglio, a parlare di scuola, didattica, intelligenza artificiale, pratiche dialogiche, gioco e molto altro?

C’è chi li ha osservati dal vivo, suddivisi in grandi cerchi, chiacchierare a colazione in piazza Galimberti, il cuore di Cuneo, fare trekking e yoga all’alba, camminare lungo i sentieri del parco fluviale o uscire, ancora immersi nel flusso di lavoro, dalla grande vetrata del Rondò dei Talenti.

È il secondo anno in cui accade, ma è già una piccola rivoluzione.

Un cerchio grande come il mondo

Andiamo per ordine.

Perché proprio qui?

A Cuneo è stato inaugurato nel 2022 il Rondò dei Talenti, un polo educativo che si affaccia su viale Angeli, nato al termine di un lavoro di rigenerazione urbana che ha ridato vita a un edificio sorto nel 1978 e fino al 2018 sede di una banca.

Dove un tempo sorgevano gli sportelli e il caveau, oggi c’è un polo educativo che è difficile imbrigliare in una definizione: uno spazio per la comunità aperto 365 giorni l’anno dalle 8 alle 20, rivolto a persone da 0 a 99 anni, che si sviluppa attorno al tema del talento per catalizzare e dare impulso alla crescita, alla conoscenza e alla nascita delle idee.

Fortemente voluto dalla Fondazione Crc, ospita esperienze di innovazione didattica, una città dei talenti per percorsi di orientamento precoce, una biblioteca dell’educazione, un learning center, spazi aperti a tutti e molto altro.

Luce e circolarità sono i primi elementi che balzano agli occhi varcando la soglia.

Parole e illustrazioni colorano i muri lungo la scala che conduce ai quattro piani.

Rondò è un nome azzeccato: l’edificio ha una pianta circolare e soprattutto qui l’educazione è intesa come un cerchio che si apre per accogliere persone, suggestioni, bisogni, novità.

In estate il cerchio si fa ancora più grande.

Come se fosse la punta di un compasso, per una settimana il Rondò allarga il suo diametro e si connette con il mondo, disegnando nuove traiettorie dell’educare con pedagogisti e docenti, formatori ed esperti.

Nell’edizione 2025, i partecipanti hanno lavorato su sei aree tematiche: “Educazione museale”, “Dallo storytelling al talento”, “Gioco e outdoor education”, “Materie Steam e intelligenza artificiale”, “Inclusione e pratiche dialogiche” e, in lingua inglese, “Talent without borders” (a cui hanno preso parte professionisti da Belgio, Finlandia, Georgia, Martinica francese, Germania, Grecia, Namibia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Tunisia e Turchia).

Un vocabolario dell’educare

Il Festival si inserisce in un percorso più ampio che la Fondazione Crc ha intrapreso da tempo, con uno sguardo rivolto in modo esplicito ai giovani.

Il piano pluriennale 2025/2028 ha scelto cinque parole chiave per guidare la sua azione, le stesse che hanno accompagnato le quattro giornate di summer school: bellezza, creatività, cura, futuro e partecipazione.

Di fronte a un pubblico attento e partecipe, nella plenaria conclusiva del percorso formativo, sabato mattina tre esperti hanno dato loro nuova forza semantica, definendo insieme un piccolo vocabolario dell’educare.

* Creatività, non supermercato

Anna Granata è docente di Pedagogia presso il Dipartimento di Scienze umane per la formazione dell’Università di Milano-Bicocca, si occupa di diversità, equità e creatività organizzativa.

È spesso uscita dall’università per dare voce alla scuola.

A lei è stata affidata la parola creatività: «Molto spesso leghiamo la creatività a qualcosa di naïf, di disimpegnato, distaccato dalla realtà, qualcosa che in fondo non ci serve.

E invece no, la creatività va letta come un imperativo politico ed educativo.

Non può esserci democrazia senza creatività e la creatività è un’esigenza di tutti, non c’è cittadino che sia troppo vecchio, o troppo povero, per non essere creativo.

E l’immagine per me di tutto questo è proprio il Rondò dei talenti, un luogo in cui al pian terreno arrivano i ragazzi che sanno già che verranno bocciati e che si aprono a un tempo che per loro sarebbe vuoto, inutile, e invece approdano qui.

Oppure i senza fissa dimora che si avvicinano quasi a dire: anch’io ho diritto al talento, anch’io ho diritto alla creatività».

Secondo Granata, «la scuola oggi si trova di fronte a un bivio molto chiaro: deve decidere se vuole essere un supermercato o un laboratorio di creatività.

La scuola è un supermercato quando vende il prodotto che ti serve in questo momento, risponde al tuo bisogno, offre quello che la moda oggi richiede.

Oppure la scuola può essere laboratorio: quel luogo in cui creativamente proponiamo un’alternativa al mondo, qualcosa che in questo momento fuori non c’è.

Tutte le volte che noi parliamo di pace e costruiamo la pace, tutte le volte che accogliamo il diverso in ogni sua forma dentro la scuola e quasi non ci accorgiamo più della diversità perché è diventata parte della comunità, tutte le volte che insegniamo a bambini e bambine, ragazzi e ragazzi, a rispettarsi a vicenda, noi costruiamo creativamente un mondo nuovo».

* Cura, ovvero esperienze

Dall’Università di Bologna, Roberto Farnè, docente di Pedagogia del gioco e dello sport, studioso del rapporto fra l’educazione e i media e di outdoor education, è stato chiamato a definire la parola cura.

«Nella mitologia, Cura era quella divinità che forgia l’uomo con la Terra.

E quindi a lei, a cura, viene affidato il compito di prendersi cura dell’uomo finché è in vita: lo ha forgiato e dunque se ne deve occupare.

Noi abbiamo il dovere di prenderci cura degli altri, guai se non lo facessimo.

Nei confronti dei bambini il primo dovere che abbiamo è quello proteggerli ovviamente, però dobbiamo intenderci su che cosa significhi oggi prendersi cura dell’infanzia».

Nell’arco delle ultime due generazioni, ha spiegato Farnè, «la cura è diventata controproducente, nel senso che ha prodotto iperprotezione.

Un conto è proteggere l’infanzia, un conto è quando la cura diventa espropriazione.

Se interpretiamo la cura come una protezione totale perché tutto è rischioso, perché tutto è pericoloso, noi in realtà facciamo un’operazione antipedagogica, cioè espropriamo i bambini di esperienza».

Che cosa si intende con antipedagogico?

«Quando più di 10 anni fa abbiamo incominciato a Bologna a porre l’attenzione con il Centro di ricerca e formazione sull’outdoor education, la prima cosa che abbiamo visto è il danno provocato all’infanzia dall’eccesso di cura.

I bambini fuori non ci sono più, stanno continuamente seduti: a scuola, a casa, in auto.

Il loro corpo e il loro movimento vengono deprivati in maniera terribile.

Abbiamo bisogno di riportare i bambini al centro delle loro esperienze, e per esperienze intendo corpo, movimento, sensibilità, socialità, relazione.

Io mi prendo cura dei bambini quando li metto in condizione di esplorare, percorrere il territorio».

* Bellezza è complessità

Monica Trigona, giornalista del Giornale dell’Arte, storica e curatrice di mostre d’arte contemporanea, ha definito bellezza «un tema che, nel corso della lunga storia dell’uomo, è stato molto dibattuto.

Oggi, quando parliamo di bellezza, non parliamo più del concetto greco di armonia, simmetria, proporzione.

Oggi la bellezza è intesa in una maniera molto diversa.

Anzi, direi che di bellezza quasi non si parla.

Quando ci riferiamo alle opere d’arte contemporanea, parliamo della produzione attuale e militante messa in atto da vari artisti, parliamo di una produzione che rispecchia la complessità della società, non di bellezza in senso stretto».

La bellezza, dunque, come «un concetto piuttosto opinabile, in un mondo in cui le categorie per valutare un’opera d’arte corrispondono alla capacità dell’opera e dell’artista di coinvolgere il suo pubblico.

La grande sfida dell’opera d’arte oggi è riuscire ad aprirsi a un pubblico variegato, eterogeneo, che vada dal bambino della scuola primaria fino al nonno che trova nell’arte non soltanto uno svago ma un ambito di grande interesse e di scoperta».

Perché questo avvenga, ha detto Trigona, «bisogna pensare che i musei non sono gli unici luoghi deputati all’arte: esistono moltissime iniziative che raggiungono il pubblico in modo quasi inconsapevole. Io penso che la bellezza oggi esista, ma nelle sue connotazioni più diverse, che riguardano la sua capacità di attivare la comunità e di riflettere la complessità contemporanea».

* Partecipazione, non si insegna

La partecipazione (su questa parola Granata non ha dubbi) «non si insegna, non si spiega, forse neanche si impara nel senso più classico.

Noi cerchiamo l’educazione civica, l’educazione alla cittadinanza, ma in realtà sono delle scorciatoie che poi non ci portano all’obiettivo.

Sul tema della partecipazione penso che dobbiamo ragionare per osmosi: i nostri studenti ci guardano, ci osservano.

E allora l’insegnante oggi deve essere un cittadino a pieno titolo che vive la partecipazione, una persona che si informa, che sta sui social in maniera attiva e propositiva, che si occupa sempre, anche quando è in vacanza, di essere un esempio per le nuove generazioni».

* Futuro, è l’essenza

Infine, il futuro, che nell’accezione data da Farné è l’essenza del mestiere di educatore. «Insegnante è colui che prepara il futuro, lo intravede prima degli altri, perché l’educazione ha il futuro come prospettiva".

La dimensione temporale dell’educazione non è nel passato e non è nel presente: è il futuro. Chiunque faccia l’insegnante è sottoposto a una frustrazione che potremmo definire ontologica: è la frustrazione di chi non vedrà il prodotto finale del proprio impegno.

Però lo intuisce.

Per questo mi arrabbio con certe politiche della scuola che sono tutte schiacciate sul presente.

Il nodo non è rendere la scuola attuale, riempirla di nuova tecnologia: il nodo è occuparsi dei fondamentali perché se non se ne occupa la scuola non se ne occupa nessuno».

Verso un nuovo sguardo

Bastano quattro giornate per cambiare uno sguardo?

Difficile dirlo.

Di certo, però, sabato mattina, c’era un’attenzione palpabile, un desiderio concreto di ascolto e relazione, per portare a casa uno slancio educativo.

Come ha detto Mauro Gola, presidente della Fondazione Crc, «stiamo costruendo una comunità educante innovativa e coesa».

La plenaria si è conclusa con le parole che i partecipanti alle summer school hanno scelto per riassumere l’esperienza vissuta: avventura, co-responsabilità, spaziosità, carica, alterità, wow.

Hanno tutte una cosa in comune: guardano al futuro.

 

Vita

 

 

 

domenica 13 aprile 2025

LA SCUOLA DELLA PAURA

DIBATTITO 

SULLE

 INDICAZIONI NAZIONALI



Paura dell'altro, quale che sia. Rifiuto della complessità. Necessità di controllo e prescrizione. Sono queste le critiche principali alle nuove Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo mosse dagli esperti che Dario Ianes ha coinvolto nel volume "Credere Obbedire Insegnare". Il ministero intanto ha spostato al 17 aprile il termine per consegnare il questionario. Il dibattito continua.

 -di Dario Ianes

 Le nuove Indicazioni nazionali 2025 hanno suscitato un ampio dibattito e numerose critiche, provenienti non solo dal mondo della scuola, ma anche da diverse società scientifiche che si occupano dei vari ambiti del sapere. Personalmente considero questo documento molto significativo: esso definisce l’orizzonte culturale e politico, e manifesta l’idea di scuola, di insegnamento e di apprendimento a cui dovrebbe ispirarsi il sistema scolastico italiano. È quindi essenziale esaminarlo con attenzione e spirito critico.

Se ripenso alle Indicazioni del 2012, arricchite poi nel 2018, emerge un impianto culturale aperto, ampio e multiculturale, con uno sguardo globale e un approccio inter- e transdisciplinare. Quelle indicazioni si muovevano all’interno della complessità del mondo contemporaneo. Un riferimento ispiratore era Edgar Morin, con la sua idea di una “testa ben fatta”, capace di pensiero critico e autonomo, più che semplicemente “piena di nozioni”. Si valorizzavano l’autonomia scolastica e la libertà di insegnamento.

Un cambio di paradigma: rigore e paura

Le Indicazioni 2025 si distinguono invece per una visione della scuola più rigida, selettiva e classificatoria, che appare scarsamente inclusiva e poco flessibile. Ma l’aspetto più marcato che emerge è la dimensione della paura.

Le Indicazioni 2025 si distinguono per una visione della scuola più rigida, selettiva e classificatoria, che appare scarsamente inclusiva e poco flessibile. Ma l’aspetto più marcato che emerge è la dimensione della paura

Paura del corpo degli studenti e delle studentesse, della loro sessualità e delle relazioni affettive, trascurando così completamente l’educazione alla sessualità e al benessere relazionale. Paura della mente autonoma, critica e libera. Paura della tecnologia, dell’intelligenza artificiale, della complessità epistemologica e della libertà di insegnamento.

Il rifiuto della complessità

Sembra emergere un rifiuto della complessità e della globalità: si preferisce mantenere confini netti tra le discipline e si promuove una visione centrata sull’identità italiana e occidentale. L’Altro — sia esso culturale, epistemologico o pedagogico — appare come una minaccia, e viene quindi escluso.

Questa logica porta a una forte necessità di controllo e prescrizione, evidente sia nei contenuti da trattare sia nei testi da utilizzare. Al contrario, le Indicazioni del 2012 si fondavano sulla fiducia nei docenti e nella loro professionalità.

L’altro — sia esso culturale, epistemologico o pedagogico — appare come una minaccia e viene quindi escluso. Questa logica porta a una forte necessità di controllo e prescrizione, evidente sia nei contenuti da trattare sia nei testi da utilizzare

Inclusione: una visione ristretta

Anche il concetto di inclusione proposto appare limitato: si concentra solo su disabilità, Dsa e Bes, senza allargare lo sguardo a una visione più ampia e rispettosa delle differenze umane. Colpisce l’assenza di riferimenti a due temi cruciali per l’inclusione scolastica: la nuova normativa sui Pei e le problematiche legate al personale di sostegno, agli educatori e agli assistenti per l’autonomia e la comunicazione.

Fragilità disciplinari e linguaggio

Analizzando il testo delle nuove indicazioni nelle singole discipline, si rilevano difformità stilistiche, imprecisioni e veri e propri errori metodologici, già evidenziati in diversi contesti. Il linguaggio alterna registri paternalistici e ingenuamente buonisti ad altri più arroganti, ricorrendo talvolta a meccanismi retorici di captatio benevolentiae che risultano poco efficaci e dissonanti.

Un confronto diretto e critico

Nel volume “Credere Obbedire Insegnare. Voci critiche sulle Indicazioni Nazionali 2025 per il primo ciclo di istruzione” (Erickson), abbiamo scelto di offrire un confronto diretto: le pagine di sinistra riportano le vecchie indicazioni, quelle di destra le nuove, permettendo una lettura comparativa chiara e immediata.

 Abbiamo inoltre raccolto 17 contributi autorevoli — da parte di docenti universitari, dirigenti scolastici e insegnanti — che hanno analizzato criticamente i diversi aspetti del documento. Tra gli autori: Lorenza Alessandri, Fabio Bocci, Ivano Colombo, Cristiano Corsini, Simona D’Alessio, Italo Fiorin, Nicola Fonzo, Vera Gheno, Irene Gianeselli, Simone Giusti, Franco Lorenzoni, Giuditta Matucci, Valentina Migliarini, Marianna Piccioli, Luca Raina, Giuseppe Vadalà.

VITA

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venerdì 29 novembre 2024

COMPETENZE PER LA VITA


LA COMPLESSITA' DELL'EDUCARE


-di Susanna Pesenti

 Adesso basta con la complessità. Perché l’idea si è gonfiata, come la rana della favola, alle dimensioni di un bue. E tutti ci sentiamo schiacciati. Se le cose sono complesse, io non posso intervenire. Se sono complesse, non riesco a pensarci; per forza sto male; non è colpa mia.

 Siamo arrivati a dover insegnare a scuola empatia, gestione delle emozioni e dello stress. Cioè, a essere umani. La nuova legge è volta a sviluppare ‘le competenze per la vita’. Sono ciò che ci permette di entrare in relazione con gli altri, risolvere i problemi, tollerare le frustrazioni e adattarci ai cambiamenti, pensare con la nostra testa. Dal prossimo anno scolastico partiranno corsi a partecipazione volontaria nelle scuole medie e superiori. L’obiettivo è formare cittadini capaci di collaborare, comunicare e affrontare la vita con equilibrio, creatività ed empatia.

 Il tentativo certifica ex post (come sempre le leggi, che arrivano dopo la società) la fatica dei genitori a trasmettere ai figli un modello etico e di convivenza sociale degno di un cittadino e non di un suddito-consumatore.

 Un contesto familiare e sociale slabbrato, visto nei quartieri periferici della sua Inghilterra, fu ciò che convinse B.-P. a inventare lo Scautismo. Che funzionò perché non era complesso.

 Raggiungere la #fiducia in se stessi assumendo compiti utili e affrontando sfide via via adeguate, tener conto che si è più felici insieme che da soli, giocare lealmente, tener duro, prepararsi bene ma riderci sopra quando qualcosa va storto, proteggere chi è più piccolo. Idee semplici da applicare in contesti molto quotidiani, la #natura come ambiente ideale di crescita perché non ammette trucchi o scorciatoie. Una strada di cittadinanza aperta a tutti, non devi essere un premio Nobel per capirla.

 Di questo abbiamo bisogno oggi: meno ‘pedagogicamente complesso’, più concreto ed essenziale. Dove le emozioni le vivi e poi ne parli, dove prima risolvi il problema e poi discuti, dove la tua reputazione dipende da te. Dove si osserva prima di criticare.

Guardate, guardate bene...e cambierete il gioco.

 

  R/S Servire 

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sabato 18 maggio 2024

ALLA RICERCA DI UNA NUOVA PAIDEIA


 Nel tempo 

della grande complessità



 Pubblichiamo ampi stralci della Lectio doctoralis del professor Mauro Ceruti pronunciata in occasione del conferimento della laurea honoris causa da parte dell’Università di Foggia il 16 maggio scorso.

 Per la prima volta la fraternità si definisce in un orizzonte “concretamente universale”. Nessuno si può salvare da solo Siamo tutti sulla stessa barca, la Terra

Stiamo scoprendo di abitare un mondo indisponibile, che resiste al nostro progetto di dominio. E che diventa sempre più incontrollabile

Dobbiamo indossare occhiali diversi e rigenerare il pensiero, oltre la crisi cognitiva: le conoscenze non possono più essere separate, c’è un legame irriducibile tra tutte le cose

 

-         di MAURO CERUTI

  Già negli anni Novanta del secolo scorso, a dispetto di chi profetizzava la fine della Storia, mi pareva urgente riconoscere che eravamo entrati in un’età di crisi, di rumore e furore, di progressi e di regressi, e anche, correlativamente, nel giro di boa dei cinque secoli di planetarizzazione dell’umanità, con la tessitura di una sempre più stretta interdipendenza. In modo ineludibile, la sfida della complessità emergeva dal passaggio d'Epoca che sconvolgeva il nostro tempo. Oggi sta emergendo una nuova condizione umana, attraverso un inedito e simultaneo aumento di potenza tecnologica e di interdipendenza planetaria. Nel mondo globale tutto è connesso, tutto è interdipendente con tutto. In una circolarità continua, in cui tutto è sia causa che effetto.

È ciò che stiamo vivendo attraverso le crisi globali (la pandemia, il riscaldamento globale, la guerra…), che ci rivelano la complessità del nostro mondo, in cui ogni evento locale può comportare conseguenze che si amplificano su scala globale, e in cui perciò tutto può cambiare in modi improvvisi, imprevedibili. Il “battito d’ali di una farfalla” nel cielo della regione di Wuhan, in Cina, può avere effetti importanti sul “tempo” che farà nel mondo intero, pochi giorni dopo… Un virus microscopico ha reso macroscopica la complessità, l’interdipendenza del mondo globale, la multidimensionalità, l’incertezza, l’intrico dei problemi. Il sipario sulla complessità si è rialzato. E, questa volta, non è stata solo l’esperienza di pochi scienziati in un laboratorio. La complessità traspare dall’esperienza delle faglie sistemiche del nostro mondo, che tutti stiamo facendo nella vita ordinaria e quotidiana. M a dobbiamo riconoscere qualcos’altro di ancora più radicalmente inedito. La rilevanza delle tecnologie aveva diffuso l’illusione che ci saremmo sempre più affrancati dalla natura. Non è stato così. Le società, certo, sono sempre più indipendenti dagli ecosistemi locali. Ma la sopravvivenza stessa dell’intera umanità rimane strettamente interdipendente all’interno di un “unico immenso ecosistema globale”. Nel momento della nostra massima potenza tecnologica, siamo portati a riconoscere che non siamo esterni al mondo che conosciamo, che abitiamo e su cui agiamo, ma che siamo una parte che interagisce con altre parti. Siamo entrati in una nuova era della storia della Terra, dai geologi definita Antropocene: la Terra è diventata un unico sistema dinamico complesso, autoregolato, con componenti fisiche, chimiche, biologiche e anche umane: perché l’umanità è diventata una grande forza della natura.

 A causa di questo “groviglio di inestricabile complessità”, è finita per sempre la possibilità di distinguere tra storia umana e storia naturale. E si riduce bruscamente la differenza di magnitudine tra la scala della storia umana e la scala temporale geochimica e geofisica, al punto di potersi invertire: il nostro ambiente potrebbe oggi cambiare più rapidamente della nostra cultura, peraltro proprio per l’impatto della nostra stessa cultura. Le “catastrofi” ricorrenti e improvvise legate al riscaldamento globale lo stanno manifestando. Scopriamo di abitare un mondo “indisponibile”, che inficia il progetto moderno di un dominio umano sempre maggiore: un mondo diventato indisponibile proprio per l’incremento esponenziale della quantità di informazioni prodotte e disponibili, nonché per l’intensificazione dei fenomeni di interazione e di retroazione, sul piano dei rapporti umani e sociali e sul piano dei nostri rapporti con la natura. Il progetto di controllo sul mondo ha incrementato l’incontrollabilità del mondo. Una possibilità segna oggi la nostra cultura: quella di riflettere sulla complessità dell’identità umana, composta di tante diversità, e sulla sua storia profonda. Non c’è stata “una” umanità. Ci sono state diverse umanità, diverse metamorfosi dell’umanità. La nostra umanità si trova nella soglia agonica di una nuova metamorfosi, resa necessaria dall’inedita possibilità di autosopprimersi. E la conoscenza delle metamorfosi passate ci è indispensabile per mettere a fuoco la metamorfosi presente. Oggi possiamo pensare che la chiave per comprendere e rigenerare la condizione umana è la sua incompiutezza. E incompiutezza significa che gli esiti futuri della condizione umana non sono inscritti di necessità in una qualche sua “essenza” definitiva. L’intero processo di ominazione, a partire dalle specie ominidi nostre antenate, si è compiuto in una specie incompiuta, Homo sapiens.

 La storia umana non è stata il dispiegamento di un destino già dato, bensì il teatro in cui si è svolta una creazione di possibilità, una creazione di nuove forme di umanità. Nella storia si sono succedute e intrecciate diverse forme di umanità.

 Abitare la complessità richiede la capacità di indossare “occhiali diversi”. Ed è sul terreno cruciale dell’educazione che si giocherà la partita per realizzare il cambiamento di paradigma che il nuovo tempo esige. È la sfida di una nuova Paideia. Dobbiamo innanzitutto prendere consapevolezza di una profonda crisi cognitiva. Questa crisi concerne la difficoltà di pensare la complessità del nostro mondo e del nostro tempo, in cui tutto è connesso. Infatti, viviamo un paradosso. Lo rivelano drammaticamente le crisi globali che stiamo vivendo. Più aumenta la complessità del nostro mondo, più aumenta la tentazione della semplificazione. Più la complessità si impone come sfida ineludibile alla nostra esperienza e alla nostra conoscenza, più essa tende a essere negata e rimossa. L a tendenza alla semplificazione ha radici storiche e culturali profonde nella nostra tradizione culturale. Questa tradizione ha cercato di conoscere le cose nella loro separazione: innanzitutto la separazione fra ciò che è umano e ciò che è naturale, tra noi e le cose che conosciamo, tra il soggetto e l’oggetto; poi la separazione delle cose dal loro contesto e la scomposizione delle cose in tante parti elementari, “semplici”; e infine la separazione del sapere stesso in tante discipline, sempre più chiuse ciascuna in se stessa e fra loro lontane. C osì, l’ostacolo alla formulazione stessa dei problemi complessi del nostro tempo si annida proprio nel modo in cui la conoscenza è prodotta, organizzata e trasmessa. Continuano a essere separate conoscenze che dovrebbero essere interconnesse, perché interconnessi e non separabili sono i molteplici aspetti dei problemi da formulare e da affrontare. Si isolano singoli aspetti di un problema complesso, e si conferma l’illusione di poterli affrontare separatamente con semplici soluzioni tecniche. Le soluzioni cercate e proposte sono dunque il più delle volte, esse stesse, parte e causa del problema. I modi di pensare che utilizziamo per trovare soluzioni alle crisi, come ai problemi più gravi della nostra età globale, costituiscono, essi stessi, uno dei problemi più gravi che dobbiamo affrontare. Perché sono modi di pensare che frazionano ciò che nella realtà è intimamente connesso. P erciò, una nuova Paideia deve volgersi a rigenerare il pensiero, laddove il progresso delle conoscenze nei binari della parcellizzazione suscita una regressione del pensiero stesso, che rischia di fossilizzarsi nell’esercizio “automatico” delle mansioni o delle tecniche di gestione. Ed ecco perché è ancora più preoccupante che da questa regressione e semplificazione del pensiero oggi possano essere investite proprio la scuola, e proprio la pedagogia. La complessità della condizione umana globale ci sfida a generare una Paideia che contenga in sé il senso dell’irriducibile legame di ogni cosa con ogni cosa. Una Paideia che aiuti a comprendere che sapere è entrare nel movimento delle cose, nel gioco dei vincoli e delle possibilità che le generano e le trasformano; che sapere non è tenersi a distanza da ciò che si sa e scomporre ciò che si sa, ma preservare ciò che si sa nei suoi intrecci multipli; che sapere è favorire la presa di coscienza dell’irriducibile interconnessione dei saperi, interconnessione che corrisponde già alla complessità del mondo. Una Paideia coerente con la visione della relazione cosmo- antropologica in cui l’uomo non è separabile dalla natura, ma riconosciuto come parte integrante di un processo complesso di co-evoluzione. Una Paideia che fornisca la consapevolezza adeguata a concepire la scienza e la tecnica non come gli strumenti “prometeici” per un progresso meramente quantitativo, ma come gli strumenti per costruire un’alleanza con la natura, nella natura, e favorire il miglioramento sostenibile ed equo della condizione umana. Una Paideia che riconosca che la ricerca di un nostro rapporto coevolutivo con tutti gli attori del mondo, viventi e non viventi, è la precondizione per la nostra stessa sopravvivenza, e per la possibilità di delineare un futuro vivibile e fecondo. Una Paideia che riconosca l’indivisibilità della vita umana, da intendersi, allo stesso tempo, terrestre, biologica, psichica, sociale, culturale, spirituale. Una Paideia, infine, che riconosca l’indivisibilità e nello stesso tempo la pluralità dell’umanità.

 Oggi, per la prima volta nella storia dell’umanità, la fraternità si definisce in un orizzonte “concretamente universale”. Nessuno si può salvare da solo. Il progetto moderno di dominio della Terra e di emancipazione dalla Terra, per una eterogenesi dei fini, ci ha fatto tutti insieme riatterrare… Siamo sulla stessa barca, la Terra.

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giovedì 28 luglio 2022

COMPLESSITA' e AGAPE

Il «pensiero complesso» 

si apre all’agape

 - di FRANCESCO BELLINO

 In modo lento, ma graduale, il paradigma della complessità si sta affermando nella cultura italiana. Il volume di Mario Castellana, Briciole di complessità. Tra la rugosità del reale (prefazione di Mauro Ceruti, Studium, pagine 248, euro 25,00) si dipana in 57 capitoletti, apparentemente eterogenei, ma uniti dalla comune prospettiva della complessità. Il titolo del libro è mutuato da Simone Weil, ben consapevole che chi si avventura nelle acque incerte della conoscenza e del pensiero umano viene a scontrarsi con «la rugosità del reale».

Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento ed esponente di quella che Geymonat ha chiamato «la scuola meridionale di epistemologia», fondata da Bruno Widmar, è approdato al pensiero complesso non con «una fulminea conversione sulla strada di Damasco», ma ha le sue radici nel pensiero di Simone Weil, nello studio della epistemologia francofona (Gaston e Suzanne Bachelard, Teilhard de Chardin, Hélène Metzger, Piaget, Florenskij, Serres, Morin), molto attenta alla dimensione storica della scienza, e del pensiero di Federigo Enriques.

Più il mondo diventa complesso, più cresce la tentazione del riduzionismo e della semplificazione. La complessità è portatrice di una razionalità incarnata della polifonia del reale, che ci aiuta a superare «l’era desertica del pensiero » (Paolo VI) e a cogliere la ricchezza del mondo.

Questo libro, come ha scritto Mauro Ceruti nella prefazione, ci offre non solo «una sapiente mappa delle molteplici vie del pensiero complesso»,

ma anche un contributo che aiuta a chiarire e a sviluppare il potenziale teoretico della complessità». Il pensiero complesso ci protegge dal virus della onniscienza, da visioni essenzialistiche e unilaterali della realtà, dal pensiero asettico e dallo scetticismo. Vive e si alimenta della tensione verso il vero. «Non esistono teorie vere, ma teorie sempre più vere», ripete Castellana con Federigo Enriques.

Il pensiero complesso ci aiuta a prendere coscienza dei limiti della «forma calcolante del pensiero», imposta dalla modernità, e risponde al bisogno di una «razionalità allargata», proposta da Benedetto XVI. Essendo una razionalità enracinée, aperta, sensibile, riesce a cogliere le diverse nuances (Bachelard) del reale e ad essere «cuore pensante» (Hillesum).

 Castellana conclude il suo lavoro con l’apertura del pensiero complesso alla teologia, considerando la razionalità complessa una «razionalità agapica», per lo stretto legame tra conoscenza e amore. Cita il teologo e matematico Giovanni Amendola, che si fa promotore di una «ragione sensibile» a partire da Leonardo da Vinci e Goethe Tale progetto viene innestato nel solco della rivelazione ebraico-cristiana che trova nell’amore agapico del Vangelo di Giovanni il suo punto di approdo, assumendo una profondità spirituale» da «ragione adorante in silenzioso ascolto del mistero della realtà».

 

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mercoledì 29 settembre 2021

EDGAR MORIN: L'ILLUSIONE DELL'UOMO "AUMENTATO"


Noi, la pandemia e il futuro che ci aspetta:

 a colloquio con il filosofo e sociologo francese conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi sul "pensiero complesso"

                                                                             Hélène Destombes – Città del Vaticano

Conosciuto in tutto il mondo per i suoi lavori sul “pensiero complesso”, Edgar Morin (pseudonimo di Edgar Nahoum) è nato l’8 luglio 1921 in una famiglia ebrea. Amante della poesia, negli ultimi decenni ha partecipato agli eventi più significativi della nostra storia, ha conosciuto il lutto — ha perso la madre quando aveva solo 10 anni — la guerra e numerose crisi politiche, economiche e sociali. Dall’inizio della pandemia di Covid-19, ha proposto una riflessione sulle lezioni di questa recente crisi, che ha gettato il mondo nell’incertezza, e sui cambiamenti necessari per edificare una società più giusta e fraterna. Ho avuto l’opportunità di incontrare, a Roma, un centenario sempre appassionato dell’umanità e delle sue vicissitudini, che ha conservato la capacità di meravigliarsi e di lasciarsi affascinare dalla realtà.

Che ne pensa della crisi attuale legata alla pandemia di covid-19 che interessa il mondo intero?

Questa pandemia a carattere virale ha suscitato un fenomeno mondiale multidimensionale che non riguarda solo la salute, ma anche la vita quotidiana, con i lockdown che hanno posto il problema del rapporto con il lavoro e hanno cambiato lo stile di vita che avevamo in precedenza. C’è anche il problema della crisi economica e di una crisi della globalizzazione che ha mostrato di non avere creato solidarietà internazionale.

Questa crisi obbliga a quello che io chiamo “un pensiero complesso”, capace di collegare aspetti diversi e di non separare quello sanitario da quello economico, piscologico, o addirittura religioso. Sono implicati tutti gli aspetti della vita umana. È quindi necessario un pensiero molto ampio, che non sia unilaterale, è un punto fondamentale.

Bisogna pure abbandonare un modo di pensare lineare che consisteva nell’avere l’impressione che la storia progredisse e che si potessero prevedere fin da ora gli anni 2030 o 2050, senza tener conto delle enormi incertezze. C’era il regno di un pensiero lineare, di un pensiero puramente quantitativo, che vedeva i problemi umani solo attraverso il calcolo, mentre il calcolo non capisce niente delle nostre emozioni e della nostra vera vita. Il modo di pensare di cui disponiamo non è perciò adeguato a pensare non solo il mondo e noi stessi, ma anche la pandemia.

Quale deve essere il cambiamento di paradigma?

È necessaria una riforma della conoscenza. Non bisogna solo cambiare vita, occorre anche cambiare via. Bisogna non solo rinunciare al consumo di oggetti futili, dal valore puramente immaginario, ma bisogna anche ritornare all’essenziale, a ciò che è umano, ossia le relazioni, lo stare insieme. C’è una riforma della vita che dovrebbe essere attuata e che, purtroppo, ancora non lo è. È necessaria una riforma politica. Bisogna introdurre il gigantesco problema ecologico nella politica: la lotta contro ogni forma d’inquinamento, contro il degrado del suolo, la distruzione della biodiversità e contro il cambiamento climatico. Tutto ciò può dare lavoro, mobilitare forze e creare un’economia che, tra l’altro, avrebbe un carattere sociale e farebbe regredire il potere enorme del profitto sul mondo di oggi. Abbiamo di fronte problemi enormi e la pandemia deve risvegliarci. Purtroppo non ci è ancora riuscita.

Lei ha osservato l’essere umano per decenni, le sue ombre e le sue luci. Crede nella sua capacità di ripensare il nostro modo di vivere, di consumare, ma anche d’interagire?

Un certo modo di consumare sta emergendo molto lentamente in seno a una piccola porzione della popolazione, con l’abbandono di tutto ciò che inquina, ma sta cominciando in forma sparsa. Non c’è una forza politica coerente che consenta di offrire questa prospettiva e di coinvolgere ampiamente le popolazioni. Siamo agli inizi esitanti di quella che potrebbe essere una riforma di vita.

Papa Francesco nei suoi auguri, in occasione del suo centenario, ha reso omaggio alla sua volontà di edificare una società più giusta e più umana. Quale sono i punti chiave per realizzarla?

Le premesse consistono nella presa di coscienza della comunanza di destino di tutti gli esseri umani nell’epoca della globalizzazione, ossia dei pericoli nucleari, dei pericoli della follia fanatica, del pericolo del dominio del profitto. L’umanità è in una fase della sua storia piena di pericoli e al tempo stesso piena di promesse tecniche o scientifiche. Ma persino le sue promesse hanno un duplice volto. Favoriscono l’idea, che ha dominato la civiltà occidentale, pessima a mio avviso, di dominare la natura e di dominare il mondo. E il transumanesimo riprende i concetti attuali della tecnica, dell’informatica, dell’intelligenza artificiale per creare un uomo cosiddetto immortale che dominerà il mondo e i pianeti. È una follia!

Oggi non bisogna fare l’uomo aumentato ma l’uomo migliorato, a partire delle risorse buone che ha in sé. Non siamo ancora a questo punto. La coscienza della comunanza di destino sarebbe un elemento fondamentale per andare verso un altro mondo perché, a quel punto, le nazioni potrebbero federarsi e si potrebbe giungere a quello che è un sogno, ma possibile, ossia la pace sulla terra. Esiste quindi un insieme di condizione che consentirebbe questo cammino. Bisogna continuare ad avanzare sì con problemi, con conflitti, ma facendo in modo che quelle che io chiamo le forze di Eros abbiano sempre più la meglio sulla forza di Polemos e di Thanatos. Occorre rinforzare Eros rispetto a Polemos e a Thanatos.

Lei ha costellato la sua vita di poesia. È stata la poesia ad aiutarla a superare le numerose prove che ha attraversato?

La poesia non consiste solo nei poemi che amo e che continuo a recitare, che mi sostengono e che sono importanti. C’è anche la poesia della vita. Colgo la verità profonda di quello che dicevano i surrealisti della poesia, che non è solo una cosa scritta ma una cosa vissuta. Nella mia concezione dell’umano, trovo che la nostra vita sia bipolarizzata tra prosa e poesia. La prosa sono le cose che facciamo per costrizione, che non ci piacciono, che facciamo per obbligo, per sopravvivere, mentre la poesia è vivere veramente, e vivere è dischiudersi, è comunicare, è ammirare, è meravigliarsi ed è gioire del piacere di una bella musica, come pure del piacere di una relazione amorosa, o di bel paesaggio o di una partita di calcio.

La poesia della vita permette sempre la comunione con gli altri o la comunione con il mondo, con le cose. Si dimentica spesso che ci sono tantissime persone che sono condannate alla prosa e che meriterebbero di poter accedere alla poesia. Io non ho mai cercato la felicità. La felicità è arrivata per caso, per un insieme di circostanze che all’inizio non avevo immaginato. E quella felicità è durata qualche mese o qualche anno, ma alla fine si è dissolta con la morte delle persone care. La felicità, rappresentata da quei periodi meravigliosi, non è duratura. Ma la poesia è qualcosa che si può coltivare tutta la vita e che dà una sensazione di felicità.

La bellezza salverà il mondo, suggerisce Dostoevskij. Lei pensa che la poesia possa salvare il mondo?

Salverà il mondo se verrà davvero applicata, perché ha in sé la parola bellezza.

A quali fonti possiamo attingere oggi per riacquistare la capacità di meravigliarci?

Le fonti sono molteplici perché riacquistare la capacità di meravigliarsi  viene da  fatto di vivere poeticamente. E ciò si può vivere anche attraverso le relazioni con gli altri, quando sono intense, aperte, piene di fraternità e di amore. Credo inoltre che occorra nutrirsi di cultura: di letteratura, di musica, di poesia, di belle arti. Le fonti sono quindi nelle nostra potenzialità di esseri umani che si manifesta fin dall’infanzia, con la capacità di meravigliarsi.

Il grande problema è che la vita presenta crudeltà, orrori. Quando si guarda, per esempio, a quello che sta accadendo oggi in Afghanistan non ci si può meravigliare, al contrario si prova un sentimento terribile. In questo momento in Francia si sta svolgendo il processo ai terroristi che hanno compiuto un massacro nella sala del Bataclan (e nelle terrazze di Parigi, come pure a Saint-Denis, ndr). È una cosa orribile che ti segna, anche se non senti il desiderio di vendetta, che io non ho mai sentito, ma provi una sensazione terribile. Ma se si è capaci di meravigliarsi, si attinge da lì la forza per ribellarsi contro queste crudeltà, questi orrori. Non bisogna quindi perdere la capacità di meravigliarsi.

 Vatican News