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venerdì 28 maggio 2021

NON ETICHETTIAMO I RAGAZZI


... MA PRENDIAMOLI SUL SERIO

I danni del Covid e una sfida educativa che impone verità e coraggio


 -         di MARCO IMPAGLIAZZO

-          

Lo sappiamo: i nostri figli hanno vissuto un dramma nel dramma in questi lunghi mesi di pandemia: le chiusure con ben poca scuola insieme a una pressione psicologica senza precedenti. Su queste pagine se ne è scritto molto, e in profondità, da parte di neuroscienziati, educatori, madri e padri, sacerdoti. Nei giorni scorsi, sulle pagine di un altro quotidiano, anche don Antonio Mazzi è tornato a riflettere sugli adolescenti e sulle conseguenze dirette e indirette del Covid-19 su di loro.

Molti studi continuano, intanto, a denunciare il loro crescente disagio, registrando anche i fenomeni più estremi come l’aumento dei tentativi di suicidio e degli atti di autolesionismo. Ben più diffuso è risultato lo smarrimento per l’isolamento forzato e la maggiore difficoltà di frequentare i coetanei. Molti genitori e insegnanti hanno visto figli e studenti chiudersi in se stessi, ritrovarsi più 'spenti' o 'arrugginiti', più fragili emotivamente e caratterialmente, più in difficoltà di fronte agli ostacoli di ogni giorno, in famiglia, a scuola, con gli amici. Senza contare le segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola, hanno gettato la spugna e stanno scivolando via nelle maglie larghe della didattica a distanza.

Stanchezza, incertezza, apatia hanno colpito un’intera generazione. Che fare? Come ripartire 'con' e 'da' questi ragazzi? La strada non può essere quella di insistere sul tema della 'generazione Covid', come ha fatto notare giustamente

don Mazzi: «Da noi arrivano ragazzi affetti da disturbi internalizzanti o esternalizzanti. Convinco i genitori che dobbiamo affrontare la sofferenza di un ragazzo che [solo] in minima parte è malattia. Non esistono gli autistici, i bipolari, gli schizofrenici, gli anoressici, gli psicotici, i violenti aggressivi, ma esistono degli adolescenti e dei giovani con problemi. Mi rifiuto (salvo casi gravissimi) di catalogare i ragazzi che chiedono aiuto, come ci siamo sempre rifiutati di etichettare chiunque».

Non si può creare una nuova categoria in cui incasellare un adolescente in difficoltà, preludio a una medicalizzazione (e dunque a una deresponsabilizzazione) del problema. La soluzione sta nel farsi carico di una domanda di futuro e rispondere con più vicinanza, partecipazione, responsabilità: i nostri figli ci chiedono più vita e più senso della vita.

È utile (e a chi?) attribuire ai ragazzi etichette che definiscano precocemente le diversità così come avviene nel sistema scolastico e nella nostra società? Si tratta in realtà di scorciatoie che illudono di superare i problemi anche perché certe etichette o definizioni rischiano di accompagnarli per tutto il percorso scolastico con conseguenze anche oltre la maturità. Umberto Galimberti sostiene che ci troviamo immersi in una cultura che persuade ciascun individuo di essere fragile e debole e che rende indispensabile il continuo ricorso a pratiche terapeutiche o all’assistenza di un tutor. Con il disagio adolescenziale legato al Covid-19 si rischia di andare nella medesima direzione, ma la nostra società non può fare a meno del contributo attivo di questi ragazzi e giovani che rischiano di essere 'scartati'. «I giovani maturano se attratti da chi ha il coraggio di inseguire sogni grandi, di sacrificarsi per gli altri, di fare del bene al mondo in cui viviamo», ha detto papa Francesco agli Stati Generali della Natalità. È ciò che dobbiamo offrire ai nostri figli per farli uscire dal grigiore triste di un mondo segnato dalle limitazioni e dall’autolimitazione. Una stagione nuova in cui prenderci cura, come comunità, dei più giovani con responsabilità e fiducia.

Il punto è credere che i cuori di bambini, adolescenti e giovani guariranno se le mete che si porranno davanti a loro saranno all’altezza delle sofferenze che tutto il pianeta ha attraversato. In altre parole, se non li etichetteremo come malati, ma li considereremo parte della cura di cui il mondo ha bisogno. Se non li medicalizzeremo, ma li vorremo come medici di un tempo nuovo, fatto di cura dell’ambiente, di rispetto per i più fragili, di gente che si sente sulla stessa barca.

Mario Draghi, parlando a sua volta all’incontro romano sulla natalità, ha annotato: «Perso l’ottimismo, spesso sconsiderato, dei primi dieci anni di questo secolo, è iniziato un periodo di riesame di ciò che siamo divenuti. E ci troviamo peggiori di ciò che pensavamo, ma più sinceri nel vedere le nostre fragilità, e più pronti ad ascoltare voci che prima erano marginali».

Quello che si apre è il tempo di una nuova sincerità. Con noi stessi, adulti che ritrovano una strada di verità e responsabilità. E con i giovani, non più marginali, ma centrali nella costruzione di un futuro diverso e migliore. Non certo marchiati come i nuovi malati, bensì protagonisti a pieno titolo di una società fondata sulla partecipazione e appassionata del domani.

 

www.avvenire.it

 

 

martedì 17 luglio 2018

IL COLOMBRE. DALLA PAURA AL CORAGGIO - 50 SFIDE PER I NOSTRI RAGAZZI ... e non solo!

Dalla paura al coraggio

50 COSE DA FARE PRIMA DEI dodici ANNI 




Brevi considerazioni su paura, pregiudizi, ambiente, apprendimento, rischio, sicurezza, insegnamento, maturazione della persona , cittadinanza ed altro.
di Giovanni Perrone

            Sono tempi difficili quelli che stiamo vivendo. I diffusori di paure impazzano in molti luoghi del mondo, purtroppo pure in tante istituzioni. “Fa più vittime la paura che il contagio”, scriveva Manzoni. Ci sono politici che fanno della paura la loro merce per acquistar consensi. Ancora Manzoni, a proposito dei proclami dei potenti di allora, affermava che  «grida fresca; son quelle che fanno più paura». Anche genitori ed educatori sovente utilizziamo la paura per “governare” figli e allievi. La paura è una mala bestia: t’incatena, ti rende vittima di pregiudizi e dicerie varie, ti disorienta piuttosto che orientarti, distrugge l'autostima. La persona governata da paure e pregiudizi cade facilmente nella rete del pifferaio che incontra, non matura in creatività e intraprendenza, autonomia e responsabilità, nemmeno in libertà e democrazia. Tra l’altro gran parte delle paure sovente sono ingiustificate. A proposito è bello rileggere “Il colombre” di Dino Buzzati [1][.
            Il “governare” attraverso la paura utilizza gli spauracchi o i problemi del tempo. Va alla caccia dei possibili untori di manzoniana memoria. La storia è ricca di esempi: Qualche imperatore romano scaricava tutte le colpe del suo malgoverno sui cristiani (“A morte i cristiani!”); all'inizio del secolo scorso c’erano gli untori della ‘spagnola’; Hitler utilizzava gli ebrei; oggi si utilizzano i migranti ….
      Non mi soffermo sulle vaste e complesse problematiche sociali, politiche ed educative a proposito. Problemi quanto mai attuali ai quali è opportuno prestare particolare attenzione. Talora la paura è un invito ad essere accorti, a prestare attenzione, ad evitare concreti pericoli.

         Solo qualche riflessione educativa: coraggio, competenza, responsabilità, autonomia sono alcuni degli “ingredienti” essenziali per la formazione di una persona e di un cittadino. Perciò vanno coltivati sin dalla nascita e devono fare parte di ogni “pasto quotidiano”, sia in famiglia, sia nelle scuole e nelle altre istituzioni educative. La virtù della prudenza (una virtù positiva non negativa) aiuta a fare del nostro meglio per risolvere praticamente ed eticamente i problemi incontrati e le sfide da superare.

Prendo spunto da alcune indicazioni concrete suggerite dal National Trust, un ente fondato nel 1895 nella Gran Bretagna, presente in varie forme in tutto il mondo, che ha per scopo la salvaguardia della natura (e degli ambienti di particolare valore), l'educazione ambientale, la promozione - sin dalla prima infanzia- di un positivo rapporto con la natura, della gioiosa avventura della scoperta; la maturazione di specifiche competenze, l'acquisizione della responsabilità (nei confronti di se stessi e dell'ambiente). Detto ente ha diffuso nel mondo un elenco di cinquanta esperienze da vivere e fare vivere (in famiglia, a scuola, nelle associazioni, in vacanza ....) prima dei dodici anni. Sono esperienze che favoriscono e arricchiscono il tradizionale curricolo scolastico, stimolano e fortificano l'apprendimento, sviluppano abilità basilari utili per tutta la vita, maturano creatività e imprenditorialità. Non sono strane o pazze esperienze episodiche, ma favoriscono il crescere con uno stile di vita aperto all'avventura e alla continua sfida di se stessi.

Sono attività 'normali' nelle scuole del Nord-Europa (giudicate tra le migliori del mondo). Purtroppo, nelle nostre scuole, ove la sicurezza sovente è vissuta (da dirigenti, docenti e genitori) come ansiosa attenzione al fine di evitare ogni pericolo (e perciò condanna all'immobilismo) e non itinerario per imparare ad affrontare e superare eventuali situazioni di pericolo (e, perciò, maturazione dello spirito intraprendenza). Infatti, di norma c'è poco spazio per le attività che fanno interagire con l'ambiente, fortificano il carattere della persona, educano alla cittadinanza attiva, rendono l'apprendimento gioioso, interessante e utile, favoriscono l'aiuto reciproco e la soluzione di veri problemi. 

       Sovente ci  dimentichiamo che l'imparare facendo è molto più utile dell'imparare ripetendo. 

     Pensiamo ad una giornata familiare e/o scolastica di un bambino o ragazzo “normale”.
      Gran parte dei nostri ragazzi sin da bambini, sono (colpevolmente) costretti a subire ore ed ore di 'seduta passività' a scuola e anche in famiglia! 
        E  .... a quindici anni (ed anche prima) passano dalla 'normale e sicura' passività scolastica alla dannosa e frastornante passività di certi ambienti ove trascorrono vuote e pericolose serate ( e nottate). 
      L'alienante, innaturale e talora colpevole logica di tanti genitori ed educatori è il "purché non succeda niente!", non quella intelligente, promuovente e coinvolgente logica del "purché succeda qualcosa di interessante e positivo!" Si promuovono ignavia e paure varie e non avventura e imprenditorialità.
       Infatti, dal punto di vista fisico, psichico ed intellettuale è una grave colpa costringere un bambino e un ragazzo a stare seduto ore intere a scuola o a passare ore ed ore davanti il televisore o i videogiochi: si danneggia lo sviluppo fisico (e non solo!) della persona e ne risente gravemente l'apprendimento.
      La vera educazione (lo dicono i documenti pedagogici internazionali [2], lo dice lo stesso Papa Francesco [3] ) non è educare al non rischio, ma educare ad affrontare e superare (con intelligenza, responsabilità e competenza) i rischi che si incontrano (volenti o nolenti) lungo il cammino della vita. E' questa la vera educazione alla sicurezza! E' questo il vero rispetto dei bambini e dei ragazzi! Bisogna educarli alla sicurezza, non renderli vittime sacrificali da offrire 'burocraticanente' alla 'dea sicurezza'!

     Il rischio non deve farci paura, semmai deve spingerci a educare ogni ragazzo a saper governare il rischio e l’incertezza, con senso di responsabilità, evitando ogni forma di improvvisazione ed incoscienza, ma valorizzando le opportune  risorse ed anche le sporadiche occasioni.
     Di fronte al mondo che cambia rapidamente, dobbiamo interrogarci sul nostro modo di educare, sui metodi che utilizziamo, sugli stili d’insegnamento e di apprendimento, sulle esperienze educative da fare vivere ... Altrimenti consegneremo al futuro ragazzi fragili e disorientati, viziati ed incapaci.
         L’ambiente ove si vive dà molti stimoli e molte sfide da valorizzare opportunamente. E’ un ambiente da esplorare, sin dalla scuola dell’infanzia. Per esempio, se si ha la fortuna di vivere a pochi chilometri da un bosco, il bosco deve diventare l'aula privilegiata di insegnamento, esplorazione ed apprendimento, nonché di gioco e di avventura; un meraviglioso ambiente da “vivere” periodicamente (con qualsiasi tempo ... basta essere bene attrezzati) per conoscere il variar delle stagioni, gli animali e le piante che lo abitano, i sentieri, le leggende, le storie, ..... E la classica aula dell'edificio scolastico? Essa é uno spazio di progettazione, di rielaborazione delle esperienze vissute, di riordino della documentazione ...; una stazione di sosta lungo il cammino della vita e degli apprendimenti ove ci si ferma per far sintesi e riprogettare le nuove tappe ... Non ci si può limitare ad una estemporanea, fugace e chiassosa uscita nel bosco, utile  solo a far merenda (e, magari, a lasciar cartacce in giro).
            Uscire dall'aula per esplorare l'ambiente, per maturare competenze specifiche, per scoprire, interrogarsi, documentarsi deve diventare il 'pane quotidiano'.
E la sicurezza? Ritengo opportuno che dirigenti, insegnanti, genitori, e gli stessi magistrati e legislatori, ripensino al vero senso della sicurezza (occorrerebbe punire i “peccati” di paura e di omissione e premiare i coraggiosi e gli intraprendenti). L’uomo è infatti nato per volare, non per starnazzare nella stia o nell’aia. E, sin da piccoli occorre imparare a volare in alto e bene.
Dove sta la vera sicurezza di una scuola? Le maggiori sicurezze di una scuola sono la qualità degli apprendimenti e il superamento di ogni forma di svantaggio: una scuola di tutti e per tutti ove ciascuno trova spazio e occasioni di un pieno sviluppo integrale, favorito da un buon insegnamento e da un ambiente accogliente e idoneo.  Così come la vera sicurezza di un ospedale non consiste nel fare stare buoni gli ammalati a letto o nell'avere ambienti 'a norma' (a norma di che?), ma nell'aiutarli a guarire pienamente e ad abbandonare il letto e la corsia ospedaliera. La sicurezza di un ospedale consiste, infatti, anzitutto nel garantire la guarigione di un ammalato, favorita da cure adeguate e da un ambiente accogliente e idoneo. In tal senso sicurezza e qualità interagiscono dinamicamente.
           Ciò significa (per gli educatori) acquisire competenze adeguate, preparare opportuni percorsi didattici che facciano interagire il tradizionale quotidiano scolastico con le concrete esperienze (si arricchiscono a vicenda!), valorizzare le risorse umane e ambientali del territorio, modificare strategie d’insegnamento ....
Così come è opportuno ripensare  all'adeguato uso degli ambienti dell'edificio scolastico (quei 'poveri' cortili mai o male utilizzati!). 
        Ci vorrà coraggio, questa è la grande sfida, la sfida del futuro, di un futuro che avanza rapidamente. Le stesse grandi migrazioni dei nostri giorni, che turbano, talora morbosamente, il sonno di politici e  di semplici cittadini, che fanno emergere le ataviche paure dello straniero e del "nero", che vengono strumentalizzate dai pifferai e dai procacciatori di voti e profitti di turno, ci interrogano pressantemente. Ben sappiamo che è educatore chi sa guardare oltre l’orizzonte e sa riconoscere e affrontare le sfide quotidiane (locali e planetarie), non chi è vittima di programmi preconfezionati da usare come menu per tutte le stagioni e come scusa per stare legati alla cattedra e alle ataviche abitudini (tra l’altro le norma parlano di indicazioni da utilizzare come punti di riferimento, come obiettivi da raggiungere …).
      Guardiamoci intorno: Chi sarà più pronto a gestire, con coraggio e competenza l'imprevedibile futuro? Un nostro ragazzo cresciuto tra coccole e tv, e nella sicurezza di un’aula scolastica o un cosiddetto extracomunitario che, ancora ragazzo, arriva in Sicilia dopo aver superato terribili prove e vissuto indicibili esperienze lungo il suo pericoloso ed imprevedibile cammino?
     Chiediamoci: Quale futuro vogliamo per i nostri figli e i nostri alunni? 
     Allora, andiamo al concreto!
    Queste cinquanta ed altre esperienze da vivere nell'ambiente ove si abita,  da bambini e ragazzi, possono aiutare ogni genitore (e ogni educatore) ad interrogarsi sull'efficacia del proprio modo di educare i ragazzi; possono aiutare ogni alunno a conquistare competenza ed autonomia, creatività e imprenditorialità.
    Perché non provarci? Quali aspetti del carattere e quali competenze “disciplinari” fa maturare ognuna di queste attività?

1. Arrampicarsi su un albero
2. Rotolare giù da una grande collina
3. Accamparsi all'aperto
4. Costruire un rifugio
5. Far rimbalzare i sassi sull'acqua
6. Correre sotto la pioggia
7. Far volare un aquilone
8. Pescare con il retino
9. Mangiare una mela appena colta dall'albero
10. Giocare a conker, un gioco tradizionale inglese in cui un partecipante munito di una castagna attaccata a uno spago cerca di staccare dal filo o far cadere la castagna dell’avversario
11. Lanciare palle di neve
12. Partecipare a una caccia al tesoro sulla spiaggia
13. Fare una torta di fango
14. Costruire una diga su un ruscello
15. Andare sullo slittino
16. Seppellire qualcuno sotto la sabbia
17. Organizzare una gara di lumache
18. Stare in equilibrio su un albero caduto
19. Dondolarsi da una corda
20. Giocare a scivolare nel fango
21. Mangiare more raccolte dai rovi
22. Guardare dentro un albero
23. Esplorare un’isola
24. Correre a braccia aperte facendo l’aeroplano
25. Fischiare usando un filo d’erba
26. Andare in cerca di fossili e ossa
27. Guardare l’alba
28. Scalare un’enorme collina
29. Visitare una cascata
30. Dar da mangiare a un uccello dalla mano
31. Andare a caccia di insetti
32. Cercare uova di rana
33. Catturare una farfalla con il retino
34. Inseguire animali selvatici
35. Scoprire cosa c’è in uno stagno
36. Richiamare un gufo imitando il suo verso
37. Osservare le strane creature tra le rocce di un lago
38. Allevare una farfalla
39. Dare la caccia a un granchio
40. Fare una passeggiata nel bosco di notte
41. Piantare qualcosa, coltivarla e mangiarla
42. Nuotare in mare, in un fiume, insomma, non in piscina
43. Fare rafting
44. Accendere un fuoco senza fiammiferi
45. Trovare la strada servendosi solo di mappa e bussola
46. Arrampicarsi sui massi
47. Cucinare in campeggio
48. Fare discesa in corda doppia
49. Giocare a geocaching, una Caccia al tesoro con il GPS
50. Andare in canoa su un fiume.
Aggiungete altre esperienze da fare vivere, in particolare facendo riferimento alle risorse del territorio.
Buon “lavoro” e buon divertimento, a grandi e piccoli!






[1] Dino Buzzati, Il colombre e altri cinquanta racconti, ed. Mondadori
[2] Si vedano le “Strategie di Lisbona”.
[3] L’educazione, che non è mai una semplice trasmissione di conoscenze, ma nasce da un modo di essere ed ha sempre di mira la persona nella sua integralità, comporta sempre un passo “nella zona di sicurezza”, senza la quale non si avrebbe alcun orientamento e punto di riferimento per il futuro, e un altro “nella zona di rischio”, senza la quale sarebbe impossibile far maturare alla persona un giudizio autonomo e critico; un “bilanciamento dei passi”, che è affidato alla saggezza e alla ponderazione dell’educatore (Papa Francesco).







mercoledì 19 ottobre 2016

NON STRESSATE I BAMBINI!


Risultati immagini per BAMBINI NEL BOSCO

I bambini 
hanno bisogno 
di lentezza e di noia

    Sempre più numerosi i ragazzi e bambini, dalla vita apparentemente normale, che si presentano al Pronto Soccorso con un disagio psichico che nasconde un grande dolore: iperstimolati, addestrati a primeggiare, incapaci di trovare la forza di reagire ad una delusione.
    E’ quanto è emerso nel dialogo ad Educa tra la dottoressa Costanza Giannelli, direttrice dell’Unità ospedaliera di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale S. Chiara di Trento, il maestro Franco Ulcigrai, Cofondatore della scuola Steineriana il Cerchio di Rovereto e Maurizio Camin, direttore della cooperativa sociale L’Ancora.
    “Pigiama party alla scuola materna, tre lingue in prima elementare, corsi di arti circensi, musica, gare di sci, la media del nove. Ai bambini viene chiesto di essere sempre più intelligenti, dotati, abili e capaci. Troppo desiderare, troppo avere, troppo sapere, troppe soglie buie varcate in anticipo, con corpo fragile, senza corazza e senza la spada giusta”.
     E’ questo il pensiero di Costanza Giannelli che disegna i genitori moderni come i responsabili, a volte inconsapevoli, di un grande dolore inflitto nei bambini, perché “è più facile vantarsi della luce dell’intelligenza del proprio figlio piuttosto che della zona d’ombra dove si muove la consapevolezza”.
     E così i bambini si trovano prima o poi ad imbattersi nell’indifferenza, nella delusione e nel fallimento senza strumenti per poterli affrontare. “Umiliati e feriti a morte non riescono a reggere lo sguardo dell’altro, si blindano nel rifugio solitario e meditano la vendetta. E così il web diventa uno specchio senza confini e senza regole, un luogo dove cancellare il disonore e la vergogna, dove si può apparire e scomparire senza regole e responsabilità”.
    Costanza Giannelli si augura che dopo quest’era falsamente buona e illuminata, ne nasca una nuova dove “un bambino molto intelligente abbia la possibilità di trovare maestri speciali che gli insegnino a tornare indietro, gli mostrino il volto del fiore e dell’animale e, finalmente, possa trovare la quiete.”
     Anche Franco Ulgigrai chiede ai genitori di non avere fretta e di ripensare al momento in cui il bambino è pronto per iniziare la scuola primaria. “Spesso già a cinque anni si trova seduto al banco di scuola, senza aver raggiunto la maturità sociale, e privato dell'”anno del re”, quel periodo importante in cui il bambino si sente più grande e può dare il suo contributo ai compagni più piccoli. Iniziare la scuola senza la maturità necessaria, porta facilmente il piccolo a vivere un senso di inadeguatezza”. Ulcigrai riporta, inoltre, l’esperienza positiva dell’asilo nel bosco organizzato in Alto Adige, “dove i bambini devono seguire solo le regole del mondo e della natura senza mete, sul binario della massima tranquillità e serenità”.
     Dello stesso parere il direttore della cooperativa Arianna di Trento, Maurizio Camin, il quale racconta come ogni giorno veda adolescenti non ascoltati, affaticati e ingabbiati all’interno di regole. “Giovani che parcheggiano il corpo a scuola, ma hanno anima e interessi fuori, che fanno fatica a stare al mondo, perché non riescono a pensarsi nel futuro”.
      Francesca Gennai, vicepresidente del consorzio Con.solida, che ha moderato l’incontro, ha provato a trarne le conclusioni “le esperienze che abbiamo ascoltato oggi, ci ricordano che dobbiamo garantire ai bambini il diritto alla lentezza, alla natura, alla selvatichezza, alla ferita, alla noia, al vuoto e soprattutto ad essere ascoltati”.

da ladige.it/popular/lifestyle/2016/04/16/bambini-hanno-diritto-lentezza