MINORI
473 milioni
vivono in aree
colpite dalle guerre
Da Gaza al Libano
passando per il Sudan, il Mozambico, la RD Congo e l’Ucraina: la quota di
bambini che vivono in zone di guerra è quasi raddoppiata, passando dal 10 per
cento degli anni Novanta a circa il 19 per cento oggi. Il 4 giugno ricorre la
Giornata internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressioni, istituita
dall’Onu nel 1982
-di Guglielmo Gallone – Città
del Vaticano
Il primo pensiero va
inevitabilmente a loro: erano almeno 150, avevano tra i sette e i dodici anni,
frequentavano la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia
meridionale di Hormozgan, in Iran, e lo scorso 28 febbraio sono state uccise
negli attacchi militari scatenati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. È uno
degli episodi che meglio esplicita il significato della Giornata internazionale
dei bambini innocenti vittime di aggressioni, istituita dall’Onu nel 1982 e
celebrata ogni 4 giugno per ricordare che, ancor più oggi, i minori non sono
vittime collaterali. Nelle guerre contemporanee i minori sono spesso le prime
vittime.
Le nuove dinamiche dei
conflitti
Sfollati,
le guerre provocano più spostamenti interni dei disastri naturali
Un nuovo drammatico dato
emerge dal rapporto annuale dell’Internal Displacement Monitoring Centre
(IDMC): alla fine del 2025 erano 82,2 milioni gli sfollati interni nel mondo,
la ...
Lo sono perché al centro
dei conflitti ci sono sempre più le grandi città e le aree metropolitane,
ritenute strategiche perché centro del potere politico e infrastrutturale. Lo
sono perché, nell’era dei social media e delle immagini, colpire le città produce
immagini immediate, semina il panico e aumenta la pressione politica. Lo sono
per via dei droni, le armi guidate a distanza che hanno trasformato il modo di
combattere le guerre perché economici, difficili da intercettare e sempre più
diffusi. E che se sulla carta sono venduti come sistemi capaci di colpire con
precisione, sempre più spesso finiscono per mietere vittime tra la popolazione
civile.
Da Gaza al Libano
passando per Sudan e Ucraina
A Gaza, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati (AFP or licensors)
Il risultato è certamente
evidente a Gaza e la cronaca lo dimostra: nei bombardamenti della scorsa notte,
su 7 vittime, 4 di loro erano bambini. Nella Striscia, secondo Unicef,
dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi,
45.000 quelli feriti e mutilati, 56.000 gli orfani e un milione che ha bisogno
di assistenza umanitaria, supporto psicologico e cure mediche. Ma lo è anche in
Sudan, dove sempre secondo Unicef nei primi 90 giorni del 2026 sono stati
almeno 245 i bambini uccisi o feriti: nel Paese in cui si sta consumando la più
grave crisi umanitaria al mondo, nell’ottobre 2025 un attacco contro un centro
per sfollati ad Al Fasher, nel Darfur, aveva causato la morte di almeno 17
bambini. Tra di loro, c’era un neonato di appena sette giorni. Sette giorni.
Che dire dell’Ucraina, dove l’intensificarsi degli attacchi russi negli ultimi
giorni sta avendo conseguenze devastanti per la popolazione: lo scorso primo
giugno, a Dnipro, tra le macerie, sono stati trovati i corpi di due bambini.
Uno di loro aveva tre anni. Ed è vero anche in Libano, dove alla fine di maggio
Unicef ha denunciato che in una sola settimana una media di 11 bambini libanesi
al giorno è stata uccisa o ferita a causa dell’intensificazione degli attacchi
israeliani: in una settimana, sono stati registrati 77 minori colpiti dalle
Forze armate israeliane.
I dati globali
È importante, anche solo
per questa giornata, evitare di rincorrere la cronaca e proporre analisi per
fermarsi invece a riflettere su un numero che spaventa: 473 milioni di bambini,
più di uno su sei nel mondo, vivono oggi in aree colpite da conflitti armati. È
il dato più alto da decenni. Non solo: 47,2 milioni di bambini risultavano
sfollati a causa di conflitti e violenze. La quota di bambini che vivono in
zone di guerra è quasi raddoppiata: dal 10 per cento degli anni Novanta a circa
il 19 per cento oggi. Gli ultimi dati a disposizione delle Nazioni Unite
risalgono al 2024, definito dall’Unicef come «uno dei peggiori anni per i
bambini coinvolti nei conflitti»: si registravano 41.370 gravi violazioni
contro 22.495 bambini. Per inciso, bambini violati significa bambini uccisi,
mutilati, reclutati come combattenti, vittime di violenza sessuale, privati
degli aiuti umanitari o colpiti da attacchi a scuole e ospedali. È il dato più
alto mai registrato.
Tinikho e Fiel, due
piccoli mozambicani
Ep. 30 - Nella discarica di Maputo
A due anni di distanza
dagli ultimi dati disponibili, a 44 anni dall’istituzione di questa giornata,
non abbiamo motivo di credere che le cose stiano migliorando. I dati ce lo
confermano, le storie ce le raccontano. Fra Luca Santato, frate minore cappuccino
missionario da nove anni in Mozambico, ci racconta quella di Tinikho: «A soli
due mesi, questa bambina ha perso la mamma. Erano assieme al mercato, quando un
camion ha sbandato e la mamma è stata investita. È morta sul colpo. Ha fatto
appena in tempo a lanciare la piccola, come fosse un sacco di patate, e a
metterla in salvo. L’abbiamo presa dalla discarica di Maputo con ferite ovunque
e, con l’aiuto di sua nonna, la stiamo curando. Oggi sta molto meglio. Così
come felice e sereno, seppur orfano, è Fiel: ha compiuto sei anni proprio il
primo giugno. Io lo avevo conosciuto nelle discariche di Maputo quando vendeva
fagioli».
La Fondazione agostiniani
nel mondo in RD Congo
RD
Congo, l’educazione che salva: il recupero dei bambini-soldato
La stessa felicità si
vede negli occhi di Démocratie, un bambino assistito dalla Fondazione
agostiniani nel mondo in Repubblica Democratica del Congo: «Questo è il nome
che mi sono scelto poiché, anche se la democrazia non l’ho mai conosciuta,
credo sia la cosa più importante. Sono stato rapito all’età di 12 anni dalla
milizia ribelle LRA. Mi hanno torturato e usato come uno schiavo. Ho passato
dieci anni nella foresta, dove sono stato addestrato come soldato. Ho ucciso.
Era il nostro primo dovere, quello che ognuno di noi doveva fare se non voleva
morire. Ho sempre obbedito e sono stato attento a non commettere errori. Ho
scalato la gerarchia militare fino a diventare capo della guardia personale di
Joseph Kony. Quella posizione mi ha permesso anni dopo di scappare. Oggi ho 25
anni, vivo in una capanna con mia sorella e i suoi 8 figli in Congo. Cammino
chilometri per andare a scuola, chilometri per andare a lavorare: inseguo il
mio sogno, quello di diventare un medico».
Due periferie del mondo
Mozambico e Repubblica
Democratica del Congo. Due periferie del mondo in cui si consumano, sotto al
silenzio del mondo, le atrocità peggiori. In Mozambico l’età media è di 16
anni, i minori costituiscono oltre il 50 per cento della popolazione, ma a causa
dell’insurrezione jihadista nella provincia settentrionale di Cabo Delgado e
della crisi politico-istituzionale, 4,8 milioni di persone necessitano di
assistenza umanitaria. Di questi, 3,4 milioni sono bambini. Nell’agosto 2025
una nuova ondata di violenza a Cabo Delgado ha costretto più di 30.000 bambini
a lasciare le proprie case in appena quindici giorni. Molti sono stati separati
dai familiari. In Repubblica Democratica del Congo una sorte simile tocca a
milioni di minori intrappolati in uno dei conflitti più lunghi e dimenticati
del pianeta. Secondo l'UNICEF, nel Paese circa otto milioni di bambini
necessitano assistenza umanitaria, mentre quattro milioni di minori vivono oggi
in condizioni di sfollamento interno a causa delle violenze che devastano soprattutto
le province orientali del Nord Kivu e del Sud Kivu.
Donare un sorriso ai
bambini in guerra
Ep. 25 - Far ridere i bambini
in guerra
Marco Rodari ha 50 anni.
È nato a Leggiuno, sul Lago Maggiore, in provincia di Varese. Di mestiere fa il
clown. Il suo nome d’arte è il Pimpa
Eppure, Tinikho, Fiel e
Démocratie sorridono. Chi si prende cura di loro quotidianamente non ha esitato
a dirci che sono bambini felici. Ci sembrerà assurdo. Come è possibile? Come si
può continuare a sorridere quando la guerra ti ha portato via la casa, la
scuola, gli amici o perfino i genitori? Come può un bambino continuare a
giocare, ridere e immaginare il futuro quando attorno a lui tutto parla di
violenza e precarietà? Come si fa? Lo abbiamo domandato a chi, di mestiere,
cerca di fare proprio questo: far ridere i bambini nei contesti di guerra. Lui
si chiama Marco Rodari, alias Il Pimpa e da oltre 15 anni va nelle aree di
conflitto per portare il sorriso ai bambini dove sembra non esserci spazio per
nulla. «Si parla di aggressione fisica, è quella che i nostri occhi possono
meglio comprendere, davanti a un bambino che perde una gamba, perde un arto in
guerra - ci racconta -. E poi si parla di aggressione emotiva. È lo spegnersi
dell'essere bambino. Davanti all'aggressione, davanti alle violenze, il bambino
si chiude, smette di essere un bambino. La cosa più triste è che l'aggressione
è fatta da adulti, sempre. Sono sempre i grandi che aggrediscono i bambini. È
fondamentale invece seminare nei bambini la meraviglia, la gioia, il sorriso.
Perché il nostro obiettivo è uno solo: far sì che possano restare bambini».
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