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sabato 11 ottobre 2025

LA TUA FEDE TI HA SALVATO


 12 ottobre 2025

XXVIII domenica nell’anno


Luca 17,11-19 (2Re 5,14-17)



11Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 14Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 15Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». 19E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».


Commento di di Luciano Manicardi*

 La prima lettura (2Re 5,14-17) presenta la guarigione dalla lebbra dello straniero Naaman a opera del profeta Eliseo e il vangelo (Lc 17,11-19) narra la guarigione, a opera di Gesù, di dieci lebbrosi di cui uno solo, uno straniero (un samaritano), torna a ringraziarlo. Il tema dell’azione di grazie, della capacità eucaristica lega le due letture. Naaman, che voleva sdebitarsi con Eliseo per la guarigione ottenuta e che incontra il rifiuto del profeta, ottiene un po’ di terra d’Israele per poter venerare il Signore, Dio d’Israele. La gratitudine appare così nella sua dimensione teologale. Il profeta scompare davanti al Signore, vero autore del beneficio, e Naaman rivolge a Dio il suo ringraziamento. Anche il vangelo presenta la dimensione eucaristica della fede: il ringraziamento del samaritano a Gesù (cf. Lc 17,16) esprime la sua fede (cf. Lc 17,19).

Il testo di 2Re mostra la difficoltà, soprattutto per un uomo importante, ricco e potente come Naaman (2Re 5,1), di riconoscersi debitore: coprire di denaro e preziosi chi lo ha beneficato significherebbe “sdebitarsi”, far divenire l’altro grato nei suoi confronti, e così non perdere la propria grandezza e la propria immagine di uomo che “non deve nulla a nessuno”. La gratitudine è difficile e richiede la messa a morte del proprio narcisismo per entrare nel novero di coloro che si sanno graziati.

Il testo evangelico si apre con un’annotazione geografica che dice che Gesù, mentre andava verso Gerusalemme, “attraversava” la Samaria e la Galilea. Penso che quell’“attraversare” vada inteso nel senso di “costeggiare”, di “passare lungo la frontiera”, dando collocazione anche fisica all’atteggiamento di Gesù quale uomo della soglia, che abita i confini. Di fatto, subito dopo, egli incontrerà un gruppo di lebbrosi che si rivelerà composto di giudei e samaritani, popoli ormai separati da inimicizie religiose e ostilità reciproche, ed egli destinerà a tutti indistintamente la sua azione terapeutica.

Apprestandosi a entrare in un villaggio, ecco che un gruppo di dieci lebbrosi gli si fanno incontro fermandosi a distanza. La legislazione che regolava il comportamento di quanti erano afflitti da lebbra imponeva loro di stare lontani dai centri abitati (“il lebbroso … abiterà fuori dell’accampamento”: Lv 13,46) e di andare in giro gridando la propria condizione di impurità per avvertire della propria presenza contagiosa e impura e consentire di evitarli a chi li avesse incrociati sul cammino (“il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto, velato fino al labbro superiore, andrà gridando: ‘Impuro! Impuro!’”: Lv 13,45). Tuttavia, questo gruppo di uomini ci viene presentato non in atto di gridare la propria impurità, ma di supplicare aiuto. Le parole che rivolgono a Gesù sono una preghiera colma di fiducia e di speranza: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi” (Lc 17,13). La loro supplica echeggia espressioni che i Salmi di frequente rivolgono a Dio (Sal 6,2; 31,10; 41,5; 51,3-4) ed esprime la loro fede nel potere di Gesù di guarirli. Colpisce che Gesù, ascoltata la loro richiesta, non compia alcun gesto (come invece nei confronti del lebbroso in Lc 5,12-16, quando “Gesù tese la mano, lo toccò dicendo: ‘Lo voglio, sii purificato’”, e il narratore annota che “immediatamente la lebbra scomparve da lui”: Lc 5,13). Gesù li invia immediatamente a farsi visitare dai sacerdoti che dovevano verificare l’avvenuta guarigione e dunque riammettere alla partecipazione al culto avendo constatato la sparizione dell’impurità. Ma i dieci uomini obbediscono a Gesù senza che la guarigione sia avvenuta. Tutti loro mostrano fede in Gesù obbedendo alla sua parola pur senza aver visto nessun gesto di cura verso di loro e tanto meno di guarigione. Vanno a “mostrarsi” ai sacerdoti senza essere guariti! Potremmo chiederci il perché di questo atteggiamento di Gesù. Come intenderlo? Quale significato avrebbero potuto dare alle sue parole i dieci uomini? Come una maniera di liberarsi di loro? Di non prenderli sul serio? Un po’ come avviene per quella donna cananea che gli si era fatta incontro supplicandolo con analoghe parole (“Abbi pietà di me”, eléesón me: Mt 15,22; cf. “Abbi pietà di noi”, eléeson emâs: Lc 17,13.) a cui Gesù prima non aveva nemmeno risposto e poi aveva rivolto parole aspre e dure. In realtà, essi non interpretano così l’atteggiamento di Gesù, non mostrano delusione, non mormorano con rimostranze, non criticano quella che avrebbero potuto sentire come indifferenza e perfino presa in giro da parte di Gesù. Obbediscono a Gesù mostrando fede in lui. Ed è nel cammino, “mentre andavano” (Lc 17,14), che avviene la guarigione. Il loro mettersi in cammino senza essere guariti è una manifestazione straordinaria di fede nella parola di Gesù e nella sua persona. Potremmo dire che credono senza avere visto. Sembra che abbiano fatto proprio l’atteggiamento del Salmista che crede nell’esaudimento nel mentre stesso che implora aiuto: “Quando ho gridato al Signore con la mia bocca, la sua lode era già sulla mia lingua. Se il dubbio fosse stato nel mio cuore il Signore non avrebbe ascoltato” (Sal 66,17-18). Tutti e dieci hanno fede, eppure una differenza radicale emerge tra di loro quando uno solo torna da Gesù per ringraziarlo: “Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce e si prostrò davanti a Gesù per ringraziarlo” (Lc 17,17). Tutti sono guariti, ma uno solo lo vede, cioè lo riconosce e vi risponde. Quest’uomo sa vedere ciò che è avvenuto alla propria vita, riconosce che è grazie a un altro che è avvenuto ciò che è avvenuto e risponde a questo evento: cambia strada, non va dai sacerdoti, ma da Gesù e lo ringrazia. Nulla di rituale o di religioso in tutto questo. La differenza tra i nove e questo uno è nel suo saper vedere e rispondere. Si tratta di una differenza che si situa sul piano prettamente umano e precede la differenza religiosa che separava giudei e samaritani e i loro rispettivi luoghi di culto e sistemi sacerdotali. E che diversifica anche la fede che pure tutti hanno mostrato. Tanto che solo al samaritano Gesù dirà: “La tua fede ti ha salvato” (Lc 17,19). Qual è la differenza? Luca presenta nel samaritano la fede come propedeutica all’umano, la fede che insegna a vivere umanamente, la fede che approfondisce l’umano e rende autentiche le relazioni umane. Presenta la fede che insegna a vedere se stessi e a riconoscere l’altro, la fede che radica l’uomo nell’umano e non ve lo sradica. Sradicamento che a volte è operato dalla religione. Il Dio che il samaritano loda è quello che si è manifestato nell’uomo Gesù. È una differenza puramente umana, di atteggiamento umano, di presa sul serio dell’umano. La solenne proclamazione “la tua fede ti ha salvato” va dunque intesa come: ti ha posto nell’unità, ti ha dato integrità, ti ha situato nella tua verità umana. La tua fede aderisce alla tua umanità, fa tutt’uno con essa. È a questa fede, che integra pienamente l’umano, che Gesù dice il suo sì. Gli altri nove si saranno fatti vedere dai sacerdoti e avranno certamente goduto della nuova condizione di guariti, ma non avranno visto ciò che è intervenuto nella loro vita e così saranno restati nella loro cecità, nell’inerzia di chi ha occhi e non vede, orecchie e non sente, bocca e non parla. Guariti dalla lebbra, ma non dalla cecità.

Il samaritano non si presenta ai sacerdoti, ma ringrazia Gesù. E Gesù non si lamenta del fatto che nessun altro sia venuto a ringraziare lui – gli è sconosciuta l’arte perversa di fare del ringraziamento dovuto un’arma di ricatto –, ma si stupisce che uno solo sia tornato indietro a dare gloria a Dio, che uno solo abbia riconosciuto il Dio che agisce nei rapporti intraumani e abbia saputo discernere il Dio che lui narra nella sua umanità. Davvero, non è più sul monte Garizim, dove celebravano il culto i samaritani, o nel tempio di Gerusalemme, dove adoravano i giudei (cf. Gv 4,21) e da cui già erano dovuti uscire i sacerdoti quando la nube della presenza divina ne aveva preso possesso (1Re 8,10), ma nell’umanità di Gesù che va riconosciuta la presenza di Dio. Non nella mediazione religiosa, ma nell’immediatezza umana.

E autentificazione della fede è la dimensione eucaristica, ovvero la capacità di riconoscere, nel senso di entrare nel riconoscimento per giungere alla riconoscenza. Si tratta di riconoscere l’intervento di Dio nella semplicità e opacità dell’umano, del reale. Ma il riconoscimento è pieno quando si dilata nel rendimento di grazie. Quando lo sguardo che ha visto l’umano, da quello stesso umano risale al divino. Allora il culto è autentico e celebrato nella vita, nella trama delle relazioni, nella qualità dei gesti, delle parole e degli sguardi. Allora la conversione è compiuta: il samaritano “tornò indietro (hypéstrepsen) lodando Dio a gran voce” (Lc 17,15). 

La lode a Dio si unisce in modo inscindibile al rendimento di grazie a Gesù. Nell’uomo Gesù si manifesta il volto di Dio.

*Monastero di Bose

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martedì 31 dicembre 2024

ESAME DI RICONOSCENZA



TERMINA UN ANNO





- di Alessandro D’Avenia

Il 2023 è stato per molti, me compreso, un anno di ripresa. Per questo avevo deciso di scrivere su un foglietto, ogni lunedì, la cosa più bella accaduta nella settimana precedente.

Avevo bisogno di sapere di essere felice e ricordarmelo, verificando l’ipotesi di G.K. Chesterton secondo cui la felicità è a misura della riconoscenza. In italiano la gratitudine dipende dal verbo «riconoscere», rendersi pienamente conto di qualcosa: riconoscente è solo chi ri-conosce. A gennaio del 2024 che si chiude domani avevo quindi una scatola rossa, il mio «salva-donaio», piena di 53 racconti dei doni che avevo riconosciuto: 53 riconoscenze, 53 felicità. Non erano eventi necessariamente positivi, la grazia non è infatti l’incantesimo che fa sparire i problemi ma un «colpo» che offre una visione nuova e invita a creare una vita più bella. Nel 2024 l’esperimento è proseguito con gli articoli del lunedì, che di fatto sono il racconto del colpo di grazia ricevuto nella settimana precedente (non programmo i pezzi, li aspetto). E così per gioco, in questi giorni di pausa, ho aperto il salvadonaio del 2023 pescando a caso qualche foglietto. Chesterton aveva ragione: la memoria di una gioia, ri-conoscenza, è felicità «per sempre». Avevo infatti in mano 53 estasi da ri-vivere a comando, 53 risvegli, 53 inviti a incarnare un destino, che non erano invecchiati di un solo giorno, perché erano vita sempre viva, vita strappata alla morte. E non è forse questa la gioia che tutti cerchiamo? Dove? 

 Una vita mancata è quella che non ha incarnato il suo irripetibile destino. Il fine della vita non è infatti la sopravvivenza, ma la bellezza: chi compie il suo destino rende se stesso e il mondo più belli. L’arte è un promemoria di questa chiamata, artista è infatti chiunque lotti per rendere giustizia all’ispirazione ricevuta, come riassumeva il poeta Paul Valéry: il primo verso lo danno gli dei, il secondo è lavoro umano per rimanere all’altezza. Di queste ispirazioni che rompono il ripetersi stanco dei giorni e ci ricordano l’irripetibilità del destino che magari stiamo tradendo, ogni settimana ne riceviamo diverse sotto forma di parole, eventi, incontri, crisi... che spesso però non trovano il terreno interiore per attecchire e dare frutto. 

 Ribaltando Chesterton si potrebbe dire che «irriconoscenza è infelicità». La realtà offre continui risvegli dal torpore dell’abitudine, dal dolore incancrenito, dalla mania di controllo, che rendono il nostro cuore di pietra. La grazia lo riporta alla sua vera dimensione: la carne. La paura che pietrifica il cuore ha due forme: paura di vivere e paura di morire. Il cuore pietrificato si abbandona infatti all’impotenza (non valgo niente, non sono padrone della mia vita, non posso cambiare questa situazione, non ne vale la pena...) o fuga dalla realtà (era meglio ai miei tempi, è colpa degli altri, questa vita fa schifo mi ritiro...). 

 Questa pietrificazione rende impossibile la gioia, perché rende incapaci di stare nel presente, non lo ri-conosciamo più, e quindi diventiamo irriconoscenti, infelici. Ma puntuale un colpo di grazia viene a tirarci fuori da impotenza e fuga, ci spinge a stare nella realtà così com’è, ad affrontare la paura, perché la grazia è un invito ad abbracciare il qui e ora come luogo del destino, invito alla libertà per incarnare il modo unico in cui ciascuno di noi può rispondere all’incontro con la realtà. L’ispirazione non cambia il mondo, ma il nostro rapporto con il mondo. 

 In fondo l’evento alla base delle feste di questi giorni non è altro che la nascita di un bambino in condizioni precarie. Eppure dopo 2000 anni, proprio in questo periodo, ci ri-posiamo, cioè posiamo l’io di nuovo dentro il suo destino facendo ciò che amiamo di più. Immortaliamo la vita come vorremmo che fosse, infatti condividiamo foto di tavole eleganti e imbandite, vestiti belli e luminosi, famiglie unite e sorridenti, giornate spensierate e giocose: è il riconoscimento della vita come vorremmo che fosse, anche se a volte si tratta solo di un desiderio o magari di una facciata. Il tentativo annuale del cuore a tornare di carne... 

 Eppure, questo accade ogni settimana, se non ogni giorno. Se infatti prendo a caso uno dei fogli del 2023 scopro che il colpo di grazia di quella settimana era stata la telefonata di un padre in lacrime. Si era chiuso in macchina, oppresso dal dolore per la drammatica diagnosi di malattia della figlia giovanissima. Siamo rimasti al telefono qualche minuto, tra silenzi e balbettii. Una grazia questa? Perché? Perché mi ha risvegliato. Che senso ha? Non lo so, non ho spiegazioni al dolore innocente, come i bambini massacrati dalle guerre in corso. Che cosa posso fare? Stare in qualche modo vicino a quest’uomo. Si liberano energie creative, anche perché immediatamente evaporano le paure che pietrificano quelle energie, e la vita torna al suo malcelato splendore: ama di più, crea di più, lavora sul secondo verso. La grazia è un risveglio della libertà: la capacità di creare il nuovo, di aprire una via nella storia, di introdurre un’energia che non c’era, non sottomessa all’entropia, all’esaurirsi di tutte le cose, e che si chiama amore. Senza grazia non c’è libertà, senza libertà non c’è amore, senza amore non c’è creazione, senza creazione non c’è destino, e senza destino non c’è gioia. 

 Infatti, chi risponde alla grazia torna di nuovo protagonista della propria vita: la pietra diventa carne, che è la capacità di stare nel presente così com’è. In un altro dei 53 foglietti leggo di una passeggiata nel bosco in cui mi è stato ancora una volta evidente che il creato è un invito a fare altrettanta bellezza nella propria vita, tanto che quando dico che credo ai miracoli mi basta mostrare un albero. Vorrei saper fare anche io un bosco in cui la luce penetra tra i rami e apre nel sottobosco radure di luce, mentre un pulviscolo verde tradisce la conversazione segreta, aerea e sotterranea, tra le piante: le cose non sono cose, ma un cosmo. «Anche io, anche io» mi viene da dire, e da fare, come nel bellissimo racconto di Jean Giono: L’uomo che piantava gli alberi, in cui il protagonista riporta la vita in una zona desolata, con la sua paziente e silenziosa azione creativa: piantare ogni giorno 100 ghiande. Quell’uomo fa miracoli, eppure sta solo piantando degli alberi... è proprio così quando si incarna il proprio destino, quando si lavora bene sul secondo verso. Ho altri 51 foglietti da esplorare. 

 Questo pezzo e questo 2024 finiscono solo apparentemente, perché c’è un salvadonaio da inaugurare, per poter raccogliere almeno altri 53 reperti di grazia, per i più attenti potrebbero essere addirittura 365. Basterebbe fare ogni sera un minuto di «esame di riconoscenza»: qual è stata la cosa bella di oggi? Se non la troviamo o siamo stati distratti o non stiamo vivendo la nostra vita, ci si è pietrificato il cuore. Ogni giorno c’è un colpo di grazia che invita a vivere irripetibilmente, nel qui e ora, creando e non distruggendo. Solo così, ogni giorno, anche il lunedì, ogni settimana, anche la più faticosa, ogni anno, anche il più duro, diventano materiale del capolavoro di una vita, il lavoro che solo ciascuno di noi può fare dopo aver ricevuto il primo verso dal Dio della realtà. Solo così il 2025 sarà divino, cioè pieno di gioia. Ve lo auguro. 

 Alzogliocchiversoilcielo

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venerdì 6 settembre 2024

LA GRATITUDINE, DONO SOCIALE


Parla la religiosa, docente di economia e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. "È una delle parole chiave per una economia basata sulla condivisione"

La fecondità della dimensione sociale della gratitudine è al centro della riflessione che in questa conversazione offre suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium e Segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

 

-         Intervista di Cristina Uguccioni

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La gratitudine ha dimensione sociale e fecondità sociale: come le descriverebbe?

Credo ci siano molte implicazioni pubbliche della gratitudine. Sottolineo un aspetto che è ogni giorno alla portata di tutti. Anzitutto le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere grazie al quale è più facile che anche altri passino dal lamento e dalla sfiducia a un atteggiamento costruttivo. Questo perché le persone grate fanno sentire importante chi hanno di fronte, sono portate a sintonizzarsi sul meglio che è negli altri e a chiamarlo in gioco. La loro capacità di concentrarsi sulla crescita e la loro natura altruistica creano spazio per far fiorire gli altri. Sono persone umili, perché la gratitudine le porta a riconoscere il debito che le lega ai doni altrui. Ma “umile” rimanda all’humus, alla fertilità della terra che ogni ambiente umano può diventare. Chiaramente, “fertile” può farci pensare anche alle conseguenze economiche e sociali di una convivenza segnata da queste attenzioni, dal saper dire grazie. In effetti, se una comunità ha forte consapevolezza di ciò che uno deve all’altro e di come le sfide si vincono insieme, la sua crescita è più dinamica e felice rispetto alla situazione in cui si combatte tutti contro tutti.

In che modo la gratitudine può dare forma all’economia?

Già Adam Smith, padre fondatore della Scienza Economica, nel suo libro ‘La teoria dei sentimenti morali’ sostiene che la gratitudine giochi un ruolo vitale nel rendere il mondo un posto migliore in cui vivere. Benedetto XVI ha dedicato la Caritas in Veritate a mostrare come la gratuità, la logica del dono, non sia un di più, ma un aspetto fondante la dinamica economica. È un aspetto che le teorie economiche classiche hanno ampiamente sottovalutato e che la Chiesa ha contributo e sta contribuendo a portare in evidenza: protagonisti dell’economia sono gli esseri umani che, nonostante il peccato, non sono per natura irrimediabilmente egoisti e votati all’interesse proprio. I loro scambi, i loro progetti, le soluzioni che costruiscono per far fronte alla vita di ogni giorno, hanno in sé una continua vocazione al bene dell’incontro e della cooperazione. In questo ambito, la parola gratitudine può assumere la sfumatura della restituzione: a un territorio, alle generazioni successive, a coloro cui si deve la propria crescita. Gratitudine e restituzione implicano anche il superamento di quelle disuguaglianze che si devono alla storia e allo sfruttamento degli uni sugli altri. Noi dobbiamo ai poveri giustizia: questo è un aspetto drammaticamente attuale e poco riconosciuto della gratitudine. L’economia civile e altre ricerche – cattoliche e non – di nuovi modelli di sviluppo vorrebbero manifestare più chiaramente come uno sguardo grato alla vita debba generare un’economia del dono, mostrando che si tratta di un’economia non di decrescita, ma di una crescita a più alta intensità: più inclusiva, più ecologica, più integrale.

Una delle parole chiave di The Economy of Francesco (EoF) è proprio gratitudine: questo processo/movimento, nato cinque anni fa, sta cominciando ad avere rilevanza sul piano internazionale?

Sì, sta iniziando ad avere rilevanza internazionale, ma è ancora un movimento in fase di sviluppo e di crescita. La gratitudine è una delle parole chiave che guida i giovani coinvolti, i quali promuovono un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto dell’ambiente. Molti giovani imprenditori, economisti e attivisti stanno aderendo a questo movimento e contribuendo a diffondere i suoi principi e valori in tutto il mondo. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare per trasformare realmente il sistema economico attuale e portare avanti un’economia più equa e sostenibile. La gratitudine è uno dei punti di forza dell’EoF che i giovani possono capitalizzare per raggiungere questo obiettivo.

Come accompagnare e sostenere le giovani generazioni alle prese, in Occidente, con un clima culturale dominato dall’individualismo e dall’imperativo dell’autosufficienza?

Le giovani generazioni stanno educando oggi quelle più adulte a uno sguardo meno individualistico di quello che ha trionfato negli scorsi decenni. Sono le vittime di una ubriacatura di cui, a volte in forme incerte e scomposte, altre volte in forme silenziose e sofferte, patiscono le conseguenze e desiderano il superamento. I giovani in Occidente sono pochi, poco ascoltati, spesso accusati da chi ha costruito attorno a loro un mondo respingente e giudicante. Il loro desiderio di cambiamento è radicato, profondo. La nostra responsabilità è quella di vedere nelle loro incertezze e nei loro bisogni una chiamata alla conversione, così da offrire testimonianze credibili e da sostenere con risorse materiali e spirituali i loro sogni.

In Occidente stiamo assistendo a una crescente burocratizzazione dei rapporti sociali e dunque anche dei rapporti di lavoro; una burocratizzazione che considera la gratitudine qualcosa di nobile ma di superfluo e ininfluente per far funzionare il mondo del lavoro. Come si corregge questa visione che marginalizza la gratitudine?

Riconoscenza ha la stessa radice di riconoscere: per dire grazie devo saper vedere il dono. In economia, e in particolare nella gestione delle organizzazioni, si è abituati a ragionare in termini di programmazione e controllo: si fissano gli obiettivi e si controlla che essi siano raggiunti. Poco spazio viene lasciato al dono, e quindi poco o nulla si fa per accorgersi di quel dono. Trovo interessante la tesi di Norbert Alter: egli sostiene che chi lavora all’interno delle organizzazioni ha bisogno di esprimersi come persona nel proprio lavoro, di personalizzarlo, di donarsi, di andare oltre la lettera del contratto. Le organizzazioni, che hanno tutto l’interesse a ottenere molto dai dipendenti, organizzano sistemi di controllo che non sanno riconoscere il dono, quindi non lo vedono. Per questo motivo non sono riconoscenti e non lo apprezzano, rischiano di far demotivare i lavoratori arrivando a impedire loro di donare. L’ingratitudine impedisce il dono, ecco la tesi di Alter. Volendo ottenere molto dai dipendenti, il management rinuncia alla risorsa più preziosa, la capacità di donare, che porta alla cooperazione e tiene alte le motivazioni. La gratitudine quindi, oltre che collante sociale, si può rivelare una forza enorme anche nella gestione delle organizzazioni: essa, però, non può essere imposta. Ha bisogno di occhi che sappiano riconoscere il dono, quel dono volontario e spontaneo che in qualche modo è anche la personalizzazione del lavoro che si fa. È anche questo il motivo per cui diciamo grazie al barista e non al distributore automatico del caffè: nel lavoro del barista c’è un’espressione di sé, unica e legata al suo modo di essere e di esprimersi. Ed è su questa linea che possiamo immaginare la gratitudine insieme a un buon contratto e non in sostituzione di esso. La riconoscenza verso il dono-gratuità non è in opposizione al denaro, ma le due cose possono stare insieme: anche un aumento di stipendio può essere una forma di gratitudine, se è conseguente al riconoscimento del dono.

A chi desidera rivolgere parole di ringraziamento?

Il primo pensiero va a coloro che mi hanno donato la vita e trasmesso una fede radicata nella semplicità della terra e della vita quotidiana. Si tratta dei miei genitori e di quelle persone a cui sono legate la mia infanzia e la mia adolescenza in Abruzzo. Desidero ringraziare anche chi, in oratorio, ha allargato la mia esperienza di fiducia e di casa, nell’amorevolezza del metodo educativo salesiano. Sono poi grata a coloro che mi hanno chiesto dei passi, a volte delle vere e proprie obbedienze, che hanno plasmato il cammino della mia vita adulta. La vita religiosa, in questo, credo sia per tutti una provocazione, l’invito a pensare che l’adulto non è principalmente chi si fa da sé, ma chi accoglie volentieri – creativamente e attivamente – anche le circostanze che non avrebbe pensato adatte a sé: da sola non avrei scelto di studiare Economia, ma poi mi sono accorta di quanto preziosa è stata l’intuizione delle mie formatrici. E da sola non avrei pensato alla Curia Romana come a un luogo di cura e di incontro.

 www.avvenire.it

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sabato 12 ottobre 2019

SAPER RINGRAZIARE

Anche il Signore desidera essere ringraziato.

Letture del giorno: 2 Re 5,14-17; Sal 97 (98); 2 Tm 2,8-13; Lc 17.11-19 - 
Leggi su ChiesaCattolica.it 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 17.11-19
 
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


«Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono?», chiede Gesù a uno dei dieci lebbrosi guariti, l'unico tornato a ringraziarlo. L'uomo non risponde, sia perché non ce n'è bisogno dal momento che, a cominciare da Gesù, tutti sanno che gli altri nove sono per andati per i fatti loro, senza che li sfiorasse l'idea di tornare a ringraziare per un dono così grande; sia perché la domanda più che a lui è rivolta a tutti coloro che assistono alla scena in quel momento, come si capisce bene dalle parole che seguono: «Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?».
Oggi la domanda è rivolta a noi, e ci stimola a verificare se siamo tra i nove, oppure con l'unico tornato a ringraziare. La verifica che ci viene richiesta è molto importante, perché se per esperienza sappiamo che la gratitudine tra noi è rara, può accadere che nei confronti di Dio questo sentimento sia completamente assente.
«Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono?». Le parole di Gesù, non nascondendo delusione e dispiacere, manifestano la sua profonda e genuina umanità, rimarcando la diversità dai falsi santoni che cercano di nasconderla, temendo di sembrare deboli e in cerca di inutili soddisfazioni. La cosa straordinaria è che Gesù, comportandosi da vero uomo, si rivela vero Dio, come il Padre continuamente impegnato a richiamare il popolo eletto alla gratitudine, rimproverandolo con energia quando non lo fa: «Eppure io sono il Signore, tuo Dio, fin dal paese d'Egitto, non devi conoscere altro Dio fuori di me, non c'è salvatore fuori di me. Io ti ho protetto nel deserto, in quella terra ardente. Io li ho fatti pascolare, si sono saziati e il loro cuore si è inorgoglito, per questo mi hanno dimenticato» (Os 13,4-6).
«Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». Le rammaricate parole di Gesù oltre a essere consolanti perché ce lo fanno sentire vicino, sono un richiamo deciso alla necessità di "rendere gloria a Dio", perché soltanto con la consapevolezza del suo amore e dei suoi benefici ciò che chiede sarà recepito come dono per il quale ringraziare, e non come imposizione da sopportare, o addirittura da pretendere. Può accadere anche questo, e forse a volte è accaduto anche a noi di dire o di pensare: "Non prego più, perché ho chiesto e non sono stato ascoltato".
Siamo con i nove ingrati o come il samaritano riconoscente? Per rispondere con sincerità esaminiamo la nostra preghiera, non le preghiere imparate dai libri, ma il nostro dialogo personale con lui. Se esso è un continuo: "Signore, dammi questo!"; "Signore, dammi quest'altro"; "Signore, dammi...!", non siamo fuori strada, perché è giusto chiedere e bussare. È stato Gesù a invitarci a farlo: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto" (Mt 7,7). Però se non c'è mai il "grazie", rischiamo di essere tra gli ingrati. E non basta dire "grazie"! Bisogna farlo, perché la gratitudine non è una questione di parole ma di scelte, di comportamenti, di vita.
Il lebbroso del vangelo «si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo». Con il gesto del "prostrarsi ai suoi piedi", il samaritano riconobbe in Gesù non soltanto un guaritore, ma il Signore, diventando non soltanto "sanato" come gli altri nove, ma "salvato" dalla fede. Il pagano Naaman, guarito dalla lebbra dal profeta Eliseo, passò alla fede del Dio di Israele: «Ecco, ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele»; caricando «tanta terra quanta ne porta una coppia di muli» da portare in Siria per fare con essa un altare in modo da «non compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».
Noi cosa dobbiamo fare? Vivere tutto quello che la vita ci mette davanti come un dono, non dimenticando mai di rendere gloria a Dio. Come esercizio pratico, proviamo ogni tanto a pregare con parole nostre senza chiedere niente, ma soltanto ringraziando per ciò che abbiamo avuto e che abbiamo.

 don Tonino Lasconi


sabato 7 ottobre 2017

Domenica 8 ottobre - UNA PARABOLA "DOLENTE"

           
È una parabola cupa, dolente, sanguinante, quella di oggi. Quasi insostenibile. Il cuore del racconto, però, è centrato sul figlio, non sulla punizione dei vignaioli omicidi: Gesù sta dicendo al suo uditorio che se i servi sono la prefigurazione, il figlio è il compimento. E che è lui il figlio inviato da Dio a riscuotere quanto dovuto. Il finale non è un abbandono, ma un nuovo inizio. Quella morte che tutto sembra distruggere non è che il trampolino per una nuova vita, per un inatteso riscatto. È ormai evidente a tutti che il suo destino è segnato: i suoi gesti eccessivi hanno suscitato l’ira dei capi dei sacerdoti. Come tutti gli idealisti, questa testa calda di galileo va fatto tacere ad ogni costo, prima che crei dei disordini e che i romani si riprendano, irritati, la relativa autonomia concessa alla capitale. Lo sa Gesù, non è un idiota. Sa bene che ha firmato la sua condanna a morte. E sta dicendo ai suoi assassini che la sua morte, la morte del figlio, si pone in continuità con la morte dei profeti, spesso uccisi proprio dagli uomini religiosi del loro tempo (Mt 23,29). Gesù non mette fine alle contraddizioni della storia. Si pone in mezzo. Le assume. Ne è travolto. Le redime e le riscatta. 
            Di questo parla la difficile parabola dei vignaioli omicidi. Follie L’idea di godere dei frutti della vigna senza pagare pegno mi sembra una bella costante della nostra inquieta e talvolta incomprensibile umanità. Così è il nostro mondo: vuole l’eredità senza avere a che fare nulla con il Padre. Gode dei frutti della vigna e non riconosce al proprietario ciò che gli è dovuto. Nemmeno il fatto di non essere noi i padroni del Creato. Anzi: vorremmo poter gestire la vigna senza rendere conto a nessuno. È l’impressione che ho quando vedo il nostro mondo occidentale, quello europeo, in specie, che ha fatto accomodare Dio alla porta, ma pretende di mantenere l’ordine sociale che da esso deriva. Immagine dell’umanità che non riconosce il proprio Creatore, il proprio limite, questa tragica parabola è la sintesi della storia fra Dio e Israele, fra Dio e l’umanità. 
          L’uomo non riconosce il suo Creatore, si sostituisce a lui: ecco il peccato di fondo, la tragica fragilità dell’essere umano, credere di essere autosufficiente, non nel senso nobile e vero di essere autonomo, senza dover rendere conto, misconoscendo il proprio limite. Ancora oggi accade così, in questi deliranti tempi in cui, invece di riconoscere la propria origine e la propria dignità, l’umanità pensa a come fregare il proprietario, nega l’evidenza della propria creaturalità, si perde nel delirio di onnipotenza di chi crede di manipolare l’origine della vita, il cosmo, la natura. Insomma: vogliamo un mondo equilibrato, fraterno, significativo e interessante, ma senza coinvolgere chi questo mondo l’ha voluto, ideato e creato. Buffo. Idiota. Il mondo non ci appartiene e nemmeno la vita ci appartiene, ma ci è donata e possiamo farla fiorire. Ancora Vorrei dire ancora qualche parola sulla pazienza di Dio che, ad un certo punto, finisce.......


mercoledì 30 novembre 2016

INGRATITUDINE

INGRATITUDINE
«Il cuore spietato dei senza memoria»

 Nel suo ultimo libro il filosofo Demetrio affronta la questione morale dell’irriconoscenza, «una mancanza privata che diventa comportamento collettivo»
La dimenticanza degli atti di generosità ricevuti mina il senso di responsabilità: «Facciamo di tutto per ancorarci al presente. Dovremmo invece lavorare sul ricordo di ciò che ci ha formati e di chi ci ha aiutato a vivere e a stare al mondo”.


Il dispiacere per un gesto d’affetto non corrisposto e svilito e la ferita di un tradimento immeritato, la disillusione per un bene che sembrava genuino e l’amarezza del sentirsi dimenticati ed esclusi con perfidia e crudeltà. La Dimenticanza di un atto di generosità o di un vantaggio ricevuto, il sottile piacere di una vendetta inferta con premeditazione, come si pareggia un conto, la rabbia che genera sospetto, vendetta e un groviglio di altre meschinità e miserie da cui si può attingere a piene mani. 
C’è un pozzo di violenza dentro l’ingratitudine, parola spietata, essa stessa dal suono sgradevole con quel suo grattare in gola e insieme evocare tristezze, rabbie e risentimenti, favori e livori, ferite mai sanate del tutto. Tanto più ingrata perché non sa consolarci né condurci ad alcuna bellezza.
 Eppure, nonostante si cerchi di guardarla con maggiore rammarico quando ne siamo vittime, nessuno ne è immune. Colpa del nostro rapporto fragile con la memoria.
               O meglio della memoria corta della riconoscenza, sottotitolo ad hoc di Ingratitudine, ultimo lavoro del filosofo Duccio Demetrio fresco di stampa per Raffaello Cortina Editore (pagine 192, euro 13,00). Un saggio critico che si prefigge, ....

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