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venerdì 30 maggio 2025

AGIRE DA CRISTIANI

La constatazione è che non esiste più una unanimità cattolica, anche quando qualcuno pensa di agire in quanto cattolico


- di Luigi Berzano*

 È possibile identificare oggi il mondo dei cattolici, dopo le grandi trasformazioni sociali e culturali che sono avvenute? A rendere difficile tale domanda è quanto è avvenuto dopo gli anni del ’68: la laicizzazione della società, la secolarizzazione degli stili di vita, la rivendicazione sui diritti civili, l’autonomia in campo politico. Sono tali trasformazioni ad aver scomposto e differenziato anche i cattolici. Difficile quindi dichiarare che la Chiesa cattolica da maggioranza stia diventando minoranza. Nella società civile, nella scuola, nei quartieri, nella politica, nell’amministrazione, nella cultura i cattolici possono ormai essere su posizioni diverse in quanto cittadini. E anche quando pensano di agire come cattolici non si tratta più di unanimità imposta dal Magistero. 

La constatazione è che non esiste più una unanimità cattolica, anche quando qualcuno pensa di agire in quanto cattolico: «Ciò è un bene, nella stessa misura in cui è stata un male l’ingannevole, irreligiosa unità dei cattolici predicata e imposta prima del Concilio. In questo vortice, se così si può dire, ne sono irretiti anche i “sacri pastori”, le cui opinioni a livello europeo se non proprio italiano in materie politiche e sociali, dimostrano che neppure essi possono ancora rappresentare una risposta cattolica a una sfida che interpella gli uomini, non i cattolici» (P. De Benedetti, Humanitas 8-9 (1976), p. 655, citato da F. Capretti). 

 Su questi temi sono i mass-media e le dichiarazioni di opinion leaders a creare gli immaginari collettivi del pessimismo o dell’ottimismo. Si considerino il caso francese e quello italiano relativamente ai cattolici. Nel 2024 la Francia pare riscoprirsi più cristiana di quella degli ultimi anni: moltiplicazione dei catecumeni e dei battesimi di adulti, con un aumento del 31% rispetto all’anno precedente. Crescita percentuale di catecumeni ex musulmani pronti a convertirsi, nonostante il clima poco favorevole a queste traiettorie di fede nelle famiglie e comunità islamiche. Molti ambienti culturali, universitari, professionali conoscono un ripensamento della fede. Anche la stampa della gauche francese ha parlato di questa “schiarita per la Chiesa” e del ritorno della spiritualità fra i giovani adulti. Quale la ragione di questa nuova e inattesa attenzione alla religione? Molti l’hanno indicata nella povertà delle società secolari nell’offrire idee forti per dire ai giovani cosa fanno in questo mondo e dove stanno andando. 

In Italia, al contrario, cresce nel mondo cattolico una lettura della Chiesa come se fosse ormai destinata a diventare una tra le varie minoranze religiose, nonostante che tale atteggiamento contrasti in primo luogo con i rapporti privilegiati che la Chiesa cattolica intrattiene ancora con la società civile: il Concordato con lo Stato italiano, l’Otto per mille, l’insegnamento della religione nelle scuole di ogni ordine, i cappellani presso le istituzioni militari e sanitarie, le scuole private cattoliche. 

Ovviamente le ragioni di questo declino verso la condizione di minoranza sarebbero di altro genere e riguarderebbero la disaffezione crescente dei fedeli alle celebrazioni, la caduta della domenica quale giorno festivo, il venir meno delle vocazioni, la chiusura dei seminari, delle case religiose e dei monasteri, la diminuzione dei volontari nelle attività parrocchiali. 

Rimane ancora forte la dimensione religiosa nei riti di passaggio, ma questi rappresenterebbero soltanto più una parentesi insignificante, una “provincia finita di significato” – come dicono i sociologi – un universo a parte, totalmente esterno ai criteri ordinativi della Chiesa e della sua teologia. 

 SPIRITUALISTI LA DOMENICA E MATERIALISTI IL LUNEDÌ 

 Per chi condivide la visione della Chiesa ormai in minoranza l’indicatore principale sarebbe la crescente irrilevanza della Chiesa nella società civile. Anche le esperienze religiose ancora presenti sarebbero vissute dai partecipanti solo più come isole di senso spirituale insignificanti nelle conseguenze per gli spazi pubblici; e i partecipanti rappresenterebbero i fedeli che Marcel Gauchet definisce “spiritualisti la domenica e materialisti il lunedì”, cioè nella vita quotidiana. 

Si pone qui la domanda sull’opportunità di definire questa situazione della Chiesa cattolica in Italia quale condizione di minoranza. Questa idea della Chiesa di minoranza, pur con la responsabilità di testimoniare ancora i propri valori e stili di vita nello spazio pubblico, accentua oggi le discussioni all’interno della Chiesa e rivela tensioni a tutti i livelli dell’istituzione. Tali tensioni, durante il periodo della pandemia Covid-19, si erano già manifestate, mettendo in luce opposte valutazioni non solo tra i fedeli, ma anche all’interno dell’episcopato. Oggi però si può rilevare una linea di divisione più forte tra chi si sforza di pensare che la fede cristiana si vive negli spazi pubblici in forme laiche e secolari – come richiede la società civile – e chi invece ritiene che la Chiesa non possa accettare questa situazione e debba interpretare la questione in termini di autodifesa e riconquista. 

Questa divisione in merito all’accettazione o al rifiuto della condizione di laicità come dato insormontabile del cristianesimo contemporaneo costituisce una linea di demarcazione che va oltre la contrapposizione tra cattolici conservatori e cattolici progressisti, ovvero tra cattolici di «apertura» e cattolici di «identità» – distinzione che inevitabilmente riduce il divario in questione a categorie di classificazione politica, con una «destra» e una «sinistra». In realtà c’è qualcosa di più in questa contrapposizione, non solo ideologica, ma teologica. La ragione del dissidio è il confronto tra una visione che associa la vitalità della Chiesa alla sua influenza geografica, culturale e politica sulla società, e la visione «diasporica», propria della fede cristiana, che accetta di essere in mezzo agli altri nella società civile, come scrive Michel de Certeau in La debolezza del credere

 CRISTIANI DISSEMINATI 

La definizione di de Certeau della Chiesa che accetta di essere «tra gli altri» in una società che a essa non si rivolge più, non significa, però, che la Chiesa non abbia più nulla da dire. Questa «conversione dello sguardo» su se stessa e sul proprio ruolo implica però una rivisitazione della teologia. La separazione tra Chiesa e Stato, tra sfera spirituale e sfera secolare della vita è sempre stata presente nella cultura cristiana, a differenza di altri contesti, quale quello teocratico dell’Islam. Per tale ragione i Paesi cristiani non conoscono i danni provocati anche oggi dalle teocrazie. 

È questa singolarità evangelica dei cristiani disseminati nella società civile che può produrre in alcuni la sensazione di essere minoranza nella vita pubblica, insignificanti, uguali e diversi tra “gli altri”, cioè in diaspora (dià-spora). Non così pensavano i cristiani dei primi secoli descritti nella Lettera a Diogneto i quali, pur dispersi nel mondo pagano, dicevano: «Come l’anima è per il corpo, così i cristiani sono per la società». In Occidente le società si organizzano secondo i principi della laicità dello spazio pubblico, del pluralismo dei valori e degli stili di vita. Vi sono coinvolte pure le religioni, in tutte le loro forme collettive e individuali. Può succedere così che in tale condizione i cristiani appaiano minoranze attive, pur essendo la maggioranza della popolazione. 

 LA SVOLTA SPIRITUALE 

 Dal Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa cattolica ha scelto una struttura organizzativa territoriale rigida, adottando le forme corrispondenti a quelle del potere politico del tempo. Il papa, il vescovo, il parroco: a ognuno il proprio territorio da amministrare. Questa territorializzazione con cui si organizzò la Chiesa – quasi sconosciuta per i primi mille anni – non appartiene all’essenza immutabile della Chiesa, ma alla sua forma sociale, storicamente mutevole. E, alla mutevole forma sociale della Chiesa non appartengono solo le sue strutture organizzative, ma anche le forme del suo messaggio, del suo linguaggio e della sua liturgia. Quale quindi la Chiesa nella sua forma sociale futura? 

Oggi, con il Sinodo e il Giubileo la Chiesa sta cercando la propria strada. Molti la definiscono una svolta spirituale per ritrovare la singolarità evangelica della Chiesa, privata della sua influenza politica e del potere sociale. Centrali in ogni svolta spirituale sono il linguaggio e le piccole comunità che la compongono. 

 LINGUAGGIO E LITURGIA 

 Nella Chiesa il linguaggio per comunicare è la liturgia. Anche nel linguaggio liturgico è essenziale che chi parla e chi ascolta abbiano la stessa cultura: giovani, professionisti, studenti, operai, ricercatori, artisti, poeti, stranieri. È necessario fare parte della cultura dell’individuo 2025 coinvolto nel mondo digitale, nel pluralismo religioso, nella laicità, nella fisica quantistica, nell’arte-moderna, nella post-modernità. Nella liturgia (parole, simboli, formule, preghiere, vestiti, musiche) si richiede di “dire Dio”, “dire Gesù”, “dire resurrezione”, “dire il Credo”, “pregare”, “cantare”, in modo che ogni cosa non assomigli solo ad un copione recitato da tutti e ormai privo di sapore. Lo stesso parlare del celebrante non trova più ascolto senza la sua identificazione nella cultura di chi ascolta. 

Forse, il problema del linguaggio, essenziale per la sopravvivenza del cristianesimo, va risolto più indietro, a livello dell’ecclesiologia. Di che cosa possono parlare le comunità cristiane al cospetto di Dio? E sono cristiane di qualsiasi cosa parlino? E quando parlano, hanno già ascoltato? O sono invece prigioniere di una cultura che le costringe ad ascoltare solo se stesse? Anche queste domande impongono di imparare a parlare e ancor prima a tacere ascoltando le voci del mondo, perché la Chiesa non è altra cosa dal mondo e quando essa pensa di essere altra cosa è semplicemente il mondo di ieri. 

 COMUNITÀ DI RICONOSCIMENTO 

 La forma elementare e “di base” della Chiesa futura – simile alla parrocchia territoriale – non potrà che essere un sistema aperto di comunità relazionali, ambienti, luoghi, infrastrutture collettive e altre forme sociali concrete che favoriscono rapporti, esperienze di fraternità, legami, consapevolezza di un’unica fede, forme di interazione e divergenze attorno al messaggio evangelico. La Chiesa accetterà anche il rischio di qualche indeterminatezza, sapendo che sono le forme innovative ad incoraggiare la maggiore consapevolezza collettiva. Solo modelli simili potranno ospitare nuove esperienze e accettare l’indeterminatezza che permetta molteplici possibilità e il continuo adattamento a forme future. Lasciare la possibilità allo Spirito promesso da Gesù di fornire sempre nuovi elementi ed esperienze. 

Nelle comunità di riconoscimento troveranno risposta i bisogni di appartenere a una Chiesa accogliente, affidabile, credibile, come erano un tempo le piccole comunità parrocchiali. Questa è la riscoperta, dopo il concilio Vaticano II, della Chiesa comunità in cui si è riconosciuti e “a casa”. Questa comunità in cui ci si «sente bene» è quella che accoglie il più radicale bisogno dell’epoca contemporanea: il bisogno di riconoscimento. Un bisogno ricco, complesso, a volte contraddittorio poiché nel suo significato e nell’uso nella vita quotidiana indica una reciproca dipendenza dall’apprezzamento e dalla considerazione da parte di un altro e dei rispettivi altri (A. Honneth, 2018). 

Bisogno di riconoscimento fino alla forma dell’amore di cui scrive il teologo greco ortodosso Christos Yannaras leggendo il Cantico dei cantici. Riconoscimento come amore che trasforma e trasfigura tutto ciò che il giorno prima non aveva sapore, colore, profumo. È l’amore tensione vitale verso l’infinito. «Se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro a Lui». Poiché in ogni amore genuino c’è lo slancio verso l’Amore infinito, totale, assoluto. 

È per questo che l’amore è grazia ed è definizione di Dio (G. Ravasi). 

 * Luigi Berzano è un sociologo, presbitero e professore ordinario dell’Università di Torino. Tra i suoi campi di ricerca: i comportamenti collettivi, gli stili di vita, le trasformazioni delle religioni nella modernità avanzata e le nuove forme religiose.

 Rocca n° 8/2025

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venerdì 25 novembre 2022

ALLA RICERCA DELL'UMANO


INTERVISTA 

SERGIO MASSIRONI

 - di Rocco Gumina*

Le società complessa nella quale viviamo è contraddistinta da un fluire infinito di informazioni, eventi e crisi. In questo contesto, tutto è fluido perciò si stenta a individuare il senso profondo degli avvenimenti e della storia in generale. La Chiesa cattolica, attualmente impegnata in un processo di riflessione e riforma tramite il percorso sinodale, avverte profondamente la crisi dell’epoca dei cambiamenti e, pertanto, abbisogna di un cammino di ripensamento radicale. Di questo tema discutiamo con don Sergio Massironi. Direttore di ricerca presso il Dicastero vaticano per lo Sviluppo Umano Integrale, si occupa del rinnovamento della teologia a partire dai margini e dalle periferie. Di recente, per le edizioni Castelvecchi, ha pubblicato il suo ultimo volume intitolato "Cattolico cioè incompleto". Un’identità estroversa. Un’appartenenza antitotalitaria.

 – Don Massironi, nel suo ultimo libro, lei sostiene che la vera cifra del cattolicesimo sia il perenne riconoscimento della propria incompletezza. Da ciò, ne consegue un’identità dialettica diretta alla continua ricerca di tutto ciò che è umano. Quali sono i motivi che la spingono a ritenere che questo sia una possibile declinazione del cattolicesimo nel XXI secolo?

 Grazie per questa domanda. Per rispondere devo anzitutto riconoscere un grande debito: nessuno è se stesso e arriva a cogliere le parole che deve dire, senza avere ascoltato e ricevuto molto. Il titolo di questo libro rinvia direttamente, come scrivo nell’introduzione, a delle espressioni provocatorie di papa Francesco: «Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto».

 Ascoltandole, si è stabilita in me la connessione con quanto ci insegnava, da arcivescovo di Milano, un uomo per molti aspetti diverso da Bergoglio: il cardinale Scola, infatti, insisteva sul fatto che “cattolico” non significhi tanto “universale”, quanto “ciò che rinvia all’intero”. Se a definire la mia identità è il rimando ad altro, significa che decisiva è la sua apertura: il suo avere un sapore non è quindi alternativo al rimanere estroversa. Scriveva Simone Weil in un libro che ho studiato con Roberta De Monticelli: «Quando un pittore di autentico valore va in un museo, la sua originalità si sente rafforzata».

 Il volume si intitola La prima radice ed è uno dei migliori scritti del Novecento sul tema controverso dell’identità. In Cattolico, cioè incompleto tento di raccogliere questa eredità e di inserirmi – lo faccio a più riprese ed esplicitamente – nel solco del maggiore riferimento della mia giovinezza, il cardinale Carlo Maria Martini. A dieci anni dalla morte è sempre più chiaro come il suo rapporto con la Parola di Dio e con la Chiesa-istituzione sia stato nutrito dall’incontro con gli altri e insieme lo abbia reso possibile a livelli sempre più radicali. Il suo ministero rappresenta una delle più efficaci declinazioni del Vaticano II, realizzatasi in anni in cui venti freddi rischiavano di congelare i germogli della primavera conciliare.

 Oggi tutto – non solo il papa, ma la frantumazione delle vicende individuali e sociali e la complessità del panorama internazionale – chiede alla Chiesa di dare seguito al Concilio, alla «continua ricerca – come diceva nella sua domanda – di tutto ciò che è umano». Per il mistero stesso dell’incarnazione, infatti, solo questa è la via che consente di entrare in tutto ciò che è divino.

 – La sua proposta pare avanzare la necessità di un esercizio di costante interpretazione evangelica della realtà. Quali conseguenze può generare questo stile di approccio al mondo e alla storia per i cristiani e per la Chiesa di oggi?

 “Interpretare” è un verbo decisivo. Non solo condensa, in ambito filosofico, la svolta ermeneutica del secolo scorso, ormai imprescindibile nell’elaborazione di un pensiero serio e pubblicamente sostenibile; la vera questione è molto più antica. Quello che nel libro chiamo “il corpo a corpo” con il testo biblico ha reso l’ebraismo, e di conseguenza il cristianesimo, vere e proprie culture dell’attenzione: la Parola di Dio va decifrata, non è sempre la stessa, ha sensi molteplici, ci raggiunge in ciò che è scritto, ma più spesso in ciò che resta fra le righe. Figuriamoci che la lingua delle Scritture di Israele è consonantica: già le diverse vocalizzazioni aprono i testi a più interpretazioni. C’è una logica in tutto questo, necessariamente. È il contrario del fondamentalismo. La Bibbia, nome plurale che rinvia a decine di libri diversissimi fra loro, è il più grande dispositivo antidolatrico che l’umanità abbia generato. È a questo livello che si coglie maggiormente il suo essere un testo ispirato: Dio si sottrae a ogni chiusura del discorso, a ogni irrigidimento. Nessuna parola è indifferente, sebbene nessuna basti. È chiaro che il contributo della filosofia greca abbia alimentato in modo formidabile questa propensione a interrogare, a vedere sempre l’altra faccia della realtà. A suo modo anche la capacità inclusiva del diritto romano e la scoperta in architettura e nella pittura della prospettiva lo hanno fatto: centralità del punto di vista. Per tornare – va detto – a quel pensiero ebraico senza il quale il Novecento avrebbe rappresentato la fine della parabola moderna. Ebbene, nel libro provo a dire che il Moderno è un orizzonte di grazia che non solo non è finito, ma in cui i cattolici sono fino a oggi troppo poco entrati. È prevalsa per quasi cinque secoli un’opposizione ecclesiastica alla cultura contemporanea che, se ha colto in anticipo i limiti strutturali di tendenze che hanno prodotto conseguenze tragiche, ha manifestato più la paura di perdere potere e controllo che la capacità di interpretare i segni dei tempi. “Interpretare”, appunto. Significa saper leggere, e saperlo fare criticamente, a più voci, integrando prospettive. Significa anche dare credito, provare sincera curiosità, incantarsi.

 – Il turbocapitalismo dell’odierna società spinge verso la moltiplicazione delle prestazioni finalizzate a produrre secondo modelli meritocratici sempre più stringenti. Per molti studiosi, è possibile uscire da questa implicita forma di totalitarismo attraverso la vulnerabilità e l’incompletezza tipiche della natura umana. Su questo tema, a parer suo, il cristianesimo quale contributo può offrire?

Il magistero cattolico rappresenta oggi, a livello planetario, la piattaforma più strutturata e almeno potenzialmente più influente per una critica radicale a quello che, come lei, molti chiamano ormai “turbocapitalismo”. È evidente che la drammatica perdita di credibilità del clero e la lentezza delle riforme indebolisca molto questa epocale chiamata a esercitare un ruolo profetico, anche fra le religioni e le prospettive laiche con cui sono reali le convergenze.

 Le encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti, insieme a molti viaggi e gesti di Papa Francesco, hanno un impatto pubblico che le Chiese locali e numerosi cattolici sembrano ancora stentare a riconoscere. Naturalmente ci sono anche grandi interessi e veri e propri centri di potere che non hanno alcun guadagno dalla credibilità della Chiesa e dai contenuti del suo messaggio.

 Al cui interno – nel libro provo a dirlo – certamente la vulnerabilità e persino il fallimento hanno un posto, ma in una visione che afferma la vita, non il dolore. Noi abbiamo letto Nietzsche e non possiamo in alcun modo cadere nelle defigurazioni del cristianesimo che il filosofo acutamente denuncia. La nostra non è una morale degli schiavi. Noi non contestiamo la crescita, il successo, la vita. Abbiamo ottime ragioni, però, per ritenere devastanti, ingiuste, insostenibili molte delle traiettorie che minacciano il Pianeta e allargano la forbice delle diseguaglianze rendendo il mondo infernale per un numero sempre maggiore dei suoi abitanti, umani e non. C’è chi pensa a colonizzare Marte e rifiuta di vedere le periferie della propria città.

 – La Chiesa cattolica, per ferma volontà di papa Francesco, è in pieno cammino sinodale. Un percorso di conoscenza delle proprie fragilità e di rilancio dell’annuncio evangelico in un mondo in perenne crisi. Per i credenti, l’unica certezza è la consapevolezza che è giunto il tempo di “rimboccarsi le maniche”. Su questo siamo tutti d’accordo, ma verso dove dovrebbe indirizzarsi l’esito di questa fatica quando molti scenari ecclesiastici appaiono immobili e privi di vitalità?

 Rimboccarsi le maniche non basta. Specialmente noi Italiani siamo fatti così. Generosi, pronti, specialmente nelle emergenze. No, ci occorrono visioni. Papa Francesco ama molto una espressione biblica: ci occorrono sogni. Sogni personali innestati su un sogno comune. Senza il secondo si restringono e poi svaniscono anche i primi. Non basta “fare”. Persino la carità potrebbe diventare retorica. Abbracciare il povero sconvolge il pensiero. Commuove. Muove cioè da dentro e muove tutto.

 Noi abbiamo bisogno che la realtà sposti le nostre idee. Ci metta gli altri davanti, facendoci alzare lo sguardo e guardare negli occhi chi rappresenta veramente altro. L’intruso, come lo definiva il filosofo francese Jean-Luc Nancy in un saggio di straordinaria bellezza e di capitale importanza, in cui il primo straniero si rivela essere non quello che viene da fuori, ma quello che già abita in lui. Essere incompleti non è una forma di debolezza, ma una legge di apertura, che è insieme di morte e di vita: “morire a sé stessi” – si diceva una volta – è la chiave per vivere di più. Non abbiamo mostrato ancora questo “vivere di più”. Forse non l’abbiamo realmente sperimentato.

 In tal senso l’esito della fatica di cui lei parla dovrebbe essere gioia. Questo è il punto a mio giudizio vertiginoso. Siamo una Chiesa che dà credito alla gioia, che sostiene chi genera gioia? Molte energie sembrano spese per difendere strenuamente ciò che è morto e nel combattere ciò che nasce. Chiacchiericcio, sospetto e non di rado interventi disciplinari minacciano ciò che, siccome vive, sembra mettere in ombra chi vita non ha.

 In tutti i gruppi umani esistono dinamiche di questo genere, ma è paradossale che chi vuol fare affari oggi sia attento a coltivare buone idee e qualità relazionali che la Chiesa stenta a riconoscere generative. È precisamente in questo, così come nella critica al capitalismo, che il laicato appare silenziato, invisibile, trattato ancora come se non fosse Chiesa. La distinzione clero-popolo di Dio, oltre a trattare il clero come se stesse di fronte e non dentro il corpo, impedisce un “rimboccarsi le maniche” efficace. E spegne i sogni. La via sinodale riguarda questo punto.

– La grande lezione dell’insegnamento sociale ci dice che la Chiesa è “esperta di umanità”. Tuttavia, non solo nel nostro Paese, i cattolici appaiono sempre più afoni e incapaci di produrre utilità sociale a partire dal messaggio evangelico. È possibile invertire la rotta?

 In troppe occasioni i cattolici non si dimostrano affatto esperti in umanità. Per l’importanza storica che hanno avuto nel rappresentare la Chiesa, va aggiunto che i preti e le persone consacrate non appaiono ai nostri contemporanei e in particolare ai giovani esperti di umanità, o portatori di un di più di umanità. Che ci piaccia o meno e che sia giusto o meno – la realtà è infatti sempre più ricca delle impressioni generali – oggi si pensa il contrario e cioè che la Chiesa cattolica rappresenti un vero e proprio dispositivo di blocco rispetto ai diritti delle persone, alla piena fioritura delle loro differenze, specialmente culturali e di genere, così come alla loro autodeterminazione.

 Non credo si tratti solo – come spesso si dice – di un problema di comunicazione. Il punto non è diventare più accattivanti, perché non abbiamo un prodotto da vendere. La Chiesa è “esperta di umanità” non per ciò che possiede, ma per ciò che la possiede: è l’umanità di Cristo il mistero di Dio. L’umanità di Cristo è tutto meno che ecclesiastica e infatti continua a sprigionare fascino. La Chiesa è credibile nella misura in cui se ne lascia affascinare non spiritualisticamente, ma operativamente. È esperta in umanità se – come hanno fatto i grandi missionari del passato e teologi come Agostino, Tommaso, Ildegarda, Ignazio, Teresa – assume e allarga la cultura in cui è inserita.

 La contemporaneità va amata. I seminari non possono essere il rifugio di chi la fugge o vi si trova a disagio. Nel mio libro cito un’intervista al cardinale Ravasi in cui Gesù è descritto così: «La mia convinzione è che egli fosse una figura simile a spugna, uno di quelli che riescono a filtrare e a comprendere percorsi diversi, un uomo molto sensibile alle atmosfere e per questo capace di conoscere con precisione le tipologie fondamentali del suo mondo, entrando però anche in polemica con esse, il che dimostra che era non solo recettivo ma anche creativo. Anzi, io direi che proprio questa era la sua grandezza». Si dovrebbe poter descrivere così anche la Chiesa che si definisce suo Corpo.

www.tuttavia.eu

*Rocco Gumina insegna Religione nell'Arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.

mercoledì 1 settembre 2010

IL CATTOLICO POST MODERNO E LA POLITICA


A chi frequenta la realtà cattolica italiana desta un po` di sconcerto la superficialità con cui di essa si parla e con essa si vuole dialogare. La persistente diaspora elettorale, seguita alla fine della Dc, istiga qualcuno a tentativi di nuova unità o convergenza, magari di stampo minoritario; ma ne istiga molti di più a tentativi di appropriazione, di alleanze, di consonanze programmatiche % etiche nei confronti delle sue diverse componenti. Tutti tentativi, però, che, al di là della loro reiterazione e dei loro rifiuto, declinano verso una evidente confusione. Per tentare di fare un passo in avanti occorre partire dalla considerazione che in ogni realtà complessa (e quella cattolica lo è più di quanto sembri) bisogna privilegiare una linea interpretativa che parta non dall`alto dei principi ideologici o di alleanze politiche, ma dal basso, cioè dalla fenomenologia quotidiana dei popolo cattolico.
È qui, in questa fenomenologia quotidiana, che sta maturando un`evoluzione profonda e importante anche se ancora senza esiti di incisività sociopolitica............
                                                                                continua : Il cattolico postmoderno e la politica