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martedì 4 giugno 2024

IL SETTIMO GIORNO

  

"Dio benedisse 

il settimo giorno

 e lo consacrò"


-         di Marinella Perroni*

 

Siamo sempre stati convinti, forse, che le parole con cui si conclude il primo racconto della creazione contenuto nel libro della Genesi parlino del riposo di Dio: «Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando» (2,2-3). La logica c’è: dopo la fatica, viene il giusto riposo. Un diritto anche per Dio stesso.

 In fondo, nelle nostre società occidentali l’alternanza lavoro-riposo, che riflette in ambito sociale quella biologica veglia-sonno, è ritenuta, oltre che una necessità, un diritto e su questo sfondo va capita la discussione mai sopita sull’apertura dei supermercati il Primo Maggio oppure sulle ferie retribuite. Non è del tutto giusto, invece, quando in questa discussione si fa entrare anche la domenica. Il “giorno del Signore”, infatti, non dovrebbe essere omologabile ad altre feste civili perché ha un significato ben diverso da quello che viene dato ai giorni di riposo dall’organizzazione sociale o dall’etica del lavoro. È vero che la scansione del calendario lavorativo riproduce di fatto un compromesso tra ricorrenze civili e festività religiose proprie della tradizione di maggioranza del gruppo umano a cui si riferisce. Questo spiega, evidentemente, perché in Italia il giorno di riposo sia quello cristiano e non il venerdì islamico o il sabato ebraico. Dice anche però che, inevitabilmente, man mano che le nostre società divengono sempre più multiculturali e multireligiose anche la convenzione di cui è espressione il calendario ha bisogno di essere ripensata.

Il testo di Genesi, comunque, non vuole tanto legittimare, prendendo esempio addirittura dal riposo di Dio, una scansione del tempo in sette giorni di cui sei siano di lavoro e uno di riposo. Il racconto non dice soltanto infatti che Dio il settimo giorno si riposò da ogni lavoro che aveva fatto creando, ma afferma con forza che quel giorno, il settimo, Dio lo benedisse e lo consacrò. Sta qui, in questi due verbi, tutto il significato del testo. Si tratta di un vocabolario a forte coloritura liturgica: Dio vuole che un giorno sia qualitativamente diverso dagli altri sei e lo “consacra”, cioè, lo riserva per sé, ne fa una realtà che gli appartiene. Tutto il resto della creazione, dagli astri agli animali agli umani, ogni cosa vive secondo — potremmo dire — le regole specifiche della propria “specie”: le acque devono essere separate, il sopra e il sotto non possono essere confusi, tra animali e umani la possibilità di comunicazione non è né assoluta né totale, solo i due principi fisiologici del maschile e del femminile consentono la procreazione e, con essa, la sopravvivenza della specie. La capacità creativa di Dio sta nel rivelare quale sia la garanzia che il caos non riprenda il sopravvento: l’umano individuale e collettivo è a somiglianza di un Dio che è capace di dare dei limiti perfino alla sua stessa potenza creativa e il pieno senso teologico del sabato sta allora nel rivelare che la pienezza della potenza sta proprio nella sospensione della propria capacità di potenza.

Dopo il tempo dell’Esodo Israele tradurrà il senso profondo della santificazione del sabato nell’osservanza di un comando: «Ricordati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato» (Esodo 20,8-11).

Ci deve far riflettere: il riposo dal lavoro è un diritto, la santificazione di un giorno per Dio è un comando. Forse la crisi profonda della precettistica domenicale, che pretendeva di consacrare il giorno del Signore con una messa forzata, si rivelerà una benedizione. Non sarà facile uscirne, certo, perché richiede di ritrovare il senso profondo di un rapporto con tutta la realtà del mondo che passa attraverso la forza creativa di Dio. Una forza che ci insegna, potremmo dire parafrasando il libro biblico del Qoelet, che: «C’è un tempo per fare e un tempo per astenersi dal fare» (3,1-11), forse cominceremmo.

 *Biblista

 L'Osservatore Romano inserto Donne Chiesa Mondo giugno 2024


 

 

sabato 18 marzo 2023

CI VEDO !


-  Vangelo IV Domenica 

di Quaresima

 Laetare -

- Commento di p. Ermes Ronchi

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio (...). Un uomo nato cieco, così povero che possiede soltanto se stesso. E Gesù si ferma proprio per lui.

Arriva la prima domanda: perché cieco? Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori? Gesù ci allontana immediatamente dall’idea che il peccato sia la spiegazione del male, la chiave di volta della religione. La bibbia non dà risposte al perché del male innocente, le cerchi invano. Neppure Gesù lo spiega. Fa altro: lui libera dal male, si commuove, si avvicina, tocca, abbraccia, fa rialzare. Il dolore più che spiegazione vuole condivisione. Gesù spalma un petalo di fango sulle palpebre del cieco, lo manda alla piscina di Siloe, torna che ci vede: uomo finalmente dato alla luce. Nella nostra lingua partorire si dice anche “dare alla luce”. Gesù dà alla luce, partorisce vita piena. Il filo rosso del racconto è una seconda domanda, incalzante, ripetuta sette volte: come ti si sono aperti gli occhi? Tutti vogliono sapere “come” si fa, “come” ci si impadronisce del segreto di occhi nuovi e migliori, tutti sentono di avere occhi incompiuti.

Lo sappiamo: basta una lacrima e non vedi più. Quanti occhi acutissimi ho visto spegnersi: dicevano di vederci bene ed è bastata una lacrima, l’unghiata di un dolore, e si sono annebbiati, gli orizzonti e le strade scomparsi. Di fronte alla gioia dell’uomo “dato alla luce”, che vede per la prima volta il sole, il blu del cielo e gli occhi di sua madre, anche gli alberi, se potessero, danzerebbero; anche i fiumi batterebbero le mani, dice il salmo. I farisei, no. Non vedono il cieco illuminato ma solo un articolo violato:

Niente miracoli di sabato. Non si salvano vite, oggi. C’è il riposo santo. Avete sei giorni per farvi guarire, non di sabato. Di sabato Dio vi vuole ciechi! Ma che religione è mai quella che non guarda al bene dell’uomo, ma che parla solo di se stessa, a se stessa? Una fede che non si interessi dell’umano non merita che ad essa ci dedichiamo (Bonhoeffer) C'è un'infinita tristezza nella pagina. I farisei mettono Dio contro l’uomo, ed è il peggior dramma che possa capitare alla nostra fede, a tutte le fedi: mostrano che è possibile essere credenti, senza essere buoni; credenti e duri di cuore. È facile ed è mortale. E invece no, gloria di Dio non è il sabato osservato, ma un mendicante che si alza, che torna a vita piena, “uomo finalmente promosso a uomo” (P. Mazzolari). E il suo sguardo che illumina il mondo dà gioia a Dio più di tutti i comandamenti osservati.

 Come lui, torniamo ad avere occhi di bambini, di figli amati: occhi aperti, occhi meravigliabili, occhi grati e fiduciosi, occhi speranzosi, occhi che ridono o piangono con chi sta loro davanti; occhi, insomma, contagiati di cielo. Signore metti luce nei miei pensieri, luce nelle mie parole, luce nel mio cuore.

 (Letture: 1 Samuele 16, 1.4 6-7. 10-13; Salmo 22; Efesini 5, 8-14; Giovanni 9, 1-41).

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